Gramsci: un sardo temuto, ammirato, discusso e ancora molto studiato.

gramsci_Ales

La polemica spagnola. Dopo un 2012 di studi intensissimi su Gramsci, quasi matti e disperati, il 2013 si apre all’insegna di una polemica. Dai giornali spagnoli, italiani e inglesi viene diffusa la notizia che una blogger molto nota in Spagna per il suo impegno al fianco del movimento degli Indignados, Almu Montero, sia stata attenzionata dall’autorità di pubblica sicurezza e dall’autorità giudiziaria per aver cinguettato un celebre pensiero di Antonio Gramsci:

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza».

L‘accusa? Nientedimeno che istigazione alla violenza.

Un modello pedagogico per gli inglesi. Non passa un mese e di nuovo Gramsci ritorna in evidenza nei canali dell’informazione globale. Stavolta è il corrispondente inglese al nostro Ministro dell’Istruzione, Michael Gove, che elogia il principio educativo pedagogico di Antonio Gramsci e lo propone come modello da importare nella Scuola inglese. E naturalmente assicura il suo impegno da Ministro per fare in modo che questo avvenga.

Icona globale. Ma che succede quindi attorno all’intellettuale italiano del novecento più studiato al mondo e che può contare circa sedicimila pubblicazioni che lo riguardano? Accade che Gramsci da eretico sia diventato un’icona globale. Ce lo ricorda il titolo di un bel volume pubblicato da Guanda nel 2010, scritto da Angelo Rossi che appunto recita: Gramsci da eretico a icona. Storia di un «cazzotto nell’occhio». E che sia un’icona globale lo afferma anche la scrittrice sarda Michela Murgia che nel suo sito web, in un post it, ovviamente giallo, ci ricorda che “Gramsci è intellettualmente sexi”. Un concetto, questo, che la Murgia ribadisce anche nella prefazione alle Lettere dal carcere, nell’ultima edizione ripubblicata da Einaudi (2011), dove si legge: “Il volto di Gramsci è un’icona pop, con livelli di riconoscibilità pari o di poco inferiori a quelli di Che Guevara, di Marylin Monroe e di Martin Luther King. Nessun altro filosofo la mondo, eccetto Marx, ha suscitato lo stesso fascino di lingua in lingua, seducendo quattro generazioni con il suo pensiero innovativo e con la forza di una dialettica così tagliente da aver colonizzato il linguaggio”.

Gramsci comunista-liberale? E’ evidente che attorno al pensatore nato ad Ales il 22 gennaio del 1891, si sta ricreando un interesse globale sia in Italia che all’estero dove, dalla fine del comunismo (Berlino 1989 e Mosca 1990) Gramsci è rimasto l’unico comunista ancora capace di parlare alla modernità, all’uomo moderno e ai suoi bisogni di credere in qualcosa che non sia il Dio denaro, il famoso pensiero unico. Ecco allora che in Italia, uno stimato professore di linguistica, Franco Lo Piparo, dopo I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (2012), pubblica nel gennaio del 2013, con Donzelli, il saggio L’enigma del Quaderno in cui si sostiene che Gramsci non è morto comunista (ma neanche convertito come fu affermato da emeriti Monsignori nel 2007), bensì liberale. Lo avrebbe scritto lo stesso Gramsci in un Quaderno che manca all’appello.

Il Quaderno scomparso. Secondo il linguista a trafugare il Quaderno, facendolo poi sparire, sarebbe stata quella coppia di birbanti di Piero Sraffa e Palmiro Togliatti. Cioè, secondo Lo Piparo, a manipolare la verità storica sarebbero stati nientemeno che il migliore amico di Gramsci carcerato e l’uomo politico che nel dopoguerra ha pubblicato e fatto conoscere al mondo l’opera del pensatore sardo, quell’opera che ha permeato per più di un ventennio la politica culturale del Pci e forse anche quella delle persone più attente alle novità. A questo proposito è senz’altro utile leggere il risultato della ricerca fatta da Francesca Chiarotto, giovane ricercatrice piemontese, pubblicata in Operazione Gramsci. Alla conquista degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra, un affascinante e documentato libro edito da Bruno Mondadori nel 2011.

