“Dora Bruder” di Patrick Modiano

LIBRO DEL GIORNOIl libro figurava tra le proposte del mese dedicate alla Giornata della Memoria della biblioteca comunale di Sestu, sempre molto attenta a selezionare letture di qualità per i suoi utenti. L’edizione è quella curata da Guanda nel 2014 dopo il nobel per la letteratura assegnato all’autore. In copertina il volto di una ragazza con gli occhi stranamente placidi che sembrano sfidare il lettore. Voltandolo sul lato opposto, nella quarta di copertina, un commento invitante: “Modiano è un grande scrittore del nostro tempo…Dora Bruder è il suo romanzo più bello”. L’ho preso in prestito e ho dedicato due interi pomeriggi a leggerlo.

Il racconto si focalizza su un frammento di vita di una ragazza ebrea scomparsa a Parigi nei giorni dell’occupazione nazista. Modiano ne ricostruisce la vicenda a partire da un laconico annuncio apparso su un vecchio numero di un giornale, sfogliato per caso cinquant’anni dopo.Dora Bruder

PARIGI – Si cerca una ragazza di 15 anni anni, Dora Bruder, m 1,55, volto ovale, occhi castano-grigi, cappotto sportivo grigio, pullover boreaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive color marrone, Inviare eventuali informazioni a i coniugi Bruder, boulevard Ornano 41, Parigi.

La storia di Dora Bruder si rivela, alla fine, simile a quella di tanti bambini e ragazzi vittime del genocidio nazista divulgate negli ultimi decenni da un gran numero di libri e film. Nei modi propri della letteratura, attraverso il racconto di storie personali in cui il ricordo degli eventi storici è veicolato dalle emozioni e dai sentimenti, questo genere di narrazioni ha contribuito in maniera determinante a tenere viva la memoria della Shoah. Si tratta di una produzione massiccia e in continuo aumento tanto che alcuni cominciano a guardare con una certa preoccupazione al fenomeno. Consapevoli che la memoria emozionale non debba prevalere sulla ragione, sulla fredda e distaccata ricostruzione storica, pongono il problema di ricreare il giusto equilibrio tra Letteratura e Storia. Sulla memoria storica si basano infatti le sofisticate infrastrutture della memoria collettiva che è memoria vissuta come responsabilità.

Ciò che rende singolare il racconto di Modiano è appunto la mescolanza tra le diverse pratiche della memoria. La cronaca offre lo spunto, i documenti d’archivio costruiscono la struttura portante della narrazione. Ma ci vuole tempo per riportare alla luce ciò che è stato cancellato. Sussistono tracce in alcuni registri e si ignora dove siano nascosti, quali custodi veglino su di essi e se quei custodi accetteranno di mostrarli. Può anche darsi che ne abbiano semplicemente dimenticato l’esistenza.

I vuoti della Storia sono plasticamente impressi nella geografia dei luoghi:

Ho imboccato rue des Jardins-SaintPaul, verso la Senna. Tutti gli edifici della strada, sul lato dei numeri dispari, erano stati demoliti poco tempo prima… Al loro posto restava soltanto uno spiazzo deserto, a sua volta cinto da brani di case semidistrutte...
Un quartiere che si chiamava Plaine. Lo avevano completamente distrutto prima della guerra e adesso era un campo sportivo...
Sentivo un altro vuoto. E capivo perché. La maggior parte degli edifici del quartiere erano stati distrutti dopo la guerra in modo metodico, a seguito di una decisione amministrativa…

Nondimeno ciò che si ricostruisce è in cemento color amnesia e una spessa coltre di amnesia copre ciò che è rimasto. Nessuno ricorda più niente. Eppure non tutto è perduto, sembra essere il messaggio di Modiano. Le suggestioni dei luoghi stabiliscono connessioni e colmano lacune. Attraverso meccanismi di identificazione emotiva (“Non posso fare a meno di pensare a lei e di sentire un’eco della sua presenza in certi quartieri“) la storia personale dell’autore, la sua vita da fuggitivo, si intreccia con la vicenda di Dora Bruder e a poco a poco il passato riemerge. Tutto si tiene in questo libro in un esemplare equilibrio tra Storia e Letteratura.

