“La cravatta” di Carla Cristofoli

vetrina-copie_thumbL’ho vista che era prima di Natale. Ma per Natale avevo già deciso, non me lo ricordo, ma mi sono detta che forse per il San Valentino poteva essere un’idea.

Mi sono anche detta che per il San Valentino sarebbe stata più accessibile. Mi sono anche detta ‘ma chi cazzo se ne frega di San Valentino’, ma è che uno se l’aspetta una cosa.
Il fatto è che uno si aspetta sempre qualcosa, cosa, non si sa, ma aspetta.
Ma, ma, ma e poi ancora ma.
Il tempo è questo, è una serie di ma e ogni ma è un’attesa. Poi a un certo punto i ma finiscono, perché il tempo finisce. Punto.
Ogni ma ci spinge in avanti. Domani, ma no! Facciamo dopo, ma magari poi…
Poi quando?
La cravatta comunque a febbraio stava ancora là, in vetrina, stava al ribasso, costava 40 prima di Natale, poi ha fatto la muffa e adesso, adesso allora che era febbraio, stava a 28 euro.
Ma! Non è male.
Ma a febbraio era troppo tardi. L’avevo vista prima di Natale e mi sembrava bella, fondo nero e dei pois grigio scuro, che potevano fare l’affare tra l’aldilà e il futuro, era un grigio ottimista, insomma.
Ma tra Natale e febbraio c’è gennaio ed è qui che il ma non trova più spazio. A gennaio fa freddo, piove, la terra si bagna e fa i vermi, quelli che aspettano primavera, aspettano, aspettano, aspettano, i vermi sono come i ma. Aspettano un altro momento, che sia propizio.
Gennaio non lo è. Propizio.

– Questa glie l’avevi regalata tu.

Una cravatta blu, fondo blu, quasi azzurro, ma niente di flash, garbata, insomma, con delle piccole losanghe blu e rosse e gialle, ma un giallo caldo, intenso, onesto.
Non me la ricordo questa cravatta, non me lo ricordo quando gliel’ho regalata a mio padre questa cravatta, certo non era San Valentino, se mai fosse.
Sul suo letto di morte, a gennaio, che non è propizio, mio padre indossa la cravatta che io non ricordo, perché e quando gli ho regalato.
Comunque, tutti quelli che passano davanti al cadavere di mio padre mi dicono:

– Questa glie l’avevi regalata tu.

Ok, ho capito, ci credo, non me lo ricordo, ma se siete tutti lì in fila a dirmi che gliel’ho regalata io, allora, cosa ci posso fare io, ci posso solo credere, è giusto che io non me lo ricordo.

E mio padre, sta là, davanti a me, morto, a gennaio, quando fa freddo, piove e la terra fa i vermi, che aspettano primavera.

– Papà, ma questa te l’ho regalata io?  Ma tu te lo ricordi tu?

Troppo tardi, i ma non hanno più risposta.
Fanno la fila, io sto sempre davanti a mio padre morto, che non risponde, sembra che aspetti che tutti se ne vadano, anch’io aspetto, ma la gente continua ad arrivare e a fare la fila davanti al morto e davanti a me, che guardo la fila che sono si esaurisce mai. Aspetto, in piedi, che lui si alzi, che tutti se ne vadano.

Mio padre morto era un’idea che non avevo mai avuto, che non avevo mai preso in considerazione, che si vestisse poi con la cravatta mia, questa poi non l’avevo mai pensata.

È tutto cosi ridicolo. Penso. Ma che io pensi, non gliene frega niente a nessuno, non ha infatti nessuna importanza, che sulla morte si possa avere un pensiero diverso dalla sofferenza, questo è un fatto di cui nessuno s’interessa.

‘Tu! Figlia! Pensi sia ridicolo che tuo padre indossi, il giorno della sua morte, la cravatta regalata da te? Vergognati! Che figlia sei?’

Non sono più figlia infatti, state tranquilli, il problema non si pone più.

Mia madre piange la sua vedovanza fresca fresca, fatta tutta di primavera, sono fiori nuovi quelli che si aprono, aspetta il bocciolo nuovo che si aprirà a maggio da portargli in cimitero, a questo nuovo innamorato di cui si ritrova fiera. Mia madre ha smesso di essere madre nel momento in cui ha smesso di essere moglie e mi lascia in piedi davanti al cadavere di mio padre, che non è più mio padre e che indossa una cravatta, che io figlia non ricordo di avergli regalato.

Ma chi se ne frega di me, figlia, che non ha più padre a cui regalare cravatte.

Poi arriva una che mi dice:

– Questo non è niente, vedrai dopo.

Dopo cosa? E comunque non ti ho mica chiesto di farmi il pronostico della mia sofferenza, vuoi fare a gara?

– Anch’io ho perso mio padre, non puoi immaginare.

E chi ti ha detto che me lo voglia immaginare? Pensi che non mi basti il mio, che abbia voglia di fantasmare sul tuo dolore? Mi stai provocando, vuoi soffrire più di me? Vuoi fare il calcolo? Non lo so, facciamo il test del palloncino e stabiliamo se il mio tasso di sofferenza è più alto/basso del tuo e cosi vediamo quanto siamo ubriache di dolore.
Ma soprattutto, chi sei? manco ti conosco, come fai a sapere che quella cravatta gliel’ho regalata io? Ma vattene. Ma lei non se ne va:

– Ma lo sai che tuo padre è vestito come il giorno del tuo matrimonio?

Allora guardo mio padre dalla testa ai piedi, sino alla cravatta: ‘ti prego, papà, alzati, cammina, usciamo insieme da questo delirio, accompagnami all’altare, se devi, ma ti prego, prima togliti sta cazzo di cravatta, che mi sta togliendo il respiro’.

Ma lui non si alza, la cravatta resta a togliermi il respiro, ‘perché non svengo?’, tutte le figlie lo fanno, è pure bello, cosi drammatico, ma soprattutto se svenissi mi porterebbero via da qui, stare qui davanti alla cravatta mi sta decisamente affaticando, cominciano a farmi male i reni, a forza di stare in piedi, mi fa male la schiena, tutta la spina dorsale si piega leggermente in avanti, mettendo a fuoco sempre più da vicino le piccole losanghe colorate.
Mentre sto con il naso prossimo all’abisso, ecco che la commessa esce dal negozio:

– È bella! Vero? Lo so che le piace, è già la terza volta che la vedo qui davanti alla vetrina a guardarla, – È la terza volta questa settimana, è chiaro che le piace.
Davvero? Tre volte in una settimana’, penso a voce alta. A parlare è la mia espressione idiota, che dalla cravatta passa alla faccia bionda della commessa. Che sorride.
Tutti sanno tutto di me, io no, io non so niente e lei sorride. Non c’è niente da ridere, ma lei sorride. Adesso mi inviterà a entrare.
– Prego! – Seguo con lo sguardo idiota la sua mano bianca e invitante.
‘Entro?’
– Entri, La prego.
Entro. Caldo, tutto legno, tutto scaffali luccicanti, profumo di lavanda, qualche camicia, cravatte dappertutto. Un uomo mi sorride, anche lui lo sa, che io non so niente. Sceglie con cura diverse cravatte, che una commessa bruna gli propone. Le sfiora e ne sente la morbidezza, per valutarne il giusto contrasto, le appoggia sul braccio, lasciandole mollemene ricadere e quelle, come svenute, penzolano e oscillano e poi si fermano, come morte.
L’uomo si volta a guardarmi ancora, ancora mi sorride:
– Lei quale sceglierebbe? – Mi chiede.
– A cosa le serve una cravatta?
– Per il matrimonio di mia figlia.
– Scelga qualcosa di allegro, un colore forte, vivace, qualcosa che si faccia ricordare, che faccia inorridire sua figlia, che le faccia dire ‘Ma papà, cosa ti sei messo?’
– Perché dovrei farle un dispetto del genere? Proprio il giorno del suo matrimonio. – L’uomo è sorpreso, direi quasi divertito. Continua a sorridere e si aspetta, seriamente, una risposta.
– Proprio perché sarà un giorno felice. Sua figlia se lo ricorderà e quando se lo ricorderà ne sarà felice.

L’uomo aggrotta le sopraciglia, ritorna alle sue cravatte, le soppesa, quelle continuano a pendere morte sul suo braccio, sembra cerchi il colore più pesante, il peso di quella che ha i colori più forti.

– La rossa a strisce gialle e verdi, – gli suggerisco io, per alleviare la difficoltà della sua scelta.
– Seguirò il suo consiglio, non so dirle perché, ma mi sembra sensato, daltr’onde io non ho mai sopportato le cravatte, non le porto mai, a meno di essere obbligato.

Mi dice l’uomo con l’aria sofferente del padre che compie l’ultimo sacrificio per una figlia da lasciare all’altare, l’ultimo gesto di protezione, prima di abbandonarla definitivamente al mondo.

– Ci sono occasioni in cui è proprio necessario portarle. Cosi pare. – Dico sforzandomi di ricordare in quali altri occasioni ho visto mio padre in cravatta. Non mi ricordo.
– Cosi pare. – fa eco lui.

Intanto la commessa ha estratto dalla vetrina la cravatta a sfondo nero con i pois in grigio ottimista.

– Pura seta, la tocchi, è morbidissima, – mi dice.
– Non posso, mi dispiace. È senz’altro molto bella, ma proprio non posso.
– È un ottimo prezzo per un oggetto di cosi gran qualità.
– Le credo, ma non posso.

L’uomo ha pagato, ora al braccio ha un sacchetto con la sua cravatta dentro, saluta, mi sorride e fa per andarsene.
– Mi accompagna fuori, per favore? – Gli chiedo tenendolo per un braccio, con un tono che non gli permette nessun’altra risposta se non:
– Prego! – Mi risponde porgendomi il braccio.
Fuori sul marciapiede si respira l’aria gelida di febbraio. Respiro, respiro, respiro, respiro sempre più profondamente, sento i pensieri gelidi che mi escono dai polmoni, che si trasformano in fumo al contatto con l’inverno.

– Sta bene? – Mi chiede l’uomo preoccupato.
– Sto meglio.
– Vuole che le chiami un taxi per tornare a casa?
– No, grazie, ce la faccio.
– La posso lasciare? – Chiede con un sorriso ironico.
‘Devi proprio andare, papà?’
– Mi dispiace, Signorina, ma devo proprio andare, ma prima mi dica che sta bene e che la posso lasciare.
‘Vai, vai, se proprio devi andare, portati dietro la cravatta che ti ho regalato io e ricordatelo che te l’ho regalata io’.
– Vada pure, non si preoccupi, sto meglio.
– Grazie per la cravatta. Arrivederci.

Sorrido, lui si volta e si allontana, lo guardo di spalle camminare a passo svelto lungo il marciapiede, evitando i passanti che potrebbero impedirgli il passo, si fa più scuro e lontano, gira l’angolo e sparisce.

Carla Cristofoli

Un tempo c’era una corte chiusa

vino-uvaUn tempo c’era una corte chiusa da una lista di stanze a sinistra e di fronte un porticato che proteggeva le stanze buone, a destra un muro con la legna e le fascine per il fuoco e uno stanzino buio di paura dove non entravo perché avevo paura. Un tempo c’era la casa di mia nonna e tutto il resto non conta. Tutto il resto è vita adulta, ragionata, pensata ed organizzata. Prima era il sogno. Il sogno era la corte al centro della casa. la vita era al centro della corte e sotto il barrali che distillava grigniola, fatto di acini oblunghi dolci e polposi, che avevano lo scopo di filtrare il sole, catturarlo e mitigarlo, per poi restituircelo fresco e odoroso.

