Se san Gemiliano sia stato un vescovo

Seguendo il criterio descartesiano, enunciato nel trattato dal titolo “Discorso sul metodo”, ho già sottoposto a critica numerosi elementi biografici relativi a san Gemiliano, che la tradizione orale ha trasfuso poi nei Goccius. Si dirà che demolire è abbastanza facile; molto più difficile invece costruire. Verità assolutamente indubitabile e incontestabile. Pur consapevole delle difficoltà (e delle critiche) a cui andrò incontro, mi propongo ora di concludere la “pars destruens” del mio ragionamento. Proverò poi a dare seguito alla “pars construens”. A ciò mi spinge l’incoraggiamento rivoltomi in tal senso dall’amica Sandra Mereu che in forma retorica, introducendo il mio precedente articolo, si domandava: “Dove vuole arrivare Pinotto Mura con tutti questi dubbi sull’identità di San Gemilano?” (P. M.)

Se san Gemiliano sia stato un vescovo.

E’ mia intenzione dimostrare che il racconto agiografico su san Gemiliano è il frutto di un assemblaggio di dati generalmente poco significativi, ma soprattutto confliggenti con quelli di altri racconti agiografici provenienti da altre tradizioni sullo stesso personaggio. Per questa ragione ho scelto, tra i tanti, di considerare il dato biografico che a me appare più importante, precisamente quello secondo cui san Gemiliano sarebbe stato un vescovo, anzi un vescovo della comunità cristiana di Cagliari, e per la precisione il secondo vescovo essendo succeduto a san Clemente, il più stretto collaboratore dell’Apostolo Pietro. Con riferimento al Martirologio Romano, è stata avanzata l’ipotesi che quell’Emilio, martirizzato in Sardegna insieme ai suoi compagni il 28 maggio, sia da considerare insignito di dignità vescovile, ritenendo per certo che coloro che in detto documento vengono indicati al primo posto sono, in genere, vescovi. Ma questa ipotesi non ha alcun fondamento. I martiri e i confessori appartenuti alla gerarchia della Chiesa, come si può facilmente verificare, sono sempre riportati con la rispettiva dignità ecclesiastica.

L’iconografia dei vescovi nella Cattedrale di Cagliari.

7_92_20060522113819Tempo fa ho visitato la cripta della Cattedrale di Cagliari, dove sono state sistemate le reliquie dei martiri rinvenute in occasione della campagna di scavi eseguiti su disposizione dell’Arcivescovo De Esquivel nei primissimi decenni del XVII secolo. Nella navata principale dedicata alla Vergine la formella che riveste l’urna nel quale sono state collocate le reliquie di un sant’Emiliano martire, rappresenta questo santo in abiti normali, ossia non liturgici. Nella navata a fianco, quella dedicata a sant’Isidoro, un’altra formella denuncia la presenza delle reliquie di un sant’Emiliano e un san Bonifacio, il primo più anziano del secondo: anche questi rappresentati in abiti normali. Questo elemento di per sé non prova nulla, soprattutto non contraddice il fatto che quei personaggi (quantomeno quell’Emiliano) possano essere stati vescovi. Tuttavia in quell’ultima Capella, e anche in quell’altra dedicata al grande vescovo Lucifero di Cagliari, coloro che sono stati ritenuti insigniti delle diverse dignità ecclesiastiche (vescovi, presbiteri, diaconi) sono visibilmente rappresentati con i relativi abiti liturgici.

Le cronotassi.

Ho fatto allora ulteriori ricerche e ho trovato una cronotassi (elenco cronologico) dei vescovi di Cagliari dei primi quattro secoli, i cui nomi sono di seguito riportati in ordine alfabetico: Bonifacio I − BonifacioII − Eutimio, martire − FeliceI − Felice II − Florio, arcivescovo − Giusto − Lucio − (R)estituto, arcivescovo − Severo, martire? − Rude − Tiberio − Verissimo − Anonimo − Anonimo, martire − 314 Quintasio, † − (354-370) Lucifero, †. Come si può vedere, in questo elenco il nome di Gemiliano non compare come vescovo, né al secondo posto né il alcun altro posto. Questo elenco proviene dalla Chiesa di Cagliari, o comunque è da essa condiviso; ed è stato formato sulla base delle risultanze desunte da opere di storici apprezzati e generalmente considerati attendibili¹. Interessante, ai fini del mio ragionamento, è anche quanto scrive il francescano minorita frate Antonio Felice Matteo. Fra Matteo nella sua storia dei vescovi sardi², dopo aver esposto le tradizioni agiografiche dei primi vescovi di Cagliari, a cui peraltro mostra di non dare alcun credito (“Ma chi non si metterebbe a ridere, sentendo queste cose?”), riporta la seguente cronotassi vescovile: “A Clemente e Bonifacio martiri successero nella sede cagliaritana, l’uno dopo l’altro: Sant’Avendrace martire; San Bonifacio II martire; San Giusto martire; San Floro martire; San Restituto martire; San Bono Martire; San Viviano Martire; San Lino Martire; San Severino Martire; San Rude Martire; Sant’Eutimio Martire; San Gregorio Martire”. L’autore precisa che, stando alla testimonianza del Vitale, la prova che quei martiri abbiano governato la Chiesa cagliaritana risulterebbe da documenti in possesso della stessa Chiesa. Anche in questo caso osservo che nell’elenco non è riportato Sant’Emilio, o Emiliano, o Gemiliano. Nasce pertanto, come diceva quel tale, spontanea la domanda: Se Gemiliano (nome alternativo di Emilio o Emiliano) non compare nell’elenco come secondo vescovo certo o presunto della comunità cristiana di Cagliari, perché noi insistiamo per ritenerlo tale? Forse che noi vogliamo essere più realisti del re?

Avendrace e Gemiliano: una singolare coincidenza.

Nell’elenco riportato sopra, in gran parte divergente dalla cronotassi che ritengo più autorevole, compare Sant’Avendrace (Santu Tenneru, in cagliaritano Santa Tennera). E’ interessante notare come la tradizione di questo santo coincida in gran parte con quella di san Gemiliano. Avrendace sarebbe vissuto nel I secolo e divenuto il quinto vescovo di Cagliari³; avrebbe trovato il martirio proprio nel sito dove oggi sorge la Chiesa parrocchiale a lui dedicata, edificata sull’antico ipogeo in cui il Santo martire avrebbe trovato nascondimento. Avendrace dunque sarebbe diventato vescovo della comunità cristiana di Cagliari agli inizi dell’anno 70 d. C., precisamente il 2 gennaio dell’anno 70 d. C. e quindi a qualche mese di distanza dal martirio di san Gemiliano (28 maggio 68 d.C.). Al pari della tradizione sestese su san Gemiliano anche questa relativa a Sant’Avendrace non è recepita dalla Chiesa cagliaritana. Il breve lasso di tempo che intercorre fra la data del martirio di san Gemiliano (28 maggio 69 d. C.) e la data dell’assunzione dell’ufficio episcopale da parte di sant’Avendrace (2 gennaio 70 d. C.) porta a ritenere poco credibile che nella Cattedra della Chiesa cagliaritana si siano succeduti ben tre vescovi in appena sette mesi. Non risulta infatti che a quel tempo imperversasse a Cagliari la peste, o altro evento calamitoso, o una persecuzione tanto terribile da provocare una moria di vescovi. Peraltro si ritiene che le persecuzioni contro i cristiani, in quanto ritenuti responsabili dell’incendio di Roma del 64 d.C., siano cessate con la morte di Nerone (9 giugno del 68 d.Cr.). Non solo a Roma ma in tutto l’impero. E c’è da credere che all’epoca coloro che si disputavano il seggio imperiale (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano) avessero ben altre preoccupazione che perseguitare i cristiani in Sardegna.

Ancora una tradizione su san Gemiliano.

emilio e priamo bosaUn’altra tradizione popolare su San Gemiliano, a mia conoscenza, è infine quella formatasi a Bosa. Secondo questa tradizione Sant’Emilio (o Gemiliano) è il patrono, insieme con san Priamo suo compagno nel martirio, della diocesi della quale fu il fondatore e il primo vescovo. Il tentativo di agganciare questa tradizione con il Martirologio Romano mi sembra evidente. La stessa tradizione, tuttavia, non nasconde l’esistenza di aporie: la prima di esse è dovuta al fatto che, sulla base della documentazione, la diocesi di Bosa non sarebbe anteriore all’undicesimo secolo (un tempo troppo distante dal I sec. d.Cr.); l’altra, alla consapevolezza dell’esistenza di una tradizione che le si contrappone, precisamente quella di Sestu.

Le tradizioni bisogna saperle leggere.

Di fronte a più tradizioni sullo stesso personaggio, ciascuna con contenuti propri, in tutto o in parte divergenti tra loro, se non addirittura contrastanti, quale atteggiamento assumere? Qualcuno sostiene che le tradizioni sono… tradizioni, e non si possono prendere sotto gamba, meno che meno ridicolizzare. E chi è che non condivide o può sottrarsi a questo principio? Ma delle due l’una: se alcune tradizioni popolari sul medesimo oggetto non si possono conciliare tra loro, allora qualcuna di esse va abbandonata. E’ evidente che sotto il nome di “tradizione” si pretende di far passare qualcosa che invece andrebbe definita diversamente. Le tradizioni bisogna saperle leggere, per andare alla ricerca e tentare di cogliere gli elementi che trovano una base storica. Per questo può essere molto utile la dote del “discernimento”, qualità conosciuta anche come “buonsenso”. Quanto all’uso del discernimento valgano le parole che l’Apostolo Paolo rivolse alla Comunità cristiana di Tessalonica (l’odierna Salonicco): “..esaminate ogni cosa; tenete ciò che è buono” (1Tss 5,21). In passato (ma vale anche per il presente) ci sono stati individui che, sfruttando le proprie qualità intellettuali o la posizione occupata nella società, hanno approfittato della semplicità delle persone e, con il dichiarato proposito di voler dar prova della potenza che il Signore Risorto ha dimostrato anche attraverso i suoi santi, ma spesso per altri fini, hanno raccontato “favole artificiosamente inventate”.

“Favole artificiosamente inventate”.

Esempi del genere nel più lontano passato possono essere le Passiones di san Giorgio Martire, o quelle dei santi Chirico e Giulietta. Di queste e di altre simili composizioni si dovette occupare addirittura il Primo Concilio Romano, a conclusione del quale – nel 494 d. Cr. – il Papa Gelasio I emanò un decreto dal titolo “De libris recipiendis ac non recipiendis”, con il quale proibì la lettura di tali opere in occasione di funzioni liturgiche, interrompendo in tal modo un’usanza praticata fino ad allora. A giudizio di Papa Gelasio, la lettura di quelle opere, piuttosto che avvicinare i pagani alla fede cristiana, rischiavano di allontanarne i fedeli. Per i tempi più recenti, io credo che, tra questo genere di favole, si possano citare proprio le tradizioni orali riguardanti molti martiri, poi raccolte nei Goccius, genere a cui appartiene anche la tradizione del nostro San Gemiliano.

Conclusione.

Concludo la pars destruens del mio ragionamento precisando che non è mia intenzione mettere in dubbio la reale esistenza di san Gemiliano martire, di cui oggi è molto difficile, per diversi ed ovvi motivi, costruire o ricostruire una biografia completa (dalla nascita alla morte). Né intendo negare la possibilità che tale personaggio possa essere stato un vescovo. Il mio intento è semplicemente quello di rendere evidente che il racconto agiografico su San Gemiliano è il risultato di un assemblaggio di dati generalmente poco significativi e talora non conferenti, quando non addirittura contrastanti tra loro, e soprattutto contrastanti con altri racconti agiografici dello stesso o di altri personaggi.

Pinotto Mura

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1. L. CHERCHI, autore di I vescovi di Cagliari (314-1983). Note storiche e pastorali, Cagliari [1983]; R. ZUCCA, autore di: Appunti sui Fasti episcopales Sardiniae (II periodo paleo-cristiano e l’età altomedievale), in «AA. VV., Archeologia paleocristiana e altomedievale in Sardegna. Studi e ricerche recenti, Seminario di Studi, Cagliari, maggio 1986, a cura di P. Bucarelli e M. Crespellani», Cagliari 1988; – Cronotassi dei vescovi sardi, in: «L’organizzazione della Chiesa in Sardegna 1995», Cagliari 1995; F. VIRDIS, autore di Gli arcivescovi di Cagliari dal concilio di Trento alla fine del dominio spagnolo – Stemmi e sigilli degli arcivescovi – Relationes ad limina, Ortacesus 2008.

2. Sardinia Sacra seu de Episcopis Sardis Historia, stampato a Roma l’anno 1761, pg 69.

3. Secondo questa tradizione la successione dei vescovi è la seguente: San Clemente; S. Emilio o Emiliano; San Bonifacio I; S. Siridonio; S. Avendrace;  S. Bonifacio II M.; S. Giusto I M.

San Gemiliano non è Emilio (o Emiliano) martirizzato sotto Nerone. Ma allora chi è?

Al termine “agiografia” è comunemente associato un significato con valenza negativa. Esso sta infatti ad indicare un racconto biografico falsato al fine di esaltare un personaggio. Ciò è legato al fatto che in passato sono proliferate vite di santi infarcite di elementi fantasiosi e improbabili e in definitiva prive di ogni verosimiglianza storica.  L’agiografia è però anche una disciplina che si insegna all’Università. Il suo oggetto di studio è la santità e il culto dei santi considerati in tutta la loro varietà e complessità. In interazione con altre discipline l’agiografia ha aperto nuove e interessanti prospettive storiografiche, dando vita ad esempio a un capolavoro come “I Re taumaturghi” di Marc Bloch. Questa seconda accezione del termine è la conseguenza di un lungo processo di rivisitazione operato dalla Chiesa su molte biografie di santi.

Allo scopo di difendere la legittimità del culto dei santi dagli attacchi mossi dalla Riforma protestante nel XVI secolo, e porre un argine alle forme di superstizione ad esso connesse, i testi delle vite dei santi furono passati al vaglio dell’analisi filologica e storico-critica. L’antichità di certi culti e l’esistenza stessa di santi pur molto venerati venne messa in dubbio. Per iniziativa di Jean Bolland, da questo lungo e scrupoloso lavoro di revisione è scaturita una monumentale opera nota come Acta Sanctorum, la cui pubblicazione ha avuto inizio nel 1643. Le vite dei santi che quest’opera accoglie (contenenti gli elementi essenziali sulla loro vita, morte, luogo di sepoltura, autenticità delle loro reliquie, culto) sono accompagnate da un commentario storico-critico e informativo sulle fonti.

Ho voluto recuperare questi concetti, appresi dallo studio dell’agiografia, per introdurre la seconda parte della riflessione di Pinotto Mura intorno al santo venerato a Sestu, san Gemiliano (vedi San Gemiliano è stato davvero martirizzato in occasione della persecuzione di Nerone?). Come i bollandisti del seicento Pinotto Mura valuta i vari elementi che compongono la tradizione fissata nei goccius, e la giudica nel suo complesso inattendibile. Parallelamente mostra di non credere che il santo Emilio o Emiliano di cui parlano i componimenti poetici sia il santo “Gemiliano” venerato a Sestu. Alla luce di quanto riportato sopra mi sono chiesta: dove vuole arrivare Pinotto con tutti questi dubbi sull’identità di san Gemiliano? Incuriosita ho svolto qualche ricerca al riguardo e inaspettatamente ho capito che ad accoglierli, quei dubbi, san Gemiliano potrebbe persino guadagnarci. Leggiamo intanto il seguito del suo ragionamento. (Sandra Mereu)

San Gemiliano_goccius

San Gemiliano non può essere stato martirizzato sotto Nerone.

Secondo la tradizione tramandata dai goccius, san Gemiliano sarebbe stato messo a morte durante la persecuzione dei cristiani perpetrata dall’imperatore Nerone. Per dimostrare l’infondatezza di tale credenza, è molto utile la testimonianza dello storico romano Tacito.

Tacito riferisce che l’imperatore Nerone, per placare l’orrendo sospetto che l’incendio di Roma fosse stato comandato da lui (“volle soffocare questa orrenda diceria”) accusò i cristiani (“cercò gente da accusare e con pene severissime colpì coloro che il volgo chiamava cristiani”) e li condannò a morte. Alcuni vennero mandati a morte mediante la crocefissione, altri furono bruciati vivi come torce, così da servire al calar del giorno da illuminazione notturna, altri ancora furono ricoperti da pelli di fiere e sbranati dai cani. Riferisce sempre Tacito che prima di tutto furono arrestati coloro che si professavano tali, cioè che si autodenunciavano; poi, su denuncia di questi, un’enorme massa di persone. La testimonianza relativa alle pene inflitte è una conferma che quelle pene siano state applicate ai cristiani non in quanto tali, e per ciò meritevoli di persecuzione, ma in quanto giudicati e ritenuti – a ragione o torto – responsabili del grave reato di “incendiari” della città di Roma. Si trattava infatti di forme di esecuzione capitale molto antiche, già previste dalle Leggi delle XII Tavole. In base ad esse gli incendiari venivano puniti con la pena dell’ignis, cioè della vivicombustione o cremazione, per omologia, dopo aver subito la flagellazione.

La teoria che quei condannati siano stati vittime di una persecuzione in quanto “cristiani” è dunque priva di ogni fondamento. Del resto, Nerone non aveva alcun motivo per prendersela con i cristiani eventualmente presenti nella città di Roma. Inoltre difficilmente questi potevano essere distinti dai loro turbolenti connazionali ebrei, rientrati nella capitale dopo essere stati cacciati nel 49 d.Cr. dall’imperatore Claudio. I pochissimi componenti della comunità cristiana presenti allora a Roma, peraltro, conoscevano il monito contenuto nella lettera che Paolo aveva loro inviato in attesa di poterli ammonire di persona: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio”.

Questi dati storici ci portano dunque a concludere che all’epoca di Nerone non esistesse alcuna persecuzione nei confronti dei cristiani per motivi religiosi.

I cristiani non scappavano davanti alla morte.

Sempre secondo la tradizione, san Gemiliano sarebbe stato mandato a morte mediante lapidazione dai pagani nelle campagne di Sestu, mentre si allontanava da Cagliari da dove era riuscito a scappare. Al riguardo penso di poter tranquillamente obiettare: che i primi cristiani non scappavano davanti al carnefice; che un condannato – soprattutto se condannato a morte – difficilmente poteva sfuggire all’esecuzione della condanna, anche perché essa veniva eseguita immediatamente dopo la sua pronuncia.

La lapidazione non poteva essere inflitta a un cittadino romano.

Riguardo poi al tipo di esecuzione capitale, mi riesce difficile credere che san Gemiliano sia stato lapidato. Ciò per la semplice ragione che la lapidazione non era una pena applicabile nei confronti di un cittadino romano. Infatti Gemiliano, secondo la stessa tradizione orale, era cagliaritano di nascita. Cagliari, fin dal 46 a. Cr., aveva ottenuto da Giulio Cesare, in occasione del suo passaggio in città e come premio per la fedeltà dimostrata durante la guerra civile con Pompeo Magno, il titolo di “municipio” romano. In conseguenza di questo riconoscimento tutti i suoi cittadini avevano ottenuto il privilegio dell’applicazione nei loro confronti dello jus quiritium, cioè lo stesso diritto oggettivo proprio dei cittadini di Roma.

Nel mondo romano i magistrati dotati di ius imperii e i loro funzionari stavano ben attenti a non violare il sistema giuridico proprio dei cittadini romani. A tale riguardo si potrebbero citare numerosi esempi. Citerò qui il caso di san Paolo, come è riportato dagli Atti degli Apostoli. Mentre si trovava a Gerusalemme, i giudei aizzarono la folla contro di lui e tentarono di ucciderlo. Intervenne prontamente il tribuno militare romano il quale, per sapere da lui perché mai lo accusassero e gli usassero violenza, diede ordine al centurione di accompagnare Paolo alla fortezza Antonia e di interrogarlo a colpi di flagello. Mentre veniva legato con catene per procedere all’interrogatorio, Paolo rivolto al centurione gli disse testualmente: “Potete voi flagellare un cittadino romano, non ancora giudicato?”. Il centurione spaventato a seguito di questa domanda corse trafelato dal tribuno per metterlo in guardia: “Che cosa stai per fare?”, gli disse, “quell’uomo è un romano!”. Il tribuno chiese conferma a Paolo circa la sua cittadinanza romana. Avutane conferma, ebbe molta paura per il solo fatto di aver dato ordine di metterlo in catene e dispose che coloro che dovevano interrogarlo si allontanassero immediatamente dal Paolo. Quando giunse il nuovo governatore Festo, che doveva sostituire Felice, Paolo, alla domanda se volesse andare con lui a Gerusalemme per essere interrogato in quella città, davanti a lui, sulle accuse che gli venivano mosse, rispose con decisione: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, e qui mi si deve giudicare… Io mi appello a Cesare” (Caesarem appello). E Festo, per tutta risposta: “Ti sei appellato a Cesare, e a Cesare andrai” (Caesarem appellasti; ad Caesarem ibis). Paolo fu inviato sotto scorta a Roma, dove comparve davanti al tribunale del prefetto del pretorio Burro, dal quale fu giudicato e assolto.

Paolo, in sostanza, come era suo diritto di cittadino romano aveva esercitato la provocatio ad populum, un antico istituto giuridico risalente alle origini della Repubblica che verrà soppresso con la concessione della cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’impero (212 d.C.). Appellandosi all’imperatore, l’accusato o il condannato si sottraeva alla giurisdizione del governatore o procuratore delle province. La condizione di Gemiliano era identica a quella di Paolo: avrebbe potuto esercitare la provocatio ad populum e in tal modo sottrarsi alla giurisdizione del presidente Felice, e magari uscire assolto come Paolo, che doveva rispondere dell’accusa di aver provocato disordini a Gerusalemme per la sua conversione al cristianesimo e per conseguente predicazione. Alla peggio, avrebbe evitato la lapidazione.

La Sardegna era una provincia senatoria.

Un’altra e non ultima ragione per cui non credo che san Gemiliano abbia subito il martirio durante la persecuzione di Nerone dipende dal fatto che all’epoca – precisamente dal 66 d.Cr. – la provincia di Sardegna e Corsica da provincia imperiale era diventata provincia senatoria. Infatti Nerone durante il suo viaggio in Grecia (la provincia d’Acaia), in occasione della sua visita a Corinto e durante il discorso tenuto in quella città aveva deciso di esonerare i greci dal pagamento di ogni imposta e tassa (“Io oggi vi rendo la libertà”). Quella provincia era amministrata dal Senato, che aveva perciò lamentato la riduzione dei proventi derivanti dai tributi provinciali. Nerone, per tacitare le lamentele, cedette in cambio al Senato la provincia di Sardegna e Corsica. Non è pertanto verosimile che il Senato, e quindi il proconsole o propretore che amministrava la provincia – stanti i rapporti non proprio idilliaci esistenti tra l’imperatore Nerone e gli esponenti della classe senatoria ed equestre – avrebbero assecondato e attuato una eventuale politica persecutoria nei confronti dei cristiani dell’isola imposta dall’imperatore.

Altre osservazioni si potrebbero fare, in aggiunta a quelle sopra esposte, per dimostrare che quell’Emilio o Emiliano o Gemiliano di cui parla la tradizione orale trasfusa nei goccius non possa essere stato vittima della persecuzione di Nerone. O quanto meno che quel preteso martire della tradizione orale possa identificarsi con quell’Emilio martirizzato in Sardegna il 28 maggio di un anno imprecisato, in una località sconosciuta e della cui condizione personale e sociale nulla si sa.

Pinotto Mura

San Gemiliano è stato davvero martirizzato in occasione della persecuzione di Nerone?

Nel mese di maggio a Sestu ricorre una delle festività dedicate a san Gemiliano. Nello stile di questo blog, ci piace rimarcare la ricorrenza pubblicando una interessante riflessione di Pinotto Mura sull’agiografia di questo santo, un argomento su cui in tanti – a dire il vero più gli eruditi che i fedeli – si sono cimentati. Trattandosi di un personaggio avvolto nella leggenda, sul quale cioè non esistono fonti storiche attendibili, finora nessuno ha sciolto i tanti dubbi che circondano la sua biografia, tanto che c’è persino chi ne mette in dubbio l’esistenza. Consapevole del fatto che ogni valutazione critica sull’argomento rischia di offendere la sensibilità dei devoti al santo, Pinotto, nella nota con cui ha accompagnato il suo scritto, precisa: «E’ possibile che certe difficoltà appartengano solo a me. Pertanto, se mi accingo a scriverne, lo faccio innanzitutto nel tentativo di chiarire a me stesso i dubbi che mi sono sorti al riguardo. Al contrario, non è mia intenzione trasferire ad altri i miei dubbi; e chi pertanto avrà occasione di leggere le mie considerazioni, si senta pure libero di condividerle oppure rigettarle, anche sdegnosamente. E di conservare intatte le sue credenze su san Gemiliano Protomartire». Forte di una solida cultura classica e di aggiornate letture, Pinotto tratta l’argomento con serietà e rigore. Non si limita a collazionare fonti e cronache d’epoca ma le sottopone al vaglio della critica storica per trarne poi una sua personale e coraggiosa valutazione in merito. (S. M.)

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San Gemiliano_SestuNel più antico Martirologio della Chiesa occidentale, concordemente datato al 354 d. Cr., noto anche come Martirologio Romano o Martirologio Geronimiano (identico documento nelle Chiese orientali o ortodosse è chiamato Menologio o Sinassario), si legge che il 28 del mese di Maggio «In Sardegna (hanno subito il martirio) Emilio, Felice, Priamo, e Luciano». Si tratta di una notizia assai scarna, che ci informa esclusivamente sulla Regione (la Sardegna) in cui questi cristiani hanno subito il martirio. Niente è detto sul luogo e sulla data di nascita, sulla città e sull’anno (o il periodo) in cui hanno subito il martirio; sulle loro condizioni personali, familiari e sociali; su eventuali incarichi ricoperti e funzioni svolte all’interno della rispettiva comunità cristiana. Tuttavia è proprio questa essenzialità del dato a garantire sulla veridicità e autenticità delle informazioni fornite. Pertanto può ritenersi vero che in Sardegna – non si sa dove, non si sa in quale anno – hanno confessato la loro fede in Gesù Cristo quattro cristiani dei quali conosciamo soltanto i nomi: Emilio, Felice, Priamo e Luciano. Di contro è lecito pensare che tutte le altre notizie che ci sono pervenute su questi santi martiri – se si fa eccezione per il luogo del martirio – in quanto non sorrette da valido e credibile testimonio, siano invece da attribuire alla pietà popolare. Un sentimento, questo, che quasi mai è spontaneo ma più spesso qualcuno alimenta, animato forse dalle migliori intenzioni, dando così origine a una tradizione. Dapprima orale (is goccius) poi scritta. Ma può anche capitare che da una molto tardiva ed interessata tradizione scritta si fondi una successiva tradizione orale. In questa tradizione si inserisce anche l’agiografia del santo venerato a Sestu, intorno alle cui origini sono fioriti molti interrogativi tra cui quello che riguarda la datazione del martirio e quindi la sua natura di protomartire. Si tratta a mio parere di un problema che, a volerlo affrontare, non può essere disgiunto da quello dell’esatta identificazione di questo santo. Ma procediamo con ordine.

San Gemiliano protomartire.

La fonte. Il Martirologio Romano è il più antico martirologio occidentale; tutti gli altri, per quanto compilati in epoca antica, non sono altro che copie dello stesso. E per di più sono copie che contengono svariati errori di copiatura e/o trascrizione. E benché sulla questione in esame non presentino differenze tra loro, e in tutti Sant’Emilio è nominato per primo, ciò non autorizza a considerarlo “Protomartire”. In assenza di precise specificazioni, non solo non possiamo considerarlo primo martire della Sardegna, insieme agli altri cristiani insieme a lui nominati, ma nemmeno possiamo attribuirgli altri titoli o prerogative. E’ credenza diffusa che quell’Emilio martirizzato il 28 Maggio sia da identificare con il san Gemiliano che veneriamo qui in Sestu. Di lui la sopra citata tradizione (is Goccius) dice: «In su tempus de Neroni, nascis de babbu paganu, de patria cagliaritanu, gentili de professioni…», «Santu Pedru ti ha battiau e ordinau sacerdoti», «Felis impiu Presidenti impresonat a Millanu …», «Ti fulminat a s’istanti una sentenzia de morti…». L’empio preside o presidente Felice sarebbe il funzionario imperiale mandato in Sardegna da Nerone con il preciso incarico di estirpare sul nascere la nuova religione cristiana. Questo stralcio della più ampia tradizione su san Gemiliano è sufficiente a far sorgere i primi interrogativi. In esso, infatti, sono contenute diverse notizie che, ad un esame anche superficiale, appaiono inconciliabili non solo con la storia – diremo – civile, ma anche con la storia della Chiesa dei primi secoli.

L’epoca del martirio. Secondo la notizia tramandata dalla tradizione (In su tempus de Neroni, nascis de babbu paganu…), san Gemiliano (identificato con quell’Emilio del Martirologio) sarebbe stato martirizzato in occasione della persecuzione scatenata da Nerone contro i Cristiani, accusati di aver causato l’incendio di Roma del 64 d. Cr. A ritenerla corretta si dovrebbe pertanto concludere che san Gemiliano è stato martirizzato quando era ancora un bambino, cioè all’età di dieci anni o poco più. Nerone infatti è stato acclamato imperatore l’anno 54 d.Cr., mentre l’incendio di Roma viene datato al 64 d.Cr. Dieci anni esatti separano dunque i due avvenimenti. Ritengo la deduzione non opinabile perché si tratta di dati storici che nessuno contesta ma neppure discute.

La professione gentile. Altro aspetto della medesima tradizione contrastante con gli usi e i costumi dell’epoca neroniana riguarda il passaggio che vuole san Gemiliano “gentili de professioni”. All’età di dieci anni, per incompatibilità di carattere giuridico, i cittadini romani non potevano esercitare alcuna professione, tanto meno una non meglio specificata professione “gentile” o liberale. Si riconosceva infatti che un bambino di dieci anni non è in grado di obbligarsi validamente nei confronti dei possibili clienti, come pure non è capace di esercitare validamente i suoi diritti nei confronti dei medesimi.

