Piketty: “La Grecia e gli altri PIIGS non dovrebbero rimborsare i debiti”

L’economista Thomas Piketty, autore del libro bestseller “Il capitale nel XXI secolo” (tradotto per l’Italia da Bompiani) ha messo al centro della sua analisi la questione dimenticata della diseguaglianza. Contrariamente a quanto hanno fatto tanti suoi colleghi che non hanno saputo prevedere la crisi in cui ci dimeniamo, Piketty non fonda le sue deduzioni su astratti modelli matematici ma su fonti storiche, senza disdegnare l’apporto in questo senso della letteratura. In un articolo apparso su Libération e ripreso da Keynes blog, Piketty, proprio guardando alla storia, spiega che la politica del rigore dei conti pubblici imposta dall’Europa agli stati membri del sud non è una necessità assoluta a cui non si può derogare. Essa è piuttosto una scelta miope ed egoistica. Come la storia insegna, non è sempre stato così – ricorda Piketty – e anzi gli stati che oggi pretendono il pagamento dei debiti sono proprio quelli che in passato ne sono stati graziati.

Keynes blog

debito-pubblico1di Thomas Piketty

Bisogna sempre rimborsare i propri debiti? La risposta, secondo alcuni, è chiara: i debiti devono sempre essere rimborsati, non esistono alternative alla penitenza, soprattutto quando lo dicono le sacre tavole dei trattati europei. Eppure, una scorsa rapida alla storia dei debiti pubblici, tema appassionante e ingiustamente trascurato, mostra che le cose sono molto più complicate.

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Pedalata della Liberazione 2015

Anche quest’anno in occasione del 25 aprile, l’amministrazione comunale ha dedicato la pedalata ecologica al ricordo della liberazione dall’occupazione nazifascista, di cui quest’anno ricorreva il settantesimo anniversario. Per rimarcare l’avvenimento, i ciclisti hanno sostato nella piazzetta Andrea Costa dove è apposta una lapide in memoria del partigiano Pietro Meloni, originario di Sestu, medaglia d’oro per la Resistenza. Qui l’assessora Stefania Manunza ha letto un estratto della testimonianza della partigiana Giovanna Hrovatin, “Stanka”, pubblicata in “Io sono l’ultimo. Lettere dei partigiani italiani” curato da S. Faure, A. Liparoto, G. Papi (Einaudi).

“Quel giorno, già vicina al capolinea, a un certo momento alzai gli occhi per attraversare la via Nazionale e vidi Rozalija penzolare da un albero lí appresso, un albero che oggi non c’è più. Ancora oggi ho davanti agli occhi i suoi calzettoni scuri, i piedi infilati in pantofole felpate, una sciarpa al collo, un cappotto o forse una giacca striminzita nascosta da un enorme cartellone appeso al collo, di cui ricordo solo tre parole: «Ich bin Bandit». Era una mattina come molte altre, quella del 7 marzo 1944, non troppo fredda, ma un po’ nebbiosa. Rozalija venne arrestata dai tedeschi sul tram di Opicina, non si saprà mai se per delazione o soltanto per essere caduta in un’imboscata. Il corpo di Rozalija rimase appeso a quell’albero per due giorni, perché tutti potessero vederlo. Anche i piú piccoli, per andare a scuola, dovevano passargli accanto. È stato il parroco, don Zink, a intercedere presso il comando tedesco affinché al povero corpo martoriato venisse data pietosa sepoltura. Fissai solo per un attimo il suo corpo immobile e pensai a mia madre ed ebbi una gran paura. Scappai con il pensiero, perché le mie gambe erano diventate pesanti, ingombranti, come se non appartenessero al mio corpo, non fossero mie. Non so come arrivai a scuola e che cosa feci quel giorno. Una sola domanda mi perseguitava: perché, perché… e una risposta ben chiara: continuare la lotta contro l’invasore, contro l’oppressore, contro il nemico dei diritti umani. Resistere. Giovanna Hrovatin, nome di battaglia “Stanka”

Alla fine, i numerosi partecipanti alla pedalata hanno intonato “Bella Ciao”, inno della Resistenza e simbolo sempre attuale dei più sinceri valori di libertà dei popoli, contro l’oppressione e la barbarie.