Alla ricerca dell’abbigliamento perduto

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“Tutto è nato per questa faccenda delle fogge d’abito, dei bei costumi antichi. L’idea di una riesumazione era venuta a Mario molto naturale, quando tre giorni prima stava spiegando alla fidanzata la difficoltà, l’impossibilità, di rintracciarne almeno uno, dei bei costumi antichi frauensi, da indossare ed esporre nella mostra e la sfilata. Non ce n’erano più, neanche a cercarli nelle fosse… Però almeno uno lo dovevano trovare, anche senza coralli e senza ori, autentico, non riconfezionato tutto nuovo, come qualcuno proponeva, disonesto.”

(Il mare intorno, Giulio Angioni 2003)

Sebbene non risulti che anche a Sestu si sia arrivati, come nella Fraus del racconto di Giulio Angioni, ad aprire le tombe degli avi per recuperarne gli abiti originali, è indubbio che anche qui da noi da diversi anni sono in corso appassionate ricerche per ricostruire l’autentico abbigliamento tradizionale. L’interesse per i costumi e le tradizioni locali trova conferma nel gran numero di mostre, conferenze e dibattiti che viene proposto su questi argomenti. A questo genere di iniziative è riconducibile anche il prossimo seminario che si terrà giovedì 26 settembre a margine della mostra sull’abbigliamento tradizionale curata dalla Pro LocoArrejonada sarà appunto un incontro dedicato al “portamento da tenere nell’indossare gli abiti tradizionali” e alle “modalità di ricostruzione degli stessi” (vedi Evento nel sito del comune di Sestu).

E’ interessante inoltre osservare che il movimento per la ricostruzione filologica degli abiti tradizionali non si limita a una discussione erudita tra appassionati dell’argomento, ma si sta traducendo in un’aperta contestazione ai gruppi folkloristici, rei di indossare abiti che per materiali, lavorazione e qualità delle decorazioni si discosterebbero in misura significativa da quelli del passato. I più seri studiosi di tradizioni popolari tuttavia riconoscono ai gruppi folk il grande merito di aver contribuito a salvare – in anni in cui (gli anni ’60) il disinteresse per l’abbigliamento tradizionale era l’atteggiamento prevalente – gran parte delle conoscenze tecniche, della terminologia e del ricamo tradizionali¹.

E’ apprezzabile che si faccia conoscere ciò che di vero appartiene al passato e di questo non si nasconda la complessità. Ma proprio per questo, in generale, occorre guardare con occhio critico anche a quelle operazioni di costruzione della tradizione che si realizzano attraverso la selezione di ciò che del passato più piace. Gli studi sociologici hanno messo in evidenza che esse tendono a rappresentare un passato mai esistito, inventato in funzione del presente, per lo più ad uso di specifici progetti politico-culturali.

Allo stesso tempo a me sembra che sia anche arrivato il momento di interrogarsi e riflettere seriamente su quale senso dare al rapporto con la tradizione, considerando che noi stessi siamo l’esito di quel passato che oggi si tende a contemplare. La semplice ricerca di un passato perduto e il recupero nostalgico di memorie non sono di per sé destinati a produrre effetti culturali positivi. Resto infatti convinta che il passato debba essere letto criticamente nel suo divenire storico e che il ruolo fondamentale della Cultura sia quello di interpretare e cambiare la realtà. E di cambiarla, questa realtà, se ne sente davvero un gran bisogno.

Sandra Mereu

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¹ Paolo Piquereddu, Note di storia dell’abbigliamento in Sardegna in Costumi. Storia, linguaggio e prospettive del vestire in Sardegna, 2003.

Bistiris e prendas sestesi

Ieri, lunedi 2 settembre, è stata inaugurata la mostra dell’abbigliamento tradizionale sestese curata dalla Pro Loco. Si può ammirare una varietà straordinaria di abiti e gioielli, quasi tutti originali, indossati dalle donne e dagli uomini del passato. Contrariamente a quanto siamo portati a credere infatti – ha fatto notare l’assessore Roberto Bullita, che è anche un appassionato cultore di tradizioni popolari – l’abito tradizionale sestese non è solo quello che viene esibito oggi dai gruppi folk locali. Esistevano e si indossavano abiti diversi per i diversi strati sociali e le diverse occasioni. La mostra si snoda lungo un percorso circolare che tocca i momenti topici della vita: dalla nascita alla morte, passando attraverso il matrimonio e le varie feste religiose che rappresentavano i momenti più importanti intorno ai quali la comunità si ritrovava e stringeva legami. Di grande interesse inoltre la dettagliatissima ricostruzione della tipica caserma dei Carabinieri di fine Ottocento, con i suoi mobili-archivio e le cassapanche-scrittoio, luogo fisico in cui si materializzava il rapporto della comunità con “sa giustizia”. La mostra è visitabile nei locali Faccin, in via Roma a Sestu, sino al 29 settembre (vedi Locandina).

DSCN9458     DSCN9539Le campidanesi sogliono distendere sul petto un fazzoletto bianco o di colore, due capi del quale si allacciano al disopra delle maniche, tra l’omero e l’ascella, gli altri due all’estremità inferiore del giubboncino; pudico sipario che non ha le pretese di celare alcun tesoro, ma unicamente la missione di tener monda la candida camicia, che ricopre le fonti della maternità, nascenti o tramontanti. 

Enrico Costa (1887)

DSCN9487     DSCN9550E’ affascinante il modo in cui camminano, a passi brevi e rapidi. Tutto considerato, ai miei occhi, il costume più attraente da donna è lo stretto corpino e la gonna a pieghe, ampia e vibrante col movimento. Ha un fascino di cui l’eleganza moderna è completamente priva, un gioco di movimenti simile a quello di un uccello. 

D. H. Lawrence (1921)

DSCN9461DSCN9484DSCN9528Era domenica e le donne indossavano l’abito festivo. La camicetta bianca lucente accuratamente stirata si intravedeva con i suoi rigonfiamenti a pieghe dalle aperture delle maniche rosse, lasciate volontariamente aperte, e del corpetto adornato di ricami di seta chiuso dai due tradizionali bottoni dorati. 

Max Leopold Wagner (1908)

DSCN9469     DSCN9544     DSCN9480Sandra Mereu

Foto di Chiara Meloni