Il senso di un congresso per la Sardegna

Porto di Cagliari

Il congresso del partito democratico che si terrà a dicembre, comunque la si pensi, rappresenta un appuntamento cruciale della politica italiana. I candidati alla guida della segreteria incarnano infatti visioni diverse, e ad osservarle attentamente persino antitetiche, della società e del ruolo che il principale partito del centro-sinistra italiano deve svolgere per attivare quel necessario processo di cambiamento imposto da una realtà sempre più diseguale. Tra le proposte in campo, quella di Gianni Cuperlo pone l’accento sulla centralità della persona e sulla dignità dell’essere umano e ne fa il perno dell’identità del nuovo partito democratico che da questo congresso dovrà nascere. Di seguito vi proponiamo la riflessione di Giulio Cherchi che declina le idee di Cuperlo alla luce della realtà sarda*. (S.M.)

In Sardegna viviamo un momento politico complesso. A Marzo eleggeremo il presidente della Regione e il Consiglio. Questo ha portato ad un rinvio della normale procedura congressuale, con lo “stralcio” del rinnovo delle segreterie locali e provinciali al dopo voto. Durante le primarie conclusesi con la scelta di Francesca Barracciu, abbiamo però potuto cogliere un dato, quello della stanchezza e del calo della partecipazione. Mi pare che il vero motivo risieda in alcune domande non formulate e che non sono divenute coscienti all’interno delle forze politiche del centrosinistra. Mi chiedo, ormai da tempo, se abbia ancora senso l’Autonomia della Regione Sardegna. Credo convintamente di sì. Però rilevo che senza interrogarsi su quel senso, decadrà, assieme alle sue ragioni, anche lo strumento istituzionale che i nostri padri ci avevano lasciato.

Non basta certo di fronte alla rivoluzione della globalizzazione del capitalismo finanziario, che incide fortemente anche nelle dinamiche sociali locali, legarsi ad una retorica autonomistica ormai svuotata. Non accorgendosi che l’autonomia e la questione sarda sono sempre state legate a doppio filo, alla questione meridionale. E quando quei fili sono stati slegati, l’autonomia è entrata in crisi. Oggi meridione italiano e Sardegna sembrano avere, non solo un passato simile, ma anche tristi prospettive sul domani. Interrogarsi sull’autonomia significa chiedersi se oggi, nel 2013, esiste ancora un popolo sardo, quali sono le aspirazioni della maggioranza dei suoi componenti. Quale parte di questo popolo, possa essere motore di crescita e di progresso. Significa scrutare il futuro, mettendo in gioco quell’identità problematica che sempre ha avuto la nostra isola, tra le montagne dell’interno e l’apertura del tanto temuto mare. Vuol dire partire dalla Politica per trovare le chiavi dell’economia e dell’organizzazione. Che poteri si possano costruire per bloccare la crisi delle istituzioni pubbliche di fronte alla forza illimitata del mercato. Queste domande non fatte, e quindi, del tutto inevase, rimangono lì come gli scogli, nascosti dall’alta marea, ma pronti a riemergere. Di certo non è solo compito della politica, ma chiama in causa la povera intellettualità sarda, magra rappresentazione di un passato più vivo, e con essa tutta la classe dirigente isolana.

Scontiamo una gravissima lacuna, un nodo non sciolto. Il fallimento del tentativo riformista del precedente centrosinistra bocciato sonoramente dai sardi. Abbiamo avuto una rimozione totale di quel lutto. Da una parte i colpevoli erano i signori delle tessere che remavano contro, dall’altra veniva attribuito alla follia accentratrice dell’imprenditore solo al comando. Il PD chiuse troppo rapidamente la questione e, proprio per questo, non è riuscito a trovare forze ed energie per ripartire. Perdendo cinque anni. Il fatto è che quell’esperienza fu impostata con spirito giacobino ed elitario e non si mise in gioco la questione del senso dell’autonomia collegandolo all’identità di un’isola che la globalizzazione aveva ormai mutato. Smise di chiedersi – e soprattutto di chiedere ai sardi – cos’è la Sardegna e dove voleva andare. Tanto da non visualizzare su quali classi appoggiarsi per costruire un nuovo orizzonte. Nutro profonde preoccupazioni per le prossime regionali, sento un vuoto devastante di elaborazione culturale e politica. E il rischio vero non è tanto di essere sconfitti, ma di perdere il senso della presenza della Sardegna nel mondo.