In quel cubo di vita c’eravamo noi, tutte, e tutti i pomeriggi eravamo chiamate alla riunione. C’era gioco di bambine grandi che disprezzavano il gioco delle bambine piccole, c’era la preghiera delle bambine piccole ad entrare nel gioco delle grandi ed il gridato rifiuto, gridato era anche il rimprovero, sdegnoso il rifiuto, rassegnata l’accettazione che sempre ne conseguiva.

Una volta c’erano tutte e due le mie nonne, una dal nord l’altra dal sud e tutte si sforzavano di parlare l’italiano della buona educazione, quello che si deve agli stranieri, che sono quelli che parlano altre lingue e possono fraintendere i suoni bruschi del sardo e fraintendere inviti per insulti. La nonna del nord aveva comunque vissuto diversi anni nell’isola, ma aveva imparato pochissime parole. Non riusciva a pronunciare i nomi delle famiglie, non ne veniva a capo di quelle consonanti incastrate, di quei suoni scivolati. Il mio nome non è difficile dice una delle zie ‘cemûd al è?’ chiede la nonna dal nord, nella sua lingua, che fa chick, perché somiglia al francese.

‘Vacca’ risponde la zia. ‘La vache! Que s’est brut!’ esclama quell’altra lasciando la zia in silenzio e tutte nell’imbarazzo.

‘Leggiu est leggiu’ chiosa mia nonna dal sud. Bello non era di sicuro. Ma del bello e del brutto nessuno si cura e la conversazione riprende sotto il sole carico di grigniola.

Carla Cristofoli

Donna ieri come oggi. Rosa Podda

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Madre, figura femminile, Costantino Nivola

In occasione dell’8 marzo proponiamo un racconto di Tonino Sitzia pubblicato sul sito di Equilibri. La storia è liberamente tratta da un fatto realmente accaduto a Elmas tra il 1853 e il 1854. Ma fatti del genere succedevano a quei tempi in molti paesi della Sardegna. E accadono ancora oggi in tante aree del mondo dove le donne sono private della dignità di persone e considerate alla stregua di oggetti.

Rosa Podda

Appena il tempo, nel dormiveglia dell’agonia, di riconoscere a stento, come tra le brume dell’alba, il visino pallido nel fagottino bianco, e di sentire, in un lontano bisbiglìo, il commento delle donne affannate – Ta bella pipia, parit drommia – Sciadada Rosa, pobirittedda…E poi un’ultima domanda rivolta a Greca: – E sa pipia est istetia battiada?
“Al 31 luglio 1854 è nata una bambina figlia naturale della nubile Rosa Podda, figlia del fu Antonio e della fu Antonia Mua che per l’imminente pericolo di morte in casa, secondo il rito di Santa Romana Chiesa, ha battezzato Greca Casula ostetrica (1) approvata dal sottoscritto; fu poi portata in chiesa e sono state esercitate le sacre cerimonie e imposto il nome di Maria Teresa Sebastiana.” Così nei registri parrocchiali. (2)
Un anno prima della sua morte Rosa ha la felicità dei suoi ventitré anni. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi genitori dei suoi progetti, specchiandosi nei suoi occhi ridenti, e del buon Francesco Cabras, suo cognato che la adottò in quanto orfana e quindi priva di affetti e di sostanze. Avrebbero certo dato il loro assenso e la loro benedizione alla promessa di “sponsorio” che il giovane Antonio Cossu, innamorato di Rosa, aveva fatto a Francesco, con tutti i crismi in uso nel tempo: “sa domanda” da parte del padre del futuro sposo “Est unu bravu piccioccu e tenit intentionis serias…”, la presenza de is testimongius “Est unu grandu traballadori…”, il dono dell’anello o un altro pegno d’amore.
Era il settembre 1853.
Rosa è timorata di Dio, ma più di una volta il diavolo ne veste i panni.
Il parroco, don Giovanni Pilloni, va predicando in pubblico, e a volte dal pulpito, di “quella puttana e concubina che infanga la chiesa e la comunità”. Non fa nomi, ma è chiaro a chi è rivolto il suo disprezzo.
Rosa, ancora più bella di prima per la maternità che non può nascondere, percorre Su Stradoni a passo svelto, è conosciuta dalle 500 anime che fanno il paese, cammina a testa alta a ridosso delle povere case di ladiri, lungo i cortili e gli orti, non si cura delle chiacchiere sul suo conto.
E’ una donna forte, Rosa. come tutte le donne. Mentre i maschi di Elmas “paiono amar l’ozio, e molto si dilettano nel giuoco delle carte” (3), “la donna campidanese, più intelligente del compagno, quando è sposata, spesso attende all’economia domestica e ai lavori campestri. Le giovinette sogliono prendervi parte, dedicandosi alla raccolta dell’uva, delle mandorle, delle olive, più di rado a lavori di coltivazione, come la semina dei cereali, il legamento delle tralci della vite, o qualche zappatura”. (4)
Con l’avanzare della gravidanza, Rosa dialoga con la piccola creatura che ha in grembo, tessendo quel filo misterioso di affetti che lega ogni madre al proprio figlio; intuisce che il bambino, pur protetto nel bagno amniotico, percepisce quanto succede nel mondo esterno, e ha paura che “sa scuminiga de su predi” possa fargli del male.
S’ arràbiu de su predi pare sia dovuto al fatto che in paese si vocifera delle sue frequentazioni di giorno, ma “anche di notte”, della casa di Maddalena Mascia, sa vìuda. Egli pretende che il giovane Cossu sposi una delle sue figlie, con la quale si sarebbe speso con una promessa di futuro matrimonio.
“Quella puttana incinta non si sposerà mai” continua a predicare il prete, e quando il padre di Antonio chiede il permesso per le pubblicazioni di nozze si vide rispondere con “un rimbrotto ingiurioso: dicendogli che dopo avere desso fatto bordello con l’attuale di lui moglie, ora permetteva che altrettanto eseguisse il di lui figlio”. (5)
Rosa si sente pesante, ha l’affanno della gravidanza che avanza, le sue uscite si fanno più rade. Le vecchiette mormorano de cantu Rosa est grai, e quando la incontrano “Inzandus, Rosa, a candu su sgravamentu?”
I maschi la incrociano e abbassano gli occhi, più per un oscuro senso di colpa che per pietà.
Col trascorrere dei mesi Rosa si sente più sola, si chiude in casa, deve proteggere la sua creatura dalle malelingue, dal prete sempre più violento, da qualche fattura che qualcuno può aver fatto ai suoi danni.
Ora che la nascita è imminente non c’è più nessuno tra lei e il suo bambino. Ce la devono fare.
Il parto, doloroso quanto solo le madri sanno, è drammatico per Rosa. Alle richieste pressanti della moribonda e della comunità il prete “invece di avvicinarsi all’ammalata, proferirle parole di sollievo e conforto religioso, si tenne in disparte, e non ostante la moribonda facesse segni di volersi confessare ed esprimesse il desiderio di ricevere gli ultimi conforti di Santa Religione, il Pilloni, duro ed immobile a nulla si prestò, così che con grave scandalo degli astanti, se ne morì senza i sacramenti”. (6)
I registri parrocchiali annotano: “Addì primo di agosto dell’anno milleottocentocinquantaquattro in questo villaggio di Elmas morì Rosa Podda figlia del fu Antonio e fu Antonia Mua di questo villaggio di Elmas in età di anni ventiquattro senza sacramenti, e nel seguente giorno venne seppellita nel piazzale di questa Parrocchiale Chiesa”(7). Nello stesso giorno era morta la piccola, battezzata col nome di Maria Teresa Sebastiana.
Il dramma di Rosa non è finito.
La bambina viene seppellita nel piccolo cimitero attiguo alla chiesa, lei nel piazzale della chiesa, in luogo sconsacrato, “in un piccolo fosso non alto due palmi”. (8)
La comunità e il Consiglio comunale riuscirono solo a imporre che “rifatta la fossa, la fecero seppellire in modo che non potesse essere il cadavere pascolo alle belve e non restasse l’aria infetta con detrimento dell’igiene e della salute pubblica”.
Bai cun Deus, Rosa.

Il ricorso presentato da Francesco Cabras contro i comportamenti del parroco venne respinto dal Tribunale Penale di Cagliari con decisione del 26 settembre 1854.

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(1) S’opera sa prus preziosa, chi podit fai una Llevadora est finalmenti su salvai s’anima de un’innozzenti, cun amministraiddi su battisimu, candu conosciat chi s’esistenzia sua est in perigulu, e non si pozzat salvai sa vida temporali…narendu po ex Deu ti battiu in nomini de su Babbu, e de su Su Fillu, e de su Spiritu Santu. E’ quanto si legge nel prezioso manualetto, stampato a Cagliari nel 1827 “Brevis Lezionis de Ostetricia po usu de Is Llevadoras de su Regnu de su dottori chirurgu collegiali Efis Nonnis, supplidori de sa Cattedra de Chirurgia”. La singolarità del libretto è data dall’uso del Sardo in argomento scientifico e dal suo intento didattico e divulgativo ad uso de is Levadoras, che a quei tempi avevano un ruolo importantissimo nelle fasi decisive del parto. Il “Manuale di Ostetricia” è stato ristampato a Cagliari nel 1981 a cura del grande linguista Antonio Sanna, ordinario di Linguistica sarda all’Università di Cagliari.
(2) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(3) Dizionario Angius – Casalis, Cagliari 1833, pag.344, alla voce El mas
(4) “Le condizioni economico- sociali di una zona rurale della Provincia di Cagliari”. Tesi di laurea di Don Filippo Asquer, Cagliari 1909
(5) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(6) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(7) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(8) Nel 1777 il canonico Francesco Maria Corongiu, facente dell’Arcivescovo di Cagliari, avviò un’inchiesta in forma di questionario (preguntas e respuestas) a tutti i parroci della diocesi, da cui si ricavano notizie “di prima mano” della vita delle comunità locali. Per quanto riguarda le sepolture a Elmas si legge “La maggior parte delle sepolture sono collocate nel corpo della chiesa in linea diritta cominciando presso l’altare maggiore fino alla porta della chiesa, nella forma usata in altre parrocchie; i sepolcri sono ben chiusi e sigillati e non traspira nessun olezzo perché si sono poste nuove lastre nelle sepolture secondo le disposizioni precise del molto reverendo Monsignor Canonico Prebendato” .
In “Elmas paese di Sardegna” di Antonio Asunis, pag 148.
Prima della costruzione dell’attuale cimitero, dunque, le sepolture avvenivano in chiesa, in un piccolo camposanto attiguo, e, a volte, per le famiglie benestanti a Santa Caterina.

Tonino Sitzia

LA MATITA E MISTER TABLET

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Dal 2016 la Finlandia, che vanta una delle scuole più belle del mondo, abolirà l’uso di penne e matite sin dalla prima elementare. In fondo, sostengono i finlandesi, è bene che fin da piccoli i bambini sappiano usare una tastiera e un computer. In Italia diversi pedagogisti si battono per una ri-alfabetizzazione alla scrittura, come pratica che aiuta la mente e la manualità.