La tesi del complotto. Nella sua tesi Franco lo Piparo è supportato autorevolmente da Luciano Canfora, filologo classico, con incursioni prestigiose nella ricerca storica, autore anche lui di un libro che ha fatto scuola: La storia falsa, Rizzoli 2008. Ma soprattutto Canfora è autore di altri due volumi, tutti e due editi dalla casa editrice Salerno nel 2012, Gramsci in carcere e il fascismo e Spie, URSS, Antifascismo. Gramsci 1926-1937, nei quali si può leggere la descrizione di quanto fosse torbido il mondo e torbida la mentalità dei comunisti staliniani negli anni trenta. Tutti impegnati a costruire il socialismo in un solo paese e a ordire trame e complotti per lasciare Gramsci in carcere al fine di occupare loro la dirigenza del movimento comunista. Ruolo che si presume sarebbe spettato a Gramsci qualora fosse stato libero.

La replica di Vacca. Va tuttavia ricordato che queste tesi sono state abilmente confutate, non in modo diretto ma oggettivo, dal principe degli studiosi gramsciani italiani, Giuseppe Vacca, nel suo libro Vita e pensieri di Antonio Gramsci, Torino, Einaudi, 2012. Si tratta di un libro che si presenta non solo come una nuova e più aggiornata biografia gramsciana, relativa agli anni 1926-37, con storia documentata e interpretazioni appoggiate solidamente sui testi e documenti anche nuovi, vagliati e accuratamente studiati dall’autore.

Il vero problema: la mancata liberazione. Giuseppe Vacca sostiene che «la mancata liberazione di Gramsci costituisce l’aspetto più problematico della sua biografia» e a questo proposito chiama in causa la famosa lettera di Grieco. Questa lettera, scritta in Svizzera e inviata prima a Mosca per essere sottoposta alla visione di Togliatti, giunge a Gramsci, dopo varie peripezie, in carcere a Milano. Vacca dedica molte pagine all’analisi e alla comprensione del suo contenuto, utilizzando anche nuovi documenti. Gramsci era infatti convinto che la sua permanenza in carcere fosse dovuta proprio a questa missiva e denunciò l’accaduto al suo partito. Il libro si chiude con un capitolo dedicato ai Quaderni a cui fa riferimento la vedova di Gramsci, Giulia Schulcht quando denuncia Palmiro Togliatti al Komintern, imputandogli la mancata liberazione del marito. Su entrambe le questioni, forse, non ci sarà mai una versione accettata da tutti, ma Giuseppe Vacca così conclude il suo studio: «Togliatti aveva avviato la costruzione dell’icona di Gramsci come martire dell’antifascismo e non aveva bisogno di sabotare tentativi di liberazione, a tenere Gramsci in carcere ci pensava già Mussolini».

Conteso ma studiato. Tutto questo non può che far piacere a chiunque sia disposto ad ascoltare le opinioni altrui e a rispettarne gli assunti. E Gramsci conteso è appunto il titolo di un altro libro pubblicato, anzi ripubblicato, dagli Editori Riuniti alla fine del 2012: Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche, 1922-2012 di Guido Liguori. Si tratta di una riedizione aggiornata, con tre nuovi capitoli, di un libro del 1996. Nei nuovi capitoli, Leberaldemocratico o comunista critico?, Gramsci nel duemila e Il ritorno di Gramsci (2009-2012), Liguori traccia il modo in cui la politica, la cultura, e tante discipline umanistiche e sociali abbiano strattonato Gramsci per portarlo dalla propria parte, lasciandolo poi spesso nell’oblio e nel dimenticatoio. Strattona-strattona − ci fa osservare Liguori − si è arrivati (In nome di Gramsci?) alla coniazione di veri e propri ossimori linguistici-ideologici, come “comunismo liberale”. Ma alla fine − c’è da domandarsi − qual è la ragione di tutto questo contendere? La risposta − avverte Liguori − sta nel fatto che intorno alle diverse interpretazioni di Gramsci si dipana la storia della cultura politica italiana del Novecento e uno dei più significativi aspetti del lascito che essa ha saputo trasmettere alla cultura mondiale.

Un nuovo rinascimento. C’è da augurarsi che l’analisi del lascito gramsciano continui, come sta continuando. E’ infatti in atto un nuovo rinascimento per gli studi sul filosofo sardo, tant’è che le ultime notizie ci dicono di un convegno tenutosi a Parigi tra il 22 e 23 marzo, organizzato dalla fondazione Gabriel Péri, intitolato appunto La «Gramsci Renaissance» Regard scroisés France-Italie sur la pensée d’Antonio Gramsci. Insomma, sembra proprio che anche in questo 2013 al di là dei facili schematismi, legati alla natura stessa delle icone, si procede ad individuare spunti nuovi nella lettura dell’opera dell’unico comunista rimasto in piedi dopo la rovinosa caduta del comunismo mondiale.

Pier Giorgio Serra

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