“Sette brevi lezioni di fisica”, Carlo Rovelli (2014) – Recensione di Marina Cozzolino

Sette brevi lezioni di fisicaCarlo Rovelli è uno dei maggiori fisici del mondo. E’ responsabile dell’Equipe de gravité quantique de physique théorique dell’Università di Aix-Marseille e membro dell’Insitut universitaire de France e dell’Académie internationale de philosophie des sciences.

Il suo ultimo libro intitolato Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi Edizioni, 2014), con una prosa chiara e scorrevole, ci accompagna nell’affascinante viaggio tra le più belle scoperte della fisica degli ultimi cento anni.
Poiché è un testo scritto non per i fisici ma per chi di fisica ne sa poco o niente, per chi semplicemente vuole interrogarsi sul senso della vita, non meraviglia il fatto che il libro sia stato nella hit parade dei libri più venduti degli ultimi mesi.
L’universo descritto da Rovelli è un universo estremamente “poetico”, del quale quello che sappiamo, come dice l’autore, è ancora troppo poco rispetto a quello che già conosciamo.

Il tempo e lo spazio sono i due temi principali trattati.

La passeggiata tra le teorie della fisica comincia dalla teoria della relatività di Einstein, definita “la più bella delle teorie”, sulla quale Einstein aveva lavorato per dieci anni come un pazzo fino ad arrivare alla folgorazione: lo spazio è una delle componenti del mondo, che ondula, s’incurva come le onde del mare, lo spazio s’incurva dove c’è la materia, come il tempo, del resto. Il lettore rimane sbigottito nell’apprendere che il tempo scorre più veloce in alto ed è più lento vicino alla terra. “Di poco ma il gemello che ha vissuto al mare ritrova il gemello che ha vissuto in montagna, un poco più vecchio di lui” scrive Rovelli.

La genialità di Einstein e il suo universo rutilante con i buchi neri, lo spazio che fluttua e il tempo che rallenta abbassandosi su un pianeta ci accompagna in tutte le 87 pagine del libro. La sua genialità, ci fa notare Rovelli, è racchiusa, in una equazione piccolissima, una equazione di genio puro!
Il Novecento ci ha lasciato le due teorie più affascinanti della fisica: la teoria della relatività e la teoria dei quanti (meccanica quantistica) che, con le sue applicazioni, ha cambiato la nostra vita. Pensiamo alla fisica nucleare e atomica, al laser e al computer. Le due teorie si contraddicono, ci spiega Rovelli perché secondo la teoria della relatività il mondo è uno spazio curvo, per la seconda è uno spazio piatto dove saltano “quanti” di energia ma, dice ancora Rovelli, le due teorie funzionano entrambe terribilmente bene e i fisici continuano a studiare per trovare una teoria di sintesi.

L’autore ci conduce attraverso un viaggio visionario perché questo è la scienza, soprattutto visione. Del resto, già ventisette secoli fa Anassimandro collocava la Terra (che per lui era piatta) al centro del cielo; un po’ di tempo dopo qualcun altro la immagina come una sfera circondata da cieli concentrici nei quali corrono gli astri. Oggi sappiamo che esistono migliaia di miliardi di pianeti nell’universo e che “la materia è fatta di particelle che fluttuano in continuazione…”.

Non ci sarebbe stata la scienza se l’uomo non si fosse posto delle domande, quindi scienza e filosofia sono per Rovelli intrinsecamente connesse e il mondo non è come ci appare ma la realtà è più complicata di come la immaginavamo perché i nostri sensi sono imprecisi così come le nostre idee sul mondo. E’ strano ciò che non conosciamo o ciò che è nuovo. Scienza e filosofia si parlano e s’intersecano. Conclude Rovelli domandandosi: se il mondo è un pullulare di effimeri quanti di spazio e materia, un gioco a incastri di spazio e particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo anche noi fatti di particelle? Ma allora cosa sono le nostre emozioni, i nostri sogni, il nostro sapere?

Il “libricino” di Rovelli ci insegna a capire che noi, razza umana, insieme alla Terra tutta, alle galassie e al Cosmo, siamo parte armonica di un tutto e dobbiamo avere un enorme rispetto verso ciò che ci circonda.
“Noi siamo fatti degli stessi atomi e degli stessi segnali di luce che si scambiano i pini sulle montagne e le stelle nelle galassie. Pensavamo di essere al centro del cosmo e non lo siamo. Pensavamo di essere una razza a parte e abbiamo scoperto che abbiamo i bisnonni in comune con le farfalle e con i larici. Tra gli arabeschi infiniti di forme che compongono il reale, non siamo che un ghirigoro fra tanti”.

Nel frattempo il viaggio affascinante nella fisica continua… E’ di questi giorni la notizia di una nuova scoperta che sarebbe in grado di rivoluzionarla: il rilevatore di neutrini dei laboratori di fisica nucleare sotto al Gran Sasso (che intercetta fasci di queste particelle prodotti dall’acceleratore di Ginevra) conferma che i neutrini cambiano natura durante la loro esistenza e quindi hanno una massa. Se questo verrà confermato, i fisici potrebbero rivedere le teorie sulla natura della materia, che prevede neutrini senza massa.
Poiché la storia della scienza è cercare di capire quello che non capiamo, il libro di Rovelli ci spinge ad essere curiosi, sempre e comunque, perché come scrive poeticamente l’autore alla fine del libro:

“Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato”.

Marina Cozzolino

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

“Sulla faccia della terra”, Giulio Angioni (Il maestrale 2015)

Sulla faccia della terra_AngioniOhiohi la guerra. Ma se ti trovi dentro, odiala con chiarezza. Questa riflessione la fa Mannai Murenu, garzone del vinaio di Seui Nanni Pes. E la fa dopo che è rimasto sepolto per tre giorni sotto una catasta di cadaveri, uomini e donne uccisi dalla furia pisana che nel 1258 si abbatte su Santa Gia, distruggendola. Appena può scappa dalle rovine fumanti ammorbate dalla paura dell’epidemia che può arrivare dopo che i soldati di Pisa e i loro comandanti, ben consigliati da arcivescovi ed episcopi rapaci, hanno catapultato dentro le mura i lebbrosi, alcuni vivi altri già morti.

Scappa e incontra Paulinu da Frauss, servo del convento di Santa Maria di Cluso che gli consiglia la salvezza unica e possibile nel rifugiarsi nell’isola dei lebbrosi che adesso è libera. Questo è l’antefatto  di “Sulla faccia della terra”, ultimo romanzo in ordine di tempo dello scrittore Giulio Angioni. Che è stato ed è anche antropologo. Se il tempo del romanzo è il medioevo giudicale, quando genovesi e pisani si contendevano il controllo dei commerci sardi, il luogo è la laguna, lo stagno, lo spazio non ha la solidità della terra ma la liquidità dell’acqua, acqua di stagno.

Nella ex isola dei lebbrosi si costruisce una piccola comunità in cui convivono cristiani, un ebreo, Baruch, che si fa trasportare da due sedieri, musulmani, bizantini, ex schiave e mercenari tedeschi in fuga, giovani, vecchi, bambini e un cane rabdomante che nello stagno scova polle d’acqua potabile. Nell’isola dei lebbrosi  rinascono, ognuno mette a frutto le proprie abilità  si riscoprono antichi mestieri e la comunità nuova crea un microcosmo armonico alla faccia delle tragedie della storia che attorno a loro continua a mietere vittime e a provocare rovine. Nel libro di Angioni romanzo storico e riflessione morale e civile si integrano in una narrazione rapida e avvincente: nei primi capitoli la parola è usata in forma poetica, la ricerca dei suoni sa più di verso poetico che di prosa distesa. E chi conosce l’ultima produzione letteraria dello scrittore-antrologo-poeta non si stupirà, anzi, vi troverà la conferma della bravura di Angioni nell’inanellare parole in versi. Ancora una volta la sua produzione letteraria ci offre la possibilità di riflettere su alcuni temi di stretta attualità.

Temi universali e senza tempo  come “l’illusione folle di uguaglianza”, “la necessità della tolleranza”, “il bisogno di avere a fianco un fratello, un amico, un compagno o una compagna”, “l’obbligo di essere liberi”. Questi i temi di fondo del libro che scaturiscono da un intreccio abile di rapide descrizioni e squarci illuminanti di pura umanità. Tutti i personaggi che abitano l’isola vengono umanizzati con sapiente ricerca lessicale, quasi fosse la parola la vera protagonista delle centocinquantacinque pagine del romanzo raggruppate in trentasette capitoli brevi, quasi frammenti.  Ma non è frammentaria la grande avventura collettiva che va avanti apparentemente senza scossoni,  quasi che lo scrittore avesse voluto rispecchiare nella pagina scritta la grande bonaccia che aleggia e da sempre accompagna gli ambienti salmastri.

Insomma “Sulla faccia delle terra” è un libro lieve e gentile che, accanto all’ormai consolidata capacità dello scrittore di far emergere con controllato fervore tipi umani dalle caratteristiche più disparate, offre al lettore la possibilità di immergersi in una storia non di maniera, ma in una serie di eventi in cui i protagonisti sono calati con la loro carne e con la loro mente in quella grande matassa di storie che noi chiamiamo umanità.

Pier Giorgio Serra

“Guardati dalla mia fame” di Milena Agus e Luciana Castellina (Edizioni Nottetempo 2014) – Recensione di Tonino Sitzia

Andria 7 marzo 1946, tardo pomeriggio. Nella piazza del municipio una folla di braccianti, quelli “che a ogni alba si vendono al mercato umano nella piazza accanto, piazza Catúma, stretta fra i palazzi dei Ceci e degli Spagnoletti, famiglie da tempo riparate a Roma e a Napoli”, manifestano per il lavoro e per il pane. Il clima, già da qualche giorno, a segnare il perenne conflitto tra agrari e braccianti, una costante della questione meridionale, è esplosivo: a partire dalla giornata del 5 marzo fino al 7 si contano morti e feriti, quattro civili e tre carabinieri. Ma è questo il clima che si respira nella rossa Andria, e nelle Puglie, ormai da tre anni, in quella che alcuni storici hanno definito la “guerra civile” delle Puglie dal 1945 al 1948.le-signorine-porro

Alle ore 17.30 del 7 marzo è previsto il comizio di Giuseppe Di Vittorio, il segretario generale della CGIL, venuto appositamente da Roma, alla vigilia dell’8 marzo Festa della Donna. Solo lui, anch’egli ex bracciante di Cerignola e assai ascoltato da quelle parti, potrebbe forse calmare gli animi, offrire una prospettiva a chi ha da sempre fame di terra e giustizia. Ma il comizio, quel giorno, non ci sarebbe stato, rinviato al giorno successivo, 8 marzo. All’improvviso uno o due spari si sentono distintamente nella piazza. Tutti hanno la percezione che siano partiti dal palazzo dei Porro, un’antica casata di Andria, situato proprio di fronte al municipio. Mentre la gran parte dei manifestanti si disperde, altri, un centinaio circa, sfondano l’antico portone del palazzo, salgono le scale per cercare chi ha sparato. Si tratta dell’ennesima provocazione degli agrari? Ma com’è possibile che a sparare siano state le “anziane e bigotte” sorelle Porro, tutte chiesa, rosari, cucito e opere pie? Nella testa dei manifestanti comunque anch’esse sono agrari, dunque conniventi. Le Porro intanto, Luisa (66 anni), Vincenza (58), Stefania (55), Carolina (54), con la loro servetta Angela, e accompagnate da Francesco Cirielli, funzionario di banca loro inquilino, tentano la fuga da un’uscita secondaria, ma vengono bloccate dai manifestanti. Si vocifera che abbiano delle bombe nascoste tra i loro lunghi vestiti neri. Comincia il massacro: Carolina e Luisa vengono uccise, dei loro corpi fatto scempio. Vincenzina e Stefania gravemente ferite. Luciana Castellina a pag.121 “È la fame che si fa violenza e chiede vendetta. La chiede ai Porro perché sono parte della classe che li ha sfiniti, non importa più se a sparare siano state proprio loro o altri come loro. Sono colpevoli per storia. Per classe. A infierire sono soprattutto le donne, donne contro donne di diverso destino, a dividerle la fame, subita o imposta…” Fin qui la storia, che magistralmente la Castellina inquadra nel tormentato periodo che va dall’8 settembre ’43, il 10 i Savoia e Badoglio si sarebbero trasferiti a Brindisi, fino al 1948, in una regione crocevia di reduci, di militari sbandati dai diversi fronti, laboratorio per tutte le forze politiche del dopoguerra, in particolare per il PCI di Togliatti, alle prese con le due linee, quella insurrezionale e quella legalitaria, sia in risposta alla questione sociale che a quella istituzionale.

Il libro, con altrettanta maestria, grazie a Milena Agus, indaga sulla vita, sui sentimenti, reconditi e talvolta inconfessati, o manifesti solo nei sogni, delle sorelle Porro, attraverso la voce di un’amica che, nella finzione narrativa, parla e racconta di loro. Siamo in pieno terreno letterario, laddove la Storia, seppure necessaria, non può arrivare. La Agus si è servita, lo dice nella nota introduttiva, dei documenti dell’epoca, ma soprattutto della sua immaginazione e aggiungo della sua sensibilità di donna. Milena Agus si muove a proprio agio sul terreno del privato femminile. Come in altri suo libri si nota la simpatia e l’empatia per i personaggi. Le sorelle Porro certo erano ignare delle lotte tra patrizi e plebei, di Menenio Agrippa, delle jacqueries, dei servi della gleba, o dei fatti di Bronte raccontati da Verga, ma quando mai non avevano mai pensato di essere abbracciate da un uomo? La loro frugalità le impediva perfino di godere della indubbia ricchezza, il loro linguaggio monotono temeva l’iperbole e il cambio di tono, e se l’amica diceva “Mi si sono intrecciate le budella” (pag.20) loro abbassavano lo sguardo. Certo la loro fu “un’esistenza color grigio topo, sempre uguale, mai uno strappo alla regola”. Eppure la loro tragedia, che in quegli anni varcò le cronache regionali, e ancora oggi è in parte sconosciuta, meritava di essere raccontata. Intanto mentre altri e nuovi affamati lavorano nei campi delle Puglie fanno riflettere le parole del grande poeta palestinese Mahmud Darwish, che Milena Agus cita nell’epigrafe ad inizio del libro:

Scrivi in cima alla prima pagina:/ Non odio la gente,/ né la invado./ Ma se mi affamano/ la carne dell’usurpatore sarà il mio cibo./ Guardati…/ Guardati/ Dalla mia fame/ E dalla mia ira»

Tonino Sitzia

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

“Dora Bruder” di Patrick Modiano

LIBRO DEL GIORNOIl libro figurava tra le proposte del mese dedicate alla Giornata della Memoria della biblioteca comunale di Sestu, sempre molto attenta a selezionare letture di qualità per i suoi utenti. L’edizione è quella curata da Guanda nel 2014 dopo il nobel per la letteratura assegnato all’autore. In copertina il volto di una ragazza con gli occhi stranamente placidi che sembrano sfidare il lettore. Voltandolo sul lato opposto, nella quarta di copertina, un commento invitante: “Modiano è un grande scrittore del nostro tempo…Dora Bruder è il suo romanzo più bello”. L’ho preso in prestito e ho dedicato due interi pomeriggi a leggerlo.

Il racconto si focalizza su un frammento di vita di una ragazza ebrea scomparsa a Parigi nei giorni dell’occupazione nazista. Modiano ne ricostruisce la vicenda a partire da un laconico annuncio apparso su un vecchio numero di un giornale, sfogliato per caso cinquant’anni dopo.Dora Bruder

PARIGI – Si cerca una ragazza di 15 anni anni, Dora Bruder, m 1,55, volto ovale, occhi castano-grigi, cappotto sportivo grigio, pullover boreaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive color marrone, Inviare eventuali informazioni a i coniugi Bruder, boulevard Ornano 41, Parigi.

La storia di Dora Bruder si rivela, alla fine, simile a quella di tanti bambini e ragazzi vittime del genocidio nazista divulgate negli ultimi decenni da un gran numero di libri e film. Nei modi propri della letteratura, attraverso il racconto di storie personali in cui il ricordo degli eventi storici è veicolato dalle emozioni e dai sentimenti, questo genere di narrazioni ha contribuito in maniera determinante a tenere viva la memoria della Shoah. Si tratta di una produzione massiccia e in continuo aumento tanto che alcuni cominciano a guardare con una certa preoccupazione al fenomeno. Consapevoli che la memoria emozionale non debba prevalere sulla ragione, sulla fredda e distaccata ricostruzione storica, pongono il problema di ricreare il giusto equilibrio tra Letteratura e Storia. Sulla memoria storica si basano infatti le sofisticate infrastrutture della memoria collettiva che è memoria vissuta come responsabilità.

Ciò che rende singolare il racconto di Modiano è appunto la mescolanza tra le diverse pratiche della memoria. La cronaca offre lo spunto, i documenti d’archivio costruiscono la struttura portante della narrazione. Ma ci vuole tempo per riportare alla luce ciò che è stato cancellato. Sussistono tracce in alcuni registri e si ignora dove siano nascosti, quali custodi veglino su di essi e se quei custodi accetteranno di mostrarli. Può anche darsi che ne abbiano semplicemente dimenticato l’esistenza.

I vuoti della Storia sono plasticamente impressi nella geografia dei luoghi:

Ho imboccato rue des Jardins-SaintPaul, verso la Senna. Tutti gli edifici della strada, sul lato dei numeri dispari, erano stati demoliti poco tempo prima… Al loro posto restava soltanto uno spiazzo deserto, a sua volta cinto da brani di case semidistrutte...
Un quartiere che si chiamava Plaine. Lo avevano completamente distrutto prima della guerra e adesso era un campo sportivo...
Sentivo un altro vuoto. E capivo perché. La maggior parte degli edifici del quartiere erano stati distrutti dopo la guerra in modo metodico, a seguito di una decisione amministrativa…

Nondimeno ciò che si ricostruisce è in cemento color amnesia e una spessa coltre di amnesia copre ciò che è rimasto. Nessuno ricorda più niente. Eppure non tutto è perduto, sembra essere il messaggio di Modiano. Le suggestioni dei luoghi stabiliscono connessioni e colmano lacune. Attraverso meccanismi di identificazione emotiva (“Non posso fare a meno di pensare a lei e di sentire un’eco della sua presenza in certi quartieri“) la storia personale dell’autore, la sua vita da fuggitivo, si intreccia con la vicenda di Dora Bruder e a poco a poco il passato riemerge. Tutto si tiene in questo libro in un esemplare equilibrio tra Storia e Letteratura.

Sandra Mereu

“Alabarde, Alabarde” di José Saramago, Feltrinelli 2014 – Recensione a cura di Tonino Sitzia

albardasDa che mondo è mondo risuonano le urla di guerra degli uomini, la guerra che sembra essere ad essi connaturata.

“Alabardas , alabardas, Espingardas , espingardas”: è questo il titolo dell’ultimo e incompiuto romanzo di José Saramago, premio Nobel per la Letteratura nel 1998 scomparso nel 2010, e pubblicato nel 2014 (in Italia dalla Feltrinelli) con scritti di Fernando Gómez Aguilera e Roberto Saviano, e illustrazione in copertina di Günter Grass.

Il titolo richiama certo le guerre del medioevo, e Saramago scrive nel suo diario (26-12-2009) di averlo estrapolato dalla tragicommedia Exortação da Guerra del poeta e drammaturgo portoghese Gil Vicente (Lisbona 1465 – 1536), ma poteva essere anche “il Vive Dieu Saint Amour” dei Templari oppure “Dio è con noi” o “Avanti Savoia” o il Forza Paris dei sardi nelle trincee della prima guerra mondiale fino ai recenti Kalašnikov, Kalašnikov”, o ancora “Allah Akbar” e cosi via: Saramago vuole parlare di guerra, un argomento che gli sta a cuore, quasi un urgenza dell’animo, che vorrebbe riuscire a trattare nella forma in cui è maestro, il romanzo, ma che teme di non riuscire a portare a termine data la leucemia cronica che da tempo lo tormentava.

Chi non ricorda la partita a scacchi tra la Morte e il Cavaliere ne “Il Settimo Sigillo” di Bergman? Il cavaliere, tornato esausto e deluso dalla crociata in Terra Santa, dove si era illuso di trovare un senso alla sua vita, dialoga con la morte: vuole una sorta di breve “sospensione del tempo”, che non gli sarà concessa, per poter avere risposte sui grandi misteri della vita e dell’uomo. La Morte, fredda e infastidita, gli dice: “ma non smetterai mai di far domande?” E il Cavaliere “No, non smetterò mai”. E lei “Tanto non avrai mai risposta” “A volte credo – risponde il Cavaliere – che le domande siano più importanti delle risposte”.

Saramago voleva, nel suo ultimo libro appena abbozzato, porre una domanda a se stesso e ai lettori, ben sapendo che, data l’insensatezza degli uomini e dei propri ordinamenti economici e politici, essa è più importante delle risposte: perché la guerra? Anzi, più concretamente, Saramago nei suoi diari scrive (15-8-2009) “È possibile che magari io scriva un altro libro. Una mia antica preoccupazione, perché non c’è mai stato uno sciopero in una fabbrica d’armi, ha fatto strada ad una idea complementare che, proprio per questo, consentirà di trattare il tema a livello romanzesco.”