Il battesimo ai fanciulli. La Chiesa insegna che il sacramento del battesimo può essere ricevuto in tre forme: battesimo di acqua e spirito (che è quello amministrato normalmente), battesimo di sangue, battesimo di desiderio. Il battesimo è il primo dei sacramenti cosiddetti della iniziazione cristiana. Perciò, se san Gemiliano è stato martirizzato in quanto divenuto cristiano deve aver necessariamente ricevuto il battesimo, così come tramandato dalla tradizione dei goccius (Santu Pedru ti ha battiau e ordinau sacerdoti). Se si vuole credere che san Gemiliano sia quello riportato dalla tradizione allora sorge un problema. In epoca apostolica, infatti, ordinariamente non si amministrava il battesimo ai bambini di dieci anni o intorno ai dieci anni. Al quel tempo infatti il battesimo ai fanciulli veniva amministrato solo in situazioni particolari, cioè quando tutti i componenti di una casa – intendendo il termine come intero aggregato familiare – si convertivano al cristianesimo e chiedevano per questo di venire battezzati. Di questa pratica si trova ampia traccia nell’epistolario paolino e negli Atti degli Apostoli. Sulla base della tradizione rilevabile dagli scritti neotestamentari, si può dunque escludere che Gemiliano abbia ricevuto il battesimo durante la sua fanciullezza, anche perché la tradizione ci informa che suo padre non era cristiano (nascis de babbu paganu).

Il battesimo amministrato da san Pietro. Ugualmente inverosimile è da considerarsi la notizia che il battesimo gli sarebbe stato amministrato dallo stesso san Pietro, giacché di solito gli apostoli non amministravano personalmente il battesimo. Gli Apostoli, quali erano appunto Pietro e Paolo, come risulta dagli Atti degli Apostoli, proprio per volontà di Pietro si dedicavano esclusivamente “alla preghiera e al ministero della parola”. A comprova di ciò si potrebbe citare Paolo che nella prima lettera ai Corinzi scrive: «Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio…».

Le informazioni agiografiche tramandate dalla tradizione, per le ragioni sopra esposte, non sono dunque compatibili con gli usi e i costumi dell’epoca in cui si vorrebbe collocare la nascita e il martirio di san Gemiliano. Un fatto questo sufficiente di per sé a farci dubitare sulla loro attendibilità.

L’alternanza dei nomi: San Gemiliano, ovvero san Emilio o Emiliano.

Un dubbio che è una certezza. Personalmente non credo che Emilio, passando per il nome Emiliano, sia il San Gemiliano che noi veneriamo in Sestu! La leggerezza con cui si ricorre all’uso alternativo di questi nomi per indicare il nostro Patrono non mi pare accettabile. E per questa stessa ragione non condivido la tesi sostenuta in uno scritto, di cui non ricordo l’autore, intitolato appunto “In Sardegna S. Gemiliano è conosciuto sotto il nome di Emilio, Emiliano, Memilianu, Gemilianu, Millanu, Meliu”. A mio avviso non è verosimile che i Sardi abbiano potuto, in piena coscienza, impiegare nomi diversi tra loro – come lo sono appunto Emilio, Emiliano e ancor di più Gemiliano e tutti gli atri nomi che sono stati sopra riportati – per pregare ed invocare lo stesso Santo Protettore.

l giorno del martirio. Se infatti – come s’è detto – l’Emilio del Martirologio è stato martirizzato il 28 di maggio, come si può spiegare il fatto che a Sestu la ricorrenza festiva di questo santo si faccia cadere la terza domenica di maggio? Si tratta forse di personaggi diversi? E se si esclude questa che sembra l’ipotesi più plausibile, quale altra spiegazione può essere data? Capire il perché di questa discrasia è anch’esso un problema. I martirologi, infatti, che nel tempo sostituirono i Calendari, avevano proprio lo scopo di ricordare alle comunità cristiane il giorno in cui i loro santi avevano subito il martirio (dies natali) e in quel preciso giorno dovevano essere ricordati ed onorati. Per quale ragione, nel caso di san Gemiliano, la sua Comunità avrebbe dovuto disconoscere la funzione del Martirologio?

Emilio ed Emiliano sono nomi diversi. A sostegno della mia convinzione posso portare due notizie storiche. Nel III secolo a. Cr. è vissuto un imperatore romano che aveva come nome Marco Emilio Emiliano, in latino Marcus Aemilius Aemilianus (Gerba, 207 circa – Spoleto, settembre 253). Nella seconda parte del IV secolo a. Cr. è vissuto invece uno scrittore il cui nome era Claudio Claudiano, in latino Claudius Claudianus (Alessandria, 370 circa – Roma, 404). Considero queste testimonianze più che sufficienti a dimostrare l’assoluta inconsistenza dell’alternatività dei nomi. E dunque ritengo assai poco probabile che il san Gemiliano venerato a Sestu sia lo stesso tramandato dalla tradizione.

Pinotto Mura

Is paraulas de santu Martinu

Greca Ferru

Greca Ferru, 1900-2001

C’è una novella popolare diffusa in tutta l’Europa e molto nota anche in Sardegna e nel Campidano di Cagliari. Oggi la leggiamo nei libri di tradizioni popolari ma sino a non molto tempo fa le nostre nonne e bisnonne, a cui era giunta per tradizione orale, la recitavano a memoria. E’ la novella de Is paraulas bonas de santu Martinu, il santo originario della Gallia che fu vescovo di Tours nel IV secolo. Conosciuto come eremita taumaturgo, soprattutto in epoche in cui la scienza medica era poco sviluppata, san Martino ha goduto di una forte presa sulle plebi rurali a causa del gran numero di miracoli e guarigioni che gli furono attribuiti. La fama di questo santo è però legata anche ad un’altra sua caratteristica: la capacità di scacciare il demonio e di riconoscerlo e scoprirlo sotto ogni travestimento. A queste sue doti fanno appunto riferimento le Paraulas bonas. Carlo Pillai nel suo pregevole lavoro “Il tempo dei Santi” (AM&D Edizioni, 1994) inquadra la novella e la sua capillare diffusione nella società dei secoli passati tra le narrazioni funzionali alla conservazione di un ordine sociale classista. Scoperto il diavolo dietro il facoltoso signore che vuole sposare una contadina giovane e bella ma povera, Martino manda a monte l’imminente matrimonio e insieme ogni velleità di ascesa sociale della giovane donna. Dietro un apparente buon affare – è la morale di questa novella – si possono nascondere terribili insidie. Ai giovani delle classi sociali più basse – scrive Carlo Pillai – si doveva togliere l’illusione che l’amore-passione o la bellezza fisica potessero rappresentare una via d’uscita dalla povertà per spingerli ad accettare la condizione che il destino riservava loro alla nascita. Un obiettivo, questo, perseguito anche attraverso la legislazione in vigore sino all’Ottocento che, in vario modo, mirava a impedire i matrimoni tra persone appartenenti a classi sociali diverse.

Nel 1997 il cantautore sardo di Tuili Franco Madau, abbinando al ritmo delle Paraulas bonas quello musicale del ballo sardo, ha inciso il brano che di seguito vi proponiamo. Lo dedichiamo alla memoria di Greca (Arega) Ferru, una donna sestese di lontane origini contadine, morta nell’ottobre di dodici anni fa. Questo brano ne immortala la voce di centenaria giacché, spinta dal nipote, si prestò a recitare la tredicesima delle paraulas, ovvero l’esorcismo finale con cui Martino scaccia definitivamente il diavolo.

Sandra Mereu

Il culto di san Gemiliano martire e i “gozos” del manoscritto di Sinnai

Gozos_San Gemiliano2Il culto tributato a San Gemiliano a Sestu ha la sua più antica testimonianza nella chiesa rurale risalente al XIII secolo. Accanto al monumento di pietra, a raccontare la lunga e mai sopita venerazione di questo santo da parte dei sestesi, concorrono le testimonianze iconografiche, gli ex voto e i gòccius. Tra questi ultimi piace qui segnalare, in occasione della festività che si rinnova la prima domenica di settembre, due gòccius (o gozos in castigliano) contenuti all’interno di un manoscritto settecentesco conservato presso la Biblioteca comunale di Sinnai.

