Il programma del centrosinistra: quale ruolo per la Cultura?

Francesca DesogusUno dei punti di forza del programma del centro-sinistra e del candidato presidente Francesco Pigliaru è dato dalla centralità che esso attribuisce all’Istruzione e alla Cultura. A questo proposito abbiamo chiesto alla candidata Francesca Desogus (PD), archivista paleografa, segretaria dell’ANAI Sardegna, di spiegarci in che modo i beni culturali, archivi, musei e biblioteche, possono contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna.

In Sardegna non meno che nel resto d’Italia la cultura ha subito negli ultimi anni tagli consistenti.  Non pensi che la prima cosa da fare, se si vuole davvero rilanciare la cultura, sarebbe innanzitutto quello di rimpinguare gli ormai esangui capitoli del bilancio regionale destinati a questo fine?

Sicuramente! Non si può pensare di tagliare i fondi relativi alla tutela del nostro patrimonio e di realizzare  in questo modo un risparmio. Si rischia di causare seri danni e di tagliare, o quanto meno ridimensionare, anche servizi di grande utilità sociale, di perdere quel poco che si è salvato del nostro patrimonio, o comunque di limitarne la fruizione. Il danno può essere anche economico, se si pensa che in futuro si dovrà intervenire con maggiori investimenti per recuperare quello che stiamo perdendo.

Chiarito che è necessario investire in questo settore, perché allora non si interviene con la dovuta attenzione?

Il problema principale è dato dalla forma mentis comune, per cui in periodi di crisi economica si devono decurtare i fondi destinati alla cultura.

Gli investimenti in cultura non solo sono scarsi ma sono anche discontinui…

L’assenza di continuità nello stanziamento dei fondi è un’altro dei problemi. Rende difficile una corretta programmazione del lavoro, e comporta un cattivo impiego delle risorse umane; gli operatori culturali operano spesso, anche svolgendo un servizio primario, con proroghe di mese in mese, situazione che chiaramente non garantisce una piena efficienza. Si parla di personale qualificato, che ha investito in formazione e scelto di spendere la sua professionalità in Sardegna e non altrove.

In che modo, secondo te, la cultura e i beni culturali in particolare possono diventare un motore di sviluppo per la Sardegna?

Nel nostro programma è presente un forte richiamo all’istruzione e alla formazione. Non si può prescindere dal pensare alla cultura come supporto all’istruzione e come vettore di formazione continua. Purtroppo spesso chi si occupa della Cosa pubblica vede nella gestione della cultura solo un peso, non avendo sempre competenze per capire che si tratta invece di un comparto che, pur non essendo redditizio nell’immediato, può essere una grande risorsa che può e deve contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna. Infatti nelle sfide che ci pone il mondo globalizzato è necessario che i cittadini siano istruiti e altamente qualificati. Poi è anche vero che un bene culturale può essere una risorsa economica. Pensiamo ad un museo o un sito archeologico, che se ben gestito può garantire anche nell’immediato entrate economiche (biglietti, book shop, etc.). Ma il vero risultato dell’investimento in cultura è quello secondario.

Cosa intendi esattamente per investimento secondario?

L’investimento secondario è quello che non si apprezza nell’immediato ma nel lungo periodo. E’ secondario solo in termini temporali, essendo in realtà il più importante fattore di crescita culturale. Pensiamo all’utilità sociale che esercitano le biblioteche dei piccoli comuni, spesso unica occasione per i ragazzi e gli anziani di restare in contatto con una cultura “alta”, che non sia quella banale della TV o dei media più diffusi, capace di sottrarli alla facile manipolazione che può arrivare attraverso questi vettori. Ma pensiamo anche all’utilità degli archivi. Una corretta gestione degli archivi degli enti pubblici porta ad uno snellimento dei tempi della burocrazia e ad una razionalizzazione degli spazi, e quindi ad un minor costo in affitti di locali destinati a deposito.

In Sardegna si registra un alto numero di comuni con almeno un museo e al contempo un’offerta museale episodica e insufficiente. Come si può ovviare a questa apparente contraddizione?

Dobbiamo stare attenti all’investimento mirato, puntando alla creazione di un sistema; è inutile continuare a finanziare le singole iniziative senza una programmazione complessiva e investimenti significativi e protratti nel tempo. Andrebbe ripresa e rivista la Legge Regionale n. 14 del 2006, curando l’applicazione di quanto previsto, e se necessario potenziando le attività esercitate dall’Osservatorio regionale per  i musei. Deve essere creato un percorso che porti ad affermare anche in Sardegna modelli gestionali unitari e coordinati, per garantire stabilità al sistema e potenziare gli attuali presidi culturali. Si deve al contempo garantire la presenza di personale altamente qualificato e attuare una programmazione dell’offerta culturale complessiva.

Spesso la ragione d’essere dei beni culturali, e quindi il loro finanziamento, viene strettamente agganciata allo sviluppo del turismo. A questo proposito si sente spesso parlare di beni culturali come “petrolio della nazione”. Non ti sembra che una simile concezione economicistica della cultura possa finire per penalizzare proprio beni culturali, come gli archivi storici, che per loro natura sono poco visibili, privi di valori estetici, di non immediata fruibilità e quindi poco adatti ad attrarre turisti e visitatori occasionali?

Sono d’accordo! Ben vengano gli investimenti che servono a garantire la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali a fini turistici, ma non si può pensare che l’investimento in cultura che non offre un ricavo immediato sia inutile o, peggio, uno spreco di risorse pubbliche. Ragionando in questo modo, si dovrebbe allora fare lo stesso discorso sugli investimenti nell’istruzione, nella sanità e nel sociale che non portano un utile economico! Ammesso che il discorso “del petrolio della nazione” possa essere applicabile a quei beni culturali che possono apparire come immediatamente redditizi (pensiamo ad esempio alle opportunità per il turismo che potrebbero derivare dalla valorizzazione ottimale del museo archeologico di Cagliari), non si deve tuttavia commettere l’errore di limitare gli investimenti solo a questi. Si comprometterebbero beni culturali meno visibili e conosciuti che hanno comunque un altissimo valore, come appunto gli archivi storici.

A questo punto non posso non chiedertelo. Perché vale la pena investire sugli archivi storici?

Gli archivi custodiscono la memoria della collettività e quindi rappresentano un irrinunciabile bene identitario. Spesso sono messi a rischio dalla miopia di amministratori che, non vedendo in essi un immediato ritorno economico o di immagine, non investono sulla loro gestione, se non addirittura sulla loro salvaguardia. Noi vogliamo vivere in una Sardegna migliore, e una Sardegna migliore ha bisogno di confrontarsi con la sua identità, il suo passato, le sue tradizioni. Non abbiamo il patrimonio architettonico e artistico di altre regioni d’Italia, ma ci  permettiamo di non investire nella tutela e nella valorizzazione di ciò che invece abbiamo. E’ ora di invertire questa tendenza. E noi vogliamo farlo.

Sandra Mereu

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