“La cravatta” di Carla Cristofoli

vetrina-copie_thumbL’ho vista che era prima di Natale. Ma per Natale avevo già deciso, non me lo ricordo, ma mi sono detta che forse per il San Valentino poteva essere un’idea.

Mi sono anche detta che per il San Valentino sarebbe stata più accessibile. Mi sono anche detta ‘ma chi cazzo se ne frega di San Valentino’, ma è che uno se l’aspetta una cosa.
Il fatto è che uno si aspetta sempre qualcosa, cosa, non si sa, ma aspetta.
Ma, ma, ma e poi ancora ma.
Il tempo è questo, è una serie di ma e ogni ma è un’attesa. Poi a un certo punto i ma finiscono, perché il tempo finisce. Punto.
Ogni ma ci spinge in avanti. Domani, ma no! Facciamo dopo, ma magari poi…
Poi quando?
La cravatta comunque a febbraio stava ancora là, in vetrina, stava al ribasso, costava 40 prima di Natale, poi ha fatto la muffa e adesso, adesso allora che era febbraio, stava a 28 euro.
Ma! Non è male.
Ma a febbraio era troppo tardi. L’avevo vista prima di Natale e mi sembrava bella, fondo nero e dei pois grigio scuro, che potevano fare l’affare tra l’aldilà e il futuro, era un grigio ottimista, insomma.
Ma tra Natale e febbraio c’è gennaio ed è qui che il ma non trova più spazio. A gennaio fa freddo, piove, la terra si bagna e fa i vermi, quelli che aspettano primavera, aspettano, aspettano, aspettano, i vermi sono come i ma. Aspettano un altro momento, che sia propizio.
Gennaio non lo è. Propizio.

– Questa glie l’avevi regalata tu.

Una cravatta blu, fondo blu, quasi azzurro, ma niente di flash, garbata, insomma, con delle piccole losanghe blu e rosse e gialle, ma un giallo caldo, intenso, onesto.
Non me la ricordo questa cravatta, non me lo ricordo quando gliel’ho regalata a mio padre questa cravatta, certo non era San Valentino, se mai fosse.
Sul suo letto di morte, a gennaio, che non è propizio, mio padre indossa la cravatta che io non ricordo, perché e quando gli ho regalato.
Comunque, tutti quelli che passano davanti al cadavere di mio padre mi dicono:

– Questa glie l’avevi regalata tu.

Ok, ho capito, ci credo, non me lo ricordo, ma se siete tutti lì in fila a dirmi che gliel’ho regalata io, allora, cosa ci posso fare io, ci posso solo credere, è giusto che io non me lo ricordo.

E mio padre, sta là, davanti a me, morto, a gennaio, quando fa freddo, piove e la terra fa i vermi, che aspettano primavera.

– Papà, ma questa te l’ho regalata io?  Ma tu te lo ricordi tu?

Troppo tardi, i ma non hanno più risposta.
Fanno la fila, io sto sempre davanti a mio padre morto, che non risponde, sembra che aspetti che tutti se ne vadano, anch’io aspetto, ma la gente continua ad arrivare e a fare la fila davanti al morto e davanti a me, che guardo la fila che sono si esaurisce mai. Aspetto, in piedi, che lui si alzi, che tutti se ne vadano.

Mio padre morto era un’idea che non avevo mai avuto, che non avevo mai preso in considerazione, che si vestisse poi con la cravatta mia, questa poi non l’avevo mai pensata.

È tutto cosi ridicolo. Penso. Ma che io pensi, non gliene frega niente a nessuno, non ha infatti nessuna importanza, che sulla morte si possa avere un pensiero diverso dalla sofferenza, questo è un fatto di cui nessuno s’interessa.

‘Tu! Figlia! Pensi sia ridicolo che tuo padre indossi, il giorno della sua morte, la cravatta regalata da te? Vergognati! Che figlia sei?’

Non sono più figlia infatti, state tranquilli, il problema non si pone più.

Mia madre piange la sua vedovanza fresca fresca, fatta tutta di primavera, sono fiori nuovi quelli che si aprono, aspetta il bocciolo nuovo che si aprirà a maggio da portargli in cimitero, a questo nuovo innamorato di cui si ritrova fiera. Mia madre ha smesso di essere madre nel momento in cui ha smesso di essere moglie e mi lascia in piedi davanti al cadavere di mio padre, che non è più mio padre e che indossa una cravatta, che io figlia non ricordo di avergli regalato.

Ma chi se ne frega di me, figlia, che non ha più padre a cui regalare cravatte.

Poi arriva una che mi dice:

– Questo non è niente, vedrai dopo.

Dopo cosa? E comunque non ti ho mica chiesto di farmi il pronostico della mia sofferenza, vuoi fare a gara?

– Anch’io ho perso mio padre, non puoi immaginare.

E chi ti ha detto che me lo voglia immaginare? Pensi che non mi basti il mio, che abbia voglia di fantasmare sul tuo dolore? Mi stai provocando, vuoi soffrire più di me? Vuoi fare il calcolo? Non lo so, facciamo il test del palloncino e stabiliamo se il mio tasso di sofferenza è più alto/basso del tuo e cosi vediamo quanto siamo ubriache di dolore.
Ma soprattutto, chi sei? manco ti conosco, come fai a sapere che quella cravatta gliel’ho regalata io? Ma vattene. Ma lei non se ne va:

– Ma lo sai che tuo padre è vestito come il giorno del tuo matrimonio?

Allora guardo mio padre dalla testa ai piedi, sino alla cravatta: ‘ti prego, papà, alzati, cammina, usciamo insieme da questo delirio, accompagnami all’altare, se devi, ma ti prego, prima togliti sta cazzo di cravatta, che mi sta togliendo il respiro’.

Ma lui non si alza, la cravatta resta a togliermi il respiro, ‘perché non svengo?’, tutte le figlie lo fanno, è pure bello, cosi drammatico, ma soprattutto se svenissi mi porterebbero via da qui, stare qui davanti alla cravatta mi sta decisamente affaticando, cominciano a farmi male i reni, a forza di stare in piedi, mi fa male la schiena, tutta la spina dorsale si piega leggermente in avanti, mettendo a fuoco sempre più da vicino le piccole losanghe colorate.
Mentre sto con il naso prossimo all’abisso, ecco che la commessa esce dal negozio:

– È bella! Vero? Lo so che le piace, è già la terza volta che la vedo qui davanti alla vetrina a guardarla, – È la terza volta questa settimana, è chiaro che le piace.
Davvero? Tre volte in una settimana’, penso a voce alta. A parlare è la mia espressione idiota, che dalla cravatta passa alla faccia bionda della commessa. Che sorride.
Tutti sanno tutto di me, io no, io non so niente e lei sorride. Non c’è niente da ridere, ma lei sorride. Adesso mi inviterà a entrare.
– Prego! – Seguo con lo sguardo idiota la sua mano bianca e invitante.
‘Entro?’
– Entri, La prego.
Entro. Caldo, tutto legno, tutto scaffali luccicanti, profumo di lavanda, qualche camicia, cravatte dappertutto. Un uomo mi sorride, anche lui lo sa, che io non so niente. Sceglie con cura diverse cravatte, che una commessa bruna gli propone. Le sfiora e ne sente la morbidezza, per valutarne il giusto contrasto, le appoggia sul braccio, lasciandole mollemene ricadere e quelle, come svenute, penzolano e oscillano e poi si fermano, come morte.
L’uomo si volta a guardarmi ancora, ancora mi sorride:
– Lei quale sceglierebbe? – Mi chiede.
– A cosa le serve una cravatta?
– Per il matrimonio di mia figlia.
– Scelga qualcosa di allegro, un colore forte, vivace, qualcosa che si faccia ricordare, che faccia inorridire sua figlia, che le faccia dire ‘Ma papà, cosa ti sei messo?’
– Perché dovrei farle un dispetto del genere? Proprio il giorno del suo matrimonio. – L’uomo è sorpreso, direi quasi divertito. Continua a sorridere e si aspetta, seriamente, una risposta.
– Proprio perché sarà un giorno felice. Sua figlia se lo ricorderà e quando se lo ricorderà ne sarà felice.

L’uomo aggrotta le sopraciglia, ritorna alle sue cravatte, le soppesa, quelle continuano a pendere morte sul suo braccio, sembra cerchi il colore più pesante, il peso di quella che ha i colori più forti.

– La rossa a strisce gialle e verdi, – gli suggerisco io, per alleviare la difficoltà della sua scelta.
– Seguirò il suo consiglio, non so dirle perché, ma mi sembra sensato, daltr’onde io non ho mai sopportato le cravatte, non le porto mai, a meno di essere obbligato.

Mi dice l’uomo con l’aria sofferente del padre che compie l’ultimo sacrificio per una figlia da lasciare all’altare, l’ultimo gesto di protezione, prima di abbandonarla definitivamente al mondo.

– Ci sono occasioni in cui è proprio necessario portarle. Cosi pare. – Dico sforzandomi di ricordare in quali altri occasioni ho visto mio padre in cravatta. Non mi ricordo.
– Cosi pare. – fa eco lui.

Intanto la commessa ha estratto dalla vetrina la cravatta a sfondo nero con i pois in grigio ottimista.

– Pura seta, la tocchi, è morbidissima, – mi dice.
– Non posso, mi dispiace. È senz’altro molto bella, ma proprio non posso.
– È un ottimo prezzo per un oggetto di cosi gran qualità.
– Le credo, ma non posso.

L’uomo ha pagato, ora al braccio ha un sacchetto con la sua cravatta dentro, saluta, mi sorride e fa per andarsene.
– Mi accompagna fuori, per favore? – Gli chiedo tenendolo per un braccio, con un tono che non gli permette nessun’altra risposta se non:
– Prego! – Mi risponde porgendomi il braccio.
Fuori sul marciapiede si respira l’aria gelida di febbraio. Respiro, respiro, respiro, respiro sempre più profondamente, sento i pensieri gelidi che mi escono dai polmoni, che si trasformano in fumo al contatto con l’inverno.

– Sta bene? – Mi chiede l’uomo preoccupato.
– Sto meglio.
– Vuole che le chiami un taxi per tornare a casa?
– No, grazie, ce la faccio.
– La posso lasciare? – Chiede con un sorriso ironico.
‘Devi proprio andare, papà?’
– Mi dispiace, Signorina, ma devo proprio andare, ma prima mi dica che sta bene e che la posso lasciare.
‘Vai, vai, se proprio devi andare, portati dietro la cravatta che ti ho regalato io e ricordatelo che te l’ho regalata io’.
– Vada pure, non si preoccupi, sto meglio.
– Grazie per la cravatta. Arrivederci.

Sorrido, lui si volta e si allontana, lo guardo di spalle camminare a passo svelto lungo il marciapiede, evitando i passanti che potrebbero impedirgli il passo, si fa più scuro e lontano, gira l’angolo e sparisce.

Carla Cristofoli

YOUTH – La Giovinezza di Paolo Sorrentino – Recensione di Marina Cozzolino

youth-giovinezza-sorrentinoYouth – La giovinezza- del regista Paolo Sorrentino, candidato al Festival di Cannes 2015, era uno dei film più attesi dell’anno. Arrivato sullo schermo a due anni dal successo del precedente lavoro, La Grande Bellezza, insignito del Premio Oscar come migliore film straniero nel 2014, Youth è un film non “facile”, a tratti felliniano e pertanto sospeso tra sogno e realtà; è un mosaico di visioni dentro il quale le immagini e la musica vanno di pari passo costringendo lo spettatore ad un’attenzione costante al fine di poter interpretare da solo molte scene del film. Youth non è un film sulla giovinezza o sulla nostalgia della giovinezza ma non è neppure un film sulla vecchiaia, è semmai un film che indaga sul rapporto tra figli e genitori anziani, sulla musica, sull’amicizia, sull’amore, sul tempo che fugge, sulla vita e i suoi drammi. La vecchiaia è vista nel suo rapporto col futuro quando se ne ha poco davanti rispetto a quello che hanno a disposizione  i figli. I due amici, interpretati da due icone dello star system americano, sono Michael Caine( Fred) e Hervey Keitel (Mick), accompagnati da un cast strepitoso: Jane Fonda, Paul Dano, Rachel Weisz.

La storia si svolge in un lussuoso albergo sulle Alpi svizzere dove Fred e Mick, due amici di lunghissima data, si ritrovano a soggiornare insieme ad una folta schiera di personaggi insoddisfatti della propria vita. Gli ospiti dell’albergo trascorrono le loro giornate impegnati in massaggi, saune, wellness quotidiano, lavaggi d’intestino e passeggiate in una natura incontaminata. Fred Ballinger è un direttore d’orchestra in pensione, dolente e apatico,  che non vuole più suonare neppure quando a chiederglielo è la Regina Elisabetta II, Mick Boyle è un regista ottantenne che vuole fare un film testamento sulla propria vita e si è circondato di un gruppo di giovani sceneggiatori. Mentre Fred sembra essersi arreso alla vecchiaia (ma poi vedremo che cambierà atteggiamento), Mick sembra non volersi arrendere (ma poi vedremo che s’arrenderà). Tutti i personaggi sembrano avere paura della vita, soprattutto sembrano avere paura delle emozioni che la vita inevitabilmente ci impone di dover fronteggiare. Fred è ormai interessato ai soli suoni che produce la natura, allo scampanio delle mucche al pascolo e crea la sua musica stropicciando la carta rossa di una caramella che tiene tra le mani.

I personaggi sembrano distanti l’uno dall’altro, non si toccano mai; solo i massaggiatori e i medici pongono le mani sui loro corpi rugosi e sfatti dagli anni  ma sarà nella quotidianità delle passeggiate, delle chiacchierate, dei battibecchi, che ognuno di loro si accorgerà di essere una risorsa per l’altro, lasciando che l’ emozione non sia più la grande assente. E quando le emozioni saranno finalmente liberate, le vite dei protagonisti avranno una svolta imprevista perché per tutti, a prescindere dall’età, c’è una speranza per il domani. “Tutti siamo inadeguati alla vita, ed è proprio per questo  che non dobbiamo averne paura” dice la bambina, fan dell’attore Jimmy Tree, interpretato magistralmente da Paul Dano, stanco del ruolo di robot nel quale lo ha imprigionato il suo pubblico e l’unica che lo ricordi in un ruolo diverso. ”Le emozioni sono tutto quello che abbiamo”  dice Mick all’amico Fred e lo stesso Sorrentino in una recente intervista rilasciata a Paola Zanuttini di Repubblica ha dichiarato: “ A  ottant’anni non si deve per forza rinunciare a un’idea di domani. Col passato non si è liberi perché è andato, col presente lo si è poco, ma il futuro, anche se breve, è la più grande prospettiva di libertà che abbiamo”

Marina Cozzolino

(Dal sito di Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas)