I grillini, la coerenza e quella strana idea di trasparenza

Conferenza stampa M5SSo bene che esiste una corrente di pensiero che non vuole che si faccia satira o si muova la benché minima critica ai parlamentari del m5s. E la cosa più curiosa è che a pretendere il silenzio sono spesso quegli stessi “opinionisti” che in passato non hanno lesinato critiche, anche feroci e sprezzanti, nei confronti dei politici, sia di destra che di sinistra. E ciò che prima difendevano come sacrosanto diritto di critica e democratica libertà di espressione, ora rivolto ai politici grillini lo bollano come “demonizzazione”. L’evidente incoerenza di queste posizioni suggerisce di non tenerne conto. Pertanto, fermo restando il rispetto che si deve alle persone, finché ci sarà democrazia, non rinuncerò a dire che ho trovato molto preoccupanti certe esternazioni provenienti da quest’area politica sull’esistenza di un presunto “fascismo buono”, che considero poco democratica l’organizzazione interna del Movimento e reazionarie le sue posizioni in merito al superamento dei partiti e dei sindacati, in nome di una vagheggiata (ma assai poco praticata) democrazia diretta.

Così come non rinuncio a dire che ho trovato incoerente la pretesa dei parlamentari grillini di trasmettere in streaming l’incontro con Bersani, incaricato di condurre le consultazioni per la formazione del governo, mentre a se stessi riservano il diritto di discutere privatamente le proprie decisioni. Dello stesso segno la tendenza a sfuggire alle domande dei giornalisti, che non di rado trattano con malcelato disprezzo. Significativo, a questo proposito, l’atteggiamento che la capogruppo alla camera, Roberta Lombardi, ha tenuto ieri nei confronti dei giornalisti presenti alla conferenza stampa seguita all’incontro con Bersani. Quanto fossero fuori luogo il tono usato e certe sue considerazioni (“Non mancano mai le domande!”, “Inizio a pensare che parliamo ma non ci capiamo!”) di fronte alla professionalità e alle appropriate domande dei giornalisti lo abbiamo potuto verificare tutti . Così come abbiamo potuto verificare quanto quelle domande fossero necessarie di fronte alle ambigue e mal formulate affermazioni della capogruppo m5s alla Camera.

E nemmeno si può tacere sulla malintesa idea di trasparenza di cui sembrano essere portatori gli esponenti del M5S. Dopo aver guardato il video dell’incontro con Bersani non ho potuto fare a meno di domandarmi quali valutazioni faranno gli storici, tra trenta/quarant’anni, di questo documento. Non è difficile immaginare che più che come fonte autentica per ricostruire l’avvenimento in sé (formazione del governo 2013) lo utilizzeranno e lo studieranno come testimonianza dello spirito dei tempi, come manifestazione concreta di una democrazia ridotta a talk show. A tutti, quell’incontro è apparso poco spontaneo. Non certo come una vera consultazione in cui le parti mediano per arrivare a una soluzione condivisa. Ai più è sembrato un surreale gioco delle parti dove i copioni erano già stati scritti per essere rappresentati davanti al pubblico.

Gli storici sanno che la segretezza su cui potevano contare le autorità del passato (sovrani e principi) nel prendere le loro decisioni è alla base della grande ricchezza di informazioni presenti nei documenti che si conservano negli archivi storici. Una condizione che oggi permette attendibili ricostruzioni storiche di vari aspetti delle epoche passate. Di contro, l’affermazione del diritto dei cittadini all’accesso agli atti delle pubbliche amministrazioni, potrebbe portare a un progressivo affievolimento della portata informativa dei documenti. E quindi a una corrispondente difficoltà, per gli storici e per i cittadini, a ricostruire i processi decisionali e l’individuazione delle responsabilità e delle azioni. Un paradosso che potrebbe verificarsi non solo per effetto della naturale tendenza del potere a nascondersi, spingendo i detentori ad aggirare leggi e diritti, ma anche in quanto al pari della trasparenza (e in un equilibrato rapporto con essa) la riservatezza è un’esigenza da salvaguardare. Come fa notare Massimo Adinolfi (L’Unità 28/03/2013), “nelle istituzioni di un ordine pubblico liberale” la riservatezza deve essere garantita: “restrizioni della libertà ed esposizione alla visibilità procedono infatti di pari passo”.

A me viene in mente, ad esempio, che una sana applicazione del principio della riservatezza, in questi tempi incerti, costituirebbe un argine contro impropri condizionamenti esterni a garanzia del diritto dei parlamentari, riconosciuto dalla Costituzione, ad esercitare le proprie funzioni senza vincolo di mandato.

Sandra Mereu

Una risposta

  1. A conforto di questa mia riflessione di qualche mese fa, mi piace citare un passaggio tratto da un articolo di Stefano Rodotà apparso su “La Repubblica” di oggi: “La riservatezza può essere necessaria nello svolgimento di un negoziato, di cui poi si deve rendere pienamente conto. Il segreto deve cedere di fronte al controllo di commissioni parlamentari o di istituzioni specifiche (in Italia, ad esempio, il Garante della privacy). In un preciso quadro di garanzie, la trasparenza torna così ad essere condizione per la partecipazione dei cittadini, senza che la democrazia venga ridotta all’uso ossessivo e indiscriminato dello streaming.” (S. Rodotà, La fine del segreto, La Repubblica 16/06/2013)

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