Sandra Mereu

“Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro” di Luigi Luca Cavalli-Sforza e Daniela Padoan (Einaudi 2013) – Recensione di Gabriele Soro

Razzizmo e noismo_EinaudiOtto milioni di anni fa comincia la separazione evolutiva dagli scimpanzé e dai bonobo Dell’Homo sapiens; e circa 2,5 milioni di anni fa compare l’Homo abilis, così chiamato, per la sua capacità di costruire utensili. L’abitazione umana del pianeta terra conta circa 200.000 anni. Ogni essere umano oggi presente sulla terra deriva dalla stessa famiglia nata in Africa circa 100.000 anni fa. (Dunque parlare di razze umane come fatto naturale è un falso, un inganno tutt’ora corrente. Le razze sono la costruzione ideologico-culturale funzionale al potere di dominio su altri). Di ‘soli’ 10.000 anni è l’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento da cui conseguono, però, la proprietà privata, l’accumulo di beni, lo schiavismo, le guerre. Per quasi 200.000 anni l’uomo ha vissuto, senza guerre, in società pacifiche di cacciatori-raccoglitori. Si tratta di società dove non esiste la proprietà privata con tutto ciò che ne consegue. Ancora oggi, benché in aree sempre più ristrette, le comunità di pigmei in Africa vivono cacciando e raccogliendo i frutti che crescono spontanei nella selva. Non concepiscono l’accumulo, l’appropriazione, il possesso di beni: una società di uguali, senza gerarchie, né capi. I numeri di cui sopra e le datazioni che sintetizzano l'”avventura” del genere umano sul nostro pianeta, si leggono in Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro, di Luigi Luca Cavalli-Sforza¹ e Daniela Padoan² (edizioni Einaudi).

Un libro nel quale dialogano un grande scienziato e una studiosa della Shoah, sulle radici culturali del razzismo. La scienza impassibile e beffarda ci mette di fronte allo specchio delle nostre origini e l’immagine che ci ritorna è quella dello scimpanzé e del bonobo nostri progenitori. L’Homo sapiens animale pure lui, ma speciale, trasforma l’ambiente che lo circonda con utensili e protesi sempre più sofisticati; ha capacità di parola; possiede il linguaggio con il quale comunica e che fissa anche in segni lasciando testimonianza scritta di sé. Crea narrazioni e miti per cercare di dimenticare e cancellare la sua origine animal-scimmiesca; inventa le religioni che raccontano di lui esser creato da un Dio. Non digerisce il caso dal quale ha preso avvio la sua esistenza; si sgomenta a pensare che la vita sulla terra abbia avuto origine da insondabili probabilità; si spaura di fronte all’immensità del cosmo: deve esserci una missione, un senso; la sua origine non può che essere divina, dentro un disegno eterno, oltre la morte. “Sciocchi che vogliamo/ dare un senso al caos/ dalle cui schiume/ per un caso/ d’inspiegabili probabilità/ siamo affiorati…”. Non è possibile in poche pagine parlare di un libro come “Razzismo e noismo”, così denso e articolato com’è. Mi limiterò solo ad alcune considerazioni, riportando anche frammenti del dialogo tra Daniela Padoan e Luigi Luca Cavalli-Sforza. Il lettore legga il libro dalla prima all’ultima pagina, senza fretta, si soffermi e sottolinei i passi che gli paiono più significativi o sorprendenti.

Il “noismo” dei greci

Tutti i non elleni erano considerati barbari (ossia balbettanti, incapaci di parola, incolti) dunque un po’ meno uomini e più assimilabili agli animali. Ma anche le stesse donne greche così intime nella casa e, ancor di più, nel letto, genitrici della continuità pura del “noi” greco, erano fuori dal “noi”, escluse dalla democrazia. Nella Grecia culla della democrazia e del pensiero occidentale, proprio lì si elabora la teorizzazione, la giustificazione filosofica, dunque l’accettazione dello schiavismo come cosa buona, razionale e necessaria. Daniela Padoan ci ricorda che all’apice della potenza di Roma, in Italia si stima che ci fossero tra i 2 e i 3 milioni di schiavi (35-40% degli abitanti).

Il volto oscuro dell’umanesimo moderno

“Nella modernità, il processo di disumanizzazione dell’altro – che ha alimentato l’ideologia del razzismo e il suo volgersi in pratiche di sterminio – si è compiuto attraverso la creazione politico scientifica di categorie di quasi-bestie, o di sotto uomini” [Daniela Padoan]. “Nel momento in cui si afferma che un essere umano non ha anima, dunque è solo un animale [in quanto animato, ma senza intelligenza e morale], lo si può sottoporre al medesimo trattamento che si ritiene lecito applicare agli animali, cui, secondo Aristotele, non è dovuta giustizia né compassione. Con questa giustificazione, ripresa da san Tommaso, i conquistadores avrebbero sterminato gli abitanti delle Americhe” [Daniela Padoan]. Ecco la costruzione ideologica, la ‘copertura’ per giustificare – pacificando la coscienza – l’asservimento di esseri umani da parte di altri esseri umani: i “noi” che schiavizzano altri da loro. E ritorna il discorso dell’identità dentro un “noi” che diventato “noismo” può chiudersi, contrapporsi, aggredire. Il “noi”, come ci ricorda Cavalli-Sforza, può assumere forme aggressive di elusione, di discriminazione; o forme positive e benefiche (la famiglia, la tribù di caccia, la comunità, solidarietà, comunicazione).

Il confronto tra gli autori affronta la complessità dell’uomo che interagisce con la natura e con i suoi simili: “Da un lato si guarda al corpo biologico-animale e alle sue leggi, e dall’altro si produce pensiero astratto e speculativo secondo le gerarchie di alto e basso, terragno e sublime” [Daniela Padoan]. In merito ecco la mirabile e sintetica interlocuzione di Cavalli-Sforza: “Gerarchie che peraltro sono perfettamente funzionali alla impari distribuzione di ricchezza, risorse e potere che contrassegnano la nostra vita sociale da quando è stata introdotta la proprietà privata, ovvero da 10.000 anni, su un arco di abitazione umana del pianeta di 200.000 anni”.

Schiavitù, buco nero generato dalla nostra civiltà

“La schiavitù non nacque dal razzismo: al contrario, il razzismo fu conseguenza della schiavitù” […]. “Se davvero vogliamo guardare alle origini culturali dello sterminio, credo non si possa prescindere dalla naturalizzazione della figura dello schiavo che alligna nelle fondamenta della nostra cultura, come copertura ideologica della possibilità di sfruttamento” [Daniela Padoan].

Così cadono tutte le considerazioni che tendono a vedere la Shoah come follia o barbarie estranee all’occidente, alla nostra civiltà. “Anch’io credo che non fu la schiavitù a nascere dal razzismo, ma avvenne esattamente il contrario: la necessità di mantenere l’impianto schiavistico poneva delle questioni morali, così che fu necessario convincersi che fosse giusto, morale, richiesto da un dio o dalla ragione” [Luca Cavalli-Sforza]. “L’istinto non è mai cattivo” dice Cavalli-Sforza “Il peggio di cui l’uomo ha dimostrato di essere capace è costruzione culturale”. Fulminante!

L’infanticidio costante storica

L’infanticidio non è fenomeno che si perde nei millenni, è invece una costante nella storia umana. Non è fenomeno relegabile (come siamo portati a pensare noi occidentali ‘civilizzati’) a società barbare o selvagge. Un milione e mezzo di bambini sono stati sterminati nel cuore dell’Europa nella prima metà del Novecento. L’antropologo Marvin Harris ci ricorda che nel XVIII secolo in Inghilterra, l’infanticidio, diretto e indiretto, continuò ad essere praticato su scala forse altrettanto grande che nell’epoca medievale. “Non era spettacolo raro vedere i cadaveri di neonati lungo le strade o nei letamai di Londra”. Furono istituiti i brefotrofi, ma il governo non ne sosteneva i costi: divennero luoghi di morte legalizzata per i bambini. Fra il 1756 e il 1760 furono ammessi al primo brefotrofio di Londra 15.000 bambini dei quali solo 4400 sopravvissero fino all’adolescenza.

“A Roma l’infanticidio era prassi, e Seneca scrive: «sopprimiamo i cani rabbiosi e uccidiamo il bove ombroso e indomito, e procediamo col ferro sul bestiame malato, perché non contaggi il gregge; eliminiamo i neonati mostruosi; persino i nostri figli se vengono alla luce deboli e deformi, li affoghiamo; e non è ira, ma scelta razionale, separare ciò che è inutile da ciò che è sano» [Daniela Padoan]. E Luca Cavalli-Sforza chiosa incisivo: “L’immagine spaventosa che la civiltà attribuisce come crimine all’uomo non ancora civilizzato, sarebbe al contempo non solo praticata, ma nominata come ragionevolezza. E’ un paradosso che potrebbe aprire parecchi ragionamenti”. Paradossi, temi spiazzanti e ragionamenti che anche nel sito di Equilibri, con modestia, si tenta di sviluppare.

Gabriele Soro

Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas

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(1) LUIGI CAVALLI-SFORZA è riconosciuto come uno tra gli studiosi più autorevoli nel campo della genetica delle popolazioni e delle migrazioni umane. E’ professore emerito alla Stanford University. E’ membro dell’Accademia dei Lincei e della Pontificia Accademia delle Scienze. Tra i suoi libri: Geni, popoli e lingue (Adelphi 1996) e L’evoluzione della cultura (codice Edizioni 2006).
(2) DANIELA PADOAN, scrittrice e saggista, da anni si occupa di testimonianza della Shoah e di resistenza femminile alle dittature. Tra i suoi libri: Come una rana d’inverno. Conversazione con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani 2004) e Le Pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo (Bompiani 2005). Ha collaborato con le pagine culturali de il manifesto e il “Fatto quotidiano”.

 

Le leggi razziste del 1938: il semita Emilio Lussu, e la Sardegna ariana di Lino Businco.

Approfondimento a seguito della presentazione di “Di Pura razza italiana” di M. Avagliano e M. Palmieri presentato da Equilibri, Circolo dei Lettori in occasione del Giorno della Memoria.

Giustizia e Libertà anno V - n. 41 ottobre 1938

Giustizia e Libertà anno V – n. 41 ottobre 1938

Chissà cosa avrebbero pensato Emilio Lussu e Lino Businco delle ultime scoperte scientifiche in merito alle razze e alla loro presunta purezza.

Il 14 febbraio 2014 nella prestigiosa rivista “Science” viene pubblicato un articolo, a firma di diversi ricercatori dell’University College di Londra, del Max Planck Institut per l’antropologia evoluzionistica di Lipsia, dell’Università di Oxford, dal significativo titolo “A Genetic Atlas of Human Admixture History”. Alla ricerca, per conto dell’Università di Oxford, dove lavora nel Dipartimento di Zoologia, ha collaborato Cristian Capelli, a testimonianza delle tante eccellenze italiane che operano all’estero.

Si legge, nell’edizione italiana della rivista, che gli scienziati, partendo dai dati genetici di esseri umani contemporanei, hanno “rintracciato e confrontato i più piccoli frammenti di DNA caratteristici di diverse popolazioni, per poi costruire una mappa degli incroci che hanno portato al corredo genetico attuale. La mappa genetica interattiva descrive le mescolanze genetiche avvenute negli ultimi 4000 anni tra ciascuna delle 95 popolazioni d’Europa, Africa, Asia e Sud America. I risultati ottenuti collimano in gran parte, dal punto di vista sia geografico sia temporale, con eventi storici ben documentati, ma hanno anche portato alla luce alcuni risvolti inaspettati. Il genoma dell’etnia mongolica Tu, delle province cinesi di Qinghai e di Gansu, per esempio, mostra chiari segni di una commistione, avvenuta fra il 1080 e il 1330 d.C., con un gruppo di origine europea, probabilmente dovuta ai commercianti che frequentavano la Via della Seta… ”

Gli scienziati affermano che queste ricerche sarebbero uno strumento assai interessante nelle mani degli storici, utili per studiare, con ulteriori supporti scientifici, le interrelazioni tra gruppi umani e le loro culture. Un ulteriore conferma di quanto la genetica, se interagisce con l’antropologia, la linguistica e la geografia, possa dare una grossa mano alla storia e smantellare pregiudizi e false teorie razziali, come si è sforzato di fare il grande genetista Luigi Luca Cavalli Sforza in oltre quarant’anni di attività universitaria e nei diversi libri pubblicati (segnalo “Geni, popoli e lingue” Adelphi, 1996, il recentissimo “Razzismo e noismo” in collaborazione con Daniela Padoan.)

Non sempre ciò è accaduto. È accaduto viceversa che la scienza e taluni scienziati, nel corso della storia, abbiano talvolta supportato la politica nello sterminio di minoranze quali gli ebrei, i sinti e i rom, gli indiani d’America, gli Indios dell’America Latina, ecc… dando un avallo pseudo scientifico alla nefasta teoria del razzismo biologico.Tra questi è da annoverarsi il sardo Lino Businco, assistente di patologia Generale presso l’Università di Roma, uno dei dieci scienziati firmatari del Manifesto della Razza, reso pubblico nel luglio del 1938 e da cui derivarono “una serie di norme che portarono gli ebrei italiani alla morte civile e alla privazione di tutti i diritti civili, alla stregua di paria della società italiana.” (*)

Nel manifesto, redatto in forma di decalogo si legge, tra l’altro, che (al punto 6) “Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.”

(Al punto 7) “È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”…

(Al punto 8) “È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.”

Il manifesto è frutto letale dei dieci scienziati firmatari, ma nel punto 8 si ritrova facilmente l’impronta di Businco, che fu anche tra i più attivi redattori della rivista “La difesa della razza”, quindicinale di affiancamento e supporto teorico alla politica razziale del fascismo, il cui primo numero uscì il 5 agosto 1938 e che finì le pubblicazioni nel giugno del 1943. Businco in un articolo dal titolo “A un anno dal manifesto razzista”  (pubblicato nella Rassegna Sociale dell’Africa Italiana, anno II, n.7, luglio 1939) riafferma che “la razza resta sempre nel suo substrato fondamentale ed essenziale, un fatto biologico”. Egli conduce una sua “scientifica” battaglia contro il meticciato, a salvaguardia della purezza della razza ariana italica, il cui prestigio è minacciato dai nativi dell’Africa orientale, la cui razza è chiaramente “inferiore” e destinata a piegarsi alla “superiore” razza occidentale.

In un articolo pubblicato ne “La difesa della razza” nel 1938 (I, 3, 5 settembre 1938-XVI, p.26) dal titolo “Sardegna ariana” Businco spende tutta la sua autorità scientifica a difesa dei sardi, i quali sottoposti “ai più cocenti insulti sotto un’etichetta pseudo scientifica” (si riferiva, forse, alle teorie razziali del positivismo antropologico di Lombroso e del suo discepolo Niceforo…) non meritano di essere “Accomunati alla razza pigmea, ai Boscimani del Kalahari, ai Ba-Binga delle rive del Sangha, ai Ba-Tua del Congo…”, poiché “quegli uomini che avevano dato origine alla luminosa civiltà dei Nuraghi, non potevano appartenere a opachi aggruppamenti razziali africani…” ma “per una mirabile conservazione del sangue attraverso i millenni…i Sardi vanno considerati come un gruppo purissimo di quegli ariani mediterranei che trovano la migliore espressione entro la razza italiana ”. (**)

Emilio Lussu in un articolo del 21 ottobre 1938 apparso su “Giustizia e Libertà” dal titolo “Sardegna, Ebrei e «razza italiana»” commenta con sarcasmo le maldestre teorie razziali di Businco e le voci che davano il Duce in persona deciso a relegare in Sardegna  tutti gli ebrei italiani. Rifacendosi al punto n° 9  del decalogo del Manifesto della razza, laddove si dice “Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto”, Lussu reagisce ironicamente:

“Come sarebbe a dire? E la Sardegna che è? E i sardi che sono? Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poiché ci siamo, ci vogliamo stare. È tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti. Dei semiti, in Sardegna è rimasto parecchio, e in generale e in particolare. Noi ci teniamo e non molliamo d’un millimetro, dovessimo tutti farci misurare l’indice cefalico da una commissione speciale della Società delle Nazioni. Noi abbiamo il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani. Che fa il prof. Taramelli, diventato senatore del regno per meriti scientifici e fascisti? Non parla? E che ha egli mai fatto, in quarant’anni, se non rigirarci, noi sardi, da tutte le parti e ritrovarci tutti semitici? E che eravamo noi fino alla seconda guerra punica? L’eroe nazionale sardo della resistenza a Roma, Amsicora, era un sardo-cartaginese, semitico al cento per cento….Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani vengano a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno accolti da fratelli”…

Tornando alla domanda iniziale. Rispetto alle ultime scoperte forse Emilio Lussu, pur non essendo uno scienziato, avrebbe avuto conferma delle sue idee di fratellanza e libertà dalla parola inglese Admixture, che ricorda quasi alla lettera il sardo “ammesturai”. Lino Businco forse si sarebbe vergognato.

Tonino Sitzia

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(*) Si veda in “Di pura razza italiana. L’Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali” di Mario Avagliano e Marco Palmieri, presentato da  Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas il 30 gennaio scorso, nonché i contributi sull’argomento di Gabriele Soro e Sandra Mereu nel sito dell’associazione (www.equilibrielmas.it) e sul blog Sestu Reloaded.

(**) Sui risvolti in campo archeologico dell’articolo di Businco si veda “XENOI, Immagine e parola tra razzismi antichi e moderni” Atti del convegno internazionale di studi pubblicati dall’Università di Cagliari e tenutosi a Cagliari dal 3 al 6 febbraio 2010, in particolare la relazione dell’archeologo Alfonso Stiglitz dal titolo Sardegna ariana.

“Di pura razza italiana”, persino i sardi

In occasione della Settimana della Memoria, ho avuto modo di seguire la presentazione del libro Di pura razza italiana curata da Equilibri nel centro culturale di Monserrato. Stimolata e incuriosita dalla efficacissima e illuminante lezione di storia sull’antisemitismo di epoca fascista fatta da Avagliano (uno degli autori del libro), ho iniziato a leggerlo con grande interesse la sera stessa. Effettivamente i tanti film e documentari sulla persecuzione degli ebrei nel Novecento che tutti abbiamo visto – come ha sottolineato Avagliano – non raccontano sino in fondo la verità su questa brutta pagina di storia. Anzi, per certi versi hanno contribuito ad alimentare in diverse generazioni di italiani (forse non involontariamente) la convinzione che la responsabilità della persecuzione degli ebrei fosse tutta da attribuire ai nazisti. Emblematica di ciò l’immagine – impressa nella memoria di tanti – del tedesco, stivali neri lucidi e sguardo impassibile, che campeggia sullo sfondo di un treno carico di ebrei. La ricerca che sta alla base del libro ha di contro fatto emergere un’altra meno rassicurante verità. Una verità storica che sfata il mito degli “italiani brava gente” ed estende a larghi strati di popolazione la complicità con la politica razzista del fascismo. Le ragioni di quanto accaduto peraltro non si spiegano solo con il conformismo, l’opportunismo e la paura.unione-sarda_9-sett-1938_1mapagina_ritUna recensione chiara ed esaustiva del libro di M. Avagliano e M. Palmieri, Di pura razza italiana, è stata curata da Gabriele Soro (la potete leggere sul sito di Equilibri). A me piace qui soffermarmi (e un po’ divagare) su due aspetti trattati dagli autori. Ovvero sul meccanismo attraverso il quale il fascismo è riuscito a creare un consenso di massa intorno a quella che a noi oggi appare come un’odiosa e vergognosa politica di segregazione e persecuzione ai danni di una parte di cittadini italiani, e sul perché poi, caduto il fascismo, tutto ciò sia stato rimosso.

