Ispirati dagli archivi 2016

Dal 14 al 19 marzo 2016, l’Associazione nazionale archivistica italiana (Anai) promuove una settimana di eventi per fare conoscere ai cittadini la ricchezza del patrimonio archivistico del nostro Paese e per richiamare le istituzioni a garantire risorse adeguate per la sua tutela e valorizzazione e a gestire con consapevolezza il tema della conservazione del documento digitale, che offre eccezionali vantaggi ma espone anche a rischi da valutare per tempo e con attenzione.

Numerosi eventi sono in programma anche in Sardegna (LOCANDINA Sardegna). A Cagliari, l’appuntamento è il 19 marzo alla MEM (Locandina evento MEM)

Senza gli archivi perdiamo il patrimonio di documenti che costituisce la nostra storia e la nostra identità collettiva. Perdiamo la possibilità di imparare dal passato per progettare il presente e il futuro. Mettiamo a rischio la possibilità di avvalerci dei nostri diritti di cittadini, nella nostra quotidianità: nel rapporto con la pubblica amministrazione, in banca come clienti, dal medico come pazienti, nell’acquisto di beni e servizi come consumatori, sul posto di lavoro.
Gli archivi sono patrimonio di tutti: documentano attività in corso, tutelano diritti, trasmettono la memoria.
Gli archivi sono ovunque e sono rappresentativi di una molteplicità di contesti sia pubblici sia privati: pubblica amministrazione, enti locali, ospedali, scuole, istituzioni militari, tribunali, imprese, famiglie…
Scopo degli archivi e del lavoro degli archivisti, all’interno di  una comunità, è di evitare che questa ricchezza venga persa.
Senza gli archivi giudiziari non si possono condurre i processi, riaprire le cause quando subentrano nuovi elementi. Senza gli archivi non si sarebbero potute aprire grandi cause di lavoro, come i processi di risarcimento ai morti per l’amianto.
Senza gli archivi è impossibile venire a conoscenza dei soprusi e delle violenze commesse dalle dittature politiche, ricostruire le politiche dei governi nel corso della storia, non si può fare luce su episodi quali il terrorismo, le stragi, la mafia. (Dal sito Ispirati dagli archivi 2016)

A sostegno dell’iniziativa è intervenuto anche lo scrittore siciliano di fama internazionale Andrea Camilleri, autore di romanzi e racconti in cui il documento (originale o inventato) è spesso al centro della narrazione. Nel video che segue Camilleri, citando esempi storici e letterari, spiega l’importanza e il ruolo che gli archivi rivestono per i cittadini e per la società.

 

Tanti buoni motivi per avere una nuova biblioteca comunale

Camilleri_la biblioteca comunale di EnnaA Sestu tanti cittadini sperano di avere una nuova biblioteca. Quella attuale, come è noto, è ospitata in una struttura che si rivela ogni giorno che passa sempre più inadeguata all’esigenza della corretta conservazione del patrimonio librario e allo svolgimento dei tanti servizi e attività a favore degli utenti. Le biblioteche civiche sono strumenti fondamentali per lo sviluppo della cittadinanza attiva, perché i libri e la lettura stimolano la coscienza critica e aiutano a ragionare. I libri rendono liberi. Ma l’Italia è uno dei paesi europei dove si legge di meno. Nel 2012, secondi i dati istat, appena il il 46% della popolazione ha letto almeno un libro (che potrebbe essere anche un semplice libro di cucina) e tra i lettori solo un esiguo 5% ne ha letto almeno 12 (1 al mese); il restante 54% neanche uno. In questo contesto le biblioteche di pubblica lettura rappresentano presidi fondamentali per contrastare questa tendenza, dannosa sia per la qualità della vita delle singole persone che per quella civile e morale della comunità. Dovrebbero bastare queste considerazione per spingere gli amministratori a riportare la questione della biblioteca in cima alla lista degli obiettivi da raggiungere prima della conclusione naturale del mandato.

