E alla fine “is cantadoris” vennero portati in caserma…

Chiesa di San Giorgio - SestuHo letto con vero interesse gli articoli a firma del dottor Vittoriano Pili, apparsi in questo blog, relativi al libretto che riproduce la famosa Cantada tenuta a Sestu il 23 aprile 1930, in occasione della festa del santo Patrono san Giorgio Martire e Cavaliere. Vittoriano Pili, nel trattare l’argomento, dimostra di essere, oltreché profondo conoscitore e appassionato cultore della materia, persona dotta perché possiede la capacità di porgere le sue conoscenze con competenza e allo stesso tempo con semplicità e immediatezza anche a chi, come me, ne è completamente digiuno. Cun scannus e cadiras o banghitus, il primo articolo della serie, che ha evidentemente una funzione di introduzione, è particolarmente suggestivo. Qui Vittoriano Pili riesce a ricreare l’atmosfera che era propria e tipica di queste manifestazioni paesane, in cui l’allegria e la felicità si potevano cogliere nei volti di tutti i partecipanti, non foss’altro che per la straordinarietà e novità degli avvenimenti che erano sul punto di accadere. Era una giornata di festa e in quanto tale doveva presentarsi come diversa da tutte le altre, vissute nel grigiore e nella noia della vita quotidiana.

Altro aspetto che si può cogliere è dato dalla descrizione della partecipazione degli spettatori per seguire e godere dei pezzi di bravura di questo o di quel poeta estemporaneo, del quale già si conoscono le notevoli capacità per averne in passato avuto modo di apprezzarne personalmente il valore, o perché arrivava preceduto da una fama meritata. Ma ciò che emerge con vivezza dall’articolo è soprattutto quel senso di ansia e l’impegno degli organizzatori e di quanti in qualche modo si considerano “addetti ai lavori”, che si affaticano e prodigano per far si che niente e nessuno possano creare difficoltà od ostacoli, e perché la manifestazione abbia il maggior successo possibile. gara_poetica_6Credo che anche in quel famoso 23 aprile 1930 si respirasse un’atmosfera identica, o quantomeno simile, a quella che viene dipinta come in quadretto nel racconto di Vittoriano Pili. Molto interessanti appaiono anche gli altri due articoli sulla Gara Poetica, nei quali l’autore si dilunga in una serie di puntuali osservazioni e di pregevoli rilievi di carattere linguistico-formali; ed espone in modo piano ed accessibile le regole tecniche alle quali devono far riferimento quanti ambiscano a salire nei palchi e cimentarsi in questa forma di poesia estemporanea.

Dopo aver letto questi articoli, non ho potuto fare a meno di pormi una domanda. Questa gara poetica, mi sono detto, tutto sommato non è né migliore né peggiore di tante altre. E, allora, se questo giudizio è corretto, per quale motivo è rimasta famosa? Vittoriano Pili non ha precisato; o forse non ha deliberatamente voluto o ritenuto di precisare i motivi per cui essa è rimasta famosa. Ma non mi sento neppure di escludere che si debba addebitare a me l’incapacità di cogliere questi motivi. gara poeticaMentre facevo queste considerazioni tra me e me, dicevo, mi sono ricordato di averne sentito accennare dall’amico dottor Gianni Mereu, persona particolarmente versata in questa materia, oltreché ugualmente colta e dotta. E, alla prima occasione in cui mi è capitato di rincontrarlo, gli ho raccontato degli articoli di Vittoriano Pili e del loro contenuto. Da persona gentile e disponibile quale è, Gianni Mereu è stato allora prodigo di notizie e di informazioni. Concludendo la chiacchierata mi ha riferito di aver illustrato i motivi che avevano reso famosa quella Gara in un articolo scritto tempo addietro per il giornale Il Caffé Sestese, dove era stato puntualmente pubblicato col titolo “Sa Cantada de su 1930 po sa Festa de Santu Giorgi”. E, facendo seguire alle parole immediatamente i fatti, mi ha dato in prestito un esemplare del famoso libretto, perché potessi leggerlo con tutto comodo, e una copia del suo scritto.

Nell’articolo pubblicato su Il Caffé sestese, Gianni Mereu senza por tempo in mezzo, affronta l’argomento utilizzando registri di natura politico-sociale. La gara poetica – afferma – “esti passada a sa storia po su significau politicu de certas sterrinas e de medas rimas”. Subito dopo fa una succinta ma precisa analisi circa la cattiva considerazione che queste manifestazioni popolari avevano presso le Autorità sia civili che religiose, attribuendone i motivi al contesto politico-sociale: “seus in prena era fascista”. Una puntualizzazione, quest’ultima, quanto mai opportuna e condivisibile. E’ infatti il caso di ricordare che l’anno prima, cioè nel 1929 – appunto “in prena era fascista” –, era stato firmato il “Concordato”, che lo Stato Italiano aveva stipulato con la Santa Sede. Perciò, proprio in forza di questa intervenuta riconciliazione fra i due poteri – quello civile e quello religioso – era più che naturale che i medesimi, quando sollecitati da motivi e da interessi diversi ma non confligenti, si presentassero uniti a sanzionare comportamenti o atteggiamenti considerati non idonei.

