Femminicidio: un problema culturale

Oggi, 25 novembre, ricorre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Contribuiamo alla riflessione, richiamata dalla ricorrenza, con il resoconto dell’incontro che dieci giorni fa è stato organizzato dal Circolo SEL di Sestu per discutere appunto sul tema del femminicidio.

loc femminicidio A5Il giorno 15 novembre si è svolto a Sestu, presso i locali del Centro Sociale, un interessante dibattito sul tema del femminicidio. Ai saluti di Elena Argiolas, portavoce del Circolo SEL di Sestu intitolato a Margherita Hack, che ha organizzato la serata, sono seguiti quelli del Sindaco Aldo Pili. Si sono poi avvicendati al microfono Anna Crisponi, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Sestu, Rosanna Mura, Presidente del Comitato per le Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Cagliari, Sabrina Perra, docente di Sociologia generale all’Università di Cagliari e Michele Piras, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà.
Dai diversi interventi si è potuto comprendere pienamente che il femminicidio, più correttamente inquadrabile nella più ampia questione della violenza di genere (come meglio precisato da Sabrina Perra), è prima di tutto un fatto culturale, e che la distorsione di partenza nell’approccio al problema risiede nel puntare i riflettori più sulle vittime che sull’aggressore.
Sebbene la donna sarda abbia avuto in certe circostanze e in certe realtà una relativa e precoce autonomia, questo fatto non l’ha mai portata all’emancipazione dalle figure che, nella famiglia e nella società, hanno sempre detenuto e esercitato il potere economico.

E si scopre quindi che il fattore dell’emancipazione economica è il punto focale attorno al quale ruotano diverse questioni, che, in casi limite, possono sfociare anche nel femminicidio. Dalla testimonianza dell’Assessore Crisponi, che ha citato statistiche locali e ha raccontato all’attento uditorio i diversi aspetti della violenza subita dalle donne anche nel comune di Sestu, e dall’illuminante intervento di Rosanna Mura, si è potuto comprendere quanto un gran numero di donne, in caso di violenza subita personalmente o dai propri figli, siano vittime in prima battuta dell’impossibilità di sostenersi con risorse proprie e badare ai figli. Secondariamente subentra l’inadeguatezza delle risposte dello Stato: sul territorio non esiste che uno sparuto numero di luoghi protetti per l’accoglienza di chi vuol sottrarsi alle violenze di un familiare, con un numero limitato di posti disponibili. I Servizi Sociali che sono in prima linea nei territori si ritrovano a far fronte alle richieste quasi senza mezzi.
D’altro canto, ha sottolineato ancora Rosanna Mura, il vero tallone d’Achille è la pressoché totale mancanza di prevenzione e incapacità di gestire un fenomeno che prima di sfociare in violenze fisiche, a volte mortali, si manifesta con diversi segnali da parte del molestatore: episodi di stalking e violenze psicologiche, atteggiamenti aggressivi, per i quali spesso le vittime si sono rivolte all’esterno per chiedere aiuto. La cultura italiana, ancorata a una sorta di pudore nell’ingerire nelle faccende di famiglia, ha rallentato enormemente la presa di coscienza dell’esistenza del reato da parte delle vittime e rende in parte ancora farraginosa ed episodica la risposta delle istituzioni.

La sottoscrizione della Convenzione di Istanbul, quadro di riferimento della recente normativa, paradossalmente rappresenterebbe, secondo l’opinione di molti esperti, un vero e proprio passo indietro per l’Italia. La Convenzione infatti, concepita per paesi la cui legislazione su questi temi era arretrata o inesistente, rischia di introdurre in paesi a democrazia avanzata come l’Italia (che possiede già dall’89 una legislazione adeguata) pericolose deviazioni del diritto costituzionale. La recentissima conversione in Legge del noto “Decreto sul femmincidio”, il cui iter parlamentare è stato illustrato da Michele Piras (che ha anche esposto le posizioni di SEL in proposito) è infatti strutturato in maniera tale che potrebbe condurre al rischio di agire pesantemente sulla sfera dei diritti, spostando il femminicidio dal piano del diritto personale a quello del diritto collettivo. Uno degli esempi che è stato citato per dare il senso di queste preoccupazioni è quello della violenza sessuale: ottenere che fosse riconosciuta non più come un reato contro la morale, che attiene appunto al diritto collettivo, ma come un reato contro la persona ha comportato per le donne lunghe e dure battaglie.

Sempre secondo la Mura, colpisce come, all’apparente recrudescenza del fenomeno (non esistono infatti statistiche nazionali che dimostrino che i reati di questo tipo siano aumentati), secondo i giornali, sia corrisposta una risposta in termini di rafforzamento delle pene. Il che denuncia in partenza un fallimento su tutti i fronti delle politiche di prevenzione.

Sulla stessa linea si è espressa Sabrina Perra, che ha sottolineato i dati di una statistica Istat (2006), secondo la quale alle stesse donne non è ben chiaro quale sia il confine tra la legittimità di certi comportamenti e la violenza, più o meno evidente, più o meno sottile, sebbene nella maggioranza dei casi, non estrema. La Perra, citando un’indagine storica che ricostruisce i pochi dati esistenti partendo dal XVII secolo, ha constatato come il fenomeno fosse distribuito su tutto il territorio e interessasse in modo trasversale i diversi strati sociali. Quindi, a sfatare un mito ricorrente, il femminicidio non è legato di necessità e sempre a momenti di crisi economica, che coinvolge in maniera più massiccia gli strati economicamente deboli della popolazione, ma è piuttosto un fenomeno culturale che attiene alla concezione dei generi e del loro ruolo sociale. Il fatto è evidente anche sui luoghi di lavoro, dove ad essere più colpite sono le donne e soprattutto quelle che svolgono mansioni ad alta specializzazione.

Pare quindi urgente un lavoro alla radice della nostra cultura che agisca su diversi fronti: prima di tutto la prevenzione, che deve vedere in prima linea la famiglia e la scuola per un’educazione dei giovani alla diversità di genere, da inquadrare, sottolinea Rosanna Mura, come fonte di arricchimento interpersonale e sociale in generale. In secondo luogo un intervento statale che attraverso una normativa non solo penale, favorisca e sostenga tutte quelle strutture del territorio che possono agire prima che la violenza si esplichi in modo irreversibile. A questo proposito è intervenuto anche Michele Piras che ha sottolineato quanto sia importante il ruolo della politica, che deve riappropriarsi della capacità di vedere lontano nel rispondere ai problemi, studiandoli e programmando azioni e interventi a lungo termine, concentrati, appunto, più sulla prevenzione e sulle soluzioni reali che sul ritorno di immagine immediato di provvedimenti restrittivi che nulla risolvono.1459098_621464821228872_146976293_nLa serata ha visto la presenza di un pubblico numeroso e attento, che ha partecipato attivamente al dibattito dimostrando un concreto interesse per un tema che è stato affrontato da diversi angoli di visuale, contribuendo a colmare quei vuoti su aspetti che  la cronaca spicciola lascia non di rado in ombra, e che risultano invece necessari per favorire una crescita della consapevolezza collettiva.

Anna Pistuddi

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