Dio è in ferie

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Fin che Atahualpa o qualque altro dio

non ti dica: descansate niño, che continuo io.

“Alle prese con una verde milonga”, Paolo Conte

Non arrivo mai in ritardo. Non ci riesco. Mio padre era molto severo a questo proposito, non che gli abbia mai dato motivo di rimproverami di qualche mio grave ritardo. I traumi infantili si ripercuotono sull’età adulta, hanno un’eco lunghissima. Ma soprattutto si nascondono. Qualcosa sarà successo, io non me lo ricordo, ma certo è che non posso arrivare in ritardo.
Dunque?
Ora, dunque, arrivo in anticipo.
Sono in anticipo, oltre mezz’ora di anticipo. Ma santa donna, ma non lo sai che ci vogliono solo 15 minuti da casa tua a qui, a quest’ora poi non c’è nemmeno traffico. E poi che faccio io qui, come lo perdo tutto questo tempo. Quartiere super chic. Grandi viali si aprono a raggiera davanti a me. Mi sento persa: ‘Dove vado?’. Non posso entrare in questi negozi, sono tutti bellissimi, costosissimi, non c’è nemmeno uno Zara o un H&M, dove buttarsi dentro senza che nessuno ti noti nel vortice di magliette e gonne tutte uguali, con clienti tutte uguali, stesso colore stessa taglia. Vado a vedere dove sta il posto. Vado e torno, due minuti, sta a due minuti dalla fermata, ma Santa Donna, ma non lo sai che è vicino alla fermata. Non lo sapessi. Sulla piazza c’è un’edicola, cerco una rivista, me la compro, ho guadagnato altri 5 minuti.
Altro problema: dove mi siedo a leggerla. Non c’è l’ombra di un giardino, chissà in quale petite ruelle de merde sarà infilato il giardinetto del cavolo, dominio di clochards e alcolisti.
E poi?
E poi fa freddo, comincia già l’inverno, anche lui sempre in anticipo.
Vedo una chiesa davanti a me dall’altro lato della strada. La facciata è protetta da un’inferriata, che la delimita dal marciapiede.
‘Sarà mica chiusa?’ Mi dispero. Attraverso e vado a controllare. Un clochard galante con una mano chiede, con l’altra tiene il cancelletto dell’inferriata.
– È aperta la chiesa? – Gli chiedo e davvero non lo so perché glielo chiedo. I clochards hanno su di me un fascino carismatico, non riesco a trattenermi da dirgli due parole, come se mi dovessero un favore per quei centesimi che offro a sollievo del mio imbarazzo. Mille volte ho provato il desiderio di chiedere ‘Ma lei come si chiama?’. Ma come si fa a chiedere il nome a questi angeli neri che occupano tutti gli angoli della città, illuminandone le ombre più nascoste. Eppure ci dev’essere stato un tempo in cui qualcuno li ha chiamati con un nome, che con il nome, si sa, ci viene dato corpo e sangue, diventiamo concreti, materiali, riconoscibili.
– Le chiese sono sempre aperte, Madame, proprio come me, non chiudono mai – risponde dal profondo della mia riflessione.
– Grazie, molto gentile – Rispondo io tra imbarazzo e disgusto per quella crosta di miseria che gli copre il viso.
– E lei? Oltre che graziosa, è pure gentile? – Chiede rauco il clochard.
Le mie due parole sono già finite, la domanda è troppo difficile e non so rispondere, apro la borsa, frugo nel portamonete. Un biglietto da cinque. È troppo! Una moneta da cinquanta. È poco! Un euro e cinquanta?
– Lei è bella e gentile, Madame – Accetta con un sorriso pieno di denti sorprendentemente bianchi.
Pagato l’obolo, apre il cancello, entro. La chiesa è scura e circolare, senza percorsi facili da decifrare. Il silenzio è accompagnato da un brusio elettrico, che non è luce. Viene da un’aspirapolvere tenuta da una donna sulla cinquantina, vestita dignitosamente, che solleva la testa per guardarmi. Non avevo mai pensato che si facessero le pulizie in chiesa.
Mi siedo in fondo, lontano dall’altare, all’estremo opposto, sull’ultimo banco.
‘Che faccio ora?’
Mi ricordo che ho un libro in borsa, ma non sta bene leggere in chiesa, non sei mica in metro!
Già mi sono pentita di essere entrata. Mi rendo conto che non posso fare niente qui dentro, posso stare seduta e ferma e in muta meditazione e la cosa mi mette in agitazione, come quando sei in certe feste dove tutti chiacchierano e dicono cose divertenti e intelligenti e tu sorridi divertita, manifesti di aver capito la finezza della battuta intelligente e cerchi in testa una cosa intelligente e divertente da dire. Sicura che non la troverai.
