La rivoluzione della luna, Andrea Camilleri (Sellerio 2013)

La-rivoluzione-della-lunaCon le sue attesissime storie della serie del commissario Montalbano o con i suoi avvincenti romanzi storici Andrea Camilleri è uno degli autori più letti dagli italiani. Certamente imperdibile è una delle sue ultime pubblicazioni: “La rivoluzione della luna”. Una storia ambientata nella Sicilia del Seicento il cui personaggio principale è rappresentato da una donna, doña Leonor de Moura y Moncada. Come spiega lo stesso autore, si tratta di un personaggio realmente esistito la cui vicenda si intreccia in qualche modo anche con la storia della Sardegna.

Donna Eleonora e la Sardegna. In un articolo apparso sulla pagina culturale dell’Unione Sarda del 21/06/2013, la studiosa di storia moderna Rafaella Pilo rivela che doña Leonor era la figlia del viceré di Sardegna Francisco de Moura y Corterreal, marchese di Castel Rodrigo. A questo viceré – riferisce Rafaella Pilo –, che governò l’isola dal 1658 al 1661, dunque nei difficili anni successivi alla grande peste, sono legati giudizi lusinghieri sul suo operato nei diversi campi dell’amministrazione. Altrettanto bene pare abbia operato la figlia Leonor, nel brevissimo periodo in cui si trovò a ricoprire una carica di grande responsabilità tradizionalmente riservata agli uomini.

La damnatio memoriae. La maggior parte delle cronologie ufficiali dei Viceré di Spagna in Sicilia – scrive Camilleri nella nota finale del libro – non fa menzione del mandato conferito a donna Eleonora dopo la morte del marito, il viceré don Angel de Guzmán. Solo in alcuni studi recenti – specifica Camilleri – se ne trova qualche minimo accenno. Tanto è bastato però all’autore per interessarsene. A partire dagli scarsi elementi a disposizione Camilleri ha ricostruito, romanzandola, la vicenda di questa straordinaria figura di donna e ciò che fece nei ventisette giorni in cui governò la Sicilia in qualità di viceré ad interim. Sono pochi i provvedimenti storicamente attestati riconducibili a donna Eleonora di Mora, ma sufficienti a spiegare la damnatio memoriae a cui fu condannata dalla storiografia ufficiale.

Tra storia e invenzione. E’ sicuramente ascrivibile al governo di Eleonora di Mora l’abbassamento del prezzo del pane, una misura che presumibilmente dovette assicurarle un largo favore popolare. Allo stesso modo è accertato che fu sua la scelta di rifinanziare e rimettere in attività il Conservatorio per le vergini pericolanti e quello per le vecchie prostitute. Due istituti finalizzati a combattere lo sfruttamento delle donne che, per questo, ci piace immaginare come frutto della sua sensibilità femminile. Sullo sfondo di questi fatti storicamente accertati si sviluppano e si intrecciano vicende di corruzione di parlamentari, vizi privati finanziati con denaro pubblico, festini con belle e disponibili ragazze in succinti abiti da suora, squallide storie di pedofilia ecclesiastica. La tentazione di riconoscere in un’epoca lontana fatti della storia recente è forte. E siamo sicuri che Camilleri ci perdonerà se gli attribuiamo la precisa volontà di indurre il lettore a instaurare un parallelismo tra passato e presente. Da Manzoni in poi, proiettare nel passato il degrado morale e politico degli uomini di governo, incapaci e profittatori, è uno stratagemma spesso utilizzato dagli scrittori per poterlo giudicare liberamente, al riparo dalle ritorsioni del potere.

Il miscuglio linguistico. Elemento fondamentale di questo romanzo è il miscuglio linguistico, tipico della scrittura di Camilleri. Declinato nei vari registri stilistici connota situazioni e personaggi e conferisce vivezza al racconto. In un limpido e perspicuo spagnolo italianizzato si esprime donna Eleonora. L’italiano è invece utilizzato nelle situazioni ufficiali e solenni: in italiano ci si rivolge all’autorità e in italiano è letta la lettera con cui il sovrano ordina a Eleonora l’immediato rientro in Spagna e contestualmente conferma la validità di tutti i suoi atti di governo. Il siciliano di registro medio è la lingua del narratore, atta a definire l’ambiente e il contesto. In un siciliano colloquiale e basso si esprime invece il clero e l’aristocrazia corrotta. Ma il siciliano è anche la lingua della poesia e dei sentimenti più sinceri. In ossequio a una lunga tradizione letteraria, sono scritti in siciliano i versi aulici di commiato di “Peppi Gangitano, poeta di taverna e di strada”, dedicati a donna Eleonora e destinati a tramandarne per sempre il ricordo.

Bella e intelligente. Camilleri rappresenta Eleonora de Mora come una donna molto bella e intelligente, dotata di grande fermezza e determinazione. Eleonora in poco tempo riesce infatti ad azzerare il Parlamento i cui membri, approfittando della malattia e della morte del viceré Angel Guzmán, suo marito e predecessore, si erano assicurati privilegi di tutti i tipi ai danni dell’Erario. «Todos lo que han ofendido a mi esposo – dirà a conclusione della vicenda – ya han pagado. Ahora Angel puede reposar en paz. Lo he vendicado». Le parole di donna Leonor non rendono merito al suo vero carattere e alle ragioni profonde del suo agire politico. Queste si colgono invece nella replica del devoto e innamorato don Serafino: «Voi non siete una donna che si vendica, non è nella vostra natura, nella vostra natura c’è solo la giustizia».

Rafaella Pilo coglie nel romanzo di Camilleri un messaggio beneaugurante. A suo dire questa storia “ci fa sognare e ci induce a confidare nell’arrivo di una rediviva doña Leonor la cui saggezza riporti ordine e giustizia in un momento difficile, allora come oggi”. Sarebbe davvero bello se ciò accadesse davvero. Ma è difficile riconoscere nelle aspiranti viceregine che si profilano all’orizzonte virtù appena paragonabili a quelle dell’eroina di Camilleri, che fu governatrice di Sicilia il tempo del moto di “rivoluzione della luna”.

Sandra Mereu

“Il nipote del Negus”, Andrea Camilleri (Sellerio 2010)

Nel 1929 il nipote del negus Hailé Sellassié, imperatore d’Etiopia, tale Brhané Sellassié (o Sillassié), si iscrive alla Scuola Mineraria di Caltanisetta. Frequenta fino al 1932 anno in cui si diploma come perito minerario. Questa è storia vera (1), da cui Camilleri  prende spunto per costruire un intelligente e divertente romanzo, il cui protagonista è “il giovane, che chiamasi Grhane Sollassié Mbssa e ha il titolo di Principe, è nato ad Addis Abeba il 5 marzo 1910, e che il Negus tiene in grande considerazione”. Il luogo delle esilaranti vicende, che di storico hanno solo quel  richiamo iniziale, è, manco a dirlo, Vigàta, immaginaria Macondo di tanti romanzi di Camilleri. Il Principe, anche se nero, diventa lo strumento della realpolitik fascista: bisogna trattarlo con tutti i riguardi, assecondarlo in tutti i suoi desiderata, perché anche da questo dipendono i delicati rapporti  sui controversi confini tra la Somalia italiana e l’Etiopia, e che potrebbero condizionare le velleità imperiali del regime. Il principe però, ancorché ancora diciannovenne e non ancora illuminato dalla italica civiltà, si rivela un osso duro.

Elegante e rubacuori, amante impunito, briccone e furbo,  infido e doppiogiochista, si dà alla bella vita e ai bei vestiti contraendo debiti che ricadono sull’amministrazione locale. Questa sua estrosità e leggerezza si fanno beffe della burocratica e farraginosa macchina fascista, della sua retorica parolaia, fino allo sfregio di tenere sulle corde lo stesso Duce, il quale gli chiede di scrivere una lettera al Negus in cui si magnificano le conquiste del fascismo, mentre l’impunito negro temporeggia e alza il prezzo sullo scritto e sul contenuto, per poi sparire chissà dove. Si scoprirà poi che la lettera era stata inviata al Negus, ma nell’incomprensibile linguaggio abissino recitava tra l’altro “io sono riuscito a ingannarli (gli italiani) e ti dico invece che sono molto stupidi quanto un asino ma si credono furbi come la volpe”. La struttura del romanzo non è quella tradizionale, ma si basa sulla sapiente combinazione tra quelle che Camilleri chiama “carpette”, telegrammi, documenti scritti, missive, dispacci governativi, articoli di giornale, con “frammenti di parlate”, conversazioni al dopolavoro ferroviario, alla casa del fascio, nella camera da letto di qualche protagonista, alla Regia Scuola Mineraria, o all’ospedale Sant’Anna, e in altri luoghi. E’ una tecnica che lo scrittore siciliano aveva già sperimentato ne La concessione del telefono (Sellerio 1998), miscela di cose scritte e cose dette. Quale morale trarre dal romanzo? Nessuna, puro divertissement sulla burocrazia e sul potere, ma  la visita in Italia di un altro principe nero, risalente a non molto tempo fa, con tanto di tende, hostess, cavalli e Corano, ci fa venire qualche dubbio sui confini tra finzione letteraria e realtà.

(1) Nella nota a fine libro Camilleri precisa: “Questa storia mi è stata suggerita da alcune pagine dell’interessante libro I Signori dello zolfo (Caltanisetta 2001) di Michele Curcuruto”.

Antonio Sitzia

(da EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas)