Alberi e cani nel paese degli estremi contrari

Quello di Sestu è un paese dalle forti contraddizioni, o almeno così appare guardato attraverso il filtro della cronaca e dei sociali network. Ci sono cittadini che si prendono amorevolmente cura dei cani randagi, li nutrono, li curano, danno loro riparo e altri che li massacrano brutalmente. Cittadini che sarebbero disposti a farsi incatenare agli alberi pur di evitarne l’abbattimento e altri che li avvelenano apposta per provocarne la morte. Cittadini consapevoli delle nuove tendenze della società e altri portatori di una mentalità primitiva. I primi protestano pubblicamente, organizzano flash mob, i secondi  si nascondono e agiscono vigliaccamente quando nessuno li può vedere. Gli uni si vorrebbero interpreti dell’interesse comune, gli altri guidati esclusivamente dal proprio egoistico interesse personale. E in questa contrapposizione di ideali e valori non sembrano trovare cittadinanza posizioni intermedie che non siano per questo tacciate di opportunismo o servilismo verso il potere. Un potere per lo più rappresentato come sordo e insensibile ai veri e profondi bisogni della popolazione. Quella che emerge è insomma una rappresentazione della realtà sestese manichea e semplicistica. Perché a ben guardarla, la realtà, appare più complessa e sfugge ai rigidi schemi di certe interpretazioni.

Cane 3

Foto di Barbara Loi

Prendiamo il caso del canile comunale, ad esempio, sui cui ho scritto una breve riflessione stuzzicata appunto da uno dei tanti infuocati dibattiti che si scatenano sulla rete. Sostenevo che sarebbe stato giusto e utile dare il canile in gestione a quei volontari che da anni si occupano dell’assistenza e cura dei cani abbandonati nel territorio di Sestu, ma contrariamente ad altri non attribuivo i ritardi nell’affidamento della struttura a cattiva volontà dell’amministrazione o a oscuri disegni o complotti a danno dei volontari. Tuttalpiù, stando alle informazioni che avevo raccolto, ciò era in gran parte da attribuire a difficoltà burocratiche legate a una normativa non favorevole all’affidamento diretto del servizio. Questa mia opinione (che tanti insulti mi valse) ha trovato conforto nella recente decisione adottata dalla giunta comunale  nella seduta del 07/06/2013. Nella delibera, che fissa sulla base della normativa attuale i nuovi indirizzi e criteri per l’affidamento a titolo gratuito del canile comunale (inteso come  struttura), è previsto un’avvio di gestione per nove anni. Ciò  dovrà avvenire “a seguito di una gara a evidenza pubblica riservata alle categorie di giovani disoccupati locali”. Nella scelta – si desume dalla delibera –  sarà premiata la proposta progettuale che offrirà sufficienti garanzie di professionalità. Non so se i nuovi termini dell’affidamento corrispondono esattamente alle aspettative degli aspiranti gestori ma è un fatto incontrovertibile che il percorso iniziato con la costruzione del canile mediante l’utilizzo di fondi finalizzati a favorire l’occupazione giovanile, ha trovato la sua logica conclusione.

DSCN9255

Foto di Chiara Meloni

L’altra questione è quella del verde pubblico. Sestu è un paese con una vasta campagna intorno, coltivata intensivamente a grano e ortaggi, ma con ridottissimi spazi verdi urbani. Negli anni il venir meno delle case campidanesi, con i loro annessi cortili e giardini, non è stato sostituito da adeguate aree verdi pubbliche. Per questo ogni volta che qualcuno dei pochi alberi cresciuti lungo le vie, piazze o scuole del paese viene abbattuto si scatenano furiose proteste. Colpisce però che gli ambientalisti nostrani, nel condannare senza appello ogni singolo intervento di abbattimento, danno per scontato che questi siano legati alla mancanza di cultura del verde da parte degli amministratori. Poco importa, ad esempio, agli ambientalisti che i pini della scuola media siano stati tagliati per permettere la costruzione delle strutture sportive attese da anni. Si poteva evitare, dicono. Personalmente non so dire se le due esigenze di costruire i nuovi campi nel rispetto delle leggi sulla sicurezza e salvare gli alberi fossero conciliabili. Fino a prova contraria voglio credere che dietro la scelta dell’amministrazione di abbattere un albero non ci sia leggerezza o noncuranza ma piuttosto l’applicazione del principio che accetta il male minore in cambio di un vantaggio superiore alla perdita che comporta. Che è poi lo stesso principio che guida le scelte della maggior parte dei privati cittadini quando decidono di costruire la loro casa anche a costo dell’abbattimento degli alberi del terreno dove vogliono edificarla, oppure quando decidono di ristrutturarla anche se questo comporta l’abbattimento di qualche albero che nel frattempo è cresciuto nel giardino. Si può evitare, è vero. Vedo spesso nelle riviste patinate di architettura e design l’immagine di meravigliose case circondate dal verde che inglobano alberi in luminosi ambienti interni circondati da vetrate. Ma quanto costa realizzare e poi mantenere simili abitazioni? E a che prezzo si salva l’albero? Purtroppo la maggior parte delle persone quando è costretta a fare scelte di questo tipo, oltre al principio del male minore, spesso deve far pesare anche la più prosaica valutazione del rapporto costi benefici. Appare però alquanto strano che questi ambientalisti “radicali” nelle proprie scelte private sono disposti a giustificare l’abbattimento di uno o più alberi ma non lo accettano, per nessuna ragione, nelle scelte dell’amministrazione. Vizi privati e pubbliche virtù, verrebbe da dire.

DSCN9258

Foto di Chiara Meloni

Tra i due estremi, ovvero tra chi sostiene la difesa incondizionata degli alberi e chi li perfora deliberatamente per iniettarci il gasolio e farli seccare, quando li considera di disturbo, c’è una larga schiera di cittadini che si sforza di valutare la scelta del taglio degli alberi di pubblica pertinenza all’interno di un piano di sviluppo urbano. Nell’ambito del nuovo piano urbanistico comunale è infatti prevista l’acquisizione di aree private da destinare a verde pubblico e l’acquisizione di aree demaniali, come quella dell’argine del fiume, per realizzare un parco urbano. A questi cittadini – dicevo – non interessa protestare in nome dell’astratto principio della sacralità degli alberi a cui, se davvero è necessario, sono anche disposti a rinunciare. Ma in cambio vogliono qualcosa di molto più ambizioso. Vogliono lasciare ai loro figli e nipoti un paese molto più verde di quello in cui hanno vissuto loro. E per questa causa sono anche disposti a battersi con determinazione, a vigilare con attenzione perché vengano compiute da parte degli amministratori tutte le azioni necessarie, ma anche a impegnarsi direttamente per contribuire a curare e a far crescere il verde di domani.

Sandra Mereu