Alternanza scuola-lavoro, medaglia all’inutilità, allo sfruttamento, all’inganno e all’idiozia!

Una nota esplicativa del Miur spiega che “l’alternanza scuola lavoro è un’esperienza educativa, coprogettata dalla scuola con altri soggetti e istituzioni, finalizzata ad offrire agli studenti occasioni formative di alto e qualificato profilo.” Be’, permettetemi di dire che vista con gli occhi di chi insegna, questo istituto dell’alternanza, uno degli elementi di maggior spicco all’interno della legge 107, meriterebbe un ricco medagliere: una medaglia al valor dell’inutilità, un’altra al valor dello spreco del tempo, un’altra ancora al valor dello sfruttamento, un’altra ancora al valor dell’inganno, e infine una bella coppa al valor dell’idiozia.

Dato che quando si conferiscono delle medaglie si danno anche delle motivazioni, vado a spiegare la ragione della mia generosità.

L’alternanza è inutile perché fare i galoppini, rispondere al telefono, fare fotocopie o altre banalità del genere non vedo quali competenze lavorative possano fornire. L’unico elemento significativo che forse lo studente può acquisire è la consapevolezza che quello che sta facendo presso quello studio o quell’azienda, non può essere il suo lavoro, dato che lo fa sentire un emerito idiota, e proprio non riesce a capire perché l’Istituzione scolastica lo stia punendo in quel modo, avvilendolo. Almeno quelle parole: “occasioni formative di alto e qualificato profilo”, ce le potevano risparmiare, tanto per manifestare un po’ di rispetto nei confronti dell’intelligenza altrui. Io leggo sempre una profonda delusione negli occhi degli studenti, al rientro dal loro impegno “lavorativo”, e molti mi domandano quale sia il senso della cosa.

La medaglia allo spreco del tempo va assegnata d’ufficio, direi, e la motivazione è pleonastica, almeno per noi insegnanti, perché interrompere la scuola per un paio di settimane significa, in termini pratici, spezzare un ritmo scolastico e didattico che necessitano di altro tempo per poter essere ripresi, e chi insegna sa quanto possa essere fondamentale, a volte, anche una singola ora di lezione.

La medaglia al valor di sfruttamento gliela farei consegnare direttamente dalle mani del Presidente di Confindustria, che costringerei a salire su una sedia e spiegare agli studenti di turno per quale ragione quelle prestazioni lavorative non debbano essere retribuite, e persino con una doverosa maggiorazione, dato che sono assolutamente stupide e incomprensibili, altro che ponte tra Scuola e mondo del lavoro! L’unico messaggio che gli studenti possono recepire è che, una volta terminati gli studi, essi dovranno accettare l’idea di lavorare gratis, magari perché secondo l’ottica del datore di lavoro, viene data loro l’opportunità di apprendere, di formarsi, e poi magari si vedrà. D’altra parte sappiamo tutti che nel mondo del lavoro c’è anche questo, perché ci sono giovani che sono costretti a lavorare rimettendoci persino in termini economici, nella speranza di arricchire il curriculum, ovvero avere una buona lettera di presentazione, magari con su scritto: “Ve lo raccomando, tanto questo stupido lavora persino gratis”.