Mentre l’ansia sale, la signora distinta dell’aspirapolvere mi viene alle spalle e mi dice:
– Madame ?
Mi spavento, faccio per alzarmi, ma lei sorride con tono severo.
– Madame – Insiste – Devo assolutamente finire di fare il pavimento qui dietro – Sorride e non c’è spazio di replica.
– Ma non vorrei disturbare la sua preghiera – Rassicura.
– No, io guardi non stavo… voglio giusto… sono io che non vorrei disturbare.
– Madame! – M’interrompe assertiva – Potrebbe andare davanti, li ho già fatto, non la disturberei.
– Davanti?
Mi sento come a scuola, quando beccata a fare una marachella la maestra ti spedisce davanti, cosi da controllarti meglio.
Mi alzo rassegnata e vado avanti, a metà navata mi volto e lei è lì che mi guarda e mi sorride severa e sventolando l’aria con una mano mi invita ad andare avanti.
– Avanti, avanti.
– Ancora più avanti.
– Ancora?
– Ancora un po’. Ecco lì va bene. Dice la sua mano, che si blocca di scatto.
Primo banco. Mi siedo composta, sono a tre metri dall’altare, appoggio la borsa al lato. Testa bassa.
Ora dovrei pregare mi dico, cos’altro mi resta da fare?
Non ho la più pallida idea di come funzioni, conosco giusto le preghierine che mia nonna m’insegnava da bambina, ma mica sono a letto, che mi devo addormentare. Ho quaranta minuti di preghiera davanti a me. Tutta una civiltà da inventare.
Ci provo. Inizio.
– Buongiorno, sono qui assolutamente per caso e non vorrei assolutamente disturbare.
– …..
Zero risposta, riprovo.
– Come le dicevo, non vorrei disturbare, sono qui perché ho un appuntamento di lavoro non lontano, ma sono in anticipo e….
– Possiamo evitare le formalità – M’interrompe – Puoi darmi del tu.
– Come preferisce, preferisci. Le, Ti dico subito, che dovrei pregare ma non ho idea di cosa voglia dire esattamente, Lei, tu! tu! Puoi aiutarmi forse.
– Ma! Due su tre hanno richieste del tutto personali, chiedono per sé, per la famiglia, per gli amici, il lavoro da trovare, da cambiare, la salute, il mutuo da pagare, i debiti che non arrivano a saldare, tutte cose molto pratiche.
– Niente di mistico dunque.
– Rarissimo – Conferma – Mi arrivano spesso richieste riguardo al sesso.
– Starai scherzando? – Inorridisco.
– Ah no! ti garantisco che mi arrivano le richieste più diverse, non hai idea di cosa sento.
– Tipo? fammi un esempio? – M’incuriosisco.
– Bé! adesso non mi sembra il caso di scendere nel dettaglio, sono cose personali ed io sarei tenuto ad un certo segreto professionale, se cosi posso esprimermi.
– Dai su! Una cosa semplice – Insisto.
– Proprio ieri – Comincia Lui, senza farsi troppo pregare – È arrivata una donna sulla cinquantina e mi racconta che con il marito da un anno non fanno più sesso.
– Un anno è molto, per una coppia di sposati – Osservo.
– Un anno è molto per tutti. Comunque, il loro problema era che lei non ne ha più voglia, pare sia in menopausa.
– E il marito?
– Il marito va altrove, dove la menopausa non è ancora arrivata – Risponde, ridendoci sopra.
– E tu ridi? – Mi scandalizzo.
– E cosa dovrei fare?
– Ma, non lo so? Sei tu Dio, dovresti dare un consiglio.
– Non sono mica un ginecologo. Sono problemi che esulano dalle mie competenze.
– Quella poveretta era disperata e tu non le hai detto niente per consolarla. È orribile!
– Cosa avrei dovuto dirle?
– Ma, non lo so io! Una cosa tipo di andare dal ginecologo o dallo psicologo.
– Bé, sì, in effetti. Magari se torna, le riferisco.
– ….
– Che c’è?
– Sono delusa.
– Di cosa? Di Me?
– Ti trovo molto superficiale.
– Senti, ragazza mia, io non sono né un esperto contabile, né un consultorio familiare e neanche un ufficio di collocamento. Ognuno ha i problemi suoi, ognuno se li risolve come meglio crede e può.
– E allora tutta sta gente che viene a consultarti, come si spiega?
