SESTU: CITTA’ DELL’ECONOMIA CONDIVISA?

11815732_10207922094354259_11996786_nNella serata di ieri (5 agosto 2015), il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità la mozione sul baratto amministrativo proposta dalle due consigliere Cardia e Cannas appartenenti al M5S e dalla consigliera Perra della lista civica “Ricostruiamo Liberamente”. Tale mozione è stata ampiamente supportata anche dai colleghi dell’opposizione del PD, Crisponi e Mura, dal consigliere Usai rappresentante del Polo Civico per Sestu nonchè accolta con favore da tutti i consiglieri della maggioranza presenti in aula, con interventi e dichiarazione di voto. Ma che significa il termine “baratto amministrativo”?

Il baratto amministrativo è stato introdotto con il D.L. 12 settembre 2014, n. 133 convertito in L. 11 novembre 2014, n. 164 (cd Sblocca Italia) ed è disciplinato dall’art. 24 rubricato “Misure di agevolazione della partecipazione delle  comunita’  locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio”. La volontà del legislatore nazionale è quella di concedere agli Enti locali la possibilità di definire, in completa autonomia, una serie di criteri che possano gettare le basi per una cooperazione tra i singoli cittadini/associati con l’Amministrazione del governo di un territorio. In che modo? I cittadini potranno presentare dei progetti che includano delle azioni di riqualificazione del territorio urbano o extra urbano quali la  pulizia,  la  manutenzione, l’abbellimento di aree  verdi,  piazze  o  strade, per ottenere  in cambio dall’amministrazione stessa delle riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attivita’ da loro posta in essere. Il legislatore ci dice anche che l’esenzione deve essere concessa per un periodo di tempo limitato e definito, per specifici tributi e solo per le  attivita’  individuate e deliberate dall’organo di governo, in  ragione dell’esercizio sussidiario dell’attivita’ svolta; per le indicazioni date, i tributi non possono che essere la Tari, la Tasi e la Tosap. In questo modo rimane saldo il significato  di questo istituto che, al di là delle ricadute positive in termini di attenzione civica ai beni comuni e di partecipazione dei cittadini ai bisogni della collettività, non è altro che un mezzo economico alternativo per saldare un debito con la comunità.

Presto anche nel comune di Sestu, l’amministrazione collaborerà con i cittadini per lo sviluppo di questa forma di economia della condivisione che sta prendendo piede in molti comuni d’Italia e sta rivoluzionando il modo di intendere la tradizionale offerta di beni e servizi. Ma per “sbloccare” il nostro paese occorre molto di più, occorre pensare e agire diversamente, occorre che chi ci governa abbia una visione che sappia anticipare e interpretare i cambiamenti sociali del nostro tempo. Occorre essere ispirati dai valori della cooperazione, della fiducia tra i singoli cittadini perchè al di là del vantaggio economico, l’interazione con il prossimo e la collaborazione tra individui generano maggior valore e mutui vantaggi. In un periodo di crisi con un sistema economico limitato, agire mediante una logica redistributiva permetterà di trasformare i costi in occasioni sociali in cui i cittadini potranno non solo collaborare tra loro ma addirittura “barrattare” con il proprio comune di appartenenza per ottenere agevolazioni fiscali in cambio di lavori manuali.

Ora spetta agli uffici il compito di effettuare uno studio di fattibilità della proposta deliberata dall’organo politico e di scrivere i regolamenti attuativi, impresa non facile.

Cristiana Ferru

 

  1. Quello che sembra poco chiaro – e ancora meno chiaro è risultato dalla discussione in Consiglio comunale – è che la legge dice che le esenzioni dovranno riguardare “tributi inerenti al tipo di attività da loro [i cittadini che ‘barattano’ il loro lavoro] posta in essere”, cioè sembrerebbero esclusi i tributi ordinari dovuti come persona o nucleo familiare. Per fare un esempio, se prendessi in gestione uno spazio verde e ci mettessi un piccolo bar coi tavolini all’aperto (prescindendo per questo esempio dalle questioni burocratiche coinvolte), potrei essere esentata da Tosap e Tari relative al bar, non a Tari, Tasi e/o Imu che dovessi pagare per casa mia. O sono io che interpreto male la norma?

  2. Dunque il “baratto amministrativo” che sta riscuotendo consensi a destra e a sinistra e che molti comuni d’Italia stanno facendo a gara per adottare, approderà anche a Sestu. Non riesco ad unirmi al coro degli entusiasti. Dietro una sigla moderna e al di là di una terminologia che va molto di moda tra i sostenitori dell’economia della decrescita ci intravedo le antiche comandate comunali derivate dalle corvée feudali. Come il baratto amministrativo, le comandate erano appunto prestazioni d’opera in natura, giornate di lavoro manuale, che i comuni imponevano per la costruzione, sistemazione e riparazione delle strade sugli abitanti che traevano un vantaggio da quelle strade. Gli archivi storici dei comuni del Regno sardo piemontese ne conservano testimonianza oltre la metà dell’Ottocento. Poi vennero quasi dappertutto sostituite da corresponsioni in denaro a causa degli innumerevoli inconvenienti che comportavano. I lavori venivano eseguiti con lentezza, malavoglia e poco ordine e alla fine riuscivano sempre male e finivano per costare ai comuni molto di più. Inoltre non era infrequente che al metodo delle comandate si associassero abusi delle libertà individuali e vessazioni personali che provocavano continue contestazioni. Ora, la legge renziana nota come “Sblocca Italia” ci ripropone un vecchio sistema, ammantandolo da presunte virtù civiche, e ce lo spaccia come moderno e risolutivo dei problemi dei comuni. E ciò dopo che, in ossequio al neoliberismo imperante che vieta di tassare i grandi patrimoni, le politiche degli ultimi governi hanno progressivamente privato i comuni di fondamentali risorse per erogare i servizi ai cittadini. Col baratto amministrativo, dunque, chi non può permettersi di pagare le tasse, i poveri vecchi e nuovi, non solo saranno costretti ad esporre le loro difficoltà coram populo ma dovranno pure subire l’umiliazione di dover curare e pulire piazze e giardini e imbiancare le scuole anche per gli evasori fiscali impenitenti e per coloro che, potendo pagare, non avranno bisogno di spaccarsi la schiena e potranno continuare a godere in piena libertà del loro tempo. Forse non è un caso che un provvedimento così classista rimandi a istituti figli dell’Italia liberale, a quei sistemi sociali che tolleravano ampi margini di diseguaglianza che al più si tentava di mitigare, per motivi di ordine pubblico, con la carità individuale o quella degli istituti religiosi.

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