Divagazioni intorno alla chiesa del SS. Salvatore a Sestu (II parte)

Il desiderio di acquisire ulteriori conoscenze sulla Chiesa del SS. Salvatore è riemerso con prepotenza quando ho scelto il mio paese natale come luogo di residenza. Sicché per soddisfare quella curiosità, rimasta in parte e a lungo inappagata, mi sono dedicato a nuove ricerche. Ma come talvolta mi accade, mi sono un po’ allontanato dall’oggetto iniziale della mia curiosità…

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Graffitti medievali nella chiesa del SS. Salvatore di Sestu

Sulla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu ho trovato molte informazioni. Di fondamentale importanza si è rivelata la tesi di laurea di Lucia Siddi, intitolata “Il San Salvatore di Sestu e la Santa Mariedda di Senorbì. Contributo all’architettura medioevale in Sardegna” (sostenuta nell’Anno Accademico 1977/78). Un lavoro ricco di considerazioni di carattere storico e di giudizi estetici e valoriali che hanno avuto il merito di arricchire notevolmente la letteratura sul “romanico” in Sardegna e sulla chiesa di SS. Salvatore di Sestu in particolare. Nondimeno ho trovato interessanti i numerosi lavori che l’ accademico, buon’anima, Roberto Coroneo ha dedicato a questo monumenot.  Su questa chiesa hanno poi scritto gli  studiosi locali Vittoriano Pili, Franco Secci e Luisella Pili, le cui ricerche sono state per lo più pubblicate sul giornale locale “L’occhio del Cittadino.

Leggendo e ricercando, ad un certo punto la mia attenzione si è soffermata su un articolo di Ignazio Grecu intitolato Le “orme” dei Pellegrini nelle Chiese della Sardegna Medioevale. Questo autore sostiene che in Sardegna sono state individuate “orme” nel paramento murario di 14  chiese medioevali”. Tra queste vi è anche la chiesa dedicata al SS. Salvatore di Sestu. Questa notizia ha rappresentato per me una vera scoperta – anzi, direi una bella scoperta! Diversi studiosi avevano fatto riferimento ai graffiti della facciata del SS. Salvatore, ma nessuno prima del Grecu li aveva collegati alle orme dei pellegrini. A quel punto era impossibile non approfondire.

Nel tentativo di individuare il periodo in cui potrebbe aver avuto inizio in Sardegna la pratica di incidere “orme” sul paramento delle chiese, Grecu avanza l’ipotesi che  “la loro presenza in un numero di chiese relativamente esiguo, (per di più) databile in un arco temporale molto ristretto, possa costituire un valido argomento per ipotizzarne la (loro) realizzazione in tempi non molto discosti da quelli di impianto e costruzione, dunque nei secoli medioevali”.  Il paramento murario in cui sono incise risalirebbe, secondo Grecu, al primo quarto del XII secolo. Alle stesse conclusioni, bisogna ricordarlo, era arrivato anche Vittoriano Pili. E c’è ragione di credere che la notizia sia fondata in quanto quello è il secolo in cui si svolsero le crociate e quindi il periodo in cui decollò e si diffuse massicciamente la pratica del pellegrinaggio.

Per inquadrare il fenomeno nel contesto del medioevo sardo, può essere utile richiamare alcuni passaggi di “I santuari: finestre sull’infinito e sulla storia delle genti sarde” di Tonino Cabitzosu. Scrive Cabizzosu che nei secoli XI e XII la civiltà sarda registrò una fioritura di chiese romanico-pisane, intorno a cui si sviluppò la pietà popolare, irradiando promozione umana e spirituale. La committenza di queste chiese-santuario è da attribuire all’autorità laica, ai giudici, che lavorarono in sintonia con quella religiosa.  E più oltre precisa che numerosi pellegrini nel corso dei secoli, hanno lasciato traccia del loro pellegrinare di santuario in santuario incidendo sui conci le impronte dei sandali. Fornisce quindi alcuni dati sulla diffusione del fenomeno, sostenendo che il territorio in cui si registra il maggior numero di orme è il Giudicato di Torres con 50, 4 in quello di Gallura, 35 in quello di Cagliari e 33 in quello di Arborea.

Dal canto suo il Grecu, procedendo alla descrizione delle orme della chiesa del SS. Salvatore di Sestu, precisa che le stesse sono insolitamente graffite in conci posti all’interno dell’edificio, più esattamente in prossimità dei tre portali e alla base dei pilastri da cui nascono le prime arcate dei setti divisori. Secondo una prassi consolidata questo genere di segni venivano generlamente tracciati all’esterno. Coloro decidevano di lasciali erano infatti viaggiatori e come accade ai viaggiatori di tutte le epoche (accade anche oggi!), spinti dal desiderio di lasciare una traccia indelebile del loro passaggio in quei particolari luoghi, incidevano graffiti simbolici in punti ben visibili ed accessibili a chiunque.

orme-iiIl Grecu ritiene che le orme tracciate nella chiesa del SS. Salvatore siano state realizzate mediante la pratica di piccoli fori eseguiti in successione, oppure tracciate con una punta molto fine. Nella parte conclusiva del suo articolo l’autore riporta una serie di tavole in cui sono riprodotte le forme delle orme tracciate dai pellegrini, nonché le loro varianti . Dal raffronto con esse, le orme del SS. Salvatore di Sestu possono essere ascritte a tipologie diverse. Non è dunque possibile attribuire ad esse un significato preciso.

