La figlia, Clara Usón (Sellerio 2013)

La figliaBelgrado: alba del 24 Marzo 1994. Ana Mladić stringe nella mano sinistra la vecchia Zastava, la calibro 7,65 del padre con incisa sul calcio una dedica di Nikola Ljubičić, l’eroe partigiano che aveva combattuto a fianco di Tito nell’armata  popolare di liberazione della Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Era stato suo padre, il generale Ratko Mladić  a mostrarle come smontarla, pulirla, lucidarla. Le aveva insegnato a sparare e avrebbero, insieme,  usato la pistola, così diceva, ogniqualvolta sarebbe nato un nipotino. In quella notte, all’alba, Ana, la ventitreenne figlia prediletta del generale Mladić, brillante studentessa, bella, allegra ed estroversa, promessa della chirurgia jugoslava, si tolse la vita. È questo l’epilogo dell’imperdibile “La figlia”, il romanzo della scrittrice spagnola Clara Usón (Sellerio, 2013, 488 pagine, 16 euro), che scavando nella biografia di una ragazza, e del suo suicidio apparentemente inspiegabile, ripercorre la tragedie derivanti dal disfacimento della ex Jugoslavia, con le ferite ancora aperte in quella che da sempre è definita la polveriera balcanica, vedi ancora oggi la complessa situazione del Kosovo. Capita, a volte, ed è questo il caso, che la grande Letteratura si nutra di storia, e che ne renda più chiari i fatti, aiutando lettori e studiosi a capirne le dinamiche.

Il romanzo alterna momenti di storia soggettiva e collettiva, richiami alla mitologia serba e ai luoghi fondanti della nazione, come Kosovo Polje, la Piana dei Merli a nord di Pristina dove il 28 giugno 1389, giorno di San Vito, il principe Lazar, difensore della cristianità ortodossa, venne sconfitto e ucciso dall’esercito musulmano del sultano Murad, o come gli epitaffi, in una delle parti più struggenti del libro, nelle tombe dei Bogomili, nella Spoon River degli avi dove il giovane ebreo di Sarajevo Danilo Papo, vanamente innamorato di Ana, si recava spesso col padre archeologo. Passo dopo passo la scrittrice segue lo sgretolarsi delle certezze di Ana, il doloroso passaggio dall’infantile manicheismo del “siamo dalla parte del giusto”, al dubbio che la verità possa essere insopportabile e possa portare alla disperazione e alla perdita di sé. Innamorata del padre, si fida di lui, ne condivide il fervente nazionalismo serbo, ma a un certo punto comincia a dubitare che l’eroe da lei ammirato e adorato non sia invece un mostro, e che la ricomposizione della “Grande Serbia” non possa giustificare i genocidi, il radere al suolo interi villaggi, la pulizia etnica come necessità per garantirsi lo spazio vitale, l’uccidere gratuitamente donne e bambini solo perché musulmani.

Il romanzo è intessuto di riferimenti impliciti ed espliciti alla grande narrativa europea, Omero, la tragedia greca, Shakespeare, Joyce, Tolstoi. Proprio una novella di Tolstoi, Dopo il ballo, che Ana ha letto da adolescente e poi riletto da giovane, ma che non ha mai amato forse per un oscuro presentimento che il destino di Varenka, figlia di un generale dell’esercito zarista, possa assomigliare al suo, comincia con un’affermazione del narrante protagonista:

“Ecco, voi dite che l’uomo non sia in grado di capire da solo che cosa è bene, che cosa è male, e che tutto dipende dall’ambiente, e che l’ambiente corrompe. Invece io penso che tutto dipenda dal caso. Ed ecco, vi dirò di me…” 

Il caso, per Ana Mladić, è Mosca. È a Mosca, dove si è recata in vacanza ai primi di marzo con un gruppo di amici, che cominciano a vacillare le certezze. Le discussioni con loro, in particolare con Petar, il pensatore malinconico, sul ruolo di Milosevic in Bosnia, i bombardamenti di Sarajevo, e dunque sul ruolo di suo padre, la irritano e la turbano. Al ritorno dalla capitale russa non è più la stessa, i genitori ne avvertono il mutamento di carattere, un’insolita serietà, un richiedere che le finestre stiano chiuse ad evitare la luce, la fatica, mai avvertita prima, a concentrarsi nello studio. Per distrarsi, su consiglio del padre, abbandona la lettura di Guerra e pace e si dedica ai racconti brevi di Tolstoi, che in genere contengono la morale della favola e un qualche ammaestramento. Rilegge Dopo il ballo, lo sconcerto e l’inquietudine sono gli stessi della prima volta, si chiede “quale è la morale?”, “che colpa ha la ragazza della crudeltà di suo padre?

I figli che non si liberano dalle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità.”

Sono parole di Pier Paolo Pasolini (Lettere luterane) ed hanno un senso universale. Il peso della colpa, che divenne insopportabile per Ana, non venne avvertito dal padre.

Ratko Mladić, oggi agli arresti all’Aia come criminale di guerra, a meno di un anno dalla morte della figlia prediletta, diede ordine alle sue truppe serbo-bosniache di massacrare a Srebrenica oltre ottomila musulmani bosniaci inermi. Per la morte di sua figlia Mladić è convinto, secondo quanto gli rivelò una veggente che egli aveva consultato, che fosse stata vittima di un avvelenamento in Russia, e che il veleno avesse agito lentamente sul cervello della figlia, portandola alla follia  e al suicidio.

Tonino Sitzia 

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

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