Ma se non fossero sufficienti si potrebbe ricordare che Sestu è un paese dove si registra il più alto tasso di natalità della Sardegna e una significativa incidenza della popolazione infantile. In biblioteca entrano quotidianamente decine e decine di bambini, ogni giorno diversi, sollecitati dalle attività di promozione della lettura che vengono studiate, pianificate e attuate con continuità e costanza dal personale qualificato che vi opera. Non c’è bambino che non sia stato educato alla lettura fin da piccolo che non abbia poi avuto anche un buon rendimento scolastico. Con i bambini spesso anche i genitori o i nonni che li accompagnano si avvicinano o si riavvicinano alla lettura. Sono nel complesso tantissime persone che, ne sono certa, al momento opportuno si ricorderebbero di quanto fatto dall’amministrazione per il futuro dei loro figli e in generale per i bisogni culturali e il “progresso spirituale” dei cittadini. Che non è meno importante, come sottolinea anche la nostra Costituzione, di quello “materiale”.

Quanto possano essere utili le biblioteche, per la vita delle persone e dei bambini e ragazzi in particolare, meglio di qualsiasi discorso teorico ce lo fa capire lo scrittore Andrea Camilleri. Nel video che vi proponiamo (tratto da “Il luogo, la memoria”), il padre del commissario Montalbano e autore di tanti appassionanti romanzi, racconta con il suo inconfondibile stile come all’origine della sua vocazione di scrittore ci sia proprio una biblioteca comunale. Quella di Enna, dove trascorse gli anni dell’adolescenza.

“Un giorno avvenne il miracolo, durante una mia passeggiata, mi imbattei nella biblioteca comunale, vi entrai: non c’era nessuno. Solo delle stufe e tanti libri. Un uomo mi chiese con distacco: “Desidera?” E io risposi laconico – “Nulla volevo guardare”. Allora si presentò – “Sono l’avvocato Fontanazza, il direttore”.
Da quel giorno in biblioteca ci andai volentieri anche per il tepore che emanavano le stufe. Fontanazza lesse le mie poesie e  mi conquistai la sua fiducia. Mi aprì le porte del tesoro: due stanze con i lasciti non schedati di Lanza e Savarese. Io in quelle due stanze mi persi e lì mi formai come scrittore.
L’avvocato continuava a leggere i miei racconti e le mie poesie e continuava a rimproverarmi per i troppi errori di battitura. Nel 1947 vinsi il premio Firenze con una commedia. Poi mi trasferii a Serradifalco. Lì vivevo conoscendo luoghi e persone cominciai a percepire la memoria degli stessi luoghi, a intravedere le radici e mi insinuava il sospetto che il mare erodeva la memoria. Forse per questo i miti resistono alla Storia, solo perché vivono al centro dell’Isola.”

Sandra Mereu

La rivoluzione della luna, Andrea Camilleri (Sellerio 2013)

La-rivoluzione-della-lunaCon le sue attesissime storie della serie del commissario Montalbano o con i suoi avvincenti romanzi storici Andrea Camilleri è uno degli autori più letti dagli italiani. Certamente imperdibile è una delle sue ultime pubblicazioni: “La rivoluzione della luna”. Una storia ambientata nella Sicilia del Seicento il cui personaggio principale è rappresentato da una donna, doña Leonor de Moura y Moncada. Come spiega lo stesso autore, si tratta di un personaggio realmente esistito la cui vicenda si intreccia in qualche modo anche con la storia della Sardegna.

Donna Eleonora e la Sardegna. In un articolo apparso sulla pagina culturale dell’Unione Sarda del 21/06/2013, la studiosa di storia moderna Rafaella Pilo rivela che doña Leonor era la figlia del viceré di Sardegna Francisco de Moura y Corterreal, marchese di Castel Rodrigo. A questo viceré – riferisce Rafaella Pilo –, che governò l’isola dal 1658 al 1661, dunque nei difficili anni successivi alla grande peste, sono legati giudizi lusinghieri sul suo operato nei diversi campi dell’amministrazione. Altrettanto bene pare abbia operato la figlia Leonor, nel brevissimo periodo in cui si trovò a ricoprire una carica di grande responsabilità tradizionalmente riservata agli uomini.

La damnatio memoriae. La maggior parte delle cronologie ufficiali dei Viceré di Spagna in Sicilia – scrive Camilleri nella nota finale del libro – non fa menzione del mandato conferito a donna Eleonora dopo la morte del marito, il viceré don Angel de Guzmán. Solo in alcuni studi recenti – specifica Camilleri – se ne trova qualche minimo accenno. Tanto è bastato però all’autore per interessarsene. A partire dagli scarsi elementi a disposizione Camilleri ha ricostruito, romanzandola, la vicenda di questa straordinaria figura di donna e ciò che fece nei ventisette giorni in cui governò la Sicilia in qualità di viceré ad interim. Sono pochi i provvedimenti storicamente attestati riconducibili a donna Eleonora di Mora, ma sufficienti a spiegare la damnatio memoriae a cui fu condannata dalla storiografia ufficiale.

Tra storia e invenzione. E’ sicuramente ascrivibile al governo di Eleonora di Mora l’abbassamento del prezzo del pane, una misura che presumibilmente dovette assicurarle un largo favore popolare. Allo stesso modo è accertato che fu sua la scelta di rifinanziare e rimettere in attività il Conservatorio per le vergini pericolanti e quello per le vecchie prostitute. Due istituti finalizzati a combattere lo sfruttamento delle donne che, per questo, ci piace immaginare come frutto della sua sensibilità femminile. Sullo sfondo di questi fatti storicamente accertati si sviluppano e si intrecciano vicende di corruzione di parlamentari, vizi privati finanziati con denaro pubblico, festini con belle e disponibili ragazze in succinti abiti da suora, squallide storie di pedofilia ecclesiastica. La tentazione di riconoscere in un’epoca lontana fatti della storia recente è forte. E siamo sicuri che Camilleri ci perdonerà se gli attribuiamo la precisa volontà di indurre il lettore a instaurare un parallelismo tra passato e presente. Da Manzoni in poi, proiettare nel passato il degrado morale e politico degli uomini di governo, incapaci e profittatori, è uno stratagemma spesso utilizzato dagli scrittori per poterlo giudicare liberamente, al riparo dalle ritorsioni del potere.

Il miscuglio linguistico. Elemento fondamentale di questo romanzo è il miscuglio linguistico, tipico della scrittura di Camilleri. Declinato nei vari registri stilistici connota situazioni e personaggi e conferisce vivezza al racconto. In un limpido e perspicuo spagnolo italianizzato si esprime donna Eleonora. L’italiano è invece utilizzato nelle situazioni ufficiali e solenni: in italiano ci si rivolge all’autorità e in italiano è letta la lettera con cui il sovrano ordina a Eleonora l’immediato rientro in Spagna e contestualmente conferma la validità di tutti i suoi atti di governo. Il siciliano di registro medio è la lingua del narratore, atta a definire l’ambiente e il contesto. In un siciliano colloquiale e basso si esprime invece il clero e l’aristocrazia corrotta. Ma il siciliano è anche la lingua della poesia e dei sentimenti più sinceri. In ossequio a una lunga tradizione letteraria, sono scritti in siciliano i versi aulici di commiato di “Peppi Gangitano, poeta di taverna e di strada”, dedicati a donna Eleonora e destinati a tramandarne per sempre il ricordo.

Bella e intelligente. Camilleri rappresenta Eleonora de Mora come una donna molto bella e intelligente, dotata di grande fermezza e determinazione. Eleonora in poco tempo riesce infatti ad azzerare il Parlamento i cui membri, approfittando della malattia e della morte del viceré Angel Guzmán, suo marito e predecessore, si erano assicurati privilegi di tutti i tipi ai danni dell’Erario. «Todos lo que han ofendido a mi esposo – dirà a conclusione della vicenda – ya han pagado. Ahora Angel puede reposar en paz. Lo he vendicado». Le parole di donna Leonor non rendono merito al suo vero carattere e alle ragioni profonde del suo agire politico. Queste si colgono invece nella replica del devoto e innamorato don Serafino: «Voi non siete una donna che si vendica, non è nella vostra natura, nella vostra natura c’è solo la giustizia».

Rafaella Pilo coglie nel romanzo di Camilleri un messaggio beneaugurante. A suo dire questa storia “ci fa sognare e ci induce a confidare nell’arrivo di una rediviva doña Leonor la cui saggezza riporti ordine e giustizia in un momento difficile, allora come oggi”. Sarebbe davvero bello se ciò accadesse davvero. Ma è difficile riconoscere nelle aspiranti viceregine che si profilano all’orizzonte virtù appena paragonabili a quelle dell’eroina di Camilleri, che fu governatrice di Sicilia il tempo del moto di “rivoluzione della luna”.

Sandra Mereu

“Il nipote del Negus”, Andrea Camilleri (Sellerio 2010)

Nel 1929 il nipote del negus Hailé Sellassié, imperatore d’Etiopia, tale Brhané Sellassié (o Sillassié), si iscrive alla Scuola Mineraria di Caltanisetta. Frequenta fino al 1932 anno in cui si diploma come perito minerario. Questa è storia vera (1), da cui Camilleri  prende spunto per costruire un intelligente e divertente romanzo, il cui protagonista è “il giovane, che chiamasi Grhane Sollassié Mbssa e ha il titolo di Principe, è nato ad Addis Abeba il 5 marzo 1910, e che il Negus tiene in grande considerazione”. Il luogo delle esilaranti vicende, che di storico hanno solo quel  richiamo iniziale, è, manco a dirlo, Vigàta, immaginaria Macondo di tanti romanzi di Camilleri. Il Principe, anche se nero, diventa lo strumento della realpolitik fascista: bisogna trattarlo con tutti i riguardi, assecondarlo in tutti i suoi desiderata, perché anche da questo dipendono i delicati rapporti  sui controversi confini tra la Somalia italiana e l’Etiopia, e che potrebbero condizionare le velleità imperiali del regime. Il principe però, ancorché ancora diciannovenne e non ancora illuminato dalla italica civiltà, si rivela un osso duro.

Elegante e rubacuori, amante impunito, briccone e furbo,  infido e doppiogiochista, si dà alla bella vita e ai bei vestiti contraendo debiti che ricadono sull’amministrazione locale. Questa sua estrosità e leggerezza si fanno beffe della burocratica e farraginosa macchina fascista, della sua retorica parolaia, fino allo sfregio di tenere sulle corde lo stesso Duce, il quale gli chiede di scrivere una lettera al Negus in cui si magnificano le conquiste del fascismo, mentre l’impunito negro temporeggia e alza il prezzo sullo scritto e sul contenuto, per poi sparire chissà dove. Si scoprirà poi che la lettera era stata inviata al Negus, ma nell’incomprensibile linguaggio abissino recitava tra l’altro “io sono riuscito a ingannarli (gli italiani) e ti dico invece che sono molto stupidi quanto un asino ma si credono furbi come la volpe”. La struttura del romanzo non è quella tradizionale, ma si basa sulla sapiente combinazione tra quelle che Camilleri chiama “carpette”, telegrammi, documenti scritti, missive, dispacci governativi, articoli di giornale, con “frammenti di parlate”, conversazioni al dopolavoro ferroviario, alla casa del fascio, nella camera da letto di qualche protagonista, alla Regia Scuola Mineraria, o all’ospedale Sant’Anna, e in altri luoghi. E’ una tecnica che lo scrittore siciliano aveva già sperimentato ne La concessione del telefono (Sellerio 1998), miscela di cose scritte e cose dette. Quale morale trarre dal romanzo? Nessuna, puro divertissement sulla burocrazia e sul potere, ma  la visita in Italia di un altro principe nero, risalente a non molto tempo fa, con tanto di tende, hostess, cavalli e Corano, ci fa venire qualche dubbio sui confini tra finzione letteraria e realtà.

(1) Nella nota a fine libro Camilleri precisa: “Questa storia mi è stata suggerita da alcune pagine dell’interessante libro I Signori dello zolfo (Caltanisetta 2001) di Michele Curcuruto”.

Antonio Sitzia

(da EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas)

Camilleri, non solo Montalbano

Ieri sera a Cagliari, nei pressi delle Scalette S. Sepolcro, il circolo dei lettori Mieleamaro, in occasione della Festa del libro, ha voluto dedicare una serata ad Andrea Camilleri. Chi sia questo scrittore e che volto abbia, non c’è italiano che non lo sappia. Nell’immaginario collettivo il suo nome è infatti immediatamente associato al commissario Salvo Montalbano: per tutti il protagonista della celeberrima fiction televisiva, per uno sterminato numero di lettori il personaggio principale della famosa serie di romanzi gialli di Sellerio. L’omaggio che Mieleamaro ha voluto dedicare a Camilleri mirava però ad andare oltre Montalbano, per mostrarne l’aspetto meno noto al grande pubblico, quello dell’intellettuale poliedrico, dotato di una vastissima cultura filtrata da una lunga esperienza di vita, che dall’ultima guerra lo ha condotto sino a questo secolo. Un patrimonio di conoscenze unito ad una vivissima intelligenza e curiosità che ancora oggi, all’età di 85 anni, gli permettono di leggere diversi libri al mese e con assidua costanza almeno 4 quotidiani al giorno, senza impedirgli di vedere la media di due telegiornali. Camilleri, come lui stesso ha tenuto a precisare nel filmato che ha inviato agli amici di Mieleamaro, è molto legato a Cagliari. Qui venne per la prima volta diversi anni fa, invitato da prof. Marci dell’Università di Cagliari, in occasione di alcuni corsi che stava tenendo su quello che allora era un pressoché sconosciuto scrittore, a cui guardava con attenzione in particolare per l’uso mescidato che faceva di lingua e dialetto. Ma in quegli anni in Sardegna l’interesse verso Camilleri non si limitava agli ambienti accademici. Anche lo scrittore Sergio Atzeni, per le stesse ragioni, non esitò a riconoscerlo come “fratello di scrittura”.

Intervenuto ieri alla festa, prof. Marci, non ha potuto fare a meno di ricordare il famoso aneddoto secondo il quale Camilleri, incontrandolo all’aeroporto per la prima volta, lo avrebbe indicato come il vero comissario Montalbano. Lui, e non Zingaretti, nella sua immaginazione di scrittore, era il volto che si era sempre figurato per il suo personaggio. A riprova della straordinaria vitalità e competenza dello scrittore, Marci ha ricordato come nei tre giorni in cui lo aveva accompagnato tra Cagliari e Sassari per incontrare gli studenti e i docenti delle due Università, Camilleri non smise un’attimo di parlare e soprattutto non corse mai il rischio di ripetersi. Questo straordinario scrittore, a parere di Marci, ha dato però le sue prove migliori soprattutto nei libri che si ricollegano alla grande tradizione letteraria siciliana, di cui Camilleri è un profondo conoscitore, e in particolare ai romanzi storici che si rifanno al genere dei cantastorie, come “Il re di Girgenti”. Per far emergere la figura di Camilleri come intellettuale “a tutto tondo”, tra i pochi capaci di sporcarsi le mani, irriducibile voce critica della realtà, Mieleamaro per la serata di ieri ha voluto invitare anche Francesco de Filippo, giornalista e scrittore, autore di un libro-intervista dal titolo “Questo mondo un po’ sgualcito” (Infinito Edizioni, 2011). In questo libro “il maestro” risponde alle domande dell’amico-allievo sulle più svariate questioni che riguardano la situazione nazionale (Berlusconi escluso: è infatti abbastanza noto il giudizio che ne da!) e sui grandi temi che riguardano l’intero pianeta. E’ un libro stimolante, ricco di spunti di riflessione, capace di affrontare argomenti serissimi con toni discorsivi e leggeri. L’ho letto d’un fiato ieri notte, al rientro dalla serata. E considerato che in questi ultimi giorni su SESTU RELOADED sono comparsi diversi interventi sul tema degli immigrati, voglio chiudere con le parole che Camilleri dedica all’argomento:

“Non credo siano le leggi, quella italiana Bossi-Fini o quelle analoghe che, credo, esistano in Spagna o negli Stati Uniti…non sono i fili spinati che possono risolvere questo problema…Quindi voglio dire: l’Europa dovrebbe per esempio mettersi intorno a un tavolo e dire: che capienza abbiamo? E poi fare in modo che la gente non si muova. Che significa che non si muova? Prima di tutto che devono vivere in pace [in Africa, Asia, America del Sud, ndr], secondo che devono avere l’acqua, terzo che devono avere mezzi di sostentamento…Sai cosa avverrà [invece, ndr]? Che questi che fanno politica oggi si troveranno a dover ospitare in casa loro e loro andarsene…”

I video:

http://www.youtube.com/watch?v=BfmkhmM7r7U

http://www.youtube.com/watch?v=ihs8AgSTTSA

Sandra Mereu