Bibliomula

Il racconto che segue è tratto dal nuovo sito di Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas (che vi invitiamo a visitare!). Come dichiara il suo autore, Tonino Sitzia, esso è liberamente ispirato da quanto ha raccontato Giacomo Sitzia, che nel mese di agosto di quest’anno è stato nella regione di Mérida in Venezuela per un esperienza di Volontariato internazionale curato dal CISV e dall’Associazione cagliaritana TDM 2000. Il Progetto Bibliomula Mérida, a cui fa riferimento, è un progetto di animazione alla lettura organizzato dalla cooperativa Caribana di Mérida, Venezuela, con il supporto dell’Università di Momboy. Iniziato nel 2010 è ancora in corso.

Bibliomula - Foto di Giacomo Sitzia

Bibliomula – Foto di Giacomo Sitzia

Frajelones - Foto di Giacomo Sitzia

Frailejones – Foto di Giacomo Sitzia

C’era una volta…nel paese dove tutto è possibile, dove il sogno del socialismo e della nueva humanidad si confonde con la grande povertà, dove Abreu con la musica salva i ragazzi di strada, dove nella capitale la vita può valere meno di niente, in quel paese lontano un oceano…c’era una volta la mula Frailejona, bruno quadrupede dal pelo scuro.

Nei Páramos, brulli ecosistemi delle Ande ecuadoregne, colombiane, boliviane e venezuelane, in lande impervie e solitarie tra i 3000 e i 5000 metri, fino al limite delle nevi perenni, crescono i frailejones, piante endemiche di quei luoghi. Hanno un aspetto austero e resistente e forse per questo i bambini de Los Corrales, Gavidia e Micarahce, comunità rurali dello stato di Merida in Venezuela, hanno dato quel nome alla loro mula. Deve essere per forza tenace e resistente per il lavoro che deve fare! Certo il nome è stato suggerito anche da qualche esperto dei luoghi. Non tutti sanno che le frailejones sono lente come i muli, crescono infatti di un centimetro all’anno…se un piccolo campesino ne incontra una alta due metri significa che essa ha conosciuto i nonni e i bisnonni.

Se poi frughiamo nell’etimo, cioè all’origine del nome che spesso si perde nella notte dei tempi, dato che fraile significa frate, si dice che queste piante, nelle giornate nebbiose, assomiglino a tanti fraticelli che, col loro saio scuro e la testa scoperta, presidiano le campagne. La mula Frailejona, non meno nobile dell’ippogrifo, percorre settimanalmente gli aspri crinali della Sierra Nevada venezuelana, a 3000 metri di altitudine, col suo carico di libri. Data la sua sapienza potrebbe fare quei sentieri da sola, ma preferisce essere accompagnata da Nelson, il Bibliomulero che si è stancato del lavoro sedentario in biblioteca. Per questo suo lavoro Nelson non solo ha voluto un nuovo e più pomposo nome, Bibliomulero appunto, ma pretende anche un salario più alto. Frailejona va tranquilla in quegli aspri tornanti, non sa di essere una “biblioteca itinerante”, né di essere la protagonista assoluta di un progetto che vuole “promocionar, fortalecer y fomentar la lectura y escritura en los niños y docentes”.

Frailejona non lo sa che nella sua groppa c’è la bisaccia delle meraviglie, libri colorati di storie di tutto il mondo, libri per costruire actividades de cuenta cuentos, che assomiglia al nostro contai contus…raccontare storie, disegnare e inventare personaggi. Frailejona è contenta delle feste che le faranno i bambini e le bambine. La osservano arrivare da lontano, dagli aspri tornanti intravedono la sua sagoma, si sbracciano per salutarla e prima che lei arrivi sono già in fermento…chissà quali nuovi libri ci porterà… Frailejona è lenta, come tutti i muli, ed è una bella sfida con i bambini che per natura sono veloci e scalpitanti…”ehi, muoviti!..ma quando arrivi? Sei proprio lenta come una tartaruga! Sei peggio di una lumaca!” Nelson il bibliomulero sa che ha ragione Frailejona: la lettura richiede pazienza e lentezza.

