“La dignità ferita”, Eugenio Borgna (Feltrinelli 2013) – Recensione di Tonino Sitzia

“Come potrebbe il cuore non spezzarsi

Se l’improvvisa e dolce scossa del mattino

Dissipa l’ombra dell’infinito agitarsi

In dubbi, rimorsi, paura del destino?

La grazia lo ferisce; sanguina

Davanti alla pianura dove l’acqua stende

Una coltre di nebbia delicata

Sul ramo spoglio e tremante.

Sull’ala sospesa ed esitante,

L’aria da un debole lampo inondata”

La dignità feritaE poi il commento “L’ombra e la grazia, la pesantezza e la leggerezza, l’oscurità e la luce, il dolore dell’anima e la stella del mattino, la dignità ferita e la dignità salvata, sono esperienze che si intrecciano l’una all’altra, e fanno parte della vita di ciascuno di noi: nelle loro vertiginose alternanze e nelle loro misteriose alleanze.” La poesia è di Simone Weil, l’ombra e la grazia è il titolo che Franco Fortini scelse nel tradurre nel 1951 La pesanteur et la grâce,  la raccolta di pensieri stralciati dai quaderni della Weil da Gustave Thibon. Il commento ai versi della mistica e rivoluzionaria scrittrice francese è di Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano, il più grande psichiatra italiano.

Eugenio Borgna è l’autore di questo straordinario saggio, in cui indaga sulla dignità umana ferita, nelle molteplici forme della malattia fisica e mentale, della discriminazione razziale che ha toccato l’abisso nella Germania nazista, ma che permane nelle variegate forme dell’esclusione e dell’abbandono nei ghetti delle tante periferie del mondo, nel rifiuto ed emarginazione dell’altro che viene da lontano alla ricerca di nuovi approdi, nel criterio produttivistico che misura le persone, nelle mille barriere che sono figlie del pregiudizio.

L’autore nei suoi ragionamenti, e come fa in altri suoi libri, attinge a piene mani dalla grande letteratura e dalla poesia. Ma cosa c’entra la poesia con la psichiatria? Quale alleanza ci deve essere tra le razionali scienze del corpo e le impalpabili scienze dell’anima? Perché la poesia e la letteratura possono aiutare la psichiatria? Sono, queste, le domande che si fa il lettore non addetto ai lavori, colpito dal continuo rimando alle rime o alle frasi di Rainer Maria Rilke, di Nelly Sachs, di Thomas Bernhard o di Leopardi, di Montale, di Kafka, di Tolstoj, di Antonia Pozzi, di Thomas Mann, di Robert Walser o Paul Celan, di Sant’Agostino o Santa Teresa D’Avila, tanto per citarne alcuni. E Borgna (pag.206) sembra voler dare una risposta “La psichiatria italiana, sulla scia degli ideali della psichiatria tedesca a suo tempo così legata alla filosofia e alla poesia, non è più psichiatria manicomiale, ma psichiatria attenta alle grandi questioni umane ed etiche della vita alle quali può consegnare radicali ragioni di chiarificazione e di comprensione, di approfondimento e di illuminazione tematica”.

La letteratura e la poesia sembrano avere degli strumenti di analisi del cuore umano, attraverso la parola, che spesso la psichiatria, e le altre scienze umane non hanno, soprattutto se il medico si affida alla sola tecnica “non sempre si ha il tempo di condividere il dolore e l’angoscia, la tristezza e l’inquietudine dell’anima, lo smarrimento e la timidezza di una paziente o di un paziente”…E allora cosa può fare il medico? Borgna servendosi della frase di Isak Borg, il medico protagonista de “Il posto delle fragole”, uno dei capolavori  di Ingmar Bergman, “il primo dovere di un medico è chieder perdono!”

Il libro si articola in tre parti: la prima e la seconda parte affrontano il tema della Dignità, dell’evolversi del suo senso nel corso della storia, del suo significato filosofico, giuridico, religioso , sociologico, di come sia “ferita e lacerata” quando l’essere umano o gli esseri umani diventano oggetti e precipitano nell’ombra (che è altra cosa rispetto al perturbante, all’inconscio o all’ombra di Freud o Jung) condizione umana che  accomuna tutti dalla nascita e che può manifestarsi nelle forme della malattia e del mal di vivere, del dolore talvolta estremi, quali la depressione, la schizofrenia, la follia, il desiderio di suicidio.

La terza parte ha per titolo “La dignità salvata, la stella del mattino, la speranza, la progettualità che ritorna. Borgna usa termini che in una società competitiva e aggressiva, dominata da uno sfrenato consumismo e liberismo, sono decisamente desueti. I sottocapitoli di questa parte sono: “la gentilezza come forma di vita”, “la mitezza come apertura all’altro”, “il sorriso e le lacrime”, “il dicibile e l’indicibile”.

Eugenio Borgna sceglie di concludere il suo saggio con un pensiero di Dietrich Bonhoeffer (da Resistenza e resa, San Paolo, Milano 1988): “Nessuna vita scorre tanto uniforme e piana che non si scontri con qualche diga e formi un vortice; o che gli uomini non gettino pietre sull’acqua chiara; sì, qualcosa capita a ogni uomo, e allora devi far sì che la tua acqua resti chiara, e che possano specchiarsi cielo e terra”.

Tonino Sitzia

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

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