“Il coraggio della verità. L’Italia civile di Giuseppe Fiori” a cura di Jacopo Onnis (CUEC, 2013) – Recensione di Tonino Sitzia

Il libro di Jacopo Onnis è stato presentato da Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas l’8 novembre 2013. Di seguito vi proponiamo la recensione di Tonino Sitzia.

Il libro di Jacopo Onnis raccoglie 31 testimonianze su Giuseppe Fiori, a dieci anni dalla scomparsa, di giornalisti della carta stampata o della televisione, di scrittori e registi, di uomini politici, storici, o persone che ci lavorarono fianco a fianco, lo conobbero personalmente oppure lo ricordano per averne letto le opere. Non un’arida  biografia cronologica dunque, né un agiografico omaggio ad una personalità così significativa nella vita pubblica italiana e sarda negli anni dal dopoguerra fino agli ultimi decenni del novecento. È invece un voler ricostruire, sul filo della memoria e del ricordo, un “carattere”, fatto di professionalità, rigore morale, ricerca della verità, intransigenza, forte idealità, disponibilità, ruvida bontà e generosità. Il coraggio della verità_FioriQueste virtù umane prima che politiche e di scrittore risaltano nel libro, e ne rendono attualissimo il messaggio e l’esempio, nel clima di degrado e di basso impero che stiamo vivendo.

Proprio di esempi c’è bisogno. E la lettura delle biografie, genere poco praticato in Italia e in cui Fiori è stato insuperato maestro (solo il suo amico Corrado Staiano raggiunge simili livelli), sono di grande utilità, soprattutto per i più giovani. Le biografie sollecitano il principio rinascimentale  dell’imitazione ed è noto  che Machiavelli nel cap.VI del Principe sostenesse che “debbe  uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odorema soprattutto le biografie, quelle “alla Fiori”, sono strumenti di conoscenza. Come mai la biografia di Silvio Berlusconi (Garzanti 1995), significativamente intitolata “Il venditore” e non “L’imprenditore” è repentinamente sparita dalle vendite dei libri? Eppure è un ottimo strumento di conoscenza per capire il personaggio  e le responsabilità dell’opposizione di allora (e di oggi?), che poteva intuirne  una deriva durata poi oltre vent’anni.

Sul principio di imitazione, senza retoricamente pretendere di imitare alla lettera Gramsci, Lussu, Rosselli, Ernesto Rossi, o Berlinguer (tutte biografie di Fiori) che furono figli e protagonisti del loro tempo, certo la loro moralità, i loro ideali, possono tornare utili  in tempi difficili quali sono quelli di oggi. Carlo Lizzani, che nel suo “Barbagia, la società del malessere” (1969), trasse ispirazione dal libro di Fiori, nella sua testimonianza dice, quasi una premonizione del suicidio avvenuto il 5 ottobre scorso: “mi  sembra di vivere in un nuovo dopoguerra, senza che ci sia stata una terza guerra mondiale. Percepisco molte macerie. Non sono le stesse che vidi in Germania quando vi andai con Rossellini. Sono macerie invisibili: ideali in frantumi, sogni spezzati, speranze distrutte. Non perdo comunque l’ottimismo che la parola “uomo” ancora mi suscita”.

Le biografie di Giuseppe Fiori indagano l’uomo, oltre che il politico e l’intellettuale: ciò risalta magistralmente nella biografia di Gramsci, ormai un classico del Novecento tradotto in tutte le principali lingue del mondo. Nella prefazione al libro Fiori, ricordando una lettera di Nino alla cognata Tatiana in cui commentava che finalmente vedeva i suoi bambini in foto non solo in viso ma dotati di braccia e gambe, scrive “con questo libro ho voluto completare il ritratto di Gramsci, cioè aggiungere alla “testa” (al Gramsci grande intellettuale e leader politico, meglio conosciuto) “gambe e corpo”: quegli elementi umani che aiutano a farci vedere il personaggio “intero”…

Il personaggio “intero” è colto da Rossana Rossanda, altra testimonianza all’’interno del libro di Onnis, quando sostiene che Fiori, nella sua biografia su Gramsci ha saputo, come nessun altro, cogliere quell’umanissima e individuale dimensione del dolore, quella fragilità umana che ce lo rende più vicino, liberandolo dal mito ossificato dell’eroe tutto cervello e politica.

 “Vero cronista è chi mette gli altri nella condizione di fare la propria parte”, è quanto sostiene Stefano Rodotà nella sua testimonianza. Per dirla con Stajano, “Fiori non si è mai allontanato dal giornalismo. Ha lavorato da scrittore e da giornalista insieme…” Questo assillo della verità ne ha caratterizzato l’operato nei vari campi di interesse in cui si è manifestata la sua complessa personalità. Nella scrittura per esempio: in “Sonetàula” (1960)“Baroni in laguna” (1961) e ne “La società del malessere” (1968) l’inchiesta o la cronaca si fanno narrazione destinata a durare nel tempo (testimonianza di Mariangela Sedda), senza ammiccamenti al banditismo, vera piaga della Sardegna, sapendo comunque cogliere gli elementi di modernità, che alla fine degli anni sessanta, con i nuovi fermenti della scolarizzazione, vede  protagonisti le donne e i giovani di Orgosolo. “Oggi – testimonianza di Salvatore Muravera – Orgosolo è un paese spento”. Quasi un rimpianto per quegli anni contradditori ma anche pieni di speranze.

Nel campo della comunicazione radio televisiva Fiori è tra in primi, è quanto sostiene tra gli altri Gianni Olla nel suo contributo al libro a “intuire che le immagini  a volte sono più potenti delle parole” e Renzo Arbore, ricordando il Tg2 diretto da Andrea Barbato, con Fiori vicedirettore, sostiene che egli fu il primo anchorman nella storia della televisione italiana, quello che chiudeva le sue “Note” alla fine del Tg per passare la parola a quei goliardi dell’”Altra domenica”. In quegli anni convivevano una TV seria, quella del coraggio della verità di Fiori, con  quella intelligentemente ironica e dissacrante di Arbore e Benigni. Angelo Guglielmi, che fu direttore di Raitre da 1987 al 1994, nella sua testimonianza, racconta di un furioso attacco pubblico che gli venne da Giuseppe Fiori perché non lo chiamò a lavorare per quella rete. Guglielmi scrive: “volevamo abbandonare il linguaggio frontale intelligentemente di denuncia che era la specialità di Peppino…ritenevamo che il linguaggio più adatto fosse il linguaggio ironico, lo sfottò, il ludibrio. I punti forti della rete erano Chiambretti, Fazio, Blob, La Tv delle ragazze.”

Da allora molta acqua sotto i ponti è passata, quel linguaggio è stato preso a modello, e involgarito, dalle reti berlusconiane, ma un Giuseppe Fiori sarebbe ancora molto utile all’Italia contemporanea.

Tonino Sitzia

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