La Matita e Mister Tablet si  incontrarono per la prima volta nel vecchio studio del Signor G.
La vecchia e consunta matita, magra ed emaciata, conservava un suo aplomb nobiliare, vantava illustri trascorsi e aveva dalla sua una lunga storia di formazione di generazioni di bambini e bambine, molti dei quali sarebbero diventati scrittori e scrittrici, ingegneri o scienziati, carpentieri e idraulici, infermieri e dottoresse, insomma avrebbero fatto strada nella vita.
Mister Tablet aveva un aria quadrata, pratica e scattante, era lucido e trasparente, un certo fascino da lord inglese, e anche una giovanile superbia. Vantava una rapidità senza precedenti, una capacità di connessione con la contemporaneità, un successo strabiliante tra le nuove generazioni. Signora Matita faceva fatica anche a cogliere il senso di quelle parole, ma, pensava, indubbiamente dovevano essere importanti. Nella sua impertinenza Mister Tablet vantava il suo look, parola che egli amava molto, e sorrideva dell’abito dimesso della Signora, da secoli sempre lo stesso. Tra i due vi era una naturale diffidenza, dovuta forse anche al loro sesso, uno era maschio e l’altra femmina, e si sa che gli approcci alla realtà sono abbastanza diversi e talvolta inconciliabili. Vivendo nello stesso ambiente dovevano per forza conoscersi e, se possibile convivere.
Fu Mister Tablet a presentarsi:
– I am Mister Tablet and you?
– Io sono signora Matita, vi prego di darmi del lei, non sono abituata ad un approccio così diretto, in fondo non ci conosciamo…
– Signora, mi dica qual è la sua funzione, la mia, per servirla, è quella di rendere più efficace, efficiente, e rapida la comunicazione e la scrittura.
Il termine funzione le suonava male…
– Io la chiamerei piuttosto missione, un termine a mio avviso più pregnante della vostra mission, perché vede, attraverso me si impara a guidare la mano, comporre i segni, unirli per fare una parola, fino all’elaborazione di un pensiero sulla carta…
– I’m sorry, troppo tempo!…guardi dentro il mio specchio…questo è il tuchscreen, basta un tocco per scrivere e disegnare…addio tastiera, e anche lei, non vorrei essere offensive, ma presto sarà rottamata…resterà per sempre confinata dentro quella scatola cilindrica dove si trovano vecchie e gloriose penne stilografiche, qualche penna in piuma d’oca, tutta roba che mister G. ha trovato in qualche mercatino d’antiquariato, sa com’è…lui è un collezionista…insomma lei è un pezzo d’antiquariato!
– Guardi, signor Tablet…la scrittura è una disciplina, richiede lentezza, pazienza, aiuta a mettere ordine nelle cose…crea un certo abito mentale…se lei si specchiasse di meno nel suo aggeggio forse sarebbe meno impertinente e più rispettoso.
– Vede signora Matita…qui dentro ci sono le lettere e i diversi stili di scrittura…basta fare una scelta…
– Si tratta di lettere standard…ma la scrittura di ognuno di noi è unica, è un tratto della nostra unicità di persone e perfino della nostra personalità.
– Ascolti Ms Pencil…questa montagna di libri che ci circonda presto saranno superflui…all’interno del mio corpo potranno essere scaricati tutti i libri che si vuole.
La Signora prese un libro a caso…sfogliandolo fece notare al suo giovane amico che diverse pagine erano segnate a matita, alcune contenevano delle sottolineature, altre piccole frasi a commento dello scritto, altre ancora piccoli e significativi segni a rimarcare frammenti che certamente per il lettore avevano un senso…
– Vede…questi segni che io rendo possibili?…Per me sono atti d’amore…un segno grafico diventa un atto d’amore verso ciò che si legge.
Mister Tablet guardò stupito la Signora, pensò che il tempo giocava a suo favore e non volle ribattere…il futuro richiede uno sguardo decisamente proiettato in avanti…e non aveva tempo per guardarsi indietro, ma certo gli venivano le vertigini a riflettere su come quella donna e i suoi avi erano sopravvissuti nei secoli…e poi anche l’amore era concetto impegnativo su cui non aveva voglia di impegnarsi.
Ci fu un silenzio imbarazzante, come se tra loro fosse difficile portare avanti la discussione…di sicuro entrambi pensavano che nello studio avrebbero forse continuato a convivere…
Fu Mister Tablet, poco abituato alle pause e ai silenzi, a rompere gli indugi e per salutare la Signora se la cavò con un motto da autentico gentleman…
– Lei è un inguaribile romantica!

Tonino Sitzia

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas www.equilibrielmas.it)

Bibliomula

Il racconto che segue è tratto dal nuovo sito di Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas (che vi invitiamo a visitare!). Come dichiara il suo autore, Tonino Sitzia, esso è liberamente ispirato da quanto ha raccontato Giacomo Sitzia, che nel mese di agosto di quest’anno è stato nella regione di Mérida in Venezuela per un esperienza di Volontariato internazionale curato dal CISV e dall’Associazione cagliaritana TDM 2000. Il Progetto Bibliomula Mérida, a cui fa riferimento, è un progetto di animazione alla lettura organizzato dalla cooperativa Caribana di Mérida, Venezuela, con il supporto dell’Università di Momboy. Iniziato nel 2010 è ancora in corso.

Bibliomula - Foto di Giacomo Sitzia

Bibliomula – Foto di Giacomo Sitzia

Frajelones - Foto di Giacomo Sitzia

Frailejones – Foto di Giacomo Sitzia

C’era una volta…nel paese dove tutto è possibile, dove il sogno del socialismo e della nueva humanidad si confonde con la grande povertà, dove Abreu con la musica salva i ragazzi di strada, dove nella capitale la vita può valere meno di niente, in quel paese lontano un oceano…c’era una volta la mula Frailejona, bruno quadrupede dal pelo scuro.

Nei Páramos, brulli ecosistemi delle Ande ecuadoregne, colombiane, boliviane e venezuelane, in lande impervie e solitarie tra i 3000 e i 5000 metri, fino al limite delle nevi perenni, crescono i frailejones, piante endemiche di quei luoghi. Hanno un aspetto austero e resistente e forse per questo i bambini de Los Corrales, Gavidia e Micarahce, comunità rurali dello stato di Merida in Venezuela, hanno dato quel nome alla loro mula. Deve essere per forza tenace e resistente per il lavoro che deve fare! Certo il nome è stato suggerito anche da qualche esperto dei luoghi. Non tutti sanno che le frailejones sono lente come i muli, crescono infatti di un centimetro all’anno…se un piccolo campesino ne incontra una alta due metri significa che essa ha conosciuto i nonni e i bisnonni.

Se poi frughiamo nell’etimo, cioè all’origine del nome che spesso si perde nella notte dei tempi, dato che fraile significa frate, si dice che queste piante, nelle giornate nebbiose, assomiglino a tanti fraticelli che, col loro saio scuro e la testa scoperta, presidiano le campagne. La mula Frailejona, non meno nobile dell’ippogrifo, percorre settimanalmente gli aspri crinali della Sierra Nevada venezuelana, a 3000 metri di altitudine, col suo carico di libri. Data la sua sapienza potrebbe fare quei sentieri da sola, ma preferisce essere accompagnata da Nelson, il Bibliomulero che si è stancato del lavoro sedentario in biblioteca. Per questo suo lavoro Nelson non solo ha voluto un nuovo e più pomposo nome, Bibliomulero appunto, ma pretende anche un salario più alto. Frailejona va tranquilla in quegli aspri tornanti, non sa di essere una “biblioteca itinerante”, né di essere la protagonista assoluta di un progetto che vuole “promocionar, fortalecer y fomentar la lectura y escritura en los niños y docentes”.

Frailejona non lo sa che nella sua groppa c’è la bisaccia delle meraviglie, libri colorati di storie di tutto il mondo, libri per costruire actividades de cuenta cuentos, che assomiglia al nostro contai contus…raccontare storie, disegnare e inventare personaggi. Frailejona è contenta delle feste che le faranno i bambini e le bambine. La osservano arrivare da lontano, dagli aspri tornanti intravedono la sua sagoma, si sbracciano per salutarla e prima che lei arrivi sono già in fermento…chissà quali nuovi libri ci porterà… Frailejona è lenta, come tutti i muli, ed è una bella sfida con i bambini che per natura sono veloci e scalpitanti…”ehi, muoviti!..ma quando arrivi? Sei proprio lenta come una tartaruga! Sei peggio di una lumaca!” Nelson il bibliomulero sa che ha ragione Frailejona: la lettura richiede pazienza e lentezza.

Per convincere i bambini tira fuori dalla bisaccia delle meraviglie un libro colorato…è una favola di Luis Sepúlveda, – Bambini ora vi leggo una storia scritta da un nostro cugino cileno…sentite cosa dice a proposito della tartaruga “La tartaruga, masticando gli ultimi petali delle margheritine, le disse che se lei non fosse stata una lumaca dall’andatura lenta, se invece della sua lentezza avesse avuto il volo veloce del nibbio, la rapidità della cavalletta che copre a salti enormi distanze, o l’agilità della vespa che ora c’è ora non c’è perché è più veloce dello sguardo, forse non sarebbe mai stato possibile quell’incontro di esseri lenti come una tartaruga e una lumaca…” Come vedete essere lenti ha i suoi vantaggi…

Nel 2013 Frailejona è morta per una infezione intestinale. I bambini, che non capiscono la morte, si sono messi a piangere…l’hanno sepolta con tutti gli onori, sanno che lei in qualche modo è ancora presente…e ora chi ci porterà i libri? pensano in coro…
In molti si sono dati da fare per portare avanti il progetto e con le loro donazioni è stata acquistata una nuova mula. Ha un aspetto più giovane di Frailejona, è meno pelosa e ha il manto marroncino chiaro. I bambini, festaioli come tutti i bambini del mondo, hanno subito organizzato una festa per accoglierla degnamente e l’hanno subito battezzata con un nuovo nome: Estrella.

Tonino Sitzia

Bacco e Venere esistono ancora!

F. C. Marinelli

Flavio Marinelli 2014 – Ispirato al racconto di un viaggiatore francese  dell’Ottocento

Associazione Folk Culturale San Gemiliano, Comune di Sestu Assessorati Cultura e Turismo, Ass.ne Turistica Pro Loco Sestu, Regione Autonoma della Sardegna – Presidenza del Consiglio Regionale – Assessorato Regionale P. I.

Con il patrocinio del Comune di Sestu l’Associazione Folkloristica Culturale S. Gemiliano… pensando al suo Cinquantennale organizza “Una serata per conoscere e per non dimenticare poesia e poetica in Sardegna: in musica, in canto, in rima, in versi e in ballo”.

Con la partecipazione di: Gavino Maieli, Direttore delle Riviste “S’Ischiglia” e “Nur”, Vittoriano Pili, cultore di espressioni diverse in Lingua Sarda, Carlo Pillai, studioso e scrittore di Lingua e Poesia Sarda, Luciana Onnis, Fondazione Faustino Onnis Selargius.

1964 -2014. Venerdì 27 Giugno – ore 20,00 Casa Ofelia Marras – Via Parrocchia – Sestu.

Così potevamo leggere nella locandina attaccata al vetro del bar a fine Giugno in paese e, a dirla tutta, la cosa sembrava parecchio interessante. “Ma dai – mi disse Gianni – è la solita serata di pseudo professoroni so-tutto-io, la solita palla”. “Più che altro – ribatté Franco col suo solito risolino beffardo da simpatica canaglia – sarà noiosa perché pivelle non ce ne sono… minimo solo gente seria e vecchia… e musica antica… e se ci vanno sono vestite in costume, che o se la tirano o non possono lasciarsi andare… e poi alcuni di questi mi sembra di conoscerli, si creint meda”. “La scorsa volta ci sono andato e alla fine c’era roba da mangiare e da bere, lo fanno sempre…” – gettai l’esca. “Vino o birra?” “Vino bianco e nero e roba tipo salame, prosciutto, formaggio e dolci”. “Boh… vediamo…” “Ita vediamo, andiamo verso la fine, dai retta a me, mai che me lo perdo il cumbido… e poi a fine serata le ballerine se lo tolgono il gesso…” Fu così che non sfumò la mia idea di andarci in cricca, sapevo che sarebbe stato inutile cercare di convincerli parlando di poesia.

Arrivò il venerdì, andai al Comune, ci eravamo dati appuntamento lì per le sette e mezza: una birra, una sigaretta e via, come facciamo sempre, quella volta direzione casa di Tzia Ofelia. Franco e Gianni erano già lì, in piedi vicino alla nostra panchina… che cosa è successo? – pensai vedendoli. “Mi sa che andiamo”, disse Gianni ammiccando verso il compare. Mancavano venti minuti: Bacco e Venere esistono ancora.

Entrammo nel vecchio cortile valicando il grande portone di legno, c’era già gente che aspettava di prender posto nella sala conferenze, in fondo a destra, non erano tanti, ma si vedeva un certo movimento e sembravano socievoli. Ormai le otto erano passate, decisero di iniziare. Occupammo una fila a mezza sala, le file di sedie erano da tre, sembrava fatto apposta per noi. Il Presidente del gruppo folk San Gemiliano, Camillo Pili, un tipo simpatico coi baffetti e un bel sorriso, salutò i convenuti e presentò i relatori, poi lesse una poesia scritta da lui la mattina, ispirata al tema della conferenza, parlava del suono che arriva da ciò che ci sta intorno, dalle foglie di un albero o dal cammino di un’onda, tutto ha suono e musica e poesia, basta trovare il silenzio dal rumore e ascoltare. Ci mise a nostro agio, il ghiaccio era rotto e bene direi. Poi prese la parola il fratello, Vittoriano (“lo sapevo io – borbottò Gianni seduto alla mia destra -, tutto in famiglia, la solita mafia”), parlò degli emigrati sardi degli anni sessanta, gli anni della nascita del gruppo folk, e poi lesse un racconto di un francese del 1800, tradotto da lui, la descrizione di un ballo tondo a launeddas della zona di Pirri, mi pare, una scena ricca di particolari, quasi una foto o un film girato da uno che di cinepresa e tecnica della comunicazione ne sa.

Anche Vittoriano era molto simpatico, era serio, ma “alla fidata ne tzaccava battute” – come mi disse qualche giorno dopo Franco (quella sera seduto all’altra estremità della nostra fila di tres scannus, con un occhio al tavolo intarsiato dei relatori e l’altro, invisibile a tutti tranne che chi conosceva la sua missione, alle ragazze sedute in fondo alla sala) – e a volte gli scappava il sorriso… e nel frattempo che le nostre orecchie ascoltavano cose nuove che ci diceva, i nostri occhi e i nostri corpi erano ancora in mezzo a quei ballerini ancestrali di duecento anni fa. Quando il microfono passò alla postazione di Gavino Maieli, senza abbandonare il XIX secolo lasciammo il ballo e la musica e cademmo come d’incanto nel grembo della poesia. Il direttore dei due periodici di cultura della terra dei nuraghi ci prese affabilmente per mano e con lui ripercorremmo le vie dei versificatori sardi della fine del 1800 e del 1900, sentieri magici, misteriosi, affascinanti… come il suono della più piccola delle campanelle appese al collo delle pecore, sa ischiglia. Dopo averci svelato il significato di quel nome, lesse due belle poesie senza svelarci l’autore, ma capimmo alla fine – tranne Gianni, ovvio – che erano sue: logudorese sketu. Altri applausi sonori, la serata era calda.

Carlo Pillai, con un dialetto campidanese molto attuale e chiaro e un caratteristico fare vivace, schietto, spontaneo, espressivo e accattivante e i suoi occhialini sul naso, approfondì il tema della serata, presentando ai nostri orecchi, nei quali il tintinnio di un gregge transumante risuonava ancora dolce e selvatico come il miele di corbezzolo, le varie e numerose occasioni della poesia e del canto sardo: e questo e quello e poi il lavoro, i goccius, le cantadas… lesse pure versi di Dante, su babbu Dante, sapeva tante cose e sapeva dirle, tant’è che Gianni immobile con le braccia conserte e le gambe incrociate sotto il sedile sbottò: “Questo di cose ne sa molte davvero, è un attore!”, mentre Franco guardava oltre le vetrate che davano sullo stretto cortile transennato di canne alla nostra destra sperando che qualche gonnella passasse diretta verso la sala.

Prese la parola Luciana Onnis, figlia del famoso poeta Faustino. Fu breve e gentile. Ardì leggere per la prima volta in pubblico un componimento del padre… e ricevette calorosi consensi, poi chiamò a sé un tipo eccentrico seduto in prima fila, un tipo col cappello bianco, gli occhiali giganti e i pantaloni gialli larghi larghi. Questi in piedi accanto al muro cominciò a leggere poesie di Faustino Onnis, era bravissimo, rimanemmo a bocca aperta. Ci dissero che era l’attore Ottavio Congiu. A sorpresa Camillo chiese a Ottavio di leggere una poesia di Vittorio dedicata al gruppo folk San Gemiliano scritta tanti e tanti anni fa: su gioghista. Ci fece ridere, era una poesiabarzelletta! Ottavio raccontò un’altra barzelletta simile a quella, su lioni, la serata aveva improvvisamente aveva preso una piega ilare, “tropu togu – disse Franco – dai che si mangia!”. E come una premonizione che inattesa si avvera, fummo invitati a uscire nel loggiato per un graditissimo ristoro sotto le stelle, tra simpaticissimi poeti, professoroni e intellettuali, mancavano soltanto ballerine con e senza gesso, costumi e un solitario, magico suonatore di launeddas¹.

M. F. P.

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1. Questo racconto è stato pubblicato nel numero unico del giornale che l’Associazione San Gemiliano ha curato in occasione del Cinquantennale della sua attività. Vi si possono leggere, tra gli altri, i contributi di Camillo Pili, Flavio Marinelli, Dionisio Pinna, Gavino Maieli. Di seguito alleghiamo il pdf:

Cinquatennale – Numero unico dell’Associazione San Gemiliano per i cinquantanni di attività

Dio è in ferie

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Fin che Atahualpa o qualque altro dio

non ti dica: descansate niño, che continuo io.

