“Cun scannus e cadiras o banghitus” – Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione – Di Vittoriano Pili

Chiesa San Giorgio Martire Sestu

Sestu – Chiesa di S. Giorgio (Foto di Vittoriano Pili)

Sestu nel 1930 era un paese relativamente tranquillo. Gli abitanti, circa 3500, erano dediti per lo più all’agricoltura o ad attività in relazione con questa. Il lavoro in campagna era faticoso e durava mediamente dall’alba alle tre-quattro pomeridiane d’autunno e in inverno e sino alle cinque-sei pomeridiane in primavera e d’estate. Ovviamente non vi era incluso il tempo necessario per l’andata e il ritorno, mentre era concessa una breve pausa per una frugalissima colazione per lo più vegetariana. Il pasto vero e proprio, quanto meno più abbondante, era infatti previsto al rientro a casa, quindi a sera.

Vigeva il nuovo ordine sociale che si definiva Rivoluzione fascista, con a capo il figlio di un fabbro, che picchiava più duro del padre ora a destra (liberal-capitalisti), ora a sinistra (compagni-comunisti), Duce di un movimento che rifiutava la pace dove non ci fosse giustizia. Quindi “meglio un ora da leoni – che cento anni da pecora”, “aratro e spada”, “libro e moschetto” et cetera et cetera. L’ordine è ovviamente imposto e controllato, in monarchia e repubblica. In dittatura è il fiore all’occhiello, in democrazia il punto debole. Questo concetto o semplice constatazione di fatto era chiaro a tutti, nel 1930, anche a Sestu , dove ormai da tempo, da quando cioè il grosso dei sardisti si era “fuso” con i fascisti, tramite gli ex combattenti del ’15-18 (restava titubante persino Emilio Lussu che si tirò indietro all’ultima ora), nel 1923. Nello stesso anno, dopo la “fusione”, è eletto Sindaco del Comune di Sestu l’ex combattente e fondatore della locale Associazione, nonché fautore della “fusione” e nuovo Segretario politico, Stanislao Caboni.

Era l’anno II° dell’Era Fascista, il 28 Ottobre 1923, 1° anniversario della Marcia su Roma. E poiché allora Duce faceva rima con luce anche di fatto, lo stesso fausto giorno si accendeva per la prima volta quella elettrica nel Municipio in via Roma di Sestu a illuminare un’aula prima “sorda e grigia” e le bocche aperte degli astanti in elegante camicia nera e festanti tricolori. Forse anche per questo il successivo 22 Maggio 1924 verrà conferita dal Comune di Sestu la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, che la tenne cara conservandola anche post-mortem, quindi in eterno. La sera del 23 Aprile 1930 si notava per le strade di Sestu quello strano movimento che si ripeteva tradizionalmente per ogni festa nodia.

Dopo cena la gente usciva ancora di casa, portandosi dietro scannus e cadiras o banghitus (o bangheddus) per recarsi nuovamente nei pressi della Crésia manna, dove era stato allestito alla buona un palco di legno ornato de fronjas de murta. Il Sindaco… no… il Podestà Valeriano Mereu, di nomina governativa come il Commissario Prefettizio al decadimento di Stanislao Caboni nel 1926 (il quale si dimise anche da Segretario politico della Sezione di Sestu del Partito Nazionale Fascista per tentare nuove avventure e ottenere ancora sventure) – e già egli stesso Commissario Prefettizio nel 1928 – rilasciò tutte le autorizzazioni richieste dal Comitato per i festeggiamenti del Patrono di Sestu San Giorgio Martire e Cavaliere.

Così, alle prime ombre della sera, una lampadina orfana e sola dondolava fioca, alta sul palco inghirlandato di frasche e arredato appena di una mesedda, che sopra ostentava sa safata cun sa carrafina e dòixi lantias jai allutas e sotto malcelava una brocca d’acqua. Ai lati duus scannus bàscius pe’ parti color di cielo e con i fregi di fiamma, e dietro di queste seggiole alcune altre vicine predisposte per il coro del basciu e contra e per il chitarrista finale. Ai piedi del palco Preidi Sanna passeggiava confabulando con il Comitato e controllando tutto e tutti con familiarità e semplicità disarmanti. Figlio di contadini, nativo di Sanluri, era ormai cittadino sestese di nome e di fatto, nonché di massima considerazione e autorità. Ex combattente volontario della grande guerra, fascista e membro autorevole del Direttorio della Pentarchia, faceva un po’ da paciere tra le famiglie rivali dicendo sempre: «meglio il purgatorio in questo mondo piuttosto che nell’altro». E i più ci credevano. Non molto distanti dal palco le lampade a carburo delle bancarelle, is paradas, illuminavano di luce verde-azzurra i torroni marmorei di Tonara, mandorle tostate, nughe e nughedda, cíxiri e faa, guevus o guefus dai mille colori e…

Ma ecco, un brusio si accende tra la folla composta. I più giovani che riescono a trovare uno spazio vuoto tra gli anziani comodamente seduti si accovacciano alla sarda, cioè per terra a gambe incrociate; gli altri stanno in fondo, ritti e addossati al muro, bisbigliando tra loro e lanciando sguardi imploranti a qualche bella figliola di famiglia che ricambia con compiaciuta indifferenza. Parlano tutti in sardo: il Podestà e su Vicariu, su meri e su sotzu, su poburu e s′arriccu, su socialistu e su fascistu, s′aré(di)gu framasoni e su santicu, su literau o iscìpiu e su scienti o tzaracu e dìsimparau. E amano la poesia, specialmente di questo genere, improvvisata e cantata, a gara. Sul palco un obreri del Comitato sta bisbigliando qualcosa, a iscusi, all’orecchio di Pascali Loddo de Pauli (Monserrato), il più anziano dei quattro poeti improvvisatori sul palco. Sta assegnandogli su fini, cioè il tema, l’argomento che dovrà essere scoperto e trattato da tutti i cantadoris de sa cantada a mutetus.

Una specie di indovinello che sarà svelato solo a su sellu o su ségliu o sélliu, cioè all’ultimo giro di chiusura, coinvolgendo ovviamente tutto l’attentissimo uditorio. Loddo, chiamato talvolta anche Loddi, annuisce, quindi resta qualche minuto pensoso. Tutti trattengono il respiro. Una mamma mette la mano alla bocca del suo bambino che ancora non capisce l’importanza del silenzio. Finalmente Pascali Loddo solleva la testa e rivolge lo sguardo agli occhi muti degli altri poeti in gara. A un loro impercettibile cenno di assenso si alza e, fatto qualche passo verso il pubblico, da l’avvio alla cantada, forse la più famosa a Sestu dell’intero Ventennio: un mutetu a otu peis, cioè una sterrina a otu cambas cun sa torrada a duas cambas e a otu peis.

Vittoriano Pili

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