I primi tre capitoli, gli unici finiti, contengono i temi e l’intreccio del romanzo che Saramago non potrà portare a termine. Conosciamo il protagonista: Artur Paz Semedo, oscuro e laborioso impiegato di una storica fabbrica d’armi, le Produzioni Bellona S.A (non a caso, nella mitologia romana, Bellona è l’antica dea della guerra). Per dirla con Anna Harendt Semedo è un banale esecutore del Male. Cultore di film e reperti bellici, uomo qualunque che fa il suo lavoro, vorrebbe fare carriera nella fabbrica occupandosi di fatturazioni di armi pesanti e non di minuta artiglieria. Artur vive, senza grande cruccio, separato dalla moglie Felícia, convinta militante pacifista, che “per coerenza” lo ha lasciato. Quando nella cineteca della città viene proiettato “L’espoir” di André Malraux, un film sulla guerra civile spagnola del 1939, decide di leggere il libro a cui è ispirato. Nelle ultime pagine si legge “Il commissario della nuova compagnia si alzò in piedi: ‹Agli operai fucilati a Milano per aver sabotato gli obici, hurrà›”.

Superata l’irritazione per il sabotaggio di una produzione bellica, Semedo, spinto dall’ormai ex moglie decide di frugare negli archivi della Bellona S.A per capire se l’industria per la quale lavora ha aumentato i fatturati fornendo armi alle truppe fasciste del generale Franco negli anni dal 1936 al 1939…
Non sapremo mai come Saramago avrebbe portato a termine il romanzo, ricco di implicanze in diverse direzioni: la coscienza individuale e collettiva, l’economia e le armi, il ruolo degli stati e delle ideologie.
Saramago però, dopo aver scelto il titolo, aveva anche deciso la conclusione: “Il libro terminerà con un sonoro Vai a cagare, proferito da lei. Una conclusione esemplare”. (dai diari: 16- 9-2009).

Tonino Sitzia
(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

“Chiesa e feste popolari in Sardegna” di Antonio Addis (Edes 2014)

Chiesa e feste popolari in Sardegna_A. AddisNei mesi scorsi, su questo blog, si è parlato approfonditamente di una gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930¹: una cantada che si è tramandata nella memoria popolare dei sestesi, oltre che per il suo valore artistico, anche per motivi di natura politica. Si dice infatti che is cantadoris, conclusa la disputa, vennero fermati e portati in caserma (Pinotto Mura). Ci si domanda oggi: per quale motivo ciò avvenne? Il testo non contiene infatti elementi tali da poter essere interpretati come una critica esplicita al potere politico. Sarebbe stato, questo, un motivo più che plausibile per un’azione di quel genere da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Come è noto, sotto il regime fascista, non era tollerata alcuna forma di contestazione e dissenso. Bastava una battuta irriverente o che potesse suonare come ingiuria verso il Duce e si veniva prontamente arrestati. Accadeva continuamente in quegli anni e accadde anche a Sestu. Nel maggio del 1940 il bracciante Giuseppe Spiga, classe 1910, fu arrestato per “frase oltraggiosa all’indirizzo del Duce” e assegnato al confino per 3 anni. Gli fu poi commutata la pena in ammonizione nel febbraio 1941 (L’antifascismo in Sardegna, a cura di M. Brigaglia, 2. ed. 2008).

Tornando alla gara poetica del 1930, è possibile che un testo che a noi oggi appare innocuo, ai fruitori dell’epoca, che possedevano le chiavi interpretative dei codici propri di quel genere poetico, potesse comunicare sotto metafora messaggi inequivocabili. Nel caso specifico il riferimento all’imperatore Diocleziano sarebbe servito al poeta improvvisatore Loddo per creare un’identificazione con il Duce e quindi per rivolgere a quest’ultimo indirettamente l’accusa di viltà. Una simile interpretazione del verso è verosimile ma allo stesso tempo opinabile. I classici, la Bibbia, personaggi storici del passato, costituivano il repertorio tipico delle cantate sarde. E’ facile immaginare che, su queste basi, qualunque immagine evocata dai poeti improvvisatori avrebbe potuto offrire, all’occorrenza, un pretesto per contestazioni e censure da parte delle autorità. L’interpretazione in un senso o in un altro dipendeva dunque dal contesto politico e sociale.

A prescindere da cosa accadde veramente a Sestu, in quel lontano 23 aprile del 1930 ai tre cantadoris, è certo che in quegli anni il clima nei confronti delle gare poetiche fosse tutt’altro che favorevole. Lo dimostra un recente libro di Antonio Addis, Chiesa e feste popolari in Sardegna – 1924-1945 (Edes 2014), che contiene un’indagine basata quasi esclusivamente su documenti inediti conservati in archivi ecclesiastici e su articoli pubblicati in giornali cattolici dell’epoca. Il libro offre dunque una ricostruzione di parte, come di parte è lo stesso autore, un sacerdote di Nulvi. Ma proprio per questo rappresenta sul tema una testimonianza inedita di estremo interesse.

Nel 1926 entrarono in vigore in tutta l’isola le leggi del Concilio Plenario Sardo. Tra gli obiettivi vi era quello di favorire il rinnovamento e l’aggiornamento dello stile di vita cristiano. L’assemblea dei vescovi sardi vedeva infatti nella religiosità popolare sarda il persistere di elementi paganeggianti, grumi di superstizione e forme di culto esteriore che nelle feste religiose avevano la loro più diretta manifestazione. Vennero pertanto adottate una serie di misure tese a riportare le feste religiose sotto il diretto e stretto controllo della Chiesa. Si trattava infatti di norme che limitavano fortemente l’autonomia dei comitati e individuavano nelle gare poetiche (art. 9) una delle forme della cultura popolare da colpire più duramente. Queste leggi rappresentavano il punto di approdo di un atteggiamento ostile verso le feste popolari che già negli anni precedenti aveva avuto modo di palesarsi attraverso i giornali cattolici. In ultima istanza i vescovi puntavano alla riduzione delle feste religiose e parallelamente all’imposizione di un programma esclusivamente religioso.

Per far accettare ai sardi il nuovo corso, improntato al rigorismo e all’autoritarismo, i vescovi ricorrevano al sempre attuale argomento della “sobrietà“, giustificato dalla necessità di porre un freno alle spese superflue e di “concorrere al risanamento della patria economia” stremata dalla guerra. Gli argomenti erano quelli tipici dei pauperisti di tutti i tempi: “Il fatto che mentre da un lato migliaia e migliaia di disoccupati (basta consultare le statistiche ufficiali) attendono ansiosamente che il lavoro ritorni, apportatore di benessere e di letizia – scriveva L’Ortobene nel novembre del 1931, dall’altro migliaia e migliaia di cittadini sembrano invasati dalla mania godereccia (siamo ancora nell’epoca delle feste, delle sagre, delle gite e dei balli)“. Si chiedeva cioè alla maggioranza dei sardi, che già conduceva una vita grama, di fatica e privazioni, di rinunciare anche a un po’ di evasione e svago, “alla possibilità – scrive Antonio Addis – di godere di qualche giornata ricreativa e spensierata, di trovare momenti di sollievo e di distrazione, di socializzare in allegria per interrompere di tanto in tanto la penosa situazione di solitudine e di sofferenza che accompagnava l’esistenza quotidiana“. Secondo questa logica, gli strati sociali più poveri devono farsi carico, con ulteriori sacrifici e rinunce, di crisi economiche non hanno certo provocato loro, mentre più in alto pochi privilegiati danzano, banchettano, bevono e ballano al riparo da contraccolpi e fiduciosi per il futuro.

 Le feste dei santi – riconosce Antonio Addis –  rappresentavano, a quei tempi, per le popolazioni sarde, soprattutto dei paesi, le rare e quasi uniche occasioni comunitarie di un diversivo. L’associazione del divertimento alle festività religiose non era in Sardegna una coincidenza casuale, e tantomeno un abbinamento forzato. Era, se vogliamo, da tempi assai remoti, il frutto di una connessione naturale, di un legame intoccabile, quasi sacro perché proveniente, anche se alterato, dall’originaria concezione cristiana di festa.” Nondimeno le gare poetiche, che costituivano l’attrattiva principale della festa, erano una tradizione molto radicata nel popolo. La gara era – scrive Addis – una “vera e, per molti del volgo illetterato, unica scuola popolare” e nel contempo “un intrattenimento completo, ricco anche di colpi di scena… Le masse si entusiasmavano, gustando l’erudizione dei cantori e la melodia del canto, la musicalità dei vocalizzi corali del contra, del mesu oghe e del basciu, che in sottofondo dettavano il ritmo e gli intervalli nella composizione dei versi, l’arte e la bellezza, il gioco e l’abilità dialettica“. A quei tempi la Chiesa sarda la pensava però in modo diametralmente opposto. In vari passaggi delle lettere dei vescovi sardi riportate nel libro, i poeti improvvisatori venivano considerati ignoranti e rozzi e le gare poetiche giudicate blasfeme, immorali e licenziose. Per questa ragione, dopo aver inutilmente tentato di disciplinarle, nel 1932 adottano l’estrema decisione di proibirle.

Non sempre e non dappertutto questo grave provvedimento – inviso all’opinione pubblica e avversato in vario modo – venne applicato. Ma le testimonianze contenute nel libro dimostrano con quanta determinazione la Chiesa sarda, prima e più fermamente del potere politico fascista, cercò di estirpare, per motivi legati alla morale religiosa, antiche e radicate forme della cultura popolare quali erano appunto le gare poetiche.

Sandra Mereu

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1. Vedi sull’argomento i contributi di Vittoriano Pili: “IL LIBRETTO RITROVATO”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – ANALISI DEL TESTO (1° GIRO)”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – ANALISI DEL TESTO (2° E 3°GIRO)”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – “COMMENTO AL 3° GIRO E DIALOGO SULLA “COBERTANTZA”.

 

“Ottana nelle fotografie e nei documenti raccolti da Andreas Fridolin Bentzon”, a cura di Marcello Furio Pili (Iscandula 2013)

3153_001Una decina di anni fa, in occasione di una conferenza sulle launeddas, organizzata dall’Associazione Samsa di Sestu,  ho avuto modo sentire parlare, per la prima volta in maniera approfondita, dell’etnomusicologo danese Andreas Fridolin Weis Bentzon e delle ricerche che svolse in Sardegna durante gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso. A illustrarne il lavoro e a tracciarne il profilo era stato invitato Dante Olianas dell’Associazione Iskandula. Olianas sottolineò in particolare il fondamentale ruolo che Bentzon ebbe nel documentare e salvare dall’estinzione la tradizione musicale delle launeddas. In quegli anni si contavano in Sardegna solo pochi suonatori di launeddas, per lo più dediti all’attività musicale in misura residuale rispetto alla prevalente attività lavorativa svolta nei campi o nelle botteghe artigiane. Bentzon, ascoltando e studiando l’alto livello di elaborazione della musica delle launeddas, dedusse che non doveva essere stato sempre così. Doveva essere esistita, in passato, una società capace di garantire l’esistenza di musicisti professionisti, dediti esclusivamente all’esercizio e allo studio della tecnica dello strumento. A proposito di ciò ricordo che, in quella stessa conferenza, Carlo Pillai disse che l’intuizione di Bentzon era stata confermata da recenti ricerche d’archivio da lui stesso condotte. Numerosi contratti notarili dimostrano infatti  l’esistenza, in passato, di una specifica committenza capace di garantire ai launeddisti continuità di lavoro e reddito sufficiente a vivere di musica.

3156_001Il giovane etnomusicologo percorse in quegli anni la Sardegna in lungo e in largo e, vincendo la diffidenza iniziale dei launeddisti, riusci a registrare con il suo magnetofono molte ore di musica. Nel 1981 Dante Olianas, dietro suggerimento della scrittrice sarda residente in Danimarca Maria Giacobbe, e grazie a una borsa di studio ottenuta dal Ministero degli Affari Esteri, ha recuperate le registrazioni dagli archivi danesi. Rientrato in Sardegna le ha restaurate, digitalizzate e ne ha quindi curato una pubblicazione¹. Dall’ampio materiale raccolto sul campo da Bentzon, nel 1998 è scaturito anche un’altro straordinario documento. “Durante l’ascolto di una di queste registrazioni – racconta Dante Olianas – mi accorsi di uno strano rumore presente nella stanza in cui era stata fatta la registrazione”. Era il ronzio di una cinepresa. Ricerche più approfondite, suggerite da quel rumore di sottofondo, portarono al rinvenimento di 20 rulli di pellicola non catalogati contenenti filmati realizzati in Sardegna nell’estate del 1962. Il regista sardo Fiorenzo Serra ne ha tratto un documentario di grande potenza espressiva e narrativa, frutto di un sapiente lavoro di montaggio e sincronizzazione di musica e immagini². Nel film, interpretando quella che molti indizi lasciano credere fosse l’intenzione di Bentzon, Fiorenzo Serra allarga lo sguardo dallo strumento musicale al contesto della cultura materiale di riferimento.

Il materiale raccolto da Bentzon si compone oltreché di registrazioni di musiche e canti, di appunti e note sugli strumenti, sulle persone e le circostanze dell’esecuzione, e di una gran quantità di immagini. Buona parte di questo materiale è stato acquisito dall’Associazione Iscandula che ha ottenuto anche il diritto di copyright sull’intero il materiale prodotto da Bentzon, riguardante la Sardegna, compreso quello non ancora rinvenuto. La principale finalità di Iscandula è quella di promuovere e supportare approfondimenti e studi sempre più specifici e analitici su questo prezioso materiale. Nel filone di pubblicazioni edite da Iscandula si inserisce una recente monografia che – come scrive il suo curatore Marcello Furio Pili nella quarta di copertina – “contiene le tracce del passaggio di A. F. Weis Bentzon a Ottana”. Nel 1958, incuriosito da alcune maschere appese su una parete in casa di un amico, che gli ricordavano quelle provenienti dall’Africa occidentale o dal Congo, Bentzon decide di allontanarsi per un po’ dall’oggetto principale della sua ricerca, le launeddas, e di poggiare la sua lente di ingrandimento sul contesto culturale e sociale da cui quelle maschere provenivano.

OTTANAIl Carnevale di Ottana, che Bentzon osserva con sguardo spiccatamente antropologico, è anche il punto di contatto tra l’etnomusicologo danese e il regista sardo Fiorenzo Serra. Negli stessi anni in cui Bentzon si interessava al carnevale del villaggio barbaricino, Serra realizzava il documentario “Maschere di Paese” (1957) incentrato sull’esibizione dei Boes e Merdules, le maschere tradizionali del carnevale di Ottana. Il libro curato da Marcello Furio Pili, giovane studioso di Sestu, contiene una significativa selezione delle foto in B/N scattate da Bentzon, le registrazioni musicali³ da lui realizzate durante la festa (nel cd allegato) e le belle immagini a colori della raccolta di maschere che acquistò dagli abitanti del paese per inviarle al Museo di Copenaghen. L’importanza di queste maschere sta nel fatto che esse rappresentano gli ultimi esemplari di una tradizione di manufatti intagliati con particolare perizia dai pastori per essere poi offerte gratuitamente agli abitanti del villaggio. Questo ricco materiale iconografico e musicale è accompagnato da una serie di scritti, curati da diversi autori. Tra questi compare anche l’articolo che Bentzon pubblicò nel 1967 su una rivista danese specializzata, in cui descrisse il Carnevale di Ottana come “festa delle vedove e dei banditi”.

Colpisce, nelle fotografie scattate da Bentzon, la sincerità e l’autenticità dello sguardo. Le immagini ritraggono uomini in vestiti tradizionali accanto a persone non mascherate che indossano logore giacchette. Bentzon dunque non rimuove, come accadeva nei più noti reportage fotografici del passato, gli elementi di modernità della scena, rivelando in ciò attenzione rispettosa per il presente e per la storia. Più che ai significati tradizionali della festa – fanno notare Uliano Lucas e Tatiana Agliani nel contributo da loro curato – Bentzon è interessato alle concrete condizioni in cui essa si svolge, in un momento di difficile passaggio verso una modernità ancora tutta da definire. Un approccio onesto di cui oggi avvertiamo la mancanza di fronte a una certa rappresentazione artificiosa del passato, fermato in scatti che appaiono fatti in un tempo imprecisato e in un luogo avulso dal contesto.

Sandra Mereu

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1. Launeddas, Andreas Fridolin Weis Bentzon, a cura di Dante Olianas, Iscandula 2002, si compone di 3 compact disc. Disponibile anche nella biblioteca comunale di Sestu.

2. Is launeddas. La musica dei sardi, film documentario in B/N girato da A. F. W. Bentzon in Sardegna nel 1962, composto da Fiorenzo Serra e prodotto da Dante Olianas, Cagliari, Iscandula 2006. Disponibile anche nelle biblioteca comunale di Sestu.

3. I canti furono registrati successivamente, nel 1962. Come si evince anche dalle foto, Bentzon tornò più volte a Ottana per brevi e fugaci soggiorni.

“La voce della verita” di Vindice Lecis – Recensione di Pier Giorgio Serra

la voce della verità“Hanno intelligenza e passione”. A parlare in questo modo dei comunisti è un ispettore della nascente OVRA che fa capolino nella seconda parte del romanzo di Vindice Lecis La voce della verità. Storia di Luigi Polano, il comunista che beffò Mussolini. Edito da “Nutrimenti”, giovane Casa editrice romana. Il libro tratta, in forma romanzata, la vita e le avventure di Luigi Polano, comunista sardo, spina nel fianco del regime di Mussolini e “rivoluzionario di professione”, protagonista di missioni segrete tra Francia e Germania, Spagna e Urss, ovunque servisse la sua azione di riservatissimo cospiratore antifascista. “E’ una vera missione quella di scovare i comunisti e dividerli”, aggiunge sempre lo stesso ispettore. Missione alla quale si sono dedicati tanti poliziotti e agenti segreti del regime, riuscendo a infiltrare gli ambienti dell’antifascismo in Francia e mandarlo a gambe all’aria. Non altrettanto riescono a fare con l’altro grosso gruppo dei comunisti, quello che agiva in Russia. L’azione dell’OVRA qui riesce appena a scalfirli. Anzi, forgiati dai tanti pericoli che la sorte gli manda addosso, i comunisti in Russia riusciranno prima a beffare i fascisti e poi a organizzare e tenere in piedi in Italia quei gruppi destinati a diventare le cellule che daranno inizio alla Resistenza e porteranno l’Italia a liberarsi dall’oppressione nazi-fascista.

“La voce della verità”, cui si fa riferimento nel titolo, è quella del sassarese Luigi Polano, uno straordinario personaggio capace da solo di beffare il potente apparato propagandistico, rappresentato dalla radio (Eiar) e dal cinegiornale (Istituto Luce), che il fascismo usava per contrabbandare una visione potente e imperiale di se stesso, arrivando persino a millantare vittorie, nei fronti di guerra, mai esistite. Luigi Polano riesce a infiltrarsi e a ridicolizzare uno dei programmi di punta dell’azione dell’Eiar. Lecis racconta l’impresa così: “ottobre 1941, tutte le sere l’aretino Mario Appelius, voce di punta della propaganda radiofonica fascista, nel programma delle otto di sera “Commento ai fatti del giorno”, che finiva con l’abituale invettiva “Dio stramaledica gli inglesi”, annuncia cose del genere “Non può sfuggire la vittoria dell’Asse contro le potenze demo-giudaiche-bolsceviche”. Ma nel momento in cui il commentatore faceva una pausa per respirare s’inseriva la voce di Luigi Polano “Bugiardo…tu inganni il popolo italiano…l’Asse non potrà vincere la guerra…Hitler e Mussolini saranno sconfitti… Il fascismo ha trascinato l’Italia in una tragica avventura…l’Italia dovrà pagare un alto prezzo di sangue, di distruzione di miseria per questa guerra ingiusta, pazzesca, criminale…”.

Questa rappresentazione della realtà arrivava agli italiani dopo anni di censura ferrea e di propaganda martellante e a senso unico che comunque non ne avevano sopito del tutto lo spirito critico e l’istinto alla ribellione. Le incursioni radiofoniche clandestine continuarono per molto tempo, fino al 1944 e alla liberazione di Roma. Agenti e poliziotti fascisti sguinzagliati in Italia e in Europa si affannavano per capire da dove trasmettevano i comunisti. Ma non ci fu niente da fare. L’OVRA non riuscì a far tacere la voce della verità, e la voce di punta della propaganda fascista perse del tutto la sua credibilità. Non si è mai saputo da dove Polano trasmettesse i suoi messaggi radiofonici. Il comunista sassarese non volle mai rivelarlo, neanche a Enrico Berlinguer, suo concittadino e segretario del Partito Comunista Italiano, che glielo chiese espressamente nel 1982 quando andò a fargli visita nella sua casa di Sassari. I due morirono nello stesso anno, due anni dopo, nel 1984 e Polano si portò il segreto nella tomba.

Il racconto di queste storie è supportato da un’invidiabile capacità di penna. Lecis riesce a farci calare nei luoghi reali dove i fatti avvenivano, ce ne fa sentire i rumori e gli umori. Ci informa delle abitudini, dei vizi e delle virtù dei protagonisti. Attraverso dialoghi serrati ci fa apparire quanto fosse eroica da una parte e sofferta dall’altra la vita dei rivoluzionari di professione che con la schiena dritta riuscirono a tenere accesa la speranza della libertà. Nel contempo, spesso in evidenza, altre volte sottotraccia, ci informa sulle intemperie di quegli anni bui che inghiottirono le esistenze di milioni di persone, prima nel tentativo di contrastare il fascismo imperante in Europa, poi nelle lotte fratricide della Russia staliniana e infine nel macello della seconda guerra mondiale.

Altro pregio del libro è la riproposta, spesso in esergo dei singoli capitoli, delle copie originali dei documenti riguardanti Luigi Polano contenuti nel fascicolo a lui riservato nel casellario giudiziario del Ministero dell’interno. Un fascicolo alto e robusto il suo, quanto smilzo e gracile era quello di Maria Piras, la moglie che lo accompagna, lungo tutto il libro, nella sua straordinario vita dedicata alla rivoluzione. Fa dunque bene Lecis a introdurre la vicenda con un pensiero di Antonio Gramsci: “Ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione”.

Pier Giorgio Serra

101 tesori nascosti della Sardegna nella guida di Antonio Maccioni.

101 tesori nascosti della SardegnaPer caso, in Biblioteca mi è capitato di imbattermi in una originale guida della Sardegna, curata da Antonio Maccioni per la Newton Compton Editori (2012)*. Ho sempre pensato che le guide turistiche fossero uno strumento pratico per conoscere e orientarsi nei luoghi da visitare, e per molto tempo ho ritenuto esaustiva quella classica e pregevole del Touring Club. Recentemente ho scoperto e apprezzato anche un altro genere di “guide”, che raccontano la Sardegna e i suoi luoghi guardandoli da angolazioni insolite. Penso a “Nuraghe beach” di Flavio Soriga, a “Forse non fa” di Celestino Tabasso, e alla recente serie dei racconti per bambini inaugurata, con le “Le torri di Kar El“, da Carla Cristofoli per la Logus Mondi Interattivi. In queste guide i luoghi si scoprono e si apprezzano attraverso le suggestioni che esalano dalla storia degli uomini, dalle loro tradizioni e dalle leggende che fioriscono intorno. Una torre, una spiaggia, un monumento, una città non ti parlano veramente se ti avvicini ad essi con la superficialità del turista d’assalto. Puoi immortalarli con la macchina digitale per dimostrare a tutti di averli visti, ma rapidamente svaniscono dalla memoria. Se però hai letto una storia come “La Cattedrale del Mare” di Ildefonso Falcones, che ti ha anche coinvolto emotivamente, può capitare che a Santa Maria ci torni più e più volte durante il tempo del soggiorno a Barcellona. E quel monumento lo guardi e non solo lo vedi. Lo comprendi e lo trattieni.

La guida di Antonio Maccioni, giovane ricercatore specializzato in Letterature comparate, con interessi che spaziano dalla filosofia alla storia delle religioni, ha il merito di farti scoprire luoghi poco noti, non inclusi negli itinerari delle guide turistiche tradizionali, mostrandoteli sotto una luce insolita che permette di coglierne l’essenza profonda. L’autore divide luoghi e monumenti in quattro gruppi, ciascuno dei quali è tenuto insieme dal filo di un elemento naturale. Così da secoli si prega intorno all’acqua liberata dalle “sette fontane” di San Leonardo, perché “l’acqua è maghiargia” e “ci fa le magie”. Il cuore liquido della terra nella laguna di Santa Giusta copre per 2400 anni un satiro dai tratti “negrodi”, mentre i morsi del mare di Bosa divora le storie e la balena di pietra a Torre del pozzo d’estate prende vita al tramonto e il suo occhio si illumina di una luce serena. E la terra nasconde i tesori: ceramiche e calici sotto la cattedrale di Iglesias; scheletri antichi nella Marina di Arbus; madonne nuragiche nella casa dell’orco a Urzulei; incisioni rupestri nelle tombe di Anela. E poi c’è il fuoco… e quindi l’aria. E ad essi si aggiunge “il cielo dell’arte, misto a quello dell’anima”.

Dietro questa guida, si intravede un lungo e meticoloso lavoro di ricerca. Articoli di giornale, riviste specializzate, racconti letterari e i segreti “di chi questa terra la conosce sul serio” sono la materia di cui si compone. Il risultato è godibile, alternativo e utile. Anche a noi sardi, che quei luoghi ce li abbiamo sotto gli occhi ma raramente li comprendiamo e più spesso ne ignoriamo il significato nascosto. E poiché non li apprezziamo capita anche che non li proteggiamo. Sono in tutto “centouno tesori da vedere almeno una volta nella vita”, suggerisce l’autore. Chi resta e non parte per mete esotiche e città lontane, nei ponti tra Pasqua e il primo maggio potrebbe iniziare…

Sandra Mereu

*A Cagliari il libro si può trovare: Biblioteca regionale (viale Trieste 137), MEM (via Mameli 164), Biblioteca comunale di Pirri.

Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi 2013)

Il desiderio di essere come tutti_PiccoloL’11 giugno 1984 moriva Enrico Berlinguer, colpito da emorragia cerebrale durante un comizio a Padova. A trent’anni dalla morte si moltiplicano le testimonianze giornalistiche, i libri, le ricostruzioni cinematografiche, le tante vie dedicate, le lapidi, i riconoscimenti a posteriori, gli amarcord all’insegna del “quando c’era Berlinguer….”. Tutto giusto, tutto necessario e dovuto, ma è schizofrenica e ipocrita la tendenza, tipicamente italica, del celebrare grandi uomini del passato recente o remoto, per dimenticarne la lezione. Possiamo definirla “uso consolatorio della memoria?”
Per semplificare si potrebbe dire “ammazziamo i padri”, “poi li celebriamo”. Un esempio per tutti: gli “eroi” Falcone e Borsellino, continuamente celebrati da uno Stato che ha mostrato tratti di connivenza con la mafia in uomini e apparati, Stato che li ha lasciti soli e ne hanno reso possibile la morte, e che ancora oggi non riesce a fare i conti con la corruzione e il malaffare presenti anche all’interno della politica e delle istituzioni.

Francesco Piccolo è scrittore e sceneggiatore. Ha lavorato con diversi registi italiani, contribuendo, tra l’altro, alle sceneggiature de “Il Caimano” e “Habemus Papam” di Nanni Moretti. Il suo è un libro bello e sincero. Attraverso l’autobiografia personale, ovviamente romanzata, ricostruisce quella di un’intera generazione che ha vissuto la propria giovinezza negli anni ’70, con tutte le contraddizioni e le ferite di un periodo della storia d’Italia estremamente travagliato, che ha avuto soprattutto Enrico Berlinguer come protagonista e di cui si seguono le scelte fino alla morte. La prima parte del libro è infatti significativamente intitolata “La vita pura: io e Berlinguer”. La seconda parte “La vita impura: io e Berlusconi”, in cui Piccolo parla del suo rapporto col “Caimano”. Il merito di Piccolo è quello di aver evitato un doppio parricidio salvifico e consolatorio, perché tutti i parricidi sanno di sofferenza, anche quando sono narrati con ironia e leggerezza.

Il primo di questi si consuma il 22 giugno 1974, quando al settantottesimo minuto lo sconosciuto centravanti della Germania dell’Est Jürgen Sparwasser batte il grande Sepp Maier, il portierone della Germania dell’Ovest, che annoverava tra le sue fila fior di fuoriclasse quali Beckenbauer, Gerd Muller, Breitner. Overath ecc… È una delle partite simboliche dei mondiali di calcio 1974. Quel giorno, all’età di dieci anni, dice Piccolo “sono diventato comunista…. quando le squadre entrarono in campo doveva essere tutto chiaro. Da una parte c’erano quelli come noi, dall’altra c’erano quelli diversi da noi. Per mio padre non c’era dubbio per chi fare il tifo…”. È una scelta di campo sentimentale e ideologica, se per ideologia si intende stare dalla parte dei Davide contro i Golia, degli Ettore contro Achille, dei poveri e sconosciuti tedeschi dell’Est, contro i famosi e strapagati tedeschi dell’Ovest.

Il padre, simpatizzante dell’MSI-Destra Nazionale, non capisce come mai il figlio gioisca della vittoria clamorosa della DDR e da quel momento le loro strade si divideranno per circa vent’anni: il padre prigioniero di una battuta che nasconde tutto un mondo “Tu che fai tanto il comunista, spiegami che significa. Vai da Berlinguer, dici che sei comunista e chiedi se ti paga il bollo della macchina”. Il figlio, da simpatizzante comunista, percorre la sua strada, vive le vicende che si susseguono in quei vent’anni: il golpe cileno e la morte di Salvador Allende, i tre articoli di Berlinguer su Rinascita a spiegare la scelta del Compromesso Storico, il rapimento e la morte di Moro, il Terrorismo, la scelta dell’Alternativa democratica, l’intervista a Scalfari e la questione morale (28 luglio 1981), il rapporto del PCI con Craxi e i socialisti, i fischi all’amato Berlinguer nel congresso socialista di Verona l’11 maggio 1984, la morte del leader comunista il mese dopo, le parole di Sandro Pertini “Se n’è andato l’ultimo grande della sinistra italiana. Senza di lui questo paese riscoprirà i suoi vizi e le sue debolezze e non sarà certo la sinistra a fare da argine al fiume limaccioso che esonderà”. E ancora l’ascesa di Berlusconi, la cesura di Bertinotti e la caduta di Prodi, gli errori di D’Alema.

Si può uccidere chi si ama? Non senza sofferenza. Il secondo parricidio è la messa in discussione di Berlinguer. Piccolo, uomo di sinistra, e al fondo ancora berlingueriano, dubita che tutta un serie di scelte, a cui lui stesso ha creduto, siano state sbagliate e perdenti. La presunta purezza dei comunisti, per esempio, la loro “diversità”, sancita dalla linea dell’alternativa democratica, non fu un modo per isolarsi, per non incidere nella realtà, e dunque non finì per essere una posizione reazionaria? Non sarebbe stato meglio continuate col compromesso storico? Forse Craxi era più “moderno” e aveva ragione quando  con un decreto avviò il processo di abolizione della scala mobile? E anche la Questione morale non è ormai roba per minoranze, che non incidono più in un mondo irrimediabilmente corrotto, e chi la brandisce semplicemente non comunica più con gli altri, la maggioranza, che in fondo sono uomini come noi, e con i quali bisogna tenere aperto un filo di dialogo.

Nel racconto due donne segnano la sua giovinezza e poi la maturità. L’una militante comunista dura e pura, che rifiuta la sua “superficialità” piccolo borghese. Elena, di cui il protagonista è vanamente innamorato fin dal primo anno del liceo, è la copia esatta di Katie Molosky, la protagonista di “Come eravamo” di Sidney Pollack. Anche lei è una che “non molla mai”. Ma, ci si chiede: è giusto sacrificare sentimenti, affetti, amori, cadute piccolo borghesi, per un ideale? L’altra donna è quella che poi diventerà sua moglie, quella che nel libro viene chiamata Chesaramai. Il Chesaramai, una sorta di relativismo dell’accettarsi come si è, con i propri limiti, con le proprie debolezze, e, perché no, con la propria superficialità. Chesaramai Berlusconi? Lo accettiamo come un prodotto, o come una componente congenita della nostra italianità? Ha da passà ‘a nuttata, per dirla con Eduardo de Filippo in Napoli Milionaria? Dove ci ha portato e dove ci porterà questo desiderio di essere come tutti? In fondo l’Alternativa democratica a cui pensava Berlinguer, e non l’alternativa di sinistra, era un tentativo di non smarrirsi nell’omologazione, contemporaneamente conservare la propria storia verso il socialismo della  terza via, ma anche un aprirsi agli altri per un mondo migliore.

In noi, come in Berlinguer, forse c’era l’ansia che solo la letteratura può tradurre in parole, come quelle bellissime di Natalia Ginsburg che Piccolo cita nell’esergo dl libro: “Ora noi possiamo sentirci, in mezzo alle comunità, soli e diversi, ma il desiderio di rassomigliare ai nostri simili e il desiderio di condividere il più possibile il destino comune è qualcosa che dobbiamo custodire nel corso della nostra esistenza e che se si spegne è male. Di diversità e solitudine e di desiderio di essere come tutti è fatta la nostra infelicità e tuttavia sentiamo che tale infelicità forma la sostanza migliore della nostra persona ed è qualcosa che non dovremmo perdere mai”.

Tonino Sitzia

Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas

“Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro” di Luigi Luca Cavalli-Sforza e Daniela Padoan (Einaudi 2013) – Recensione di Gabriele Soro

Razzizmo e noismo_EinaudiOtto milioni di anni fa comincia la separazione evolutiva dagli scimpanzé e dai bonobo Dell’Homo sapiens; e circa 2,5 milioni di anni fa compare l’Homo abilis, così chiamato, per la sua capacità di costruire utensili. L’abitazione umana del pianeta terra conta circa 200.000 anni. Ogni essere umano oggi presente sulla terra deriva dalla stessa famiglia nata in Africa circa 100.000 anni fa. (Dunque parlare di razze umane come fatto naturale è un falso, un inganno tutt’ora corrente. Le razze sono la costruzione ideologico-culturale funzionale al potere di dominio su altri). Di ‘soli’ 10.000 anni è l’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento da cui conseguono, però, la proprietà privata, l’accumulo di beni, lo schiavismo, le guerre. Per quasi 200.000 anni l’uomo ha vissuto, senza guerre, in società pacifiche di cacciatori-raccoglitori. Si tratta di società dove non esiste la proprietà privata con tutto ciò che ne consegue. Ancora oggi, benché in aree sempre più ristrette, le comunità di pigmei in Africa vivono cacciando e raccogliendo i frutti che crescono spontanei nella selva. Non concepiscono l’accumulo, l’appropriazione, il possesso di beni: una società di uguali, senza gerarchie, né capi. I numeri di cui sopra e le datazioni che sintetizzano l'”avventura” del genere umano sul nostro pianeta, si leggono in Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro, di Luigi Luca Cavalli-Sforza¹ e Daniela Padoan² (edizioni Einaudi).

Un libro nel quale dialogano un grande scienziato e una studiosa della Shoah, sulle radici culturali del razzismo. La scienza impassibile e beffarda ci mette di fronte allo specchio delle nostre origini e l’immagine che ci ritorna è quella dello scimpanzé e del bonobo nostri progenitori. L’Homo sapiens animale pure lui, ma speciale, trasforma l’ambiente che lo circonda con utensili e protesi sempre più sofisticati; ha capacità di parola; possiede il linguaggio con il quale comunica e che fissa anche in segni lasciando testimonianza scritta di sé. Crea narrazioni e miti per cercare di dimenticare e cancellare la sua origine animal-scimmiesca; inventa le religioni che raccontano di lui esser creato da un Dio. Non digerisce il caso dal quale ha preso avvio la sua esistenza; si sgomenta a pensare che la vita sulla terra abbia avuto origine da insondabili probabilità; si spaura di fronte all’immensità del cosmo: deve esserci una missione, un senso; la sua origine non può che essere divina, dentro un disegno eterno, oltre la morte. “Sciocchi che vogliamo/ dare un senso al caos/ dalle cui schiume/ per un caso/ d’inspiegabili probabilità/ siamo affiorati…”. Non è possibile in poche pagine parlare di un libro come “Razzismo e noismo”, così denso e articolato com’è. Mi limiterò solo ad alcune considerazioni, riportando anche frammenti del dialogo tra Daniela Padoan e Luigi Luca Cavalli-Sforza. Il lettore legga il libro dalla prima all’ultima pagina, senza fretta, si soffermi e sottolinei i passi che gli paiono più significativi o sorprendenti.

Il “noismo” dei greci

Tutti i non elleni erano considerati barbari (ossia balbettanti, incapaci di parola, incolti) dunque un po’ meno uomini e più assimilabili agli animali. Ma anche le stesse donne greche così intime nella casa e, ancor di più, nel letto, genitrici della continuità pura del “noi” greco, erano fuori dal “noi”, escluse dalla democrazia. Nella Grecia culla della democrazia e del pensiero occidentale, proprio lì si elabora la teorizzazione, la giustificazione filosofica, dunque l’accettazione dello schiavismo come cosa buona, razionale e necessaria. Daniela Padoan ci ricorda che all’apice della potenza di Roma, in Italia si stima che ci fossero tra i 2 e i 3 milioni di schiavi (35-40% degli abitanti).

Il volto oscuro dell’umanesimo moderno

“Nella modernità, il processo di disumanizzazione dell’altro – che ha alimentato l’ideologia del razzismo e il suo volgersi in pratiche di sterminio – si è compiuto attraverso la creazione politico scientifica di categorie di quasi-bestie, o di sotto uomini” [Daniela Padoan]. “Nel momento in cui si afferma che un essere umano non ha anima, dunque è solo un animale [in quanto animato, ma senza intelligenza e morale], lo si può sottoporre al medesimo trattamento che si ritiene lecito applicare agli animali, cui, secondo Aristotele, non è dovuta giustizia né compassione. Con questa giustificazione, ripresa da san Tommaso, i conquistadores avrebbero sterminato gli abitanti delle Americhe” [Daniela Padoan]. Ecco la costruzione ideologica, la ‘copertura’ per giustificare – pacificando la coscienza – l’asservimento di esseri umani da parte di altri esseri umani: i “noi” che schiavizzano altri da loro. E ritorna il discorso dell’identità dentro un “noi” che diventato “noismo” può chiudersi, contrapporsi, aggredire. Il “noi”, come ci ricorda Cavalli-Sforza, può assumere forme aggressive di elusione, di discriminazione; o forme positive e benefiche (la famiglia, la tribù di caccia, la comunità, solidarietà, comunicazione).

Il confronto tra gli autori affronta la complessità dell’uomo che interagisce con la natura e con i suoi simili: “Da un lato si guarda al corpo biologico-animale e alle sue leggi, e dall’altro si produce pensiero astratto e speculativo secondo le gerarchie di alto e basso, terragno e sublime” [Daniela Padoan]. In merito ecco la mirabile e sintetica interlocuzione di Cavalli-Sforza: “Gerarchie che peraltro sono perfettamente funzionali alla impari distribuzione di ricchezza, risorse e potere che contrassegnano la nostra vita sociale da quando è stata introdotta la proprietà privata, ovvero da 10.000 anni, su un arco di abitazione umana del pianeta di 200.000 anni”.

Schiavitù, buco nero generato dalla nostra civiltà

“La schiavitù non nacque dal razzismo: al contrario, il razzismo fu conseguenza della schiavitù” […]. “Se davvero vogliamo guardare alle origini culturali dello sterminio, credo non si possa prescindere dalla naturalizzazione della figura dello schiavo che alligna nelle fondamenta della nostra cultura, come copertura ideologica della possibilità di sfruttamento” [Daniela Padoan].

Così cadono tutte le considerazioni che tendono a vedere la Shoah come follia o barbarie estranee all’occidente, alla nostra civiltà. “Anch’io credo che non fu la schiavitù a nascere dal razzismo, ma avvenne esattamente il contrario: la necessità di mantenere l’impianto schiavistico poneva delle questioni morali, così che fu necessario convincersi che fosse giusto, morale, richiesto da un dio o dalla ragione” [Luca Cavalli-Sforza]. “L’istinto non è mai cattivo” dice Cavalli-Sforza “Il peggio di cui l’uomo ha dimostrato di essere capace è costruzione culturale”. Fulminante!

L’infanticidio costante storica

L’infanticidio non è fenomeno che si perde nei millenni, è invece una costante nella storia umana. Non è fenomeno relegabile (come siamo portati a pensare noi occidentali ‘civilizzati’) a società barbare o selvagge. Un milione e mezzo di bambini sono stati sterminati nel cuore dell’Europa nella prima metà del Novecento. L’antropologo Marvin Harris ci ricorda che nel XVIII secolo in Inghilterra, l’infanticidio, diretto e indiretto, continuò ad essere praticato su scala forse altrettanto grande che nell’epoca medievale. “Non era spettacolo raro vedere i cadaveri di neonati lungo le strade o nei letamai di Londra”. Furono istituiti i brefotrofi, ma il governo non ne sosteneva i costi: divennero luoghi di morte legalizzata per i bambini. Fra il 1756 e il 1760 furono ammessi al primo brefotrofio di Londra 15.000 bambini dei quali solo 4400 sopravvissero fino all’adolescenza.

“A Roma l’infanticidio era prassi, e Seneca scrive: «sopprimiamo i cani rabbiosi e uccidiamo il bove ombroso e indomito, e procediamo col ferro sul bestiame malato, perché non contaggi il gregge; eliminiamo i neonati mostruosi; persino i nostri figli se vengono alla luce deboli e deformi, li affoghiamo; e non è ira, ma scelta razionale, separare ciò che è inutile da ciò che è sano» [Daniela Padoan]. E Luca Cavalli-Sforza chiosa incisivo: “L’immagine spaventosa che la civiltà attribuisce come crimine all’uomo non ancora civilizzato, sarebbe al contempo non solo praticata, ma nominata come ragionevolezza. E’ un paradosso che potrebbe aprire parecchi ragionamenti”. Paradossi, temi spiazzanti e ragionamenti che anche nel sito di Equilibri, con modestia, si tenta di sviluppare.

Gabriele Soro

Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas

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(1) LUIGI CAVALLI-SFORZA è riconosciuto come uno tra gli studiosi più autorevoli nel campo della genetica delle popolazioni e delle migrazioni umane. E’ professore emerito alla Stanford University. E’ membro dell’Accademia dei Lincei e della Pontificia Accademia delle Scienze. Tra i suoi libri: Geni, popoli e lingue (Adelphi 1996) e L’evoluzione della cultura (codice Edizioni 2006).
(2) DANIELA PADOAN, scrittrice e saggista, da anni si occupa di testimonianza della Shoah e di resistenza femminile alle dittature. Tra i suoi libri: Come una rana d’inverno. Conversazione con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani 2004) e Le Pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo (Bompiani 2005). Ha collaborato con le pagine culturali de il manifesto e il “Fatto quotidiano”.

 

“Le torri di Kar El”: ciò che lega Cagliari a Parigi.

le-torri-di-kar-elChe nesso c’è tra “Kar El”, luogo evocato dal titolo, e l’immagine della torre Eiffel che introduce il libro? Facile: Carla Cristofoli, nostra concittadina nonché assidua lettrice e collaboratrice di Sestu Reloaded. Carla da diversi anni vive e lavora nella capitale francese, insegna italiano e ha una grande passione: scrivere storie. Sono suoi i testi di Le Torri di Kar El, il primo racconto di una trilogia edita da Logus Mondi Interattivi. Saperlo in anticipo non mi rende però meno curiosa. Anche perché Carla è molto attenta a disseminare il percorso di indizi che spingono alla scoperta. “Io non sono un libro di favole!” suggerisce nell’incipit. Allora sfoglio, o meglio scorro una dopo l’altra le prime pagine di questo ebook, e scopro così che il nesso può essere anche un altro: l’eroe della rivoluzione sarda che nel 1796 riparò in Francia per sfuggire all’arresto e a morte sicura. Dunque è un libro di Storia! Continuo, e capisco che la rivoluzione sarda e Giò Maria Angioy sono solo uno dei diversi fili dell’intreccio. Ma in questo primo snodo del libro sta una delle tante trovate originali di cui Carla punteggia la sua storia. Il giovane protagonista del racconto è niente meno che un discendente di Madame Dupont, la vedova parigina che ospitò e diede amicizia all’Angioy durante alinal’esilio. Inventiva e trama intrigante sono dunque ingredienti fondamentali di questo racconto. Ma non i soli. Sulle tracce delle memorie familiari il piccolo Alban giunge a Cagliari. Ad accoglierlo affettuosamente c’è la sua amica di penna Alina, una simpatica bambina dalla vivida chioma corvina che ne interpreta e sottolinea i sentimenti. L’amicizia tra i due bambini, l’alone magico che sembra circondare Alina, mi richiamano alla mente le storie di Lavinia di Bianca Pitzorno che leggevo a mia figlia quando era piccola. Tanto che, senza neanche rendermene conto, prendo a leggere a voce alta, proprio come si fa quando si raccontano storie ai bambini, per coinvolgerli e catturarne l’attenzione. L’avventurosa scoperta del golfo di Kar El a bordo di un fenicottero rosa, accompagnata dalle bellissime illustrazioni dell’anima grafica di Pigi Rimica (l’autore collettivo della trilogia), è davvero un episodio che avvince. Questa non è una favola, ci aveva avvertito l’autrice all’inizio. Ed è vero. Le Torri di Kar El è molto di più. E’ una storia dalle molteplici sfaccettature, dove si intrecciano generi diversi. Carla li ha sapientemente dosati per creare una gustosa miscela. Chi ha ancora la possibilità di poterla somministrare ai propri piccoli, non si perda l’occasione di goderne con loro.

Sandra Mereu

“La dignità ferita”, Eugenio Borgna (Feltrinelli 2013) – Recensione di Tonino Sitzia

“Come potrebbe il cuore non spezzarsi

Se l’improvvisa e dolce scossa del mattino

Dissipa l’ombra dell’infinito agitarsi

In dubbi, rimorsi, paura del destino?

La grazia lo ferisce; sanguina

Davanti alla pianura dove l’acqua stende

Una coltre di nebbia delicata

Sul ramo spoglio e tremante.

Sull’ala sospesa ed esitante,

L’aria da un debole lampo inondata”

La dignità feritaE poi il commento “L’ombra e la grazia, la pesantezza e la leggerezza, l’oscurità e la luce, il dolore dell’anima e la stella del mattino, la dignità ferita e la dignità salvata, sono esperienze che si intrecciano l’una all’altra, e fanno parte della vita di ciascuno di noi: nelle loro vertiginose alternanze e nelle loro misteriose alleanze.” La poesia è di Simone Weil, l’ombra e la grazia è il titolo che Franco Fortini scelse nel tradurre nel 1951 La pesanteur et la grâce,  la raccolta di pensieri stralciati dai quaderni della Weil da Gustave Thibon. Il commento ai versi della mistica e rivoluzionaria scrittrice francese è di Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano, il più grande psichiatra italiano.

Eugenio Borgna è l’autore di questo straordinario saggio, in cui indaga sulla dignità umana ferita, nelle molteplici forme della malattia fisica e mentale, della discriminazione razziale che ha toccato l’abisso nella Germania nazista, ma che permane nelle variegate forme dell’esclusione e dell’abbandono nei ghetti delle tante periferie del mondo, nel rifiuto ed emarginazione dell’altro che viene da lontano alla ricerca di nuovi approdi, nel criterio produttivistico che misura le persone, nelle mille barriere che sono figlie del pregiudizio.

L’autore nei suoi ragionamenti, e come fa in altri suoi libri, attinge a piene mani dalla grande letteratura e dalla poesia. Ma cosa c’entra la poesia con la psichiatria? Quale alleanza ci deve essere tra le razionali scienze del corpo e le impalpabili scienze dell’anima? Perché la poesia e la letteratura possono aiutare la psichiatria? Sono, queste, le domande che si fa il lettore non addetto ai lavori, colpito dal continuo rimando alle rime o alle frasi di Rainer Maria Rilke, di Nelly Sachs, di Thomas Bernhard o di Leopardi, di Montale, di Kafka, di Tolstoj, di Antonia Pozzi, di Thomas Mann, di Robert Walser o Paul Celan, di Sant’Agostino o Santa Teresa D’Avila, tanto per citarne alcuni. E Borgna (pag.206) sembra voler dare una risposta “La psichiatria italiana, sulla scia degli ideali della psichiatria tedesca a suo tempo così legata alla filosofia e alla poesia, non è più psichiatria manicomiale, ma psichiatria attenta alle grandi questioni umane ed etiche della vita alle quali può consegnare radicali ragioni di chiarificazione e di comprensione, di approfondimento e di illuminazione tematica”.

La letteratura e la poesia sembrano avere degli strumenti di analisi del cuore umano, attraverso la parola, che spesso la psichiatria, e le altre scienze umane non hanno, soprattutto se il medico si affida alla sola tecnica “non sempre si ha il tempo di condividere il dolore e l’angoscia, la tristezza e l’inquietudine dell’anima, lo smarrimento e la timidezza di una paziente o di un paziente”…E allora cosa può fare il medico? Borgna servendosi della frase di Isak Borg, il medico protagonista de “Il posto delle fragole”, uno dei capolavori  di Ingmar Bergman, “il primo dovere di un medico è chieder perdono!”

Il libro si articola in tre parti: la prima e la seconda parte affrontano il tema della Dignità, dell’evolversi del suo senso nel corso della storia, del suo significato filosofico, giuridico, religioso , sociologico, di come sia “ferita e lacerata” quando l’essere umano o gli esseri umani diventano oggetti e precipitano nell’ombra (che è altra cosa rispetto al perturbante, all’inconscio o all’ombra di Freud o Jung) condizione umana che  accomuna tutti dalla nascita e che può manifestarsi nelle forme della malattia e del mal di vivere, del dolore talvolta estremi, quali la depressione, la schizofrenia, la follia, il desiderio di suicidio.

La terza parte ha per titolo “La dignità salvata, la stella del mattino, la speranza, la progettualità che ritorna. Borgna usa termini che in una società competitiva e aggressiva, dominata da uno sfrenato consumismo e liberismo, sono decisamente desueti. I sottocapitoli di questa parte sono: “la gentilezza come forma di vita”, “la mitezza come apertura all’altro”, “il sorriso e le lacrime”, “il dicibile e l’indicibile”.

Eugenio Borgna sceglie di concludere il suo saggio con un pensiero di Dietrich Bonhoeffer (da Resistenza e resa, San Paolo, Milano 1988): “Nessuna vita scorre tanto uniforme e piana che non si scontri con qualche diga e formi un vortice; o che gli uomini non gettino pietre sull’acqua chiara; sì, qualcosa capita a ogni uomo, e allora devi far sì che la tua acqua resti chiara, e che possano specchiarsi cielo e terra”.

Tonino Sitzia

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

“Gli sdraiati”, Michele Serra (Feltrinelli 2013) – Recensione di Tonino Sitzia

Gli sdraiati_Michele Serra“Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole. Annoto con zelo scientifico, e nessun ricamo letterario. Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo Smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi anche ascoltando musica.”

Chi è quell’essere ipertecnologico se non uno dei “nostri” figli, quella sorta di marziano dotato di tante appendici che gli consentono di comunicare con tutto il mondo ma non con il proprio padre? Non era forse, questa, una delle affascinanti ipotesi della fantascienza classica, di cui i padri si sono nutriti, e che ora sembra divenuta realtà? Chi sono questi figli ai quali bisogna lasciare scritto (e non detto) input del tipo “Prima di uscire controlla di avere lasciato accese tutte le luci di casa”, “Verificare lo stadio di decomposizione dei cibi prima di ingoiarli”, “Il water marezzato di merda è un’installazione artistica, o mi è consentito di pulirlo? ”Lasci i tuoi peli nel bidè per motivi religiosi?”, “Per piacere, se passi dal ferramenta compra uno scalpello, dobbiamo rimuovere dal lavandino i tuoi sputi di dentifricio calcificati”. Sembrano domande banali a fronte delle più corpose “Il relativismo educativo di questi anni è stato più debole rispetto all’autoritarismo assoluto dei nostri padri/nonni?”.

Michele Serra, utilizzando la chiave ironico riflessiva che gli è congeniale, affronta in questo gustoso libro il tema universale del rapporto padri-figli. Si parla di padri e non di madri, perché sono loro l’anello debole nella sfera del privato. Si ride, certo. I sardi direbbero arrisu cun crasciou, cioè il sardanios ghelos, riso che può trasformarsi in gelo, come testimoniano le maschere apotropaiche fenicio puniche. Riso sghembo, perché il gelo nella comunicazione è il vero problema che sta al fondo del libro. L’amarognolo è dato dalla palese difficoltà del confronto generazionale, oggi più che mai avvertito da tutti, genitori, insegnanti, pedagogisti, operatori dell’educazione in senso lato, come giunto ai limiti della incomunicabilità.

La grande letteratura del passato, da Pirandello a Kafka, da Turgenev a Tolstoj, da Mann a Svevo, da Freud a Fromm, sembra essere, dati i tempi, utile ma non sufficiente a spiegare la difficoltà. Di questo travaglio sembra del tutto ignara la politica, che viaggia nel suo mondo “altro”, dove i bisogni dei giovani, i loro problemi e le loro istanze, non solo non sono avvertiti in termini di risorse (alla scuola, alla ricerca, alla cultura…), ma soprattutto sembrano essere estranei: il solo pensare alla “generazione senza” o alla “generazione in panchina”, senza lavoro, senza casa, senza pensione, senza figli, senza futuro, fa venire i brividi e non dovrebbe far dormire la notte di chi gestisce il potere. Ma su questo piano il discorso ci porterebbe lontano e fuori dalla sfera di interesse del libro, che si muove nel privato, nell’ambito della famiglia, delle relazioni interparentali e delle amicizie, ed è per questo che è interessante, suscita immedesimazione nel lettore, adulto o giovane che sia.

Perché non è sufficiente l’esperienza del passato? Cosa sta succedendo? Serra usa la metafora del campo di calcio: se due squadre si affrontano ma non riconoscono né il perimetro del confronto, né le regole del gioco, allora non c’è partita. E nel confronto/scontro/guerra padri-figli o giovani-vecchi, quali le nuove regole? La metafora della vendemmia: “Certo che un mondo dove i vecchi lavorano e i giovani dormono, prima non si era mai visto”. È la riflessione, a mò di battuta, che fa uno dei “vecchi” protagonisti della vendemmia raccontata da Serra, una scusa, data la pochezza dei filari, per ritrovarsi ogni anno e stare insieme. Il rito si consuma in una vigna collinare delle Langhe: alzarsi all’alba, godere delle prime luci dell’aurora, il diradarsi della nebbia, preparare i ferri da taglio, calpestare le zolle, afferrare i grappoli, quelli che poi daranno il vino, poi la vita stessa, che è passaggio di gesti condivisi che poi si trasformano in valori. Quel giorno magico è segnato dall’assenza. – Dove sono i giovani diciottenni che dovevano darci una mano? – Chiede qualcuno piegato sui tralci…ieri sembravano ben disposti…Dormono, forse hanno tirato la notte con i loro smart…e i loro computer, prima delle due del pomeriggio non li vedremo…a lavoro ormai finito.

Se due ragazzi su tre usano i media come estensione del proprio corpo (si veda il dato dell’ 11° Rapporto Censis 2013 sulla Comunicazione), se in media essi fanno ricorso alla connessione mobile per tre ore ogni giorno, quale posto resta per ricreare assieme il perimetro e le regole del gioco? Come ridefinire il concetto di spazio e tempo? «Ce la caveremo, vero, papà? – Sí. Ce la caveremo. – E non ci succederà niente di male. – Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. – Sí. Perché noi portiamo il fuoco». Sono le parole che un padre e un figlio si scambiano dopo l’apocalisse ne “La strada” di Cormac McCarthy (Premio Pulitzer 2007). Di nuovo la Letteratura torna a soccorrerci… Non siamo certo a quel punto, anzi la crisi è data dal benessere, ma forse di un fuoco simbolico abbiamo bisogno, come custodi, i vecchi, e come rinnovatori, i giovani.

Tonino Sitzia

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

“Il coraggio della verità. L’Italia civile di Giuseppe Fiori” a cura di Jacopo Onnis (CUEC, 2013) – Recensione di Tonino Sitzia

Il libro di Jacopo Onnis è stato presentato da Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas l’8 novembre 2013. Di seguito vi proponiamo la recensione di Tonino Sitzia.

Il libro di Jacopo Onnis raccoglie 31 testimonianze su Giuseppe Fiori, a dieci anni dalla scomparsa, di giornalisti della carta stampata o della televisione, di scrittori e registi, di uomini politici, storici, o persone che ci lavorarono fianco a fianco, lo conobbero personalmente oppure lo ricordano per averne letto le opere. Non un’arida  biografia cronologica dunque, né un agiografico omaggio ad una personalità così significativa nella vita pubblica italiana e sarda negli anni dal dopoguerra fino agli ultimi decenni del novecento. È invece un voler ricostruire, sul filo della memoria e del ricordo, un “carattere”, fatto di professionalità, rigore morale, ricerca della verità, intransigenza, forte idealità, disponibilità, ruvida bontà e generosità. Il coraggio della verità_FioriQueste virtù umane prima che politiche e di scrittore risaltano nel libro, e ne rendono attualissimo il messaggio e l’esempio, nel clima di degrado e di basso impero che stiamo vivendo.

Proprio di esempi c’è bisogno. E la lettura delle biografie, genere poco praticato in Italia e in cui Fiori è stato insuperato maestro (solo il suo amico Corrado Staiano raggiunge simili livelli), sono di grande utilità, soprattutto per i più giovani. Le biografie sollecitano il principio rinascimentale  dell’imitazione ed è noto  che Machiavelli nel cap.VI del Principe sostenesse che “debbe  uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odorema soprattutto le biografie, quelle “alla Fiori”, sono strumenti di conoscenza. Come mai la biografia di Silvio Berlusconi (Garzanti 1995), significativamente intitolata “Il venditore” e non “L’imprenditore” è repentinamente sparita dalle vendite dei libri? Eppure è un ottimo strumento di conoscenza per capire il personaggio  e le responsabilità dell’opposizione di allora (e di oggi?), che poteva intuirne  una deriva durata poi oltre vent’anni.

Sul principio di imitazione, senza retoricamente pretendere di imitare alla lettera Gramsci, Lussu, Rosselli, Ernesto Rossi, o Berlinguer (tutte biografie di Fiori) che furono figli e protagonisti del loro tempo, certo la loro moralità, i loro ideali, possono tornare utili  in tempi difficili quali sono quelli di oggi. Carlo Lizzani, che nel suo “Barbagia, la società del malessere” (1969), trasse ispirazione dal libro di Fiori, nella sua testimonianza dice, quasi una premonizione del suicidio avvenuto il 5 ottobre scorso: “mi  sembra di vivere in un nuovo dopoguerra, senza che ci sia stata una terza guerra mondiale. Percepisco molte macerie. Non sono le stesse che vidi in Germania quando vi andai con Rossellini. Sono macerie invisibili: ideali in frantumi, sogni spezzati, speranze distrutte. Non perdo comunque l’ottimismo che la parola “uomo” ancora mi suscita”.

Le biografie di Giuseppe Fiori indagano l’uomo, oltre che il politico e l’intellettuale: ciò risalta magistralmente nella biografia di Gramsci, ormai un classico del Novecento tradotto in tutte le principali lingue del mondo. Nella prefazione al libro Fiori, ricordando una lettera di Nino alla cognata Tatiana in cui commentava che finalmente vedeva i suoi bambini in foto non solo in viso ma dotati di braccia e gambe, scrive “con questo libro ho voluto completare il ritratto di Gramsci, cioè aggiungere alla “testa” (al Gramsci grande intellettuale e leader politico, meglio conosciuto) “gambe e corpo”: quegli elementi umani che aiutano a farci vedere il personaggio “intero”…

Il personaggio “intero” è colto da Rossana Rossanda, altra testimonianza all’’interno del libro di Onnis, quando sostiene che Fiori, nella sua biografia su Gramsci ha saputo, come nessun altro, cogliere quell’umanissima e individuale dimensione del dolore, quella fragilità umana che ce lo rende più vicino, liberandolo dal mito ossificato dell’eroe tutto cervello e politica.

 “Vero cronista è chi mette gli altri nella condizione di fare la propria parte”, è quanto sostiene Stefano Rodotà nella sua testimonianza. Per dirla con Stajano, “Fiori non si è mai allontanato dal giornalismo. Ha lavorato da scrittore e da giornalista insieme…” Questo assillo della verità ne ha caratterizzato l’operato nei vari campi di interesse in cui si è manifestata la sua complessa personalità. Nella scrittura per esempio: in “Sonetàula” (1960)“Baroni in laguna” (1961) e ne “La società del malessere” (1968) l’inchiesta o la cronaca si fanno narrazione destinata a durare nel tempo (testimonianza di Mariangela Sedda), senza ammiccamenti al banditismo, vera piaga della Sardegna, sapendo comunque cogliere gli elementi di modernità, che alla fine degli anni sessanta, con i nuovi fermenti della scolarizzazione, vede  protagonisti le donne e i giovani di Orgosolo. “Oggi – testimonianza di Salvatore Muravera – Orgosolo è un paese spento”. Quasi un rimpianto per quegli anni contradditori ma anche pieni di speranze.

Nel campo della comunicazione radio televisiva Fiori è tra in primi, è quanto sostiene tra gli altri Gianni Olla nel suo contributo al libro a “intuire che le immagini  a volte sono più potenti delle parole” e Renzo Arbore, ricordando il Tg2 diretto da Andrea Barbato, con Fiori vicedirettore, sostiene che egli fu il primo anchorman nella storia della televisione italiana, quello che chiudeva le sue “Note” alla fine del Tg per passare la parola a quei goliardi dell’”Altra domenica”. In quegli anni convivevano una TV seria, quella del coraggio della verità di Fiori, con  quella intelligentemente ironica e dissacrante di Arbore e Benigni. Angelo Guglielmi, che fu direttore di Raitre da 1987 al 1994, nella sua testimonianza, racconta di un furioso attacco pubblico che gli venne da Giuseppe Fiori perché non lo chiamò a lavorare per quella rete. Guglielmi scrive: “volevamo abbandonare il linguaggio frontale intelligentemente di denuncia che era la specialità di Peppino…ritenevamo che il linguaggio più adatto fosse il linguaggio ironico, lo sfottò, il ludibrio. I punti forti della rete erano Chiambretti, Fazio, Blob, La Tv delle ragazze.”

Da allora molta acqua sotto i ponti è passata, quel linguaggio è stato preso a modello, e involgarito, dalle reti berlusconiane, ma un Giuseppe Fiori sarebbe ancora molto utile all’Italia contemporanea.

Tonino Sitzia