– Sbagliano domande, richieste, affrontano con me gli argomenti sbagliati. Che cosa diavolo ne posso sapere io di debiti o di problemi di sesso? Sono le loro richieste superficiali. Io sono Dio! Santo Cielo! Come si fa a non capirlo!
– E di cosa ti dovrebbero parlare! Dei massimi sistemi? Che cosa vuoi che gliene freghi alla povera gente dei grandi perché dell’universo?
– Loro sono parte dell’universo, se lo sono scordato. Sono presi da loro stessi, dalle loro miserabili questioni quotidiane.
– Ci trovi noiosi?
– Pedanti.
– Tu sei odioso.
– Questa è un’accusa gratuita, non mi tocca.
– Anche la tua lo è. Tu ci hai creati, mi sembra di ricordare, a tua immagine e somiglianza.
– Mi sa che lo specchio ha smesso di funzionarvi. Mi sembra di capire, da tutto quello che mi raccontate ogni santo giorno, che abbiate largamente perso il senso del divino. Venite qui dentro a scassarmi le orecchie con le vostre cosucce del cavolo e fuori c’è tutto un mondo di cui non ve ne frega un bel niente!
– Bé, non è che tu intervenga ogni cinque secondi. Di bassezze e ingiustizie è pieno questo tuo mistico mondo e non mi pare che tu stia sempre lì a reagire per punire i responsabili.
– L’uomo è libero di agire, libertà è responsabilità, ognuno si assuma le sue. Avete voluto la bicicletta e allora: pedalate!
– È troppo facile questa storia del libero arbitrio, tutti fanno quello che vogliono e poi se tu hai creato l’uomo, l’hai creato capace delle più basse azioni ed allora per logica tu ne sei responsabile.
– Gli ho dato coscienza, non sempre la usa o lo vuole, usarla o no è altro segno di libertà.
– Sei tu che scarichi il barile. E comunque l’uomo, permettimi di dirtelo, l’hai fatto proprio male. T’è venuto malissimo! Nella tua opera c’è un difetto di meccanica estremamente grave.
– È la tua opinione. Io lo trovo perfetto, nel bene e nel male. È la cosa migliore che abbia fatto. Magari un po’ scassa balle, non lo nego. Qualcosina certo si sarebbe potuta aggiustare meglio, forse ho esagerato con il dosaggio di ambizione, ma in fondo pure quella non è per forza un difetto, se non ci fosse, stareste ancora a raccogliere bacche sotto gli alberi, cosa credi?!
– Sembra merito tuo il progresso, sembra che invece la chiesa non abbia fatto di tutto per impedirlo, il progresso, come se i roghi non li abbiano accesi gli uomini di chiesa.
– E che c’entro io con la chiesa? Mica faccio associazionismo io, non scherziamo! E per quanto riguarda i roghi, sono gli uomini, non io ad averli accesi, io i roghi li ho spenti.
– Li ha spenti il pensiero illuminato, non tu.
– Appunto, io illumino le coscienze.
– Madonna santa! Che egocentrico: io, io, io, tutto io. E poi cosi non non se ne esce: se non va bene è colpa dell’uomo, se va bene è merito tuo, ma chi ti credi di essere?
– Dio!
– …
– Non vuoi che ti racconti un’altra storia di sesso? – Cerca di rabbonirmi.
– Non m’interessano le storie di sesso, sono noiose, banalissime – Faccio offesa.
– Hai ragione il sesso si fa, non si racconta.
– Non ti facevo cosi spiritoso, sai?! – Dico ironica.
– Non vorrai mica litigare? siamo mica fidanzati.
– …
– Dai su! Non fare l’offesa, raccontamela tu una storia. Si vede che ti piace raccontare storie.
– E da cosa si vede? – Chiedo stizzosa.
– Dallo sguardo – Sorride malizioso.
– Guarda! Mi fai proprio schiantare dalle risate. Un Dio cosi patetico non me l’aspettavo.
– …
– …
– Ricominciamo? – Chiedo.
– Riproviamo – Risponde.
– Ce l’avrei una storia da raccontarti – Dico con calma.
– Ne ero sicuro, ti conosco troppo bene.
– Ma che ne sai tu di me? Sono qui da dieci minuti, abbiamo già litigato tre volte e non siamo d’accordo su niente. E non dirmi io ti ho creato!
– …
– Non ti permettere! Perché mi alzo e me ne vado, io lo so benissimo chi mi ha creato. Sono persone serie, che lavorano, mica se ne stanno sullo scanno a sparare sentenze.
– Ci calmiamo? – Mi chiede buio.
– Scusa, ho esagerato, però falla finita con le tue sentenze, non le sopporto le persone saccenti, quelle che quando parli ti dicono ‘Eh! lo so, lo so’ e allora se lo sai che me lo chiedi a fare?