Questo codice è stato segnalato per la prima volta in Manoscritti e Lingua sarda (Regione Autonoma della Sardegna 2003), una pubblicazione scaturita da un progetto regionale finalizzato al Censimento dei manoscritti e dei libri rari conservati nelle biblioteche della Sardegna. In seguito il manoscritto è stato analizzato sotto vari aspetti e recentemente ne è stata pubblicata un’edizione critica, curata da Giovanni Serreli e Maurizio Virdis (Gozos. Componimenti religiosi raccolti nel XVIII secolo da Francesco Maria Marras. Trascrizione critica e studi, Cagliari 2011). Il volume (scaricabile in formato pdf dal sito del comune di Sinnai) contiene la trascrizione dei componimenti e i saggi di qualificati studiosi che li inquadrano nel contesto storico-istituzionale dell’epoca e li commentano dal punto di vista letterario, religioso, linguistico, codicologico e paleografico.

I gòccius / gozoz, come è noto, sono canti religiosi popolari che lodano il Signore, la Vergine o i santi. Generalmente venivano intonati durante le celebrazioni solenni e le processioni ma spesso venivano cantati anche alla fine della messa. Ci sono pervenuti per tradizione orale tramite i catalani, dunque a partire dalla conquista dell’isola da parte di questi ultimi (1323-1326). La tradizione manoscritta e a stampa è invece più tarda, ascrivibile ai secoli XVII-XVIII. Gli elementi degni di interesse riconosciuti a questo manoscritto sono diversi e tra questi emergono quelli di natura linguistica. La raccolta di gozos in esso contenuta è infatti una fotografia del plurilinguismo esistente nell’isola alla fine del XVIII secolo, dato dalla convivenza di catalano, sardo e italiano. Ma nondimeno esso – fa notare Olivetta Schena nel suo contributo in Gozoz cit., pp. 93-104 – registrando un vasto ventaglio di culti “attesta la sedimentazione degli stessi in un ampio arco cronologico, dal tardo antico alla fine del XVIII secolo e pertanto rispecchia le vicende che nel corso dei secoli videro alternarsi sul suolo della nostra isola popoli diversi per storia, cultura, religione: dai romani ai bizantini, dai catalano-aragonesi agli spagnoli”.

Gozoz_San Gemiliano

Componimento dedicato a San Gemiliano (n. 139 del ms, pg. 295)

In questa raccolta di gozos, all’interno dei culti di antica tradizione non mancano ovviamente i santi sardi, e accanto ai martiri Antioco, Gavino, Lussorio, Bardilio, Saturnino, Sisinnio, è presente anche Gemiliano. Questi santi – scrive Mauro Badas in Gozos cit., pp. 159-172  –  sono per la maggior parte avvolti nella leggenda, in assenza di documentazione sicura e attendibile sulla loro vita. Secondo Antonio Francesco Spada¹, Gemiliano sarebbe da identificare con Emilio, patrono di Bosa associato a Priamo. Emilio e Gemiliano hanno in comune il fatto di essere considerati dalla tradizione agiografica martiri e vescovi (della diocesi di Bosa il primo, di quella cagliaritana il secondo).

La leggenda di un san Gemiliano, secondo vescovo di Cagliari, martirizzato presso Sestu, sarebbe dunque assolutamente infondata. Questa fiorì – scrive Antonio Francesco Spada – in seguito al ritrovamento nel 1620 di alcuni resti umani e di un’iscrizione che riportava il nome di Aemilianus. L’iscrizione fu più tardi bollata dal Mommsen come falsa: una valutazione che sinora nessun’altro studioso ha mai smentito. La maggior parte dei Martirologi storici concorda invece sul martirio nell’isola di Emilio insieme al soldato Priamo. Incerta è però l’epoca della sua morte. A questo proposito Spada respinge la convinzione del Bonfant secondo cui Emilio sia un protomartire sardo, ucciso sotto Nerone (I sec. d. C.).

Più verosimilmente il martirio è avvenuto in un’epoca successiva al III secolo d. C., quando la Chiesa era già ben impiantata nell’isola. Nemmeno esistono testimonianze sull’esistenza della sede vescovile di Bosa nel primo Millennio di storia della Chiesa. L’attribuzione del titolo di vescovo a Emilio martire (e quindi a Gemiliano) potrebbe spiegarsi con il saldarsi in una stessa figura di due tradizioni diverse e successive. Stando a quanto scrive Sofia Boesch Gajano², nei primi secoli della Chiesa il temine sanctus, come attestano alcuni testi epigrafici, veniva usato “per indicare i martiri e più propriamente i corpi dei martiri presso i quali si desiderava essere sepolti come garanzia di benefici per l’anima; nel V e VI secolo il titolo di santo diventa appannaggio dei vescovi, per giungere infine all’accezione di titolo riservato a coloro cui la Chiesa rende un culto pubblico”.

La forza dei martiri. Il manoscritto di Sinnai registra la persistenza degli antichi culti dei martiri sardi accanto a quelli, divenuti prevalenti, introdotti nell’isola alla fine del Cinquecento dagli spagnoli in ossequio ai dettami e ai principi della Controriforma. Sotto questo aspetto il codice conferma la grande vitalità e produttività del modello martiriale nel corso di tutta la bimillenaria storia della Chiesa. Ai vecchi martiri, il cui culto è stato rivitalizzato e riattualizzato in corrispondenza di specifiche congiunture politiche, se ne sono aggiunti nel tempo numerosi altri. Questo si spiega – scrive Sofia Boesch Gajano – con il fatto che l’esperienza del martirio, la morte subita testimoniando la propria fede, risponde a un vero e proprio modello antropologico. Il culto dei martiri si ritrova infatti anche in altre religioni (compresa quella protestante che della critica ai santi aveva fatto uno dei motivi fondanti della polemica contro il cattolicesimo), così come nell’ambito di comunità politiche.

Gozos_San Gemiliano 1b

Componimento dedicato a San Gemiliano (n. 139 del ms, pg. 298)

I gozos dedicati a san Gemiliano. All’interno di questa raccolta sono due i componimenti dedicati al santo venerato a Sestu. Sono scritti in castigliano e contengono tutti gli elementi tipici dei gozos. Di san Gemiliano, chiamato Emillo calaritano nel componimento n. 139 (numerazione del ms.), vengono dette e lodate le virtù, le sue azioni mirabili e i miracoli. I gozos sono per questo definiti da Maurizio Virdis (Gozoz cit., pp. 105-124) “un’agiografia in miniatura”. L’evocazione degli aspetti salienti della vita del santo servono a “innescare, oppure a ribadire e rafforzare nel fedele la conoscenza del Santo” per proporlo come modello da imitare oltre che ammirare. A conclusione della narrazione si inserisce l’elemento che per Maurizio Virdis è fondamentale per comprendere e valutare questo genere di poesia devozionale: l’invocazione finale al santo perché aiuti e protegga i suoi devoti.

Sandra Mereu

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¹ Antonio Francesco Spada, Storia della Sardegna cristiana e dei suoi santi. Il primo millennio, S’Alvure, Oristano 1994.

² Sofia Boesch Gajano, La Santità, Laterza, Roma-Bari 1999.

Sant’Isidoro, una tradizione che resiste

Sant'Isidoro 2012 - Foto di R. Bullita

Festa di Sant’Isidoro, “Bois mudaus” (Foto di R. Bullita)

Come da tradizione, nel mese di maggio si celebra a Sestu la festa di Sant’Isidoro, il patrono dei contadini. Festa che quest’anno è attesa per sabato 11 maggio. Roberto Bullita in un articolo pubblicato su questo stesso blog (La festa di Sant’Isidoro a Sestu, ieri e oggi) ci ha raccontato che essa è strettamente legata all’attività agricola, ancora oggi, nonostante l’avanzare del terziario, uno dei settori prevalenti dell’economia locale. Si conoscono – sostiene Roberto Bullita – poche testimonianze scritte sull’origine del culto di Sant’Isidoro a Sestu. Tuttavia è verosimile che, come in moltissimi paesi del Campidano, anche a Sestu questo culto abbia preso piede a partire dalla sua introduzione in Sardegna ad opera degli spagnoli, nel corso del Seicento. Sant’Isidoro è dunque un santo di recente diffusione che – stando agli studi di Carlo Pillai (Il tempo dei santi, 1994) – si è sostituito a precedenti culti legati ai riti agrari, pagani prima e cristiani poi, perché funzionale alle politiche agrarie dell’epoca. La stessa agiografia e iconografia ne sarebbero una conferma. Emblematico a questo proposito – scrive Pillai – l’episodio, sottolineato anche nei goccius e nelle canzoni sarde, del santo-contadino che viene sorpreso a oziare. Un comportamento che in Isidoro, generalmente rappresentato come scrupoloso esecutore degli ordini del padrone e indefesso lavoratore, può essere tollerato – è questo il messaggio – solo in quanto ad arare i campi al suo posto avevano provveduto i buoi guidati dagli angeli, “dus beatissimus ispiritus purissimus benius po d’aggiudai”. A partire dalla seconda metà del Seicento, parallelamente alla diffusione del culto di questo santo in Sardegna, si registrano appunto una serie di provvedimenti viceregi a favore dell’agricoltura. Dello stesso segno è anche l’istituzione, per iniziativa della Chiesa, dei Monti granatici, finalizzati a sottrarre i contadini alla piaga dell’usura. Le autorità quindi si adoperavano per evitare il collasso delle attività agricole e a questo fine Sant’Isidoro veniva indicato ai contadini come modello perfetto a cui tendere per sopportare le fatiche che il duro lavoro dei campi comportava. Nel secolo successivo il culto di Sant’Isidoro si diffonde ulteriormente e ciò avviene – fa notare ancora Pillai – in stretta correlazione con la capillare diffusione nelle aree cerealicole del meridione dell’isola, a partire dalla Marmilla, delle banche del grano per i poveri, quali erano appunto i Monti frummentari o granatici.

Sant'Isidoro 2012 - Foto di R. BullitaLa festa di Sant’Isidoro a Sestu (come pure negli altri paesi) si caratterizzava per la sfilata de is bois mudaus, cioè i gioghi di buoi agghindati con fiori colorati e addobbatti di tutto punto con nastri e campanacci. Nei festeggiamenti moderni, come vediamo da qualche anno a questa parte, i maestosi buoi, forza motrice dell’economia agricola del passato, sono accompagnati dai moderni mezzi meccanici, trattori e trattrici, anch’essi addobbati a festa. E in questo straniante accostamento di antico e moderno si afferma la forza di una tradizione a cui i contadini sestesi sembrano proprio non voler rinunciare.

Sandra Mereu

“Fogu, fogu pò donnia logu”

Il periodo invernale che dalle feste solstiziali conduce all’equinozio di primavera, quando il sole diventato adulto rinnova il periodo più luminoso dell’anno, è contrassegnato da una serie di feste e cerimonie di segno diverso. Alcune orgiastiche e trasgressive come il Carnevale, altre purificatorie e penitenziali come la Candelora, le Ceneri e la Quaresima. Rimandano invece ad antichi riti pagani propiziatori, che si sono poi fusi con credenze cristiane più recenti, le feste di Sant’Antonio Abate e di San Sebastiano.  Di quest’ultima ho già detto su questo stesso blog. Oggi, in coincidenza con la festa che si celebra in tutta l’isola, voglio parlare del culto di Sant’Antonio Abate  e delle tradizioni ad esso legate.

Fin dal lontano passato la figura di questo Santo, ancora oggi molto celebrato, ha esercitato un particolare fascino presso i popolani di tutte le regioni italiane e sul suo conto sono fiorite numerose leggende. Tra tutte, la più conosciuta è quella che gli attribuisce il merito di aver fatto conoscere agli uomini l’uso del fuoco. Con la scusa di riscaldarsi, discese all’inferno da dove trafugò, con la complicità del suo maialino, il “sacro elemento” servendosi del suo bastone di ferula. Risalito sulla terra, accese una catasta di legna e da allora il fuoco incominciò a riscaldare tutta l’umanità. Una versione tutta sarda della leggenda evidenzia che Sant’Antonio portò la magica e calda fiamma anche nella terra dei nuraghi accompagnandola al grido di: “Fogu, fogu pò donnia logu; linna, linna pò sa Sardinna”. E’ evidente il richiamo al mito di Prometeo e quindi a tradizioni e culti antichissimi che, innestatisi nella fede cristiana, sono giunti fino a noi con tutto il fascino e il mistero della lunghissima storia del Su Fogu, da sempre temuto e venerato. Per i filosofi greci era uno dei “quattro elementi” dell’Universo, oggi è perlopiù associato al colore del sangue, al calore del corpo e quindi alla vita. La fiamma e il suo perpetuo ardere perdurano invece nel tempo come espressione e simbolo del divino e della Divinità.

Studi basati su documenti e testimonianze degne di fede* evidenziano che il “padre del monachesimo” non è solo una figura leggendaria ma sarebbe realmente vissuto in Egitto da eremita, tra il 250 e il 356, lungo le sponde del Nilo e nel deserto di Monte Qolzum dove l’Abate Antonio si spense ultracentenario il 17 gennaio. Da allora, la tradizione popolare proprio nel cuore dell’inverno, la notte tra il 16 e il 17 gennaio, affida all’unica usanza dei falò accesi il compito di rinnovare gli antichi culti e riti pagani, caricandoli di significati propiziatori e purificatori. Le pratiche e credenze cristiane attribuiscono al Santo e alle sue reliquie miracoli, prodigi ed immensi poteri taumaturgici. Ancora oggi Sant’Antonio Abate viene invocato dai malati dell’herpes zoster, popolarmente conosciuto proprio come “fuoco di Sant’Antonio”. Poiché si credeva che il fuoco potesse bruciare ogni malattia del mondo, alle fiamme dei grandi falò accessi la notte della vigilia del 17 gennaio si riconosceva una funzione purificatrice.

In Sardegna, quando gli ultimi tizzoni sono quasi spenti, c’è ancora gente che si preoccupa di portare a casa monconi di legno carbonizzato per conservarli come amuleti contro il dolore di ventre e altri malanni. Ma la festa di Sant’Antonio, al di là degli aspetti religiosi, ha rappresentato per le comunità sarde un appuntamento molto suggestivo per la funzione aggregante che svolgeva. Nei giorni immediatamente precedenti la festa, i giovani dei vari paesi dell’isola di nome Antonio e coloro che ritenevano di aver ricevuto dal Santo una specifica grazia, provvedevano alla raccolta della legna da ammucchiare per il falò che la notte della vigilia veniva acceso nei piazzali delle Chiese a lui dedicate. Per consuetudine si disponevano grossi tronchi secondo una configurazione tronco-conica che ricorda quella di un grosso bétile (elemento tipico della simbologia fallica e quindi della fertilità). I tronchi venivano poi avvolti con arbusti e fascine secche per facilitarne la corretta combustione. Nella fase della preparazione della catasta, tra i vari gruppi di giovani impegnati spesso sorgeva una sorta di competizione spontanea per sistemare i ceppi più grossi nel miglior modo possibile, affinché il fuoco rimanesse acceso tutta la notte e la gente potesse prolungare la propria presenza intorno al falò, ballando e cantando allegramente fino all’alba. Da parte loro le ragazze partecipavano simbolicamente ai preparativi per l’innalzamento della pira offrendo dolci e frutta ai loro coetanei. La sera, al termine della funzione, il sacerdote in processione compiva tre giri intorno al cumulo di legna e lo benediceva. L’accensione del falò costituiva il momento più importante e solenne del rito, che ancora oggi viene eseguita seguendo modalità ben precise. Il fuoco viene appiccato in un punto ben preciso della pira, perché dal suo andamento iniziale si traggono buoni o cattivi auspici per l’annata e le sorti della gente. Si credeva infatti che la diffusione rapida delle fiamme fosse presagio di buona annata, mentre  tentennamenti nello sviluppo delle stesse o addirittura lo spegnersi del primo focolaio erano considerati segno di cattiva annata e di malo auspicio per la comunità.

Nei paesi a prevalente economia pastorale, quando il fuoco divampava in un gran rogo, venivano fatte sfilare alcune pecore a simboleggiare le greggi della comunità. Questo rituale segnava un particolare momento di allegria fra i presenti perché i pastori, spesso e volentieri, erano costretti a rincorrere gli animali che fuggivano spaventati dalle fiamme. Secondo gli studiosi di tradizioni popolari, la partecipazione dei pastori con la piccola rappresentanza di animali aveva il duplice scopo di esorcizzare l’intera comunità e le bestie dal rischio di malattie e di propiziare una feconda annata per tutti. Durante la festa, quando le fiamme si attenuavano, tra i giovani di ambo i sessi era consuetudine saltare il fuoco tenendosi per mano, riesumando in tal modo un antico rito legato alla procreazione e quindi, al perpetuarsi della vita. Ma in tanti paesi della Sardegna la festa di Sant’Antonio Abate ha segnato e segna tuttora l’inizio del Carnevale. A Mamoiada, ad esempio, dopo l’accensione del falò escono in corteo le maschere dei Mamuthones e Issocadores e con la loro danza ritmica eseguita attorno al fuoco danno avvio ai festeggiamenti Carnevaleschi. Per l’occasione, ai visitatori presenti viene offerto un piatto di fave con cotenna di maiale e dolci tipici del luogo, tra cui su papassinu nigheddu: una specie di panforte con mandorle, noci, nocciole, uvetta, miele, buccia d’arancia e mosto raffinato con la cenere bollente.

A Sestu i fuochi di Sant’Antonio si sono  estinti agli inizi del secolo scorso, ma i sestesi ancora per moltissimi anni hanno continuato a raccogliere e ammucchiare legna per accendere altri falò che, proprio nel freddo mese di gennaio, divampavano in onore di San Sebastiano nelle piazze del paese. E quasi a volersi riscattare per aver abbandonato l’antico culto di Sant’Antonio Abate, la comunità ha continuato sino ai nostri giorni a cantare e ballare in allegria intorno al suo miracoloso e leggendario falò.

Roberto Bullita

* Vita S. Antonii di Atanasio di Alessandria (suo discepolo), IV sec., ripresa poi dalla Legenda Aurea di Iacopo da Varagine, XIII sec.

La Festa di San Sebastiano a Sestu

Da tempo immemorabile il 20 gennaio la Chiesa festeggia San Sebastiano. Una passione del V secolo e soprattutto la leggenda che ben presto si fuse con i pochi dati storici disponibili fanno di Sebastiano un ufficiale dei pretoriani intimo amico dell’imperatore Diocleziano che, grazie al suo ruolo di prestigio a corte e nell’esercito, ebbe modo di soccorrere tanti cristiani in carcere o condotti  al supplizio. Quando il suo “gioco” venne scoperto, fu convocato dall’Imperatore che cercò di riconquistarlo alla propria visione del mondo facendo appello alla vecchia amicizia. Di fronte alla fede incrollabile di Sebastiano, all’Imperatore che si “considerò tradito dentro la sua stessa casa” non restò altra scelta che quella di condannarlo e per ciò fu legato al tronco di un albero in un bosco e trafitto dalle frecce dei suoi commilitoni. Una versione della leggenda evidenzia che l’ufficiale, creduto morto dai romani, venne raccolto e curato dalla matrona romana Irene. Appena guarito, tuttavia, si ripresentò al cospetto di Diocleziano, che stavolta lo fece flagellare e uccidere a frustate, ordinando che il corpo esanime fosse gettato nella fogna affinché nessuno potesse più trovarlo. Tuttavia, una notte il Santo comparve in sogno alla matrona Lucina (un’altra versione della leggenda parla di un compagno di fede) e le indicò il luogo dove giacevano le sue membra spoglie.  Recuperate le spoglie, Lucina diede poi a Sebastiano degna sepoltura nelle Catacombe che in seguito presero il suo nome. Dopo la sua morte il culto per Sebastiano  si diffuse in ogni luogo e anche in Sardegna, dove la devozione per questo Santo è attestata dalle tante chiese a lui dedicate in moltissimi paesi isolani.

Per quanto riguarda Sestu, la certificazione storica di una chiesa rurale a lui consacrata attesta che San Sebastiano era venerato dai sestesi già dal lontano 1500, ma è probabile che il suo culto possa risalire a tempi ancora più antichi. In ogni caso, i documenti d’archivio attestano che già dai primi anni del Seicento i vari obreros de San Sebastian si alternavano nella ricerca di fondi per celebrare la festa in suo onore e per effettuare le dovute manutenzioni alla chiesa, che purtroppo nella seconda metà del Settecento sarà profanata e infine, sconsacrata. Ciononostante i festeggiamenti per il Santo continuarono ancora per qualche secolo, finché non andarono in disuso verso il 1964. A Sestu la festa di San Sebastiano era organizzata dai pastori e da coloro che portavano il suo nome (Pittanu, Srebastianu) e il Santo era invocato come guaritore e protettore contro le pestilenze che, soprattutto in passato, decimavano sia uomini che bestie. Per questo motivo, secondo l’antica tradizione, era consuetudine attribuire alle fiamme de su fogadoni che veniva tenuto acceso la notte della vigilia una funzione purificatrice, in quanto si credeva che il fuoco potesse bruciare tutti i mali del mondo ed in particolare la tanto temuta peste, portatrice di lutti e dolori. La festa naturalmente continuava fino all’alba tra canti e balli  che si svolgevano attorno al fuoco e all’indomani, prima dello spegnimento degli ultimi tizzoni ardenti, la gente si preoccupava di portare a casa recipienti pieni di brace o monconi di legno carbonizzato (munzionis) recuperati dalla cenere ancora calda, per conservarli come amuleti contro le malattie e i temporali.

Is mustaionis e s’orku foresu

Nei primi decenni del secolo scorso, inoltre, la festa di San Sebastiano segnava in paese anche l’inizio del Carnevale, con la comparsa delle prime maschere che andavano in giro casa per casa alla ricerca delle tanto sospirate frittelle. In seguito l’avvio del ciclo carnevalesco fu fatto coincidere con la Candelora, altra festa di carattere religioso ma dai forti influssi propiziatori legati ad antiche credenze e ai culti agrari. Come già evidenziato in precedenza però, così com’era successo per Sant’Antonio Abate o Sant’Antoi de su fogu agli inizi del primo decennio del novecento, anch’esso venerato a Sestu come Santo guaritore e portatore del fuoco purificatore e rigeneratore dai mali, dopo il 1960 la festa di San Sebastiano andò in disuso e rimase soltanto nella memoria degli anziani e di coloro che, ancora bambini, riuscirono a vedere per l’ultima volta il grande falò acceso in suo onore, lasciando in tal modo un gran vuoto nel ciclo invernale delle feste tradizioni locali. Tuttavia, dopo circa quarant’anni di oblio, da quasi un decennio la festa in onore di San Sebastiano è stata riabilitata grazie all’impegno dell’Associazione culturale “Is Mustayonis e S’Orku Foresu”, che in collaborazione con le autorità civili e religiose hanno deciso di recuperare e riorganizzare l’antica festa, dando così la possibilità alla Comunità e soprattutto alle nuove generazioni di riacquisire un importante tassello della cultura tradizionale locale, nella speranza che questa antica festa possa continuare a vivere ancora per lungo tempo.

Festa di San Sebastiano 2012

 Roberto Bullita