Ma dove costruire quel percorso, oggi mancante, e quale strumento usare? È mancato il luogo per compiere questa discussione. Il partito politico come agente collettivo dove i subalterni si fanno dirigenti e affrontano il tema della propria indipendenza, ideale ed economica. Dove sia possibile progettare il futuro. Il crollo dei partiti e delle organizzazioni intermedie sarde ha significato il venire meno di ogni prospettiva di rilancio culturale, ideale e – dati i tristi numeri del PIL e della disoccupazione – anche economico sociale. Quindi il Congresso del partito democratico nazionale, non è qualcosa che poco interessi ad una riflessione che riguardi la nostra isola, ma è ancora una volta fondamentale. Con la crisi del partito, sostituito da altri centri di potere, il più delle volte personali, è entrato in crisi anche il ragionamento sul senso della nostra esistenza come popolo. Gli intellettuali e la società civile sono rimasti disorganizzati, e molecolarizzati, liquidi, e infatti rischiano di emergere soluzioni narcisistiche e incapaci di affrontare lo spirito del tempo, rinchiuse in un’identità immaginaria, fatta solo dalla paura dell’esterno, e che, per paradosso, snaturano la vicenda di quel popolo che mai si è fatto nazione, perché crocevia di storie e di uomini, di arrivi e di tante partenze, anche oggi. Non in grado di coinvolgere la parte della società che avrebbe più bisogno di una spinta al rinnovamento: precari, cassintegrati, i neet delle periferie, i lavoratori poveri e così via.

Avere o non avere quel “luogo”, per noi sardi e meridionali, non è cosa di poco conto.  Anzi potremmo dire che in questa battaglia ci giochiamo molto, se non tutto. Nelle proposte che si affrontano per la guida dell’unico partito rimasto solo una si pone questo problema. Quella di rilanciare un radicamento sociale, di evitare che il partito diventi un semplice comitato elettorale fatto da amministratori, o specchio di cortigiani per un leader lanciato solo verso la sua costante autopromozione. Incapace di trasformare quello che resta del PD, in un “intellettuale collettivo”. Gianni Cuperlo e i militanti e i dirigenti che si sono stretti intorno alla sua difficile battaglia hanno disegnato come nuova frontiera della nostra crisi il Sud italiano ed europeo come “luogo simbolico, quasi la sintesi o la biografia di una nazione intera, dove ultimi e penultimi soffrono, e dove giovani di talento non vengono valorizzati”. Come già aveva compreso il nostro Gramsci, il partito è vitale per una riforma morale del Paese, che non può che partire dal Sud.

Un luogo dove sia possibile rilanciare identità e autonoma scrittura del futuro, dove sia possibile dar voce agli ultimi e rendere la Sardegna nuova protagonista nel mondo globalizzato, invertendo il rapporto di forze oggi dominante. Che aveva visto nel Congresso del popolo sardo, nelle parole di Laconi e di Lussu, nelle Giunte autonomistiche, il tentativo di superare una storica subalternità di uomini e di territorio. E l’aveva fatto con la forza dei grandi partiti politici di massa, casa accogliente per contadini, minatori, operai e grandi intellettuali. Sparite quelle forze, non abbiamo avuto una Sardegna nuova e piena di opportunità, aperta alla libertà assoluta, al contrario è tornata la storica indolenza di fronte al “mondo grande e terribile”. Lo rivediamo nei giorni che passano inutilmente, tra primarie e chiacchiericcio mass mediatico, senza idee forti, capaci di risollevare un intero popolo. Abbiamo bisogno di riappropriarci di quello strumento, che come abbiamo visto era anche fine, per la creazione e la crescita di un’intera comunità.

Senza siamo poca cosa. Soli e indifesi. Istupiditi difronte all’attacco dei poteri finanziari, consumistici, tecnonichilistici. Non so, se siamo fuori tempo, ma credo che questa sia una battaglia da fare, quale sia l’esito.

Giulio Cherchi

*Altri contributi alla discussione congressuale intorno alla candidatura di Gianni Cuperlo li potete trovare sulla pagina fb “Sardegna per Gianni Cuperlo“.

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