Su Re

Su RePiù che una recensione intendo esporre solo alcune mie impressioni su “Su Re”, straordinario e sorprendente film di Giovanni Columbu. Nel film la montagna scabra – il Corrasi pietroso – è il Golgota (o Monte Calvo) della passione di Gesù. Una Sardegna aspra, dissecata sotto un cielo incupito dove continuo rotola il tuono. I costumi austeri, una sorta di sai scuri, vestono una gente arcaica…

Un Gesù caravaggesco, così come caravaggesca la luce nei volti dei discepoli, attorno al Maestro, che contende spazio alle ombre. Il Gesù deposto dalla croce è quello drammatico del Mantegna, schiacciato nella sua orizzontalità, la grande testa impressionante. E la luce che percorre il corpo è quella fredda e irrigidita dalla morte.

Non il Gesù predicatore, non il Gesù delle parabole è quello di Columbu, ma un Gesù silenzioso; un silenzio indotto dall’angoscia. Un uomo sofferente, tutto rattenuto nei dialoghi: rade le parole, che escono, con gran fatica dalla sua bocca; parlano di più gli occhi che si posano con pietà sui persecutori e l’affanno del suo respiro…

Giuda è un giovinetto, smarrito, che induce alla pietà; il suo sentimento è sincero, il rimorso così atroce e insopportabile che lo porta al suicidio. Andrebbe, cristianamente, tolto dall’inferno in cui la tradizione lo ha condannato senza appello…

Il Getsèmani del film non è un podere d’ulivi. E’ un luogo incolto di vegetazione forte e spontanea, un pascolo brado. Qui Gesù, rimasto solo a pregare, è preso da un’angoscia estrema: gli apostoli, vinti dal sonno, dormono.

In questa solitudine arriva, scandito come da una lontananza, il canto malinconico dell’assiolo. Questo canto così delicato, così limpido nel silenzio del Getsèmani, rimarrà poi e risuonerà nel cuore dello spettatore come un’impronta sonora, indimenticabile…

La lingua parlata è prevalentemente la variante barbaricina del sardo, ma con importanti interventi del sardo campidanese che forse appare meno “austero”, meno “nobile”, ma con un timbro, un suono, un ritmo più colloquiali, come dire, alla mano (e anche con sfumature ironiche) che smuove un sorriso in chi ascolta.

Dialoghi asciutti, secchi, essenziali, così come i volti intensi, scolpiti dei parlanti. Parole atroci di disprezzo, sferzanti, beffarde, ma anche parole d’amore, di pietà. Il bel suono della nostra lingua accompagna le frasi tradotte in italiano a piè dello schermo…

Columbu fugge da ogni stereotipo, da ogni possibile adagiamento, da trite e tradizionali iconografie. Il volto che egli sceglie per il suo Gesù, in film vuoti e agiografici, l’avremo visto nella parte di Barabba o di Giuda. Un ribaltamento da salutare con l’applauso.

Gabriele Soro

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

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