La medaglia al valor d’inganno ha la motivazione appena espressa, ma la voglio assegnare comunque, dato che ormai l’inganno è imprescindibile ai tempi nostri, vuoi in politica, vuoi anche in ogni altro settore, basti pensare all’Europa, ad esempio, che tanto prometteva, ma che ha solo tolto, ad iniziare dalla libertà e dai diritti. Quello che ha dato è solo ricchezza ai ricchi. Noi insegnanti di inganni ce ne intendiamo, e potremmo scrivere un trattato intero, cominciando dall’autonomia scolastica, che è servita solo a farci mancare i fondi persino per far funzionare le scuole in modo almeno decente, stavo per dire dignitoso, ma temo che molti non capiscano il termine, anche tra i colleghi. Non sono forse ingannevoli le Associazioni Sindacali, che per decenni venivano a timbrare il cartellino alle Assemblee, a dirci come eravamo ridotti, come se non lo sapessimo da soli, e subito dopo firmavano di tutto, cercando di convincerci che avevano ottenuto il massimo, avendo ricevuto un’elemosina di aumento, barattata puntualmente con leggi che ci mortificavano ulteriormente? Non è forse un inganno la competizione tra scuole, per reperire studenti trasformati in clienti, nella logica perversa della Scuola-azienda e della truffaldina autonomia scolastica? Non sono stati ingannevoli tutti i Ministri che si sono susseguiti, almeno da Berlinguer in poi, pronti a dire, scandalizzati, al momento dell’insediamento, che meritavamo di essere trattati diversamente, a cominciare dalla retribuzione, ma che poi puntualmente, nessuno escluso, hanno solo dato il personale contributo all’opera di demolizione della Scuola pubblica, con perizia scientifica? Non è un enorme inganno, il più grande, la legge 107, beffardamente battezzata Buona, la definitiva pietra tombale? Non è forse un inganno vergognoso l’istituzione del Comitato di Valutazione, che, convincendo chi è al di fuori della Scuola, ma non solo, prometteva di premiare i “meritevoli”, ma che è servito solo a dare retribuzioni aggiuntive a chi collabora col DS per perseguire l’aziendalizzazione della Scuola, ma anche per sopperire alla miserevolezza del Fondo d’Istituto, con una trattativa delle RSU? Ormai tutto nella Scuola italiana è un inganno: assunzioni per categorie, concorsi beffa, eccetera eccetera.

E infine la coppa all’idiozia, la cui motivazione, oltre che rappresentare la summa, vuole premiare la stoltezza di chi obbedisce alla logica del mercato e del Potere, piegandosi all’imbroglio di chi finge di convincerci che le aziende non funzionano perché glielo impedisce lo scollamento delle Scuole dal mondo del lavoro. Se il mondo del lavoro non funziona è solo colpa degli imprenditori, ma anche delle politiche economiche errate, del liberismo e del miope e/o truffaldino rigore impostoci di un’Europa al servizio della Germania. Se in Italia il 40% dei giovani è disoccupato non lo si deve di certo a colpe della Scuola, come forse vorrebbero farci intendere, e chi non trova lavoro non lo trova sicuramente per sue incapacità, ma solo perché mancano i posti di lavoro.

L’alternanza Scuola-lavoro è insensata, inutile e deleteria. La Scuola non deve sottostare al mondo del lavoro, né accogliere alcuna direttiva o suggerimento da esso. La Scuola non deve formare dei lavoratori, perché a questo ci devono pensare le imprese. Ci sono specifiche scuole professionali che preparano a questo: per diventare elettricisti, idraulici, falegnami e quant’altro, ma non la Scuola, perché il suo compito è quello di dare cultura in senso lato, formare le menti, fornire strumenti critici, rendere gli studenti consapevoli di avere coscienza civica, arricchirli umanamente, anche alfabetizzarli emotivamente, abituarli alla collaborazione, al dialogo, al rapporto sociale. Questo deve essere la Scuola, non un apparato di Confindustria.

La ragione vera dello scientifico smantellamento della Scuola Pubblica è la volontà perversa di rendere il popolo ignorante, privo di capacità critica, incapace di capire e valutare l’operato di Governi e Parlamenti al servizio del Potere, essere suddito, e non cittadino libero, consapevole, intelligente.

Sorgente: Giuseppe Firinu, Alternanza scuola-lavoro, medaglia all’inutilità, allo sfruttamento, all’inganno e all’idiozia!

L’Accabadora. Perché continuare a evocarla?

accabadora-immaginaria1Si arricchisce di contributi e declinazioni il popolare mito sardo dell’Accabadora. Una figura mitologica che a partire dall’Ottocento, a varie riprese, ha colpito l’immaginazione di romanzieri e narratori (da Carlo Varese nell’Ottocento a Michela Murgia in tempi più recenti) e nondimeno si contano sugli scaffali delle biblioteche decine e decine di libri di tradizioni popolari che trattano l’argomento. Ultimo in ordine di tempo, è uscito il film di Enrico Pau, una produzione cinematografica che vanta un cast internazionale grazie al sostegno di importanti istituzioni culturali nazionali e regionali (Mibact, Regione Sardegna, Film Commission).