Dall’attento esame del Grecu emerge però un altro particolare, a mio parere molto interessante. Egli rileva infatti che in facciata, i cinque filari di conci con decoro geometrico possono rimandare a simboli legati al viaggio e alla pratica del pellegrinaggio. Ciò mi ha fatto pensare che coloro i quali hanno eseguito quei graffiti si proponessero non solo di lasciare un segno del loro passaggio ma anche di rassicurare gli altri pellegrini del fatto che si trovavano sulla strada giusta. In questo senso le orme graffite nei muri fungevano da segnaletica stradale per indirizzare correttamente i pellegrini nel loro cammino.

Se questa mia ipotesi non è del tutto stramba, allora è credibile che la chiesa del SS. Salvatore fosse collegata agli itinerari dei pellegrini dell’epoca. Che l’ipotesi non sia del tutto “peregrina” (perdonatemi il gioco di parole) è avvallato dal fatto che i graffiti individuati nei cinque conci della facciata si possono ricollegare ai simboli medievali legati al viaggio e alla pratica del pellegrinaggio.

A questo proposito ritengo di rilevante importanza le considerazioni avanzate dal Frau. Scrive quest’ultimo che “a Sestu, la chiesa campestre di San Gemiliano… (oggi) non presenta tracce di orme graffite, forse (perché sono andate) perdute con l’addossamento di ambienti seicenteschi al fianco nord e del portico cinquecentesco alla facciata”, per la protezione dei pellegrini.

Orme dello stesso tipo sono presenti nella chiesa di San Lussorio di Selargius, incise in alcuni conci del portale laterale della chiesa. Lo sostiene Giampietro Dore nel suo libro “Sulle orme dei pellegrini”.  Il Dore fa presente che sempre a Selargius, nell’area del portico antistante la chiesa di San Giuliano, e stata rinvenuta una placchetta di piombo, datata al XII-XV secolo, raffigurante i santi Pietro e Paolo. Suppone l’autore che quella placchetta – che insieme alla chiave era il simbolo che  contraddistingueva i pellegrini diretti a Roma – sia stata ripostata da un pellegrino o da un commerciante.

Dunque, seppure non esiste prova certa di quanto sostenuto da Frau a proposito dell’esistenza di orme nella chiesa di San Gemiliano, tutta una serie di altri indizi lasciano credere che la notizia sia fondata. E’ infatti verosimile che la chiesa di san Gemiliano, insieme a quella del SS. Salvatore nel territorio di Sestu, da un lato, e la chiesa di San Lussorio a Selargius, dall’altro lato, fossero meta di pellegrinaggio all’interno di un itinerario il cui termine ultimo poteva essere il Porto di Palma, dove esisteva una chiesetta dedicata alla Madonna, oppure Portu Gruttu dove i pellegrini si imbarcavano per raggiungere il Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Pinotto Mura

Una risposta

  1. A proposito di orme dei pellegrini……. anch’io ho letto i lavori di Grecu, di Dore, di Piras e altri autorevoli autori sulla materia ma in effetti oltre la catalogazione delle varie forme e posizione sui conci delle murature esterne ( muri perimetrali, facciate e absidi) ed interne come nel caso di S. Salvatore di Sestu, su come potevano essere state incise sui conci non ci sono spiegazioni utili a capire se facessero parte di un percorso di pellegrinaggio, se fossero delle indicazioni per il percorso stesso o degli ex-voto per grazia ricevuta tracciati dai pellegrini graziati, dei simboli, che visto l’analfabetismo di chi praticava questi percorsi,potevano indicare ai pellegrini: “qui sei ben accolto, puoi mangiare, dormire o essere curato se ne hai bisogno”. Io non lo escluderei per una maggiore comprensione.
    Esiste un elenco a cura degli Studi Romei delle Chiese Romaniche che in Sardegna presentano nelle pietre di costruzione questa tipologia di graffiti ma non è completo ma è una buona base per una catalogazione oltre gli importanti lavori degli autori summenzionati. Bisogna tener conto anche dei ruderi delle chiese campestri dove spesso si possono trovare e anche in ambiti diversi come la Torre di S. Pancrazio a Cagliari e le rovine del Castello di Monteleone Roccadoria. Insomma un vero e proprio rompicapo. Un ultima cosa, domanda che ho posto più di una volta a studiosi della materia: come è possibile che in chiese “importanti” si trovano una , due o comunque poche “orme” mentre nel rudere della chiesa di S. Francesco di Rebeccu a Bonorva che tutto sommato è una chiesa romanica minore e molto semplice ci sono non meno di 80-90 orme tra abside e l’unico muro perimetrale ancora in piedi?
    Una seconda ultima cosa, i restauri che grattano via la parte esterna dei conci per dare un aspetto migliore al monumento spesso grattano via anche le “orme” o altri simboli come le marche di cantiere e similari come per esempio nella Chiesa di S. Paolo di Milis dove purtroppo non si vedono più.
    Gianni Mocci

    PS Sono solo un appassionato che si interessa del periodo medievale in Sardegna.

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