Lou Reed: un grande musicista, un poeta della vita e della sofferenza.

Lou-Reed-new-yorkE’ morto Lou Reed. Aveva 71 anni, tutti o quasi vissuti “per strada”. Anche sui palcoscenici di tutto il mondo s’intende, ma il cuore e la testa sono stati sempre lì. New York, Brooklyn per la precisione e non è una pignoleria, Lou amava la sua città, il suo quartiere, rivediamoci l’intervista nel film di Paul Auster “Blue in The Face” e si capirà di che cosa era fatto quel rapporto con la “grande mela”. Ostinato e profondo quell’amore, come quello di Stanley Kubrick anche lui nato in quel quartiere. Poi per il grande regista c’è il cinema, per Lou Reed la musica o meglio il Rock. Kubrick ci ha lasciato la sua visionaria, chirurgica e futuristica idea dell’animo umano – “l’occhio del futuro” ci manca. Reed non c’è ormai più, forse ci mancherà il cuore giusto per vivere il presente. I dubbi e le ambiguità dell’adolescente sul versante della propria sessualità inducono i genitori di Lou a ricorrere a metodi sbrigativi e devastanti, l’elettroshock. Non è una bella esperienza e marchia di brutto la già sensibilissima anima di Lou Reed. Poi l’incontro con Handy Wharol e la sua Factory e il rock scuro e maledetto dei Velvet Underground, l’album con la banana in copertina pur essendo una pietra miliare del genere verrà consacrato dopo anni dalla sua uscita. E’ la New York della cultura Pop, del cinema crudo che racconta storie di sesso a pagamento, di prostituzione maschile, di vite buttate sui marciapiedi, valga per tutti Trash di Paul Morissey interpretato da Joe Dallesandro e prodotto dallo stesso Wharol. New York è raccontata dai Velvet e da Lou Reed con dentro tutta la tensione poetica e la creatività che caratterizza quel periodo. Il suono dei Velvet Underground, la voce di Nico l’algida cantante tedesca, le poche note di John Cale e la poesia di Reed sintetizzano un rock malinconico, che racconta storie di una umanità emarginata e perduta tra droga, sesso e prostituzione. Reed mostra l’ombra oscura e dolente a contrasto con un mondo e una società non solo musicale che vivono in un’ipocrita e sfavillante lucentezza di perbenismo.
Agli inizi degli anni settanta finisce anche la storia dei Velvet e Lou Reed si perde nella depressione, l’alcol e l’eroina faranno il resto. Arriva a Londra e incontra David Bowie che lo rimette in sesto. Con l’aiuto del Duca bianco Lou Reed inizia la carriere solista, esce Tranformer, il suo primo album non vale menzione, che ha un buon successo di pubblico soprattutto, poi Berlin, Rock’n rock Animal, Lou Reed Live sino a Metal Machine dove Reed opera una sorta di rottura con la propria musica, album infatti non è gradito dal pubblico e poco anche dalla critica. Ma l’uomo è sull’orlo di una crisi di nervi, fatica a operare il giusto distacco tra l’emotività che lo assale nel suonare la propria musica e la vita che ne è poi la fonte ispiratrice. Esce Coney Island Baby dove Reed sceglie un disadorno Rock ‘n Roll. Dentro i solchi del disco ci sono le tracce del non facile rapporto con la sua ambigua sessualità e dell’uso sfrenato di metedrina come lenimento alle sofferenze di un’ anima gentile e sensibilissima rispetto alle sofferenze degli ultimi, di chi nulla ha e nulla riesce a chiedere.
E’ stato l’uomo che ha vissuto sempre Walkin’ on the wild side, e questa faccia selvaggia della vita l’ha percorsa sempre con una tensione artistica e direi morale che mai gli ha fatto dimenticare i suoi amici più cari e più sfortunati di lui. Canterà sempre delle sofferenze dei figli dei diseredati che si vendono per campare nei viali oscuri e sporchi di New York (Dirty Boulevard), appunto questo album del 1989 ha il titolo emblematico e sintetico della sua città, New York. Non è la città sfavillante di Broadway, delle luci dello spettacolo che non finisce mai, né è quella dei rapaci Brookers di Wall Street, è solo la sua quella che ha anche l’altra faccia. Quella dell’assalto cementizio, quella rimossa dei ghetti non più solo neri ma anche latinos, quella faccia che ha rubato l’umanità di molti suoi abitanti, che percorrendola in lungo e in largo non sai mai se stai andando o tornando.
La morte di due cari amici segna la carne e il cuore di Lou Reed, due persone come poche, di quelle che quando se ne vanno si materializza tutto il mistero della vita, la magia dell’essere presenti e il momento dopo non essere più. Reed sente questa magia, sente il dolore che lo avvolge e ancora dalla vita e dai profondi legami con gli esseri a lui più vicini, nasce la poesia dell’artista. Magic And Loss è un album scarno e disadorno dove Reed gioca con quell’enigma che ci accompagna a ogni istante del nostro respirare. Si perde nella scarnificazione di cosa sia la differenza e soprattutto la distinzione che c’è tra la vita e la morte, tra l’incanto del vivere e l’incubo della morte. Li confonde Reed mischiando le carte, sa che uno tra i due vince sempre ma sa anche che immancabilmente si porta dietro anche l’altra. Solo di questo enigma gli resta da dire al capezzale della sua adorata amica “Rotten Rita” nella canzone Sword Of Damocles:

Quella miscela di morfina e dexedrina
la usiamo per la strada
Uccide il dolore e tiene su
è l’anima tua da proteggere
Ma questo enigma ha le sue regole
Ciò che è sano non vince sempre
e la forza rende giustizia
La Spada di Damocle
pende sulla tua testa.

Lou Reed era un grande musicista, un poeta della vita e della sofferenza che essa si porta dietro, ci mancherà.

Gigi Cancedda

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

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