“Alle prese con una verde milonga”, Paolo Conte

Non arrivo mai in ritardo. Non ci riesco. Mio padre era molto severo a questo proposito, non che gli abbia mai dato motivo di rimproverami di qualche mio grave ritardo. I traumi infantili si ripercuotono sull’età adulta, hanno un’eco lunghissima. Ma soprattutto si nascondono. Qualcosa sarà successo, io non me lo ricordo, ma certo è che non posso arrivare in ritardo.
Dunque?
Ora, dunque, arrivo in anticipo.
Sono in anticipo, oltre mezz’ora di anticipo. Ma santa donna, ma non lo sai che ci vogliono solo 15 minuti da casa tua a qui, a quest’ora poi non c’è nemmeno traffico. E poi che faccio io qui, come lo perdo tutto questo tempo. Quartiere super chic. Grandi viali si aprono a raggiera davanti a me. Mi sento persa: ‘Dove vado?’. Non posso entrare in questi negozi, sono tutti bellissimi, costosissimi, non c’è nemmeno uno Zara o un H&M, dove buttarsi dentro senza che nessuno ti noti nel vortice di magliette e gonne tutte uguali, con clienti tutte uguali, stesso colore stessa taglia. Vado a vedere dove sta il posto. Vado e torno, due minuti, sta a due minuti dalla fermata, ma Santa Donna, ma non lo sai che è vicino alla fermata. Non lo sapessi. Sulla piazza c’è un’edicola, cerco una rivista, me la compro, ho guadagnato altri 5 minuti.
Altro problema: dove mi siedo a leggerla. Non c’è l’ombra di un giardino, chissà in quale petite ruelle de merde sarà infilato il giardinetto del cavolo, dominio di clochards e alcolisti.
E poi?
E poi fa freddo, comincia già l’inverno, anche lui sempre in anticipo.
Vedo una chiesa davanti a me dall’altro lato della strada. La facciata è protetta da un’inferriata, che la delimita dal marciapiede.
‘Sarà mica chiusa?’ Mi dispero. Attraverso e vado a controllare. Un clochard galante con una mano chiede, con l’altra tiene il cancelletto dell’inferriata.
– È aperta la chiesa? – Gli chiedo e davvero non lo so perché glielo chiedo. I clochards hanno su di me un fascino carismatico, non riesco a trattenermi da dirgli due parole, come se mi dovessero un favore per quei centesimi che offro a sollievo del mio imbarazzo. Mille volte ho provato il desiderio di chiedere ‘Ma lei come si chiama?’. Ma come si fa a chiedere il nome a questi angeli neri che occupano tutti gli angoli della città, illuminandone le ombre più nascoste. Eppure ci dev’essere stato un tempo in cui qualcuno li ha chiamati con un nome, che con il nome, si sa, ci viene dato corpo e sangue, diventiamo concreti, materiali, riconoscibili.
– Le chiese sono sempre aperte, Madame, proprio come me, non chiudono mai – risponde dal profondo della mia riflessione.
– Grazie, molto gentile – Rispondo io tra imbarazzo e disgusto per quella crosta di miseria che gli copre il viso.
– E lei? Oltre che graziosa, è pure gentile? – Chiede rauco il clochard.
Le mie due parole sono già finite, la domanda è troppo difficile e non so rispondere, apro la borsa, frugo nel portamonete. Un biglietto da cinque. È troppo! Una moneta da cinquanta. È poco! Un euro e cinquanta?
– Lei è bella e gentile, Madame – Accetta con un sorriso pieno di denti sorprendentemente bianchi.
Pagato l’obolo, apre il cancello, entro. La chiesa è scura e circolare, senza percorsi facili da decifrare. Il silenzio è accompagnato da un brusio elettrico, che non è luce. Viene da un’aspirapolvere tenuta da una donna sulla cinquantina, vestita dignitosamente, che solleva la testa per guardarmi. Non avevo mai pensato che si facessero le pulizie in chiesa.
Mi siedo in fondo, lontano dall’altare, all’estremo opposto, sull’ultimo banco.
‘Che faccio ora?’
Mi ricordo che ho un libro in borsa, ma non sta bene leggere in chiesa, non sei mica in metro!
Già mi sono pentita di essere entrata. Mi rendo conto che non posso fare niente qui dentro, posso stare seduta e ferma e in muta meditazione e la cosa mi mette in agitazione, come quando sei in certe feste dove tutti chiacchierano e dicono cose divertenti e intelligenti e tu sorridi divertita, manifesti di aver capito la finezza della battuta intelligente e cerchi in testa una cosa intelligente e divertente da dire. Sicura che non la troverai.
Mentre l’ansia sale, la signora distinta dell’aspirapolvere mi viene alle spalle e mi dice:
– Madame ?
Mi spavento, faccio per alzarmi, ma lei sorride con tono severo.
– Madame – Insiste – Devo assolutamente finire di fare il pavimento qui dietro – Sorride e non c’è spazio di replica.
– Ma non vorrei disturbare la sua preghiera – Rassicura.
– No, io guardi non stavo… voglio giusto… sono io che non vorrei disturbare.
– Madame! – M’interrompe assertiva – Potrebbe andare davanti, li ho già fatto, non la disturberei.
– Davanti?
Mi sento come a scuola, quando beccata a fare una marachella la maestra ti spedisce davanti, cosi da controllarti meglio.
Mi alzo rassegnata e vado avanti, a metà navata mi volto e lei è lì che mi guarda e mi sorride severa e sventolando l’aria con una mano mi invita ad andare avanti.
– Avanti, avanti.
– Ancora più avanti.
– Ancora?
– Ancora un po’. Ecco lì va bene. Dice la sua mano, che si blocca di scatto.
Primo banco. Mi siedo composta, sono a tre metri dall’altare, appoggio la borsa al lato. Testa bassa.
Ora dovrei pregare mi dico, cos’altro mi resta da fare?
Non ho la più pallida idea di come funzioni, conosco giusto le preghierine che mia nonna m’insegnava da bambina, ma mica sono a letto, che mi devo addormentare. Ho quaranta minuti di preghiera davanti a me. Tutta una civiltà da inventare.
Ci provo. Inizio.
– Buongiorno, sono qui assolutamente per caso e non vorrei assolutamente disturbare.
– …..
Zero risposta, riprovo.
– Come le dicevo, non vorrei disturbare, sono qui perché ho un appuntamento di lavoro non lontano, ma sono in anticipo e….
– Possiamo evitare le formalità – M’interrompe – Puoi darmi del tu.
– Come preferisce, preferisci. Le, Ti dico subito, che dovrei pregare ma non ho idea di cosa voglia dire esattamente, Lei, tu! tu! Puoi aiutarmi forse.
– Ma! Due su tre hanno richieste del tutto personali, chiedono per sé, per la famiglia, per gli amici, il lavoro da trovare, da cambiare, la salute, il mutuo da pagare, i debiti che non arrivano a saldare, tutte cose molto pratiche.
– Niente di mistico dunque.
– Rarissimo – Conferma – Mi arrivano spesso richieste riguardo al sesso.
– Starai scherzando? – Inorridisco.
– Ah no! ti garantisco che mi arrivano le richieste più diverse, non hai idea di cosa sento.
– Tipo? fammi un esempio? – M’incuriosisco.
– Bé! adesso non mi sembra il caso di scendere nel dettaglio, sono cose personali ed io sarei tenuto ad un certo segreto professionale, se cosi posso esprimermi.
– Dai su! Una cosa semplice – Insisto.
– Proprio ieri – Comincia Lui, senza farsi troppo pregare – È arrivata una donna sulla cinquantina e mi racconta che con il marito da un anno non fanno più sesso.
– Un anno è molto, per una coppia di sposati – Osservo.
– Un anno è molto per tutti. Comunque, il loro problema era che lei non ne ha più voglia, pare sia in menopausa.
– E il marito?
– Il marito va altrove, dove la menopausa non è ancora arrivata – Risponde, ridendoci sopra.
– E tu ridi? – Mi scandalizzo.
– E cosa dovrei fare?
– Ma, non lo so? Sei tu Dio, dovresti dare un consiglio.
– Non sono mica un ginecologo. Sono problemi che esulano dalle mie competenze.
– Quella poveretta era disperata e tu non le hai detto niente per consolarla. È orribile!
– Cosa avrei dovuto dirle?
– Ma, non lo so io! Una cosa tipo di andare dal ginecologo o dallo psicologo.
– Bé, sì, in effetti. Magari se torna, le riferisco.
– ….
– Che c’è?
– Sono delusa.
– Di cosa? Di Me?
– Ti trovo molto superficiale.
– Senti, ragazza mia, io non sono né un esperto contabile, né un consultorio familiare e neanche un ufficio di collocamento. Ognuno ha i problemi suoi, ognuno se li risolve come meglio crede e può.
– E allora tutta sta gente che viene a consultarti, come si spiega?
– Sbagliano domande, richieste, affrontano con me gli argomenti sbagliati. Che cosa diavolo ne posso sapere io di debiti o di problemi di sesso? Sono le loro richieste superficiali. Io sono Dio! Santo Cielo! Come si fa a non capirlo!
– E di cosa ti dovrebbero parlare! Dei massimi sistemi? Che cosa vuoi che gliene freghi alla povera gente dei grandi perché dell’universo?
– Loro sono parte dell’universo, se lo sono scordato. Sono presi da loro stessi, dalle loro miserabili questioni quotidiane.
– Ci trovi noiosi?
– Pedanti.
– Tu sei odioso.
– Questa è un’accusa gratuita, non mi tocca.
– Anche la tua lo è. Tu ci hai creati, mi sembra di ricordare, a tua immagine e somiglianza.
– Mi sa che lo specchio ha smesso di funzionarvi. Mi sembra di capire, da tutto quello che mi raccontate ogni santo giorno, che abbiate largamente perso il senso del divino. Venite qui dentro a scassarmi le orecchie con le vostre cosucce del cavolo e fuori c’è tutto un mondo di cui non ve ne frega un bel niente!
– Bé, non è che tu intervenga ogni cinque secondi. Di bassezze e ingiustizie è pieno questo tuo mistico mondo e non mi pare che tu stia sempre lì a reagire per punire i responsabili.
– L’uomo è libero di agire, libertà è responsabilità, ognuno si assuma le sue. Avete voluto la bicicletta e allora: pedalate!
– È troppo facile questa storia del libero arbitrio, tutti fanno quello che vogliono e poi se tu hai creato l’uomo, l’hai creato capace delle più basse azioni ed allora per logica tu ne sei responsabile.
– Gli ho dato coscienza, non sempre la usa o lo vuole, usarla o no è altro segno di libertà.
– Sei tu che scarichi il barile. E comunque l’uomo, permettimi di dirtelo, l’hai fatto proprio male. T’è venuto malissimo! Nella tua opera c’è un difetto di meccanica estremamente grave.
– È la tua opinione. Io lo trovo perfetto, nel bene e nel male. È la cosa migliore che abbia fatto. Magari un po’ scassa balle, non lo nego. Qualcosina certo si sarebbe potuta aggiustare meglio, forse ho esagerato con il dosaggio di ambizione, ma in fondo pure quella non è per forza un difetto, se non ci fosse, stareste ancora a raccogliere bacche sotto gli alberi, cosa credi?!
– Sembra merito tuo il progresso, sembra che invece la chiesa non abbia fatto di tutto per impedirlo, il progresso, come se i roghi non li abbiano accesi gli uomini di chiesa.
– E che c’entro io con la chiesa? Mica faccio associazionismo io, non scherziamo! E per quanto riguarda i roghi, sono gli uomini, non io ad averli accesi, io i roghi li ho spenti.
– Li ha spenti il pensiero illuminato, non tu.
– Appunto, io illumino le coscienze.
– Madonna santa! Che egocentrico: io, io, io, tutto io. E poi cosi non non se ne esce: se non va bene è colpa dell’uomo, se va bene è merito tuo, ma chi ti credi di essere?
– Dio!
– …
– Non vuoi che ti racconti un’altra storia di sesso? – Cerca di rabbonirmi.
– Non m’interessano le storie di sesso, sono noiose, banalissime – Faccio offesa.
– Hai ragione il sesso si fa, non si racconta.
– Non ti facevo cosi spiritoso, sai?! – Dico ironica.
– Non vorrai mica litigare? siamo mica fidanzati.
– …
– Dai su! Non fare l’offesa, raccontamela tu una storia. Si vede che ti piace raccontare storie.
– E da cosa si vede? – Chiedo stizzosa.
– Dallo sguardo – Sorride malizioso.
– Guarda! Mi fai proprio schiantare dalle risate. Un Dio cosi patetico non me l’aspettavo.
– …
– …
– Ricominciamo? – Chiedo.
– Riproviamo – Risponde.
– Ce l’avrei una storia da raccontarti – Dico con calma.
– Ne ero sicuro, ti conosco troppo bene.
– Ma che ne sai tu di me? Sono qui da dieci minuti, abbiamo già litigato tre volte e non siamo d’accordo su niente. E non dirmi io ti ho creato!
– …
– Non ti permettere! Perché mi alzo e me ne vado, io lo so benissimo chi mi ha creato. Sono persone serie, che lavorano, mica se ne stanno sullo scanno a sparare sentenze.
– Ci calmiamo? – Mi chiede buio.
– Scusa, ho esagerato, però falla finita con le tue sentenze, non le sopporto le persone saccenti, quelle che quando parli ti dicono ‘Eh! lo so, lo so’ e allora se lo sai che me lo chiedi a fare?
– Hai ragione, ci sto attento, è la forza dell’abitudine, una deformazione professionale, non lo faccio per cattiveria – Si giustifica.
– …
– Allora me la racconti la tua storia?
– È una vecchia leggenda indù.
– Sempre piaciuto lo yoga.
– …
– Sto scherzando! Ma sei permalosa! Madonna Santa! Dai su racconta, vorrai mica essere pregata?
– C’era un tempo in cui tutti gli uomini erano simili agli dei.
– C’è stato questo tempo, me lo ricordo.
– Ma abusarono talmente della loro divinità che Brahma, Dio supremo…
– Chi? – Chiede sospettoso.
– Lo saprai tu chi è Brahma, è Dio, sei tu, un nome vale l’altro, o no?
– Scusa, sì, hai ragione, continua pure.
– E poi saremmo noi umani quelli pedanti!
– …
– Allora questo Dio, Brahma o come ti pare, decise di togliere loro la potenza divina e di nasconderla dove non avrebbero mai potuto trovarla. Dove nasconderla divenne quindi un grande problema.
– E me lo immagino, ti voglio proprio vedere a trovare il posto giusto.
– Se mi fai finire, magari te lo dico.
– Sì, sì, piano però, non anticipare.
– Dicevo, il problema era grosso e allora gli Dei minori si riunirono a consiglio per trovare una soluzione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra”. Ma Brahma rispose: “No, questo non basta perché l’uomo scaverà e la troverà”.
– Ovvio – Approva.
– Allora gli dei minori dicono: “Bene, allora affonderemo la divinità nell’oceano più profondo”. Allora Brahma rispose ancora: “Prima o poi l’uomo esplorerà le profondità dei mari la troverà e la riporterà in superficie”.
– Lo vedi? Te lo dicevo io prima a proposito dell’ambizione, del progresso.
– Sì, in effetti di belle scoperte ne abbiamo fatte tante, che si possa parlare di progresso, poi non saprei – Rispondo io.
– Non farmi la sindacalista!
– Ma guarda che sei proprio odioso!
– Eh allora! Cos’hanno deciso questi politicanti, racconta – Se la ride lui sotto la barba bianca.
– Allora gli Dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nascondere la divinità dell’uomo. Sembra che non ci sia un posto né sulla terra né nel mare”.
– I soliti pessimisti, disfattisti. E Brahma cos’ha detto? Tanto poi alla fine, sempre tutto io devo fare.
– Allora Brahma disse: “Ecco cosa faremo della divinità dell’uomo. La nasconderemo profondamente dentro l’uomo stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio là!”.
– Grande! – Se la canta Lui – Che pensata geniale! – Si compiace senza ritegno.
– Che vanaglorioso! E allora sai anche com’è finita? Dimmela tu la fine, allora.
– No, dimmelo tu, che mi piace di più, dai su, bambina mia, com’è finita?
– È finita che non è mai finita perché da allora l’uomo va su e giù per la terra esplorando, arrampicandosi, tuffandosi, scavando, cercando qualche cosa che è già dentro di lui.
– Amen! – Fa lui.
– Amen! – Faccio eco io.
Silenzio. La signora ha finito di passare l’aspirapolvere. In questo silenzio assoluto ci sembra di sentire la risacca del mare. Sarà senz’altro colpa di qualcuno, ma, in questo momento, l’odore della vacanza si fa più forte.
Stiamo lì, io e Lui, mastichiamo piano piano tutti i possibili significati apparenti e nascosti di questa graziosa storiella.
Ce lo guardiamo questo conclave divino, là lontano nelle profondità del tempo.
Questo Dio perfetto, saggio e generoso, che sa cosa ci vuole, che decide per noi, al posto nostro e ci lascia tranquilli godere del tempo che ci resta.
Ci godiamo questo riposo, l’abbandono di ogni responsabilità.
Chiudiamo gli occhi e siamo là, sulla spiaggia, in mano un cocktail colorato di ombrellino e di cannuccia, e guardiamo il mare che ondeggia eternamente lento davanti a noi.
Lei anche è lì, la nostra divinità, custodita, al riparo da ogni corruzione, così che noi possiamo stare tranquilli, serenamente sorseggiare il nostro “Piña Colada” e ascoltare la milonga che suona dal juke box.
– Fantastico! – Dice lui rilassato.
– Già! – Confermo e prendo un altro sorso in silenzio.
– Alla tua salute, fratello – Dico alzando il bicchiere.
– Alla tua, sorella.

Carla Cristofoli

“Dialogo tra un poeta e un volontario” di Tonino Sitzia

Pubblichiamo di seguito uno dei tre racconti con cui Equilibri, il Circolo dei lettori di Elmas, ha partecipato al Concorso “Racconta la tua Associazione”, promosso dal CSV Sardegna Solidale nel 2013, Anno Europeo della Cittadinanza attiva. Il Concorso ha registrato la partecipazione di 132 Associazioni con lavori di diverse tipologie (65 Racconti e Narrazioni, 28 Fotostorie, 33 Filmati e Video, 6 Manifesti). “Il racconto di Equilibri” (clicca QUI per leggere il testo completo dell’elaborato), scritto dal suo presidente Tonino Sitzia, si è classificato primo nella sezione Narrativa. Come si evince chiaramente dal nome, “EquiLIBRI” è un’associazione che da diversi anni si occupa di promozione del libro e della lettura. In un comune con meno di diecimila abitanti, alle porte di Cagliari, dove già operano tante associazioni impegnate nei servizi alla persona, il Circolo dei Lettori di Elmas “si è voluto creare uno spazio di iniziativa, anche a supporto delle istituzioni (biblioteca comunale), con una forte valenza sociale ma anche come piacere personale ed educazione permanente per il gruppo dirigente e per i soci”. Il Circolo vanta oggi circa ottanta iscritti. Ne fanno parte, in qualità di soci onorari, anche importanti scrittori sardi come Giulio Angioni, Maria Giacobbe, Alberto Capitta, Mariangela Sedda, Nino Onnis. Le sue iniziative sono sempre molto partecipate e non solo dai cittadini di Elmas. In un momento in cui i dati sulla lettura e l’istruzione riflettono una situazione molto preoccupante, Equilibri rappresenta dunque un importante presidio per il territorio. Un modello di iniziativa sociale e culturale da imitare.

***

Dialogo tra un poeta e un volontario

L’ambulanza sfrecciava veloce zigzagando tra le auto nella città frenetica. Dall’interno non si distingueva l’intermittente luce bluastra che segnalava l’urgenza, né si sentiva l’assordante winwon…winwon della sirena. Il poeta giaceva nel lettino, era ancora dolorante e intontito dall’urto, e il volontario al suo fianco, seguendo un protocollo collaudato, gli parlava continuamente per evitare il sopraggiungere del coma.
“E fustei…ita fait de traballu?…mi parit unu barboni de cumenti est atrossau…immoi arribbaus a s’uspidali e du sistemant… ”. L’uomo, barba lunga e vestiti dimessi, si agitava invano perché lo avevano legato alla lettiga – Dov’è la mia borsa? Lì c’è tutto il poco che ho…
– Inzandus no si seus cumprendius…non mi ha capito, signore…le ho chiesto che lavoro fa…e poi mi deve dare i documenti perché dobbiamo registrare l’intervento e compilare il modulo… – È tutto nella borsa…
– Bene, intanto che cerco…poita non sighit a chistionai…deu seu muradori e nel tempo libero faccio il volontario con la Misericordia…
– Anch’io faccio il volontario…ma dei libri però…
– Ah! Nci funti puru is volontarius de is librus…poi cussu est aici mali pigau…ma kandu mai est sanzeru perdi su propriu tempus po librus… mica si salvano le persone con i libri…ascurtidi a mei …ascolti a me… kandu sanat, dopo che lo guariscono bene all’ospedale, venga da noi alla Misericordia e, dopo un breve corso, lo facciamo volontario…
– Lei dice che con i libri non si salvano le persone…allora io le dico che i libri vanno salvati perché dentro di loro c’è la memoria dell’uomo, quello che siamo stati e quello che saremo…e poi attraverso i libri si possono salvare anche le persone…
“Custu ziu est ancora stronau de s’incidenti…ma sigumenti du depu tenni scidu du lassu chistionai…” pensava il volontario mentre il poeta farfugliava le sue teorie…
– E bravu su ziu…immoi as’ a biri che all’ospedale du troganta beni beni cun is librus e vedrà che le fratture saranno sanate…
– Vede lei non capisce…quei medici che forse mi salveranno, anche se io non ho molta voglia di vivere…, hanno studiato sui libri…qualcuno ne scrive di nuovi perché c’è sempre da imparare dallo studio e dalla pratica…lei si fiderebbe di un medico cialtrone e ignorante?
– Tenit arrexioni…ma cussu de su dottori est unu traballu…e fustei non m’hat ancora nau ita fait de traballu…
– Io faccio il poeta…
– Poi cussu est aicci cumbinau…ma si podit bivi de poesia?…E ita pappat oi?
Maccarronis cu poesia?…Segundu mei fustei hat tentu s’incidenti poita esti sbeliau… con la testa tra le nuvole…come dicono gli italiani…
– In effetti sono molto distratto…stavo camminando e riflettevo su tutto questo correre degli uomini dentro le auto…. questa frenesia della gente tra i negozi…questo intrupparsi dentro i supermercati… questi ragazzi a testa bassa sui loro smart… questo incrociarsi veloci e mai fermarsi a parlare…
– Appu cumprendiu…su mundu currit e fustei non ci da fait a du sighiri…mi parit ca fustei est unu pagheddu mandroni…
– Abbiamo bisogno di fermarci, di riflettere, di immaginare, di parlare, di comunicare…
Una brusca frenata aveva interrotto il dialogo tra il ferito e il volontario…la portiera dell’ambulanza si aprì e alcune persone cominciarono ad armeggiare concitati con la lettiga per tirarla giù…il poeta reclamò la sua borsa…
– O su poeta, lo sa che chiacchiera chiacchiera siamo arrivati all’ospedale? Ora stia calmo… lei è in codice rosso…è quasi in pericolo di vita…continui a rimanere sveglio…
– Ma ita ci funti blocchettus in custa bussa? – disse un infermiere che già prendeva in consegna il ferito…
– No, no è piena di libri… faccia la cortesia…apra la borsa…io non posso muovermi…troverà il borsellino con i miei documenti…me l’avvicini la prego…
Quasi senza guardare il poeta infilò la mano nella borsa, prese il borsellino consunto e lo consegnò all’infermiere…poi prese un libro che egli riconobbe al tatto…
– Tenga – disse rivolgendosi al muratore volontario della Misericordia – questo è per lei…spero di rivederla per sapere cosa ne pensa…
Il muratore prese il vecchio libro dal titolo per lui strano…
– Grazie…ma guardi che io giai non nci da fazzu a liggi in italiano…chi poi est inglesu…
– Non si preoccupi…è tradotto in italiano, come in molte altre lingue…la saluto…
Il libro, con una immagine rosso fuoco in copertina che richiamava le fiamme dell’inferno, aveva per titolo “Fahreneith 451”, l’autore un certo Ray Bradbury.

Tonino Sitzia

“Cun scannus e cadiras o banghitus” – Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione – Di Vittoriano Pili

Chiesa San Giorgio Martire Sestu

Sestu – Chiesa di S. Giorgio (Foto di Vittoriano Pili)

Sestu nel 1930 era un paese relativamente tranquillo. Gli abitanti, circa 3500, erano dediti per lo più all’agricoltura o ad attività in relazione con questa. Il lavoro in campagna era faticoso e durava mediamente dall’alba alle tre-quattro pomeridiane d’autunno e in inverno e sino alle cinque-sei pomeridiane in primavera e d’estate. Ovviamente non vi era incluso il tempo necessario per l’andata e il ritorno, mentre era concessa una breve pausa per una frugalissima colazione per lo più vegetariana. Il pasto vero e proprio, quanto meno più abbondante, era infatti previsto al rientro a casa, quindi a sera.

Vigeva il nuovo ordine sociale che si definiva Rivoluzione fascista, con a capo il figlio di un fabbro, che picchiava più duro del padre ora a destra (liberal-capitalisti), ora a sinistra (compagni-comunisti), Duce di un movimento che rifiutava la pace dove non ci fosse giustizia. Quindi “meglio un ora da leoni – che cento anni da pecora”, “aratro e spada”, “libro e moschetto” et cetera et cetera. L’ordine è ovviamente imposto e controllato, in monarchia e repubblica. In dittatura è il fiore all’occhiello, in democrazia il punto debole. Questo concetto o semplice constatazione di fatto era chiaro a tutti, nel 1930, anche a Sestu , dove ormai da tempo, da quando cioè il grosso dei sardisti si era “fuso” con i fascisti, tramite gli ex combattenti del ’15-18 (restava titubante persino Emilio Lussu che si tirò indietro all’ultima ora), nel 1923. Nello stesso anno, dopo la “fusione”, è eletto Sindaco del Comune di Sestu l’ex combattente e fondatore della locale Associazione, nonché fautore della “fusione” e nuovo Segretario politico, Stanislao Caboni.

Era l’anno II° dell’Era Fascista, il 28 Ottobre 1923, 1° anniversario della Marcia su Roma. E poiché allora Duce faceva rima con luce anche di fatto, lo stesso fausto giorno si accendeva per la prima volta quella elettrica nel Municipio in via Roma di Sestu a illuminare un’aula prima “sorda e grigia” e le bocche aperte degli astanti in elegante camicia nera e festanti tricolori. Forse anche per questo il successivo 22 Maggio 1924 verrà conferita dal Comune di Sestu la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, che la tenne cara conservandola anche post-mortem, quindi in eterno. La sera del 23 Aprile 1930 si notava per le strade di Sestu quello strano movimento che si ripeteva tradizionalmente per ogni festa nodia.

Dopo cena la gente usciva ancora di casa, portandosi dietro scannus e cadiras o banghitus (o bangheddus) per recarsi nuovamente nei pressi della Crésia manna, dove era stato allestito alla buona un palco di legno ornato de fronjas de murta. Il Sindaco… no… il Podestà Valeriano Mereu, di nomina governativa come il Commissario Prefettizio al decadimento di Stanislao Caboni nel 1926 (il quale si dimise anche da Segretario politico della Sezione di Sestu del Partito Nazionale Fascista per tentare nuove avventure e ottenere ancora sventure) – e già egli stesso Commissario Prefettizio nel 1928 – rilasciò tutte le autorizzazioni richieste dal Comitato per i festeggiamenti del Patrono di Sestu San Giorgio Martire e Cavaliere.

Così, alle prime ombre della sera, una lampadina orfana e sola dondolava fioca, alta sul palco inghirlandato di frasche e arredato appena di una mesedda, che sopra ostentava sa safata cun sa carrafina e dòixi lantias jai allutas e sotto malcelava una brocca d’acqua. Ai lati duus scannus bàscius pe’ parti color di cielo e con i fregi di fiamma, e dietro di queste seggiole alcune altre vicine predisposte per il coro del basciu e contra e per il chitarrista finale. Ai piedi del palco Preidi Sanna passeggiava confabulando con il Comitato e controllando tutto e tutti con familiarità e semplicità disarmanti. Figlio di contadini, nativo di Sanluri, era ormai cittadino sestese di nome e di fatto, nonché di massima considerazione e autorità. Ex combattente volontario della grande guerra, fascista e membro autorevole del Direttorio della Pentarchia, faceva un po’ da paciere tra le famiglie rivali dicendo sempre: «meglio il purgatorio in questo mondo piuttosto che nell’altro». E i più ci credevano. Non molto distanti dal palco le lampade a carburo delle bancarelle, is paradas, illuminavano di luce verde-azzurra i torroni marmorei di Tonara, mandorle tostate, nughe e nughedda, cíxiri e faa, guevus o guefus dai mille colori e…

Ma ecco, un brusio si accende tra la folla composta. I più giovani che riescono a trovare uno spazio vuoto tra gli anziani comodamente seduti si accovacciano alla sarda, cioè per terra a gambe incrociate; gli altri stanno in fondo, ritti e addossati al muro, bisbigliando tra loro e lanciando sguardi imploranti a qualche bella figliola di famiglia che ricambia con compiaciuta indifferenza. Parlano tutti in sardo: il Podestà e su Vicariu, su meri e su sotzu, su poburu e s′arriccu, su socialistu e su fascistu, s′aré(di)gu framasoni e su santicu, su literau o iscìpiu e su scienti o tzaracu e dìsimparau. E amano la poesia, specialmente di questo genere, improvvisata e cantata, a gara. Sul palco un obreri del Comitato sta bisbigliando qualcosa, a iscusi, all’orecchio di Pascali Loddo de Pauli (Monserrato), il più anziano dei quattro poeti improvvisatori sul palco. Sta assegnandogli su fini, cioè il tema, l’argomento che dovrà essere scoperto e trattato da tutti i cantadoris de sa cantada a mutetus.

Una specie di indovinello che sarà svelato solo a su sellu o su ségliu o sélliu, cioè all’ultimo giro di chiusura, coinvolgendo ovviamente tutto l’attentissimo uditorio. Loddo, chiamato talvolta anche Loddi, annuisce, quindi resta qualche minuto pensoso. Tutti trattengono il respiro. Una mamma mette la mano alla bocca del suo bambino che ancora non capisce l’importanza del silenzio. Finalmente Pascali Loddo solleva la testa e rivolge lo sguardo agli occhi muti degli altri poeti in gara. A un loro impercettibile cenno di assenso si alza e, fatto qualche passo verso il pubblico, da l’avvio alla cantada, forse la più famosa a Sestu dell’intero Ventennio: un mutetu a otu peis, cioè una sterrina a otu cambas cun sa torrada a duas cambas e a otu peis.

Vittoriano Pili

Di stazione in stazione…

Ferrovie secondarie della SardegnaGrazie alla segnalazione di Sandra Mereu, che ho conosciuto alla Biblioteca regionale dove sto effettuando alcune ricerche genealogiche, ho seguito tappa dopo tappa il viaggio di Giulietta e Danilo. Leggendo la descrizione dell’avventuroso viaggio a piedi, fatto dai due ragazzi seguendo in parte il percorso delle ferrovie secondarie, e vedendo le foto allegate, ho avuto un vero e proprio tuffo al cuore. In quei luoghi infatti ci sono nato e lì ho vissuto la mia fanciullezza. Ma solo da grande, rivedendo quei paesaggi, mi sono reso conto della loro struggente bellezza. Mio padre è stato per diversi anni il capostazione di Mandas, ma a seguito dei suoi numerosi trasferimenti ho poi vissuto anche a Seui, a Gairo Taquisara, a Isili, a Sorgono e a Donori. Percorrevo spesso la linea ferroviaria fino a Cagliari dove vivevano tutti i miei parenti. Per me quello era solo un interminabile e stancante viaggio e allora non mi curavo del film che si snodava davanti a me in una lenta sequenza, resa possibile dalla ridotta velocità del treno. Leggendo il racconto di Giulietta mi sono tornate in mente le lunghe escursioni nelle campagne profumate di mirto e lentischio alla ricerca di funghi e di corbezzoli, rossi come il fuoco, e a caccia di nidi e di lucertole. Capitava spesso di imbattersi in voli di pernici spaventate dalla nostra presenza ma anche in conigli, cinghiali, volpi. E qualche volta capitava anche di scorgere su nel cielo l’aquila reale. Fiorivano le rose peonie, le viole e i ciclamini selvatici. Per noi bambini era un paradiso terrestre. Non di rado però tanta bellezza si tingeva di sangue. Di tanto in tanto qualcuno veniva ucciso, vittima di antiche vendette. Ora che ho raggiunto l’età in cui si comincia a guardare indietro, lo confesso, ho nostalgia di quel periodo trascorso a contatto con la natura e con le persone che capitava di incontrare, per lo più pastori, contadini, cacciatori ma anche qualche bandito. Di quegli incontri d’infanzia rimpiango l’antica cultura di cui tutti i protagonisti erano portatori e che si manifestava con l’accoglienza, l’amicizia e il rispetto. Valori che purtroppo nel tempo si sono molto attenuati. Sono convinto che quegli anni trascorsi a Mandas e nel suo territorio, nelle stazioni lungo la ferrovia, mi abbiano vaccinato, aiutandomi ad affrontare tutti i problemi che la vita mi ha poi riservato. Ringrazio Danilo e Giulietta per aver risvegliato in me quei bei ricordi e Sandra per avermi dato modo di conoscere i loro appunti di viaggio.

Bruno Aresu

“Feminas” di Vincenzo Pisanu

feminasI poeti che scrivono in lingua sarda, non meno di quelli italiani, si rifanno alla grande tradizione letteraria che passa attraverso la Bibbia, il Cantico dei cantici, i classici greci e latini e la più recente letteratura italiana di Foscolo, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio. In questo vasto repertorio, il tema della donna è uno di quelli che hanno maggiormente ispirato i poeti di tutti i tempi. In questo filone si inserisce anche Feminas di Vincenzo Pisanu. Questa poesia, in dialetto campidanese, è stata pubblicata nella raccolta Saboca¹ e ha avuto diversi riconoscimenti in vari concorsi letterari. Scrive al riguardo Nicola Tanda: in Feminas l’autore esprime “la sua corale comprensione per il mondo femminile, leva quasi un inno alla femminilità e soprattutto all’amore che riscatta alla fine ogni gesto e ogni tormento, che accomuna ogni donna nel dolore, nella tenerezza, nella pietà, nella passione, nella disperazione: amanti, madri, sorelle, tutte egualmente santificate e ugualmente riscattate dall’amore del poeta”. Di diverso avviso Matteo Porru che nella sua recente antologia, dedicata al motivo della donna nella poesia sarda, ravvisa nell’autore la tendenza a indulgere “alla carnalità e al suo mai troppo esaltante potenziale erotico”. Probabilmente per questa ragione ha preferito non inserire la poesia Feminas nell’omonima raccolta da lui curata². Con tipico e tardivo gusto adolescenziale per la trasgressione, giacché nella memoria di molti di noi prof. Matteo Porru è rimasto impresso come preside severo e inflessibile, ci prendiamo ora la soddisfazione di disobbedire ai suoi divieti e ve la proponiamo, Feminas,  in questa versione recitata in tre lingue (sardo, spagnolo, italiano) sullo sfondo di un caleidoscopio di immagini evocative.

Sandra Mereu

¹ Vincenzo Pisanu, Saboca. Poesias, Grafica del Parteolla, Dolianova 1992.

² Matteo Porru, Feminas. La donna nei versi popolari di 51 poeti sardi, Edizioni della Torre,  Cagliari 2013.

26 dicembre

SentieroLa famiglia è una schiavitù. Questo lo sanno tutti, se non si sa, lo si impara a Natale, il 24 cenone e il 25 a pranzo di nuovo. Il 26 è di norma dedicato al riposo digestivo, agli amici, che a modo loro sono un’altra forma di famiglia e un’altra forma di schiavitù non meno faticosa, a tratti dolorosa. Quest’anno 2011, il 26 è diventato, d’incanto, un altro giorno di famiglia: dei cugini hanno organizzato un grande pranzo con tutti i cugini e gli zii e le zie, rispettivi mogli e mariti e figli: 40 adulti e una manciata di bambini. I numeri fanno sempre un certo effetto e rendono bene la misura dell’evento. Siamo ormai alla terza generazione e non è facile, né per i primi né per gli ultimi, senza dire di certe mogli e certi mariti che non sono vacinati alle battute grossolane dello zio burlone, in particolare i mariti e le mogli che non avendo l’ambigua fortuna d’essere sardi non hanno nessuna confidenza con le grandi famiglie di questo sud sui generis che è la Sardegna. Mio marito, ad esempio, parla poco, pochissimo italiano e ci guarda con sorpresa e la curiosità che di solito si riserva ai vecchi film di Fellini.

Strani amarcord i nostri che a lui risultano del tutto estranei, ma per lui è tutto nuovo e in qualche modo divertente e gentilmente e scherzosamente si è sottoposto al test mirto e filu‘e ferru dello zio burlone. Li ho visti io, e giuro che è vero, mio marito, che non parla italiano, e mio zio, che usa un misto di italiano sardo, in felice conversazione. Che dire di Laura, moglie di mio cugino Marco, romagnola. Cosa ci può essere a questo mondo di più diverso di un sardo da un romagnolo? E sebbene romagnola, l’ho vista io, vacillare all’urto delle battute gonfiate dal vino. Di amarcord si trattava infatti, questo nostro convivio. Dopo tanti anni, ormai adulti, io e i miei cugini siamo profondamente diversi, diversi sono stati i nostri destini e i nostri percorsi, siamo oggi lontani non solo geograficamente ma anche umanamente e questa è cosa buona e giusta. Guardo questo mio mondo a cannocchiale rovesciato.

Eravamo 17, tanti e sempre insieme, le nostre madri si sono sempre riunite in quella che era la casa campidanese di mia nonna, in cucina d’inverno, in Sa Lolla d’estate. Noi eravamo per strada, nessun’auto passava allora, nessun pericolo distraeva i nostri giochi di strada, inventati sul momento, lì per strada. Il più anziano ha oggi 50 anni il più giovane 26 e siamo arrivati a scaglioni, come chiamate al militare, creando piccoli gruppi di età solidale, così che nessuno fosse mai solo, piccole comunità di riferimento e gli amici del vicinato o i compagni di scuola erano un accessorio non sempre necessario, perché noi cugini bastavamo a noi stessi. Tra le femmine io sono la più anziana, il mio gruppo solidale era maschile: due nati nello stesso anno e altri due neanche due anni prima. Mi appare strano oggi incontrare una cugina che ha pochi anni meno di me, che è madre e moglie da vent’anni, vederla adulta e coetanea mi fa uno strano effetto, lei che è stata sempre la cugina piccola, quella bionda con gli occhi chiari, che mi faceva dire: perché lei si e io no. Capricci della genetica.

Andavo in bicicletta spessissimo con mio cugino Sandro e spesso, ma più raramente, ci accompagnava Stefano, spesso arrivavamo sino alla cima della salita di San Gemiliano per il semplice gusto di tornare in velocità in paese, a tutta velocità, vinceva chi arrivava primo alla croce. La discesa è ripida, oggi sarebbe impossibile farla senza scontrarsi con un’auto, ma allora non capitava d’incontrarne, poteva succedere di perdere l’equilibrio perché la velocità che si poteva raggiungere era alta e questo era l’unico vero reale pericolo, il vero incanto. Non è mai accaduto di cadere, l’incanto ad ogni volo, quello accadeva ogni volta, accompagnato dal vento che ti fa stringere gli occhi e fischiare le orecchie. Divertente era anche liberare gli uccellini che Corrado prendeva e metteva in gabbia e di nascosto da mia nonna liberarli e seguirne il volo e poi nascondersi ed aspettare che Corrado rientrasse e vedendo le gabbie vuote s’infuriasse. Strano come i bambini di allora (e di oggi?) non si preoccupassero delle conseguenze di tali furie ed io non ho ricordo che quelle ire avessero su di noi una qualche conseguenza. Credo che semplicemente Corrado, una volta sbollito o calmato da mia nonna, tornasse in campagna a cacciare altri uccellini da liberare e cosi via. Forse era questo il gioco, chi se lo ricorda più. Sono passati molti anni ed anche i ricordi hanno preso il volo.

Leggendo i ricordi d’infanzia di certi scrittori, rimango stupita dalla lucidità con cui raccontano episodi lontanissimi della loro primissima giovinezza, come se li vivessero in quello stesso momento. Io non ho storie da raccontare, della mia infanzia non ho vicende che si possano risolvere in narrazione, ma immagini, vaghe e veloci. Ricordo di una brutta influenza o varicella o rosolia, non me lo ricordo, mi ricordo che mi costrinse a letto per molti giorni e a lungo dovetti assentarmi da scuola. A nessuno era permesso visitarmi, solo a mia nonna e a mia zia, con le quali allora abitavo. Per la prima volta mi sentii sola, senza le compagne di scuola con cui vivevo la mattina e i cugini con i quali ogni pomeriggio condividevo i miei giochi.

Ricordo a tratti, ma forse era un delirio di febbre, di quelle febbri vorticose che ti prendono da bambino, e che solo da bambino puoi tollerare. Ricordo che Sandro e Stefano, bussavano discretamente alla porta del piano superiore della vecchia campidanese, bussavano piano, ma soprattutto di nascosto, e di nascosto passavano piccole biglie di vetro trasparente, diamanti colorati che a nessuno avrebbero dato, se non a prezzo di battaglie e scommesse e lotte e scontri e sofferte e orgogliose sconfitte. Segno certo di infantili e generose solidarietà. Ma forse era sogno, mi ricordo pero’, che quella malattia esantematica mi rendeva insonne e nella notte contavo i tocchi del campanile, i tocchi allora erano veri, di vero piombo, niente a che vedere con gli attuali rintocchi rubati ai cistercensi o ai benedettini, che scintillano e che nulla hanno a che vedere con i brulli e brumosi suoni che abbaiano alla campagna sarda. Li contavo i tocchi, aspettavo il tocco delle sette che avrebbe portato mia nonna con il suo caffelatte e il suo pane abbrustolito, la sua sola presenza. Di tocchi da allora ne sono suonati già oltre quaranta, non mi posso permettere di crogiolarmi nella malinconia, non ho più la snellezza di un tempo. Il rimpatrio nell’infanzia, devo ammettere, si fa faticoso. Anch’io vacillo all’urto dei ricordi che arrivano da lontano.

Carla

CERTUS

Dal sito Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas proponiamo il racconto “Certus” di Tonino Sitzia.

partita carte

Nel libro “Il mestiere di scrivere” (Einaudi Tascabili Stile Libero, 1997) di Raymnond Carver, William L. Stull, che assieme a Riccardo Duranti ha curato l’opera, suggerisce 50 esercizi di scrittura, tratti da esempi di racconti di Carver. Cercherò di svolgerne tre. Il primo recita: “nei racconti di Carver, punti di vista opposti spesso portano ad accesi scambi di parole. Provate a scrivere un racconto in cui due persone litigano”. Nello sviluppo del racconto “Certus” (Litigi) il litigio prende la piega di una discussione da bar tra più persone…Carver, nel sostenere che c’è molto artigianato nella scrittura, era convinto che non si può insegnare a scrivere ma che si può Imparare e scrivere…, con l’esercizio appunto, e ricordava una poesia trovata in una lettera di Renoir “Indifferenza a tutto tranne che alla tela/ La capacità di lavorare come una locomotiva/ Una volontà di ferro”. Neanche Carver seguiva quegli imperativi (e forse neanche Renoir)…tuttavia si può provare. (Tonino Sitzia)

La porta del bar era piccola e angusta, bisognava scostare i filamenti di plastica colorati che proteggevano l’entrata a mo’ di zanzariera, e qualche monello di passaggio più di una volta li faceva tintinnare festosamente. Varcata la soglia il piccolo locale era una bolla d’aria fumosa e umida, un acre odore di caffè, anice, fil’e ferru e spuma impregnava l’atmosfera, il chiacchiericcio degli avventori creava un sottofondo indistinto di voci, qualcuno faceva sentire il suo o goppai andat beni? O s’amigu e ita buffas? E lo squillare scoppiettante del flipper, accompagnato dai colpi di ginocchio del giocatore si univa alla sinfonia. Un lungo e buio corridoio portava alla sala biliardo, dove i fanatici della goriziana disegnavano le loro traiettorie con le lunghe stecche a inseguire le magiche biglie bianche gialle e rosse, e si concentravano ad ogni colpo con la birra in mano e la sigaretta. Incredibilmente nel bar c’era posto anche per dei tavolini dove gruppi di persone bevevano e discutevano. L’unica presenza femminile, in quel luogo rigorosamente maschile, era la ragazza di là dal banco, era bella e sveglia, pronta a rintuzzare i pesanti ammiccamenti che qualcuno le rivolgeva e che lei liquidava con un esplicito e risolutivo bai a di croccai ca ses imbrìagu, a volte spalleggiata da qualcuno che aggiungeva fai a bonu e lassa traballài sa pippia…

Quel giorno era speciale, 22 giugno 1970, lunedì, come lo era stata la domenica, 21 giugno, quando allo stadio Azteca di Città del Messico si era giocata la finale della Coppa del mondo di calcio, e il Brasile si era portato a casa la favolosa coppa Rimet, quella che spetta a chi ha vinto i mondiali per tre volte. Le discussioni erano tutte sulla partita del giorno precedente, nei capannelli dei diversi tavolini, uno dei quali in particolare si distingueva dagli altri per la singolarità dei personaggi, quattro, seduti, impegnati in uno scopone scientifico per cui si scambiavano occhiate e movenze in un imperscrutabile codice, attentissimi alle carte e alla discussione, uno in piedi, che tutti chiamavano “su professori”, un altro seduto a fianco di uno dei giocatori, bonariamente noto come “mali pigàu”, un altro, anch’egli seduto, sciovinista tifoso brasiliano, ex calciatore fallito che vestiva una maglia verde oro numero 10, e che tutti chiamavano “su dribbladori de sa bidda”, un altro ancora, in piedi, sosteneva a voce alta che GiggiRRiva in quella partita non era mai stato innescato… – Mali pigàu vuoi ricordarci le fomazioni, tu che hai una memoria di ferro? – attaccò uno dei giocatori… – Brasile: Félix, Carlos Alberto, Piazza, Brito, Everaldo, Clodoaldo, Gerson, Revelino, Jairzinho, Tostao, Pelé; Italia: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Cera, Rosato, Bertini, Mazzola, De Sisti, Domenghini, Boninsegna, Riva. – Bravu ti sei guadagnato una birra! – uno dei giocatori ordinò da bere per mali pigàu, ma era una scusa per vedere sa pippia tutta intera e non solo a mezzo busto da dietro il banco…

Come vedi il Brasile ha giocato con un uomo in più, Carlos e Alberto… aicci bincit su burriccu puru… – A me non mi prendi per il culo, lo so che Carlos e Alberto sono la stessa cosa, la stessa persona…non seu aicci mali pigàu… – Il fatto è che il Brasile – aggiunse su dribbladori de sa bidda – ha davvero un uomo in più, Pelè, su Rei, la perla nera…anzi ne vale quattro… berus Mali pigàu? – Si, infatti il suo nome vero era Edson Arantes do Nascimento. Mali pigàu ne sapeva davvero di calcio e si arrabattava a difendere la nazionale italiana, a suo dire drommia e fadiàda dalla storica partita con la Germania. – C’è del vero in quello che dice l’amico – intervenne su professori con aria sentenziosa – la nazionale era veramente stremata…ma forse c’è dell’altro… – A mei mi faidi incazzai su professori… non è che uno che parla come un libro stampato tenit arrexoni po forza… ita stremmata e stremmata…è Valcareggi chi s’est drommiu, hat cunfundiu is numerus… – Certus ha messo il numero 2, Burnich, a marcai a Rivelino che c’aveva l’11 e faceva il centrocampista, e Bertini cun su numeru 4 a marcai a Pelé che era una punta…candu s’est accattàu de sa cazzada, Burnich che si era appena spostato su Pelé e fiat pighendi is misuras, non est arrennèsciu a sartai in cielu po bloccai a Pelé. Uno a zero e ciao…  Continua a leggere

Di un pensiero distratto

Con grande piacere pubblichiamo una poesia di Anna Pistuddi che recentemente ha ottenuto un importante riconoscimento al Concorso nazionale di poesia “Alda Merini – A tutte le donne”, organizzato dall’associazione DONNA CULTURA di Spoltore (PE). La giuria, presieduta dall’attore e regista Walter Nanni, ha assegnato al componimento di Anna Pistuddi il terzo premio della sezione A (“Poesia singola edita e inedita”). Di un pensiero distratto” fa parte di una raccolta edita da EDITRICE GDS (2013) intitolata “Stagioni” (disponibile in ebook formato pdf – ISBN 978-88-6782-041-2). Un contesto, questo, in cui la poesia di Anna esalta tutto il suo valore simbolico ed emotivo legato alla “genesi” dell’atto creativo, a rispecchiare un percorso umano  personale e universale insieme. (S. M.)

Stagioni_2

Di un pensiero distratto

Sento per giorni
una sorda
lontana
emozione
che inizia
dal fondo
di un pensiero
distratto
si raccoglie
a salire
e si ferma alla gola
cercando
la forma
il momento
e la voglia
di farsi parola

Anna Pistuddi