Per convincere i bambini tira fuori dalla bisaccia delle meraviglie un libro colorato…è una favola di Luis Sepúlveda, – Bambini ora vi leggo una storia scritta da un nostro cugino cileno…sentite cosa dice a proposito della tartaruga “La tartaruga, masticando gli ultimi petali delle margheritine, le disse che se lei non fosse stata una lumaca dall’andatura lenta, se invece della sua lentezza avesse avuto il volo veloce del nibbio, la rapidità della cavalletta che copre a salti enormi distanze, o l’agilità della vespa che ora c’è ora non c’è perché è più veloce dello sguardo, forse non sarebbe mai stato possibile quell’incontro di esseri lenti come una tartaruga e una lumaca…” Come vedete essere lenti ha i suoi vantaggi…

Nel 2013 Frailejona è morta per una infezione intestinale. I bambini, che non capiscono la morte, si sono messi a piangere…l’hanno sepolta con tutti gli onori, sanno che lei in qualche modo è ancora presente…e ora chi ci porterà i libri? pensano in coro…
In molti si sono dati da fare per portare avanti il progetto e con le loro donazioni è stata acquistata una nuova mula. Ha un aspetto più giovane di Frailejona, è meno pelosa e ha il manto marroncino chiaro. I bambini, festaioli come tutti i bambini del mondo, hanno subito organizzato una festa per accoglierla degnamente e l’hanno subito battezzata con un nuovo nome: Estrella.

Tonino Sitzia

Bacco e Venere esistono ancora!

F. C. Marinelli

Flavio Marinelli 2014 – Ispirato al racconto di un viaggiatore francese  dell’Ottocento

Associazione Folk Culturale San Gemiliano, Comune di Sestu Assessorati Cultura e Turismo, Ass.ne Turistica Pro Loco Sestu, Regione Autonoma della Sardegna – Presidenza del Consiglio Regionale – Assessorato Regionale P. I.

Con il patrocinio del Comune di Sestu l’Associazione Folkloristica Culturale S. Gemiliano… pensando al suo Cinquantennale organizza “Una serata per conoscere e per non dimenticare poesia e poetica in Sardegna: in musica, in canto, in rima, in versi e in ballo”.

Con la partecipazione di: Gavino Maieli, Direttore delle Riviste “S’Ischiglia” e “Nur”, Vittoriano Pili, cultore di espressioni diverse in Lingua Sarda, Carlo Pillai, studioso e scrittore di Lingua e Poesia Sarda, Luciana Onnis, Fondazione Faustino Onnis Selargius.

1964 -2014. Venerdì 27 Giugno – ore 20,00 Casa Ofelia Marras – Via Parrocchia – Sestu.

Così potevamo leggere nella locandina attaccata al vetro del bar a fine Giugno in paese e, a dirla tutta, la cosa sembrava parecchio interessante. “Ma dai – mi disse Gianni – è la solita serata di pseudo professoroni so-tutto-io, la solita palla”. “Più che altro – ribatté Franco col suo solito risolino beffardo da simpatica canaglia – sarà noiosa perché pivelle non ce ne sono… minimo solo gente seria e vecchia… e musica antica… e se ci vanno sono vestite in costume, che o se la tirano o non possono lasciarsi andare… e poi alcuni di questi mi sembra di conoscerli, si creint meda”. “La scorsa volta ci sono andato e alla fine c’era roba da mangiare e da bere, lo fanno sempre…” – gettai l’esca. “Vino o birra?” “Vino bianco e nero e roba tipo salame, prosciutto, formaggio e dolci”. “Boh… vediamo…” “Ita vediamo, andiamo verso la fine, dai retta a me, mai che me lo perdo il cumbido… e poi a fine serata le ballerine se lo tolgono il gesso…” Fu così che non sfumò la mia idea di andarci in cricca, sapevo che sarebbe stato inutile cercare di convincerli parlando di poesia.

Arrivò il venerdì, andai al Comune, ci eravamo dati appuntamento lì per le sette e mezza: una birra, una sigaretta e via, come facciamo sempre, quella volta direzione casa di Tzia Ofelia. Franco e Gianni erano già lì, in piedi vicino alla nostra panchina… che cosa è successo? – pensai vedendoli. “Mi sa che andiamo”, disse Gianni ammiccando verso il compare. Mancavano venti minuti: Bacco e Venere esistono ancora.

Entrammo nel vecchio cortile valicando il grande portone di legno, c’era già gente che aspettava di prender posto nella sala conferenze, in fondo a destra, non erano tanti, ma si vedeva un certo movimento e sembravano socievoli. Ormai le otto erano passate, decisero di iniziare. Occupammo una fila a mezza sala, le file di sedie erano da tre, sembrava fatto apposta per noi. Il Presidente del gruppo folk San Gemiliano, Camillo Pili, un tipo simpatico coi baffetti e un bel sorriso, salutò i convenuti e presentò i relatori, poi lesse una poesia scritta da lui la mattina, ispirata al tema della conferenza, parlava del suono che arriva da ciò che ci sta intorno, dalle foglie di un albero o dal cammino di un’onda, tutto ha suono e musica e poesia, basta trovare il silenzio dal rumore e ascoltare. Ci mise a nostro agio, il ghiaccio era rotto e bene direi. Poi prese la parola il fratello, Vittoriano (“lo sapevo io – borbottò Gianni seduto alla mia destra -, tutto in famiglia, la solita mafia”), parlò degli emigrati sardi degli anni sessanta, gli anni della nascita del gruppo folk, e poi lesse un racconto di un francese del 1800, tradotto da lui, la descrizione di un ballo tondo a launeddas della zona di Pirri, mi pare, una scena ricca di particolari, quasi una foto o un film girato da uno che di cinepresa e tecnica della comunicazione ne sa.

Anche Vittoriano era molto simpatico, era serio, ma “alla fidata ne tzaccava battute” – come mi disse qualche giorno dopo Franco (quella sera seduto all’altra estremità della nostra fila di tres scannus, con un occhio al tavolo intarsiato dei relatori e l’altro, invisibile a tutti tranne che chi conosceva la sua missione, alle ragazze sedute in fondo alla sala) – e a volte gli scappava il sorriso… e nel frattempo che le nostre orecchie ascoltavano cose nuove che ci diceva, i nostri occhi e i nostri corpi erano ancora in mezzo a quei ballerini ancestrali di duecento anni fa. Quando il microfono passò alla postazione di Gavino Maieli, senza abbandonare il XIX secolo lasciammo il ballo e la musica e cademmo come d’incanto nel grembo della poesia. Il direttore dei due periodici di cultura della terra dei nuraghi ci prese affabilmente per mano e con lui ripercorremmo le vie dei versificatori sardi della fine del 1800 e del 1900, sentieri magici, misteriosi, affascinanti… come il suono della più piccola delle campanelle appese al collo delle pecore, sa ischiglia. Dopo averci svelato il significato di quel nome, lesse due belle poesie senza svelarci l’autore, ma capimmo alla fine – tranne Gianni, ovvio – che erano sue: logudorese sketu. Altri applausi sonori, la serata era calda.

Carlo Pillai, con un dialetto campidanese molto attuale e chiaro e un caratteristico fare vivace, schietto, spontaneo, espressivo e accattivante e i suoi occhialini sul naso, approfondì il tema della serata, presentando ai nostri orecchi, nei quali il tintinnio di un gregge transumante risuonava ancora dolce e selvatico come il miele di corbezzolo, le varie e numerose occasioni della poesia e del canto sardo: e questo e quello e poi il lavoro, i goccius, le cantadas… lesse pure versi di Dante, su babbu Dante, sapeva tante cose e sapeva dirle, tant’è che Gianni immobile con le braccia conserte e le gambe incrociate sotto il sedile sbottò: “Questo di cose ne sa molte davvero, è un attore!”, mentre Franco guardava oltre le vetrate che davano sullo stretto cortile transennato di canne alla nostra destra sperando che qualche gonnella passasse diretta verso la sala.

Prese la parola Luciana Onnis, figlia del famoso poeta Faustino. Fu breve e gentile. Ardì leggere per la prima volta in pubblico un componimento del padre… e ricevette calorosi consensi, poi chiamò a sé un tipo eccentrico seduto in prima fila, un tipo col cappello bianco, gli occhiali giganti e i pantaloni gialli larghi larghi. Questi in piedi accanto al muro cominciò a leggere poesie di Faustino Onnis, era bravissimo, rimanemmo a bocca aperta. Ci dissero che era l’attore Ottavio Congiu. A sorpresa Camillo chiese a Ottavio di leggere una poesia di Vittorio dedicata al gruppo folk San Gemiliano scritta tanti e tanti anni fa: su gioghista. Ci fece ridere, era una poesiabarzelletta! Ottavio raccontò un’altra barzelletta simile a quella, su lioni, la serata aveva improvvisamente aveva preso una piega ilare, “tropu togu – disse Franco – dai che si mangia!”. E come una premonizione che inattesa si avvera, fummo invitati a uscire nel loggiato per un graditissimo ristoro sotto le stelle, tra simpaticissimi poeti, professoroni e intellettuali, mancavano soltanto ballerine con e senza gesso, costumi e un solitario, magico suonatore di launeddas¹.

M. F. P.

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1. Questo racconto è stato pubblicato nel numero unico del giornale che l’Associazione San Gemiliano ha curato in occasione del Cinquantennale della sua attività. Vi si possono leggere, tra gli altri, i contributi di Camillo Pili, Flavio Marinelli, Dionisio Pinna, Gavino Maieli. Di seguito alleghiamo il pdf:

Cinquatennale – Numero unico dell’Associazione San Gemiliano per i cinquantanni di attività