– Hai ragione, ci sto attento, è la forza dell’abitudine, una deformazione professionale, non lo faccio per cattiveria – Si giustifica.
– …
– Allora me la racconti la tua storia?
– È una vecchia leggenda indù.
– Sempre piaciuto lo yoga.
– …
– Sto scherzando! Ma sei permalosa! Madonna Santa! Dai su racconta, vorrai mica essere pregata?
– C’era un tempo in cui tutti gli uomini erano simili agli dei.
– C’è stato questo tempo, me lo ricordo.
– Ma abusarono talmente della loro divinità che Brahma, Dio supremo…
– Chi? – Chiede sospettoso.
– Lo saprai tu chi è Brahma, è Dio, sei tu, un nome vale l’altro, o no?
– Scusa, sì, hai ragione, continua pure.
– E poi saremmo noi umani quelli pedanti!
– …
– Allora questo Dio, Brahma o come ti pare, decise di togliere loro la potenza divina e di nasconderla dove non avrebbero mai potuto trovarla. Dove nasconderla divenne quindi un grande problema.
– E me lo immagino, ti voglio proprio vedere a trovare il posto giusto.
– Se mi fai finire, magari te lo dico.
– Sì, sì, piano però, non anticipare.
– Dicevo, il problema era grosso e allora gli Dei minori si riunirono a consiglio per trovare una soluzione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra”. Ma Brahma rispose: “No, questo non basta perché l’uomo scaverà e la troverà”.
– Ovvio – Approva.
– Allora gli dei minori dicono: “Bene, allora affonderemo la divinità nell’oceano più profondo”. Allora Brahma rispose ancora: “Prima o poi l’uomo esplorerà le profondità dei mari la troverà e la riporterà in superficie”.
– Lo vedi? Te lo dicevo io prima a proposito dell’ambizione, del progresso.
– Sì, in effetti di belle scoperte ne abbiamo fatte tante, che si possa parlare di progresso, poi non saprei – Rispondo io.
– Non farmi la sindacalista!
– Ma guarda che sei proprio odioso!
– Eh allora! Cos’hanno deciso questi politicanti, racconta – Se la ride lui sotto la barba bianca.
– Allora gli Dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nascondere la divinità dell’uomo. Sembra che non ci sia un posto né sulla terra né nel mare”.
– I soliti pessimisti, disfattisti. E Brahma cos’ha detto? Tanto poi alla fine, sempre tutto io devo fare.
– Allora Brahma disse: “Ecco cosa faremo della divinità dell’uomo. La nasconderemo profondamente dentro l’uomo stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio là!”.
– Grande! – Se la canta Lui – Che pensata geniale! – Si compiace senza ritegno.
– Che vanaglorioso! E allora sai anche com’è finita? Dimmela tu la fine, allora.
– No, dimmelo tu, che mi piace di più, dai su, bambina mia, com’è finita?
– È finita che non è mai finita perché da allora l’uomo va su e giù per la terra esplorando, arrampicandosi, tuffandosi, scavando, cercando qualche cosa che è già dentro di lui.
– Amen! – Fa lui.
– Amen! – Faccio eco io.
Silenzio. La signora ha finito di passare l’aspirapolvere. In questo silenzio assoluto ci sembra di sentire la risacca del mare. Sarà senz’altro colpa di qualcuno, ma, in questo momento, l’odore della vacanza si fa più forte.
Stiamo lì, io e Lui, mastichiamo piano piano tutti i possibili significati apparenti e nascosti di questa graziosa storiella.
Ce lo guardiamo questo conclave divino, là lontano nelle profondità del tempo.
Questo Dio perfetto, saggio e generoso, che sa cosa ci vuole, che decide per noi, al posto nostro e ci lascia tranquilli godere del tempo che ci resta.
Ci godiamo questo riposo, l’abbandono di ogni responsabilità.
Chiudiamo gli occhi e siamo là, sulla spiaggia, in mano un cocktail colorato di ombrellino e di cannuccia, e guardiamo il mare che ondeggia eternamente lento davanti a noi.
Lei anche è lì, la nostra divinità, custodita, al riparo da ogni corruzione, così che noi possiamo stare tranquilli, serenamente sorseggiare il nostro “Piña Colada” e ascoltare la milonga che suona dal juke box.
– Fantastico! – Dice lui rilassato.
– Già! – Confermo e prendo un altro sorso in silenzio.
– Alla tua salute, fratello – Dico alzando il bicchiere.
– Alla tua, sorella.

Carla Cristofoli

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