Le gare poetiche dialettali – spiega Gianni Mereu nell’articolo – erano avversate dalle autorità civili, che consentivano unicamente l’uso della lingua italiana vietando quello delle lingue straniere. Gli insegnanti, a cominciare da quelli delle scuole elementari, punivano severamente i trasgressori. Io stesso, che pure sono nato quando il regime fascista era caduto, ho fatto personale esperienza di questa severità. Specularmente, le medesime autorità civili avversavano le autonomie linguistiche – i dialetti – e il dialetto sardo non andava esente da questa valutazione negativa. La Cantada, oltre ad essere una gara poetica in lingua sarda, scontava il fatto di essere giudicata aprioristicamente di scarso valore artistico: “is Autoridadis civilis – precisa Gianni Mereu – consideranta is cantadoris genti ignoranti, incolta, de basciu livellu artisticu”. Un giudizio, quest’ultimo, evidentemente falso, dettato solo da preconcetto, cattiveria e malanimo, come può verificare chiunque vuol prendersi la briga di leggere le risultanze trascritte dagli affezionati cultori del genere. Di riconosciuta bravura erano certamente is cantadoris che presero parte alla gara poetica svoltasi a Sestu il 23/04/1930. Alcuni di loro eseguirono anche un’altra celebre esibizione, svoltasi a Monserrato qualche anno prima (1926), conosciuta appunto come “sa cantada de is dottus” (vedi foto).

Nella foto sono ritratti alcuni dei cantadores che presero parte alla cantada svoltasi a Sestu il 23/04/1930. Da sinistra: Pasquale Loddo, Efisio Loni, Francesco Farci, Luigi Maxia, Antioco Marras (Monserrato 1926). Fonte: Giovannino Piseddu, Poeti e Cantadores della Sardegna, Edes 2008.

Monserrato 1926 –  Da sinistra: Pasquale Loddo, Efisio Loni, Francesco Farci, Luigi Maxia, Antioco Marras – Fonte: Giovannino Piseddu, Poeti e Cantadores della Sardegna, Edes 2008.

Quanto poi alle Autorità religiose, esse non vedevano di buon occhio le gare poetiche – si legge ancora nell’articolo de Il Caffè sestese – perché “medas sterrinas fadiant riferimentu a argumentus de sa Bibbia, de su Vangelu e a is precettus e regulas de sa Cresia no sempiri in manera rigorosa”. Accadeva cioè che is cantadoris assai di frequente si richiamavano a episodi biblici, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, per comprovare e dar forza alle loro idee, con interpretazioni non sempre conformi a quelle ordinariamente proposte dalla gerarchia ecclesiastica. Se poi capitava che mettessero in discussione gli insegnamenti e i precetti impartiti dai pulpiti, allora venivano tacciati di falsità o accusati di riproporli alterati o in modo non fedele.

A comprovare quanto detto sopra, si potrebbero citare numerosi casi. Ma ritengo sia sufficiente quello, che si può considerare emblematico, citato da Gianni Mereu, riguardante la pubblicazione de Sa Mundana Cumedia di Bore Poddighe. E’ noto che quando questa composizione poetica apparve, nel 1924, scatenò un putiferio, creando non pochi fastidi al suo autore che per ciò cadde in depressione e fini per suicidarsi. Sa Mundana Cumedia contiene infatti una denuncia sociale, in generale dello sfruttamento del lavoro, e in particolare dei poveri che prestavano la loro opera nelle miniere del Sulcis-Iglesiante. Non mancavano in quest’opera anche forti tratti anticlericali. Per queste ragioni il componimento e il suo autore furono oggetto di aspre critiche ma anche di appassionata difesa. Fra coloro che non risparmiarono strali si può ricordare Salvatorangelo Vidili di Aidomaggiore, il quale accusò Poddighe di aver usato “toni troppo aspri e diffamatori nei confronti della Chiesa (Critica a sa Mundana Cummedia). Tra i più sinceri difensori va invece senz’altro ricordato Pitane Morette (Difesa a sa Mundana Cumedia).

All’epoca della famosa Gara poetica di Sestu, accadde dunque qualcosa di simile a ciò che successe con la Mundana Commedia di Bore Poddighe. Spacciada sa cantada – prosegue Gianni Mereu -, is applausus no teniant studa, ma su maresciallu invitat is cantadoris in caserma po fai craresa a riguardu de certas sterrinas. Ita si siant naus in caserma, nisciunus ddu scit cun siguresa. Si scit però ca funti abarraus discutendi cun su maresciallu prus de tres oras; e candu funti bessius de caserma, is cantadoris no potànta cara bella. E quindi conclude: “Nanta ca is tres amigus, a Pasquali Loddu, ndi dd’hanti nau de donnia colori; e dd’hanti puru minacciau de no arziai prus in palcu cun issu”. Il che non è strano, considerando che le due manifestazioni artistiche si collocano a breve distanza temporale l’una dall’altra e quindi risentono dello stesso clima politico. Era quello un periodo di grande confusione e particolare sconcerto fra i diversi ceti della popolazione nazionale. Era dunque più che naturale che singoli avvenimenti ed espressioni artistico-letterarie venissero variamente interpretati e valutati.

Pinotto Mura

Una risposta

  1. Grazie a Pinotto Mura per questo suo commento. E’ una conferma dell’utilità del blog SESTU RELOADED, per la comunità sestese e non solo, come strumento capace di suscitare interesse e riflessione su temi culturali e di attualità. Nel merito dell’argomento trattato, avendo anche io letto con grande attenzione tutti gli articoli intorno alla cantada del 1930 pubblicati su questo blog e in passato l’articolo di Gianni Mereu pubblicato su “Il caffe sestese”, rilevo che emergono due contrastanti tesi sul “dopo Cantada”. Vittoriano sostiene a questo proposito (vedi dialogo sulla “COBERTANTZA”) che l’interpretazione politica dei versi “non sta in piedi, come la convocazione in caserma…”. Pinotto sembra invece dare credito alla tesi opposta. Sarebbe ora interessante sapere quanto quest’ultima è storicamente fondata.

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