L’Accabadora di Enrico Pau è una giovane donna di un non meglio identificato villaggio del Campidano che approda a Cagliari durante la seconda guerra mondiale alla ricerca della nipote. Vi giunge proprio nel momento in cui la città viene bombardata dagli americani. La donna si aggira solitaria e senza paura tra le macerie delle case distrutte. Parla poco, e pur nella sua apparente freddezza tradisce un’anima tormentata. Le è toccato in sorte di ereditare un ingrato ruolo sociale: finire a colpi di mazza (o soffocandoli) i malati senza speranza, per interromperne le sofferenze.

Bravi gli attori e bella la fotografia. Il film è certamente un veicolo di promozione della città (suggestivi gli scorci di Cagliari), dei suoi prodotti artistici (il mantello dell’Accabadora è firmato dallo stilista algherese Marras) e delle sue tradizioni più famose (Sant’Efisio).

Forse la storia raccontata è un po’ debole. Ma il vero limite di questo film, a mio avviso, sta nel messaggio affidato alle ultime scene. Coinvolta emotivamente l’Accabadora non riesce a porre fine alle sofferenze della nipote rimasta gravemente ferita a seguito dei bombardamenti. Così, in un ideale passaggio di testimone, a concludere l’opera sopraggiunge il giovane medico, suo amico. Chiaro il tentativo di attualizzare il ruolo dell’Accabadora ponendolo in relazione all’attuale e delicata questione dell’eutanasia.

Se l’intenzione del regista era – come appare dallo sguardo benevolo che riserva alla protagonista  – quella di spendersi a favore del diritto alla buona morte, l’utilizzo di questo mito appare quanto mai controproducente. Quello dell’Accabadora è infatti un mito assolutamente falso, privo di ogni evidenza storico-scientifica. Di contro cercare di avvalorarlo è un’operazione culturale assai discutibile. Sostenere più o meno surrettiziamente (come pure fa lo stesso regista nelle sue interviste e nei titoli di coda del film) che questa figura possa essere esistita significa alimentare la già troppo diffusa tendenza alla creduloneria nei confronti di quanto ci viene proposto dalla tradizione. Significa, in ultima analisi, incentivare nelle persone un atteggiamento di accettazione passiva e acritica nei confronti del sentito dire, ovvero disporle a dare credito a tutta quella informazione non vera che passa attraverso la rete e i social media. Con tutti i guasti che ciò comporta.

Che l’accabadora sia un mito totalmente inventato lo dimostra Italo Bussa in un saggio del 2015 intitolato L’accabadora immaginaria. Una rottamazione del mito (Edizioni della Torre). Con rigoroso metodo scientifico l’autore, seguendo la lezione di grandi storici come Marc Bloch e Jaques Le Goff, risale all’origine del mito, ne analizza le componenti, ne evidenzia le incongruenze, ricostruisce il perverso meccanismo della sua trasmissione, arrivando infine a demolirlo fin dalle fondamenta.

Difficile opporre resistenza alle numerose e solide argomentazioni sviluppate da Italo Bussa per dimostrare l’infondatezza storica del mito dell’Accabadora. A me è bastato apprendere, per convincermene, che in nessun archivio storico, laico o ecclesiastico, sardo o spagnolo esistano testimonianze a questo riguardo. Sono infatti ormai numerose le ricerche condotte in questi archivi. Si conta, ad esempio, che solo il ricercatore Tonino Serra abbia consultato oltre 40.000 fascicoli processuali di cause criminali. Possibile che nessun tribunale civile o ecclesiastico abbia mai trattato una causa che riguardasse le accabadoras e la loro inquietante attività? Eppure si trattava di una pratica inveterata e diffusa (tale doveva essere se la si accredita come una tradizione) che si configura di fatto come un omicidio. E se non vogliamo credere che Torquemada fosse più aperto di Papa Francesco, l’esistenza di una simile usanza – che andava contro il principio cattolico per cui il termine alla vita dell’uomo può essere posto solo dalla divinità – non poteva certo essere accettata dalla Chiesa. Men che meno poteva sfuggire al suo occhiuto controllo sociale. Pensare poi che, come si vede anche nel film, il tutto accadesse in assenza di testimoni, appare ancora meno credibile. In Sardegna la morte così come la nascita erano notoriamente un fatto comunitario.

Chi dunque non si rassegna a veder scomparire ogni forma di pensiero razionale, è caldamente invitato a leggere questo libro.

S. M.

Fonte: Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas