Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Commento al 3° giro e dialogo sulla “COBERTANTZA” di Vittoriano Pili

Il ritrovamento di un libretto nel fondo Sardegna della Biblioteca regionale, contenente il testo di una celebre cantada campidanesa svoltasi a Sestu nell’aprile di 84 anni fa, in piena epoca fascista, ha offerto a Vittoriano Pili l’occasione per scrivere una serie di interessanti e dotti articoli sull’argomento (Cun scannus e cadiras o banghittusIl libretto ritrovato, Analisi del testo, 1° giro, Analisi del testo, 2 e 3° giro). Seguendo il filo della memoria storica e personale ci ha spiegato la complessa struttura dei componimenti, il repertorio di temi e motivi da cui attingevano i cantadores, e quindi il valore letterario di una delle più antiche espressioni della poesia popolare sarda, erroneamente ritenuta rozza e priva di valenza poetica. Con il commento al terzo giro poetico e con la successiva rievocazione di un dialogo con il compianto poeta sestese Tomaso Cara, si conclude il discorso sviluppato sul tema da Vittoriano Pili. Su questo blog ve lo abbiamo presentato in capitoli separati ma esso era stato pensato dal suo autore come un corpo di scritti unitario intitolato Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione”. 

3° GIRO POETICO: AMORI – SANTIDADI – GHERRA – PAXI.

Pasquale Loddo porge all’attento popolo sestese un delicato canto d’amore. Lei si chiama Speranza ed ha gli occhi e la grazia di un angelo mandato dal cielo per far sospirare il suo cuore. Il poeta non è del tutto convincente, ma piace questo mutetu a 8 peis, specie ai giovani che stanno preparando la “domanda” per la loro “Speranza”. Nella Rima invita gli altri poeti in gara ad ampliare il volo sui quattro punti cardinali.

Francesco Farci ricorda invece la santità di Gregorio I detto anche Magno. Un Papa famoso per aver edificato ben 7 conventi. Poiché il “dotto” Farci ci ricorda anche l’anno della sua morte, il 604 (esatto), siamo disposti a credere anche al resto, Preidi Sanna presente consentendo. Nella torrada de su mutetu a 8 peis l’andirivieni delle rondinelle è paragonato al volo dei pensieri dei poeti.

Efisio Loni interviene con un mutetu sèmpiri a 8 peis, ma con la sterrina che descrive abbastanza fedelmente una scena di guerra. Ricorda l’ultima battaglia contro s’Austriàcu che, sconfitto, è costretto ad arrendersi. Motivo ancora caro ai poeti ed al popolo (specie quello d’Eroi). Nella torrada, invece, chiede a se stesso ed ai suoi compagni che cosa possano mai fare, se non restare in attesa del ritorno delle colombe mandate in volo.

Luigi Taccori, il poeta di Sestu emigrato a Dolianova, chiude il 3° giro, a sorpresa, con un mutetu a 10 peis (ma ne ho trovato persino di 20), che riporta – udite, udite – una notizia che da un anno a questa a parte suscita (ancora) un gran clamore: il Concordato tra Stato (fascista) e Chiesa (cattolica) firmato (l’11 Febbraio 1929) dal Ministro Mussolini (per il Re Vittorio Emanuele III) e dal Cardinale Gasparri (per il Papa Pio XI). I due “non si camorrano” e il fatto resti “memorando” per una pace duratura (“infinita”). È una parola grossa. Comunque, sia pure con qualche ritocchino di craxiana memoria, ancor dura. Nella torrada il nostro Taccori considera già un trionfo il ritorno delle colombe al punto di partenza. Concordiamo. Quasi.

***

POESIA E VERITÀ – IN COBERTANTZA

gara_poetica_8

Venne a trovarmi Tomaso, una sera di tanti anni fa. Sereno, come sempre. Pochi convenevoli, come s’usa tra vecchi amici. Era d’estate. Si alzò e si sfilò dal colletto della maglia leggera, frugando con la mano nel petto, una busta azzurrina che posò sul tavolo, prima di sedersi: «Ti piace ancora la poesia? – apriva la busta – Quella sarda, dico». Aveva sparso sul tavolo tre o quattro libretti sgualciti ed un quaderno a righe (per la Va elementare) con la copertina nera lucida. «Certo – risposi –, ma è un po’ che non viene a trovarmi». Mi guardò severo: «Siamo noi che dobbiamo cercarla, se la vogliamo incontrare. Vedi, in questi libretti ci sono dei versi di vari uomini che amavano così tanto la poesia da volerla come professione. Loro aspiravano ad essere poeti. C’è chi vende musica e chi vende parole, chi vende erba e chi vende carne. In questo quaderno invece non c’è scritto niente. Facciamo così, come loro, scegliamo un argomento, un titolo, “un fine” ben accetto a noi due e lo cantiamo, cioè lo scriviamo, prima tu o prima io, in un sonetto, sul quaderno. Lo conosci il Padre nostro in Sardo? Ti va di metterlo in poesia?». L’idea mi piaceva: «Su Babbu nostu? Benissimo, però inizia tu, Tomaso». Fu così che accettai la sfida, chiedendogli: «E chi è che perde?». Allargò le mani grandi: «Perde chi si ritira». Disse. E fu così che mi permise di sporcargli qualche pagina di quel suo prezioso quaderno a righe. E vinse, anche. Quindi aprì un libretto dalla copertina grigia con la scritta GARA POETICA, gemello, credo, di questo appena “ritrovato” dalla più che attenta e gentile, abilla e donosa, Sandra Mereu«Leggi Loddo al n. 21 (sesto giro) e spiegami questo mutetu». Conoscevo questa cantada, famosa ed esemplare, benché grondante di “licenze” linguistiche, ortografiche e tipografiche, ma sapevo che con Tomaso c’era sempre da imparare sulla poesia sarda. Non era mai salito sul palco, ma era un cantadori di rispetto. Per me un maestro. Lessi:

21 – Loddo

A dirigibili e Areoplanu

Oi si viagiat in America

Po su Sud e de su Brasili

Si girat sa terra rotonda

Armau de paracaduttu

Comenti fiat Depinedu po fortuna

Girai Asia America e Oceania

E girai tottu su globu terresti

Continuamenti esplorendi

Senza à terra tenni addobu.

Rima

 Su Crobu est ind’una sponda teverica

Picchiendi su Graniu bruttu a Vili Diocresianu.

Espressi quindi il mio parere su questo mutetu a dexi peis: «Per me Loni nella sterrina ha voluto comporre un breve inno al progresso, che specialmente in campo aeronautico effettivamente in quegli anni c’è stato. Era l’orgoglio dell’Italia e del Fascismo. È nominato Depinedo, ma non si può dimenticare Italo Balbo, audacissimo trasvolatore atlantico (nonché volontario del ‘15-‘18, irredentista repubblicano, squadrista, Quadrumviro Marcia su Roma, capo della MVSN nel ‘24, Ministro Aeronautica ‘29-‘33, Crociera Roma-New York-Roma 1934, Maresciallo dell’Aria e Governatore della Libia, più fascista di Mussolini ma contrario alla politica filo-tedesca ed alle leggi razziali, morì per un tragico errore della nostra contraerea sul cielo di Tobruch, nel 1940). Nella Rima, o meglio Torrada, ritorna su fini, argomento o tema proposto nella gara poetica. Il Corvo su una sponda del Tevere becca l’orrido cranio del vile Diocleziano (l’imperatore romano)». Tomaso ascolta, ma dissente: «Queste sono le parole, cantate e scritte, in poesia, in figura e in rima. Io voglio sapere quello che intende dire veramente il poeta, come si dice, fuor di metafora». Ho capito. Tomaso vuole l’interpretazione del sogno, la verità implicita nella profezia. Resto pensieroso. In Sardo molti usano la parola cobertantza come sinonimo di Torrada, cioè la Rima, la parte che chiude il mutetu dopo sa Sterrina. Se questa è la “stesura”, la cobertantza è la “copertura” o “chiusura”. Significa però anche “metafora” e “allegoria”, che sono la veste usuale del poetare sardo, come delle sentenze e dei proverbi. Si dice in cobertantza per “velatamente”. Tomaso mi viene incontro: «Tra gli appassionati delle gare poetiche sta girando questa interpretazione: il Corvo (che ha fama e fame di morte) si trova oltre Tevere, a Roma, dove becca insistentemente il cranio orribile del vile imperatore Diocleziano del tempo (1930), cioè Benito Mussolini. Si dice anche che Loddo, sceso dal palco, sia stato convocato in caserma per spiegazioni. Tu che ne dici?». Abbiamo discusso di molte cose, Tomaso ed io. Di religione e di politica, di pace e di guerra, di povertà e di ricchezza, di vita e di morte. Cercavamo la verità, assieme, senza inganni e senza paure. Ora mi sentivo più tranquillo: «Sinceramente questa interpretazione mi pare più un artificio di matrice politica tardiva di qualche decennio, piuttosto che una cobertantza finalmente svelata. La sterrina di Loddo, come tante altre di Taccori, di Loni e di Farci, si può considerare almeno in buona sintonia con lo spirito del regime fascista, se non anche di plauso. Che la Torrada o Rima uscisse in contraddizione fuori dal seminato sarebbe strano. E, fatto più grave, contro ogni regola della poesia sarda nelle “gare”, che perdesse di vista il tema preposto, su fini, affidato dal comitato dei festeggiamenti proprio a Loddo. Fini che riguardava la figura di san Giorgio Martire, come sarà rivelato al pubblico da tutti i quattro poeti nell’ultimo giro. Che c’entra Mussolini e a che proposito una tale cobertantza di carattere politico su un palco di poesia popolare allestito per la festa del santo patrono? L’interpretazione data non sta in piedi, come la convocazione in caserma… O no?». Tomaso sorride : «La poesia è fatta di parole e di pensieri che volano e a volte ti sfuggono, convieni?». Il ferro è caldo: «Si, ma la verità c’è, anche nella poesia» e «Quale sarebbe?». Riprendo il libretto e leggo: «Su Crobu a vili Diocresianu. Il carnivoro nero demoniaco affamato che ossessiona il crudele imperatore romano per mettere a morte i tanti martiri cristiani, come il nostro S. Giorgio». Tomaso consente: «Può sfuggire anche la verità, alle volte». Parlammo ancora di poesia, con rima e senza rima. E dissentimmo ancora: «Hai ragione tu», «No, hai ragione tu». Basciu e contra. È stato bello cantare insieme, Tomaso.

Vittoriano Pili

Annunci

Sardegna: il tempo non aspetta tempo!

Sardegna. Il tempo non aspettaLa presentazione del libro Sardegna. Il tempo non aspetta tempo. Dialogo tra un Autonomista, un Federalista e un Sovranista (Edes 2014), all’indomani dell’insediamento del nuovo governo regionale, è stata l’occasione per assistere a un approfondito dibattito animato da una variegata rappresentanza di intellettuali e politici sardi. Sono intervenuti: Salvatore Cubeddu (sociologo, Fondazione Sardinia), Annalisa Diaz (già parlamentare, Centro di Documentazione e studi delle donne), Silvano Tagliagambe (filosofo, Associazione Terra Pace Solidarietà), Gian Luca Scroccu (storico, Università di Cagliari), Franco Mannoni (Fondazione Banco di Sardegna), Maria Antonietta Mongiu (già assessore regionale Pubblica istruzione, XIII legislatura), Pietro Ciarlo (costituzionalista, Università di Cagliari), Luciano Uras (senatore, SEL), Michela Murgia (scrittrice, Sardegna Possibile), Vito Biolchini, Pietro Marcialis. L’incontro si è svolto a Cagliari, lo scorso lunedì 17 marzo, nei locali della MEM. A seguirlo un pubblico numeroso e attento di tutte le età. I temi trattati sono infatti di grande attualità. Di quelli che ci coinvolgono tutti, come sardi, ad un’attenta riflessione.

L’autore è Pietro Soddu, classe 1929, una delle menti politiche più lucide della Sardegna. Già presidente della Regione e parlamentare (per citare solo le cariche più importanti), forte di una lunga esperienza politica, Soddu nel suo libro si interroga sulla Sardegna di oggi. Lo fa attraverso gli strumenti della scrittura letteraria, annodando i fili della sua riflessione intorno a un dialogo a tre voci. Come tre cantadores in una gara poetica – è l’immagine usata dal sociologo Salvatore Cubeddu per descrivere la struttura di questo lavoro – un federalista, un autonomista e un sovranista si misurano sui temi della modernità. In realtà – ha replicato l’autore – contrariamente a quanto accade nelle gare poetiche, le tre posizioni attraverso le quali si sviluppa il ragionamento storico e politico sulla Sardegna, tendono più ad intrecciarsi che a contrapporsi.

Prendendo la parola a conclusione del dibattito, Pietro Soddu ha confessato che non è stato facile per lui conciliare il ruolo di scrittore con quello del politico. La politica – ha detto – è cosa ben diversa dalla creazione letteraria. Il politico rappresenta una parte del popolo, si pone con esso in un rapporto dialettico, ne interpreta le ansie e le aspirazioni. L’utilizzo dello strumento letterario risponde piuttosto a una personale esigenza di adeguamento dei propri limiti, sentito come un’esercizio quanto mai necessario oggi in Sardegna.

I contenuti trattati nascono, in gran parte, dall’esigenza di contrastare alcuni diffusi luoghi comuni sulla Sardegna (siamo i più intelligenti, siamo i più longevi, viviamo nel posto più bello del mondo, e così via). Allo stesso modo non sembra avere fondamento l’esistenza di una presunta coscienza nazionale. Non risultano infatti nella storia e nella letteratura (nemmeno nell’Ottocento) studi organici che possano avvalorare questa convizione. Per dare supporto dimostrativo al suo ragionamento l’autore attinge a una serie di scritti autorevoli, mentre ricorre alla forma poetica laddove le affermazioni non sono comprovate dalla realtà (per il luogo comune della “Sardegna autentica”, ad esempio). La categoria del tempo gli ha offerto invece la possibilità di fare le tante valutazioni sulla realtà.

La posizione di Soddu sul tema centrale del libro si basa sulla convizione che non sia possibile affrontare la questione sarda, intesa come arretratezza, senza affrontare anche la questione dell’Autonomia (speciale e istituzionale). Quest’ultima è infatti la condizione imprescindibile per assicurarsi il dominio sui beni materiali. Perché ciò sia possibile è però necessario uscire dall’idea che la sovranità sia collocata in capo allo Stato. Essa appartiene al popolo che la insedia in capo alle istituzioni e la esercita poi nei vari livelli di governo.

Quando si parla di Autonomia, Rinascita e Sviluppo c’è una comune tendenza ad usare con troppa facilità la parola “fallimento”. Pietro Soddu non condivide al riguardo le critiche demolitorie di tanti storici dell’economia (fatta eccezione per Sapelli) che si sono cimentati su questi temi. Le considera un falso storiografico. La Sardegna di oggi non è quella degli anni ’50. Per rendersene conto basterebbe rileggere gli articoli di Lussu apparsi sulla rivista “Il Ponte” del 1951. La Sardegna agli albori dell’Autonomia vi è descritta come la regione più arretrata d’Europa. L’Autonomia per molti versi si è dimostrata inadeguata, ma è anche vero – ha quindi osservato Soddu – che siamo usciti dall’arretratezza. “Non si può cancellare tutto – è stato infine il suo commento – altrimenti non sapremo più dove ricostruire!”.

Il modello di sviluppo della Rinascita, di cui Pietro Soddu è in gran parte responsabile, non era solo industria pesante. Molti investimenti furono fatti anche in opere di canalizzazione per favorire la nascita di un’agricoltura intensiva. Oggi abbiamo l’ambizione di essere autosufficienti, di creare con le nostre mani le nostre risorse. Possiamo credere che basti per questo il turismo enogastronomico? O il turismo ricco della Costa Smeralda? Soddu non ha dubbi: oggi non è più proponibile il modello di industria degli anni ’60, ma non esiste una cultura moderna senza industria e senza tecnologia.

In conclusione, la Sardegna immaginata da Soddu è quella che si realizza nella combinazione dei tre termini di modernità, identità e cittadinanza. Occorre stare dentro la modernità con le nostre categorie culturali e valoriali. Ma per Soddu la cittadinanza vera è quella che si è realizzata con la Repubblica italiana. Per Pietro Soddu solo la Costituzione, con i suoi principi di tutela del paesaggio, di uguaglianza e parità tra uomo e donna, ci fa sentire cittadini. Tra le tre opzioni in campo, dunque, il politico che si nasconde dietro l’autore sceglie il Federalismo. Ma dubita fortemente che il Consiglio regionale uscito dalle urne, caratterizzato com’è da un deficit di rappresentanza, sia in grado di interpretare compiutamente la volontà e il pensiero del popolo sardo.

Sandra Mereu