L’idea che la storia sia maestra di vita era forse solo una pia illusione dei romani. Ma è pur vero che conoscerla è utile. Mi viene in mente, ad esempio, che con una più diffusa conoscenza della storia a Sestu, una decina di anni fa, non avremo mai assistito al pubblico elogio, nell’indifferenza generale, di Julius Evola, teorico del razzismo e sostenitore delle leggi razziali. Mentre oggi, come notava lo stesso Avagliano, si eviterebbero figuracce clamorose come quelle fatte dai concorrenti della trasmissione di Carlo Conti “L’Eredità” (il video ha fatto il giro della rete), incapaci di collocare Hitler e Mussolini nel giusto periodo storico. Nondimeno una ripassata di storia avrebbe evitato a Renzi impropri e inopportuni accostamenti. Al neo presidente del consiglio è parso infatti assolutamente naturale citare – a Cagliari, in occasione della chiusura della campagna elettorale per le regionali – Enrico Berlinguer e poi Indro Montanelli.

Conoscere la storia, oltre che a evitare situazioni imbarazzanti, serve prima di tutto per vigilare criticamente sul presente affinché non si ripetano gli errori del passato. Con questa consapevolezza ho dunque prestato particolare attenzione ai capitoli del libro dedicati al ruolo giocato dalla stampa nell’attuazione della politica razzista del fascismo. Non sfugge infatti quale fondamentale peso continuino ad avere ancora oggi i giornali e i mass media in generale nell’orientare l’opinione pubblica verso l’accettazione di precisi progetti politici.

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L’Unione Sarda, 9 settembre 1938

“La campagna di propaganda antisemita avviata nel ’37  – si legge nel libro – ha un mandante, Mussolini, un principale esecutore, il Minculpop con le sue famigerate veline, e un’arma ben affilata, i giornali e le riviste alimentate dai pennivendoli di regime”. I giornali preparano il terreno e poi accompagnano all’unisono e in un crescendo di toni la politica antisemita del fascismo. Un contributo convinto e puntuale arriva anche dalla stampa sarda. Nel libro è citato un articolo apparso sull’Unione sarda del 9 settembre 1938 dall’incredibile titolo “I sardi sono un gruppo purissimo di razza italiana”. Scopo dichiarato del pezzo era quello di sostenere e rinforzare la tesi del docente universitario sardo Lino Businco, apparsa qualche giorno prima (5 settembre) nella rivista La difesa della Razza. Nel tentativo di dare forza scientifica alla tesi razziale che voleva i sardi appartenenti al ceppo italico e quindi ariano, Businco sosteneva che “non potevano appartenere a opachi aggruppamenti razziali africani quegli uomini i cui antenati avevano dato origine alla luminosa civiltà dei Nuraghi”. L’articolista dell’Unione Sarda, a supporto di questa teoria, cita l’esistenza in epoca preistorica di una piattaforma costiera che collegando la Sardegna e la Corsica alla penisola avrebbe permesso la migrazione di gruppi umani dal continente alle isole. Esaltava inoltre il massimo grado di italianità dei sardi facendo leva sull’origine latina della nostra lingua e sui forti tratti di somiglianza che questa ha mantenuto con la lingua madre, anche in ragione del comune sostrato tirrenico. Ai razzisti dell’epoca probabilmente sfuggiva che la diffusione del latino in Sardegna più che ai romani è dovuta alla successiva penetrazione del cristianesimo. Certo volutamente finsero di non vedere le evidenze della colonizzazione fenicia e punica (dunque africana!) dell’isola che verosimilmente ha lasciato tracce anche nel nostro sangue.

Per la ricostruzione di questa vicenda storica – scrivono gli autori – si è rivelato di particolare importanza il fondo del Minculpop, conservato nell’Archivio centrale dello Stato, stranamente dimenticato dagli studiosi del passato¹. Agli uffici del Ministero della Cultura Popolare confluivano le note riservate provenienti dagli informatori di varie città italiane. “Le spie del regime – ci dicono gli autori – erano ovunque e raccontavano fatti di ogni tipo e genere: episodi ai quali avevano assistito, conversazioni intercettate fingendo di leggere un giornale ai tavoli di un bar, notizie riferite da terze persone, opinioni più o meno diffuse in certi ambiti e contesti, reazioni agli articoli dei quotidiani”. Sino a pochi anni fa l’idea prