“Di pura razza italiana”, persino i sardi

In occasione della Settimana della Memoria, ho avuto modo di seguire la presentazione del libro Di pura razza italiana curata da Equilibri nel centro culturale di Monserrato. Stimolata e incuriosita dalla efficacissima e illuminante lezione di storia sull’antisemitismo di epoca fascista fatta da Avagliano (uno degli autori del libro), ho iniziato a leggerlo con grande interesse la sera stessa. Effettivamente i tanti film e documentari sulla persecuzione degli ebrei nel Novecento che tutti abbiamo visto – come ha sottolineato Avagliano – non raccontano sino in fondo la verità su questa brutta pagina di storia. Anzi, per certi versi hanno contribuito ad alimentare in diverse generazioni di italiani (forse non involontariamente) la convinzione che la responsabilità della persecuzione degli ebrei fosse tutta da attribuire ai nazisti. Emblematica di ciò l’immagine – impressa nella memoria di tanti – del tedesco, stivali neri lucidi e sguardo impassibile, che campeggia sullo sfondo di un treno carico di ebrei. La ricerca che sta alla base del libro ha di contro fatto emergere un’altra meno rassicurante verità. Una verità storica che sfata il mito degli “italiani brava gente” ed estende a larghi strati di popolazione la complicità con la politica razzista del fascismo. Le ragioni di quanto accaduto peraltro non si spiegano solo con il conformismo, l’opportunismo e la paura.unione-sarda_9-sett-1938_1mapagina_ritUna recensione chiara ed esaustiva del libro di M. Avagliano e M. Palmieri, Di pura razza italiana, è stata curata da Gabriele Soro (la potete leggere sul sito di Equilibri). A me piace qui soffermarmi (e un po’ divagare) su due aspetti trattati dagli autori. Ovvero sul meccanismo attraverso il quale il fascismo è riuscito a creare un consenso di massa intorno a quella che a noi oggi appare come un’odiosa e vergognosa politica di segregazione e persecuzione ai danni di una parte di cittadini italiani, e sul perché poi, caduto il fascismo, tutto ciò sia stato rimosso.

L’idea che la storia sia maestra di vita era forse solo una pia illusione dei romani. Ma è pur vero che conoscerla è utile. Mi viene in mente, ad esempio, che con una più diffusa conoscenza della storia a Sestu, una decina di anni fa, non avremo mai assistito al pubblico elogio, nell’indifferenza generale, di Julius Evola, teorico del razzismo e sostenitore delle leggi razziali. Mentre oggi, come notava lo stesso Avagliano, si eviterebbero figuracce clamorose come quelle fatte dai concorrenti della trasmissione di Carlo Conti “L’Eredità” (il video ha fatto il giro della rete), incapaci di collocare Hitler e Mussolini nel giusto periodo storico. Nondimeno una ripassata di storia avrebbe evitato a Renzi impropri e inopportuni accostamenti. Al neo presidente del consiglio è parso infatti assolutamente naturale citare – a Cagliari, in occasione della chiusura della campagna elettorale per le regionali – Enrico Berlinguer e poi Indro Montanelli.

Conoscere la storia, oltre che a evitare situazioni imbarazzanti, serve prima di tutto per vigilare criticamente sul presente affinché non si ripetano gli errori del passato. Con questa consapevolezza ho dunque prestato particolare attenzione ai capitoli del libro dedicati al ruolo giocato dalla stampa nell’attuazione della politica razzista del fascismo. Non sfugge infatti quale fondamentale peso continuino ad avere ancora oggi i giornali e i mass media in generale nell’orientare l’opinione pubblica verso l’accettazione di precisi progetti politici.

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L’Unione Sarda, 9 settembre 1938

“La campagna di propaganda antisemita avviata nel ’37  – si legge nel libro – ha un mandante, Mussolini, un principale esecutore, il Minculpop con le sue famigerate veline, e un’arma ben affilata, i giornali e le riviste alimentate dai pennivendoli di regime”. I giornali preparano il terreno e poi accompagnano all’unisono e in un crescendo di toni la politica antisemita del fascismo. Un contributo convinto e puntuale arriva anche dalla stampa sarda. Nel libro è citato un articolo apparso sull’Unione sarda del 9 settembre 1938 dall’incredibile titolo “I sardi sono un gruppo purissimo di razza italiana”. Scopo dichiarato del pezzo era quello di sostenere e rinforzare la tesi del docente universitario sardo Lino Businco, apparsa qualche giorno prima (5 settembre) nella rivista La difesa della Razza. Nel tentativo di dare forza scientifica alla tesi razziale che voleva i sardi appartenenti al ceppo italico e quindi ariano, Businco sosteneva che “non potevano appartenere a opachi aggruppamenti razziali africani quegli uomini i cui antenati avevano dato origine alla luminosa civiltà dei Nuraghi”. L’articolista dell’Unione Sarda, a supporto di questa teoria, cita l’esistenza in epoca preistorica di una piattaforma costiera che collegando la Sardegna e la Corsica alla penisola avrebbe permesso la migrazione di gruppi umani dal continente alle isole. Esaltava inoltre il massimo grado di italianità dei sardi facendo leva sull’origine latina della nostra lingua e sui forti tratti di somiglianza che questa ha mantenuto con la lingua madre, anche in ragione del comune sostrato tirrenico. Ai razzisti dell’epoca probabilmente sfuggiva che la diffusione del latino in Sardegna più che ai romani è dovuta alla successiva penetrazione del cristianesimo. Certo volutamente finsero di non vedere le evidenze della colonizzazione fenicia e punica (dunque africana!) dell’isola che verosimilmente ha lasciato tracce anche nel nostro sangue.

Per la ricostruzione di questa vicenda storica – scrivono gli autori – si è rivelato di particolare importanza il fondo del Minculpop, conservato nell’Archivio centrale dello Stato, stranamente dimenticato dagli studiosi del passato¹. Agli uffici del Ministero della Cultura Popolare confluivano le note riservate provenienti dagli informatori di varie città italiane. “Le spie del regime – ci dicono gli autori – erano ovunque e raccontavano fatti di ogni tipo e genere: episodi ai quali avevano assistito, conversazioni intercettate fingendo di leggere un giornale ai tavoli di un bar, notizie riferite da terze persone, opinioni più o meno diffuse in certi ambiti e contesti, reazioni agli articoli dei quotidiani”. Sino a pochi anni fa l’idea prevalente, accreditata dallo storico Renzo De Felice nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (1961), era quella secondo la quale la maggioranza degli italiani fosse rimasta indifferente alla massiccia e osannante preparazione della stampa e all’azione diretta del Pnf. Sempre secondo De Felice, inoltre, la minoranza che aderì alla campagna contro gli ebrei lo fece per viltà o per opportunismo. Mentre, proprio in occasione della campagna della razza, “per la prima volta le grandi masse di italiani incominciarono a guardare al fascismo e a Mussolini con occhi diversi”. Le conclusioni del grande storico italiano del fascismo – precisano Avagliano e Palmieri – si basano su una quantità limitata di documenti tra cui figurano le relazioni dell’Ovra (la polizia segreta fascista), dove sono riportate considerazioni di questo tenore: “il problema razziale era per la totalità della popolazione italiana veramente inesistente”.

I documenti d’archivio, soprattutto oggi che stanno venendo a mancare i testimoni diretti, sono diventati fonti fondamentali e imprescindibili per la ricostruzione oggettiva di questa triste e vergognosa pagina di storia. Ma certo così non doveva essere negli anni ’60 del secolo scorso. Avagliano e Palmieri cercano di capire perché tanti italiani, dopo la fine del regime fascista, hanno guardato altrove occultando responsabilità, minimizzando colpe e dimensioni del fenomeno. E individuano nel verbale della riunione del Consiglio dei Ministri dell’8 dicembre 1943 il primo atto di quella che si rivelerà essere una gigantesca operazione di rimozione di massa delle responsabilità italiane nella persecuzione degli ebrei.

Sandra Mereu

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1. Alessandro Visani, Gli italiani e le leggi razziali del 1938 attraverso le informative riservate del Ministero della Cultura Popolare, 2008 (http://www.anrp.it/edizioni/porte_memoria/2008_01/pag_115_visani.pdf)

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