Alberi erranti e naufraghi, Alberto Capitta (Il Maestrale 2013) – Recensione di Roberto Concu

Alberi erranti e naufraghi_Alberto CapittaIl quarto romanzo di Alberto Capitta* ci regala una una storia ellittica densa di emozioni e importanti spunti di riflessione su noi stessi, sul mondo e sul modo in cui viviamo. Con la sua solita scrittura leggera e immaginifica Capitta ci parla di un mondo ormai ridotto al dualismo tra sopraffattori e sopraffatti. Di una società che non ammette i diversi e per la loro diversità li reprime, li umilia e, infine, li emargina. Sino all’uccisione più violenta che si possa immaginare: quella della negazione del diritto di stare in questo mondo.

I diversi sono tutti coloro che non si riconoscono nel sistema e nelle sue regole. È Piero Arca, vegetariano, solitario amante della natura nel cui silenzioso incanto si perde, da accettare l’umiliazione altrui quando viene visto compiere un gesto di profonda, sincera unione con essa: abbracciare un albero. Allora per gli altri diventa un folle, un diverso da prendere in giro ed emarginare. Anche per la moglie che l’abbandona con un figlio piccolo, Giuliano, perché lei desiderava una vita differente: quella tutta agi borghesi della città, quella resa falsamente sicura da un impiego alle Poste.

Giuliano cresce col padre in una casa diventata ormai ricovero per ogni sorta di animale. Come lui diventerà un diverso: vegetariano e amante della bellezza misteriosa dell’universo. Le loro vite si separano il giorno in cui, di rientro da scuola, Giuliano si troverà di fronte allo spettacolo della sopraffazione: tutti gli animali uccisi in una strage che ha come unica ragione l’eliminazione della diversità. A compierla sono i due Nonne, il padre Sebastiano e il figlio Michelangelo. Due ‘machi’ per i quali è inammissibile che gli Arca possano vivere in quel modo così puro, così sovversivo. Allo stesso modo in cui a Sebastiano Nonne riesce incomprensibile per quale ragione al mondo a lui e alla sua famiglia possa essere capitata la disgrazia di avere un figlio smidollato qual è Emilio, che se ne sta solitario in camera sua a leggere e soprattutto condivide l’amicizia con Giuliano. Tanto intima da venir accusato di omosessualità. Per Sebastiano Nonne è una colpa inaccettabile e meritevole di essere punita. Sempre con la violenza. Sempre con la sopraffazione del debole.

Nella Sardegna tratteggiata da Capitta esiste un bosco chiamato “I bambini”. È il mondo in cui i bambini si rifugiano per sottrarsi a ogni forma di violenza e di sfruttamento. Come compagni hanno la meraviglia del bosco e la musica del fiume, il soffio anarchico del vento e la forza vitale della tempesta. E non chiedono altro che essere lasciati in pace. Anche i bambini rappresentano il mondo altro. E non a caso è proprio qui che Giuliano si ferma nel suo errare alla ricerca del padre dopo la strage degli innocenti fratelli animali. Si era messo in cammino per nessun luogo, sulle spalle la sedia di legno sulla quale il padre soleva sedersi e riposare. Ora Giuliano si ferma, accolto come un maestro dai piccoli uomini che distruggono la sedia e se ne spartiscono i pezzi. Piccoli pirati che spartiscono un bottino prezioso: quello raccolto dall’anima nel suo errare. Già, perché “I bambini” possono essere sia un luogo fisico che il bosco interiore in cui Giuliano finalmente spezza il legame paterno e va incontro a sé stesso. È a questo punto che può lasciare il bosco e riprendere la strada non più per errare ma per camminare da solo nel mondo. Ora sulle spalle ha la sua vita. Di naufrago sì, ma solo perché sono gli altri a considerarlo come tale.

Nel romanzo di Alberto Capitta non sono soltanto le persone a errare e naufragare. C’è anche la natura che accompagna e abbraccia i protagonisti nelle loro vicende. Che cessa di essere matrigna dura e spietata per farsi carne e anima, parola e carezza. Bambina essa stessa in qualche modo. Gli alberi del giardino di casa Branca vanno via dopo la scomparsa di Lidia, come se dopo la morte tutto venisse sradicato e neppure gli alberi possono stare lontano dall’anima che a lungo ha cercato rifugio tra loro contro il disamore in cui è caduta. C’è chi, come Lidia, sceglie di arrendersi nel buio in cui la disillusione l’ha condotta e smette di sognare una vita diversa, più felice se possibile. Altri non smettono mai di credere in se stessi e realizzare le visioni del cuore. Come Maddalena (la figlia più piccola di Lidia). Poco più che ventenne, Maddalena è bella e forte, culla il sogno dell’amore al pari di ogni sua coetanea. E quando incontra Michelangelo Nonne crede di averlo trovato.

Maddalena è il personaggio che più di ogni altro compie un profondo cambiamento di pagina in pagina. Da figlia dedita a gestire la casa e il padre – notaio avvezzo più al formalismo delle carte che al dialogo del cuore – a giovane donna profondamente convinta che l’amore sia anche un arretrare, un rinunciare a esprimere pienamente se stessi sempre e comunque. Da innamorata che via via si rende conto della freddezza di Michelangelo Branca che la vorrebbe silenziosa e sottomessa come la madre (neanche a dirlo) a donna disillusa che prende sempre più coscienza dell’abbaglio che ha preso. Ma deve incontrare Emilio e Giuliano per poter trovare il coraggio di inseguire nuovamente il sogno dell’amore e non rinunciare a se stessa.

Il finale ribadisce la fluidità della scrittura e della narrazione. Sebastiano e Michelangelo Nonne travolti dalla legge di causa-effetto pagheranno il prezzo delle loro sopraffazioni. Maddalena e Giuliano forse torneranno insieme nel bosco “I bambini”, forse continueranno a errare e naufragare nelle loro scelte, nella loro diversità. Certo mi piace pensare che continueranno a resistere contro tutto ciò che nega la vita se l’amore è la forma più forte di resistenza contro il disamore. Se resistere significa non cessare mai di essere visionari e guardare avanti per dar vita a quella visione.

Roberto Concu

* Alberto Capitta e il suo “Alberi erranti e naufraghi” è stato presentato  da Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas venerdì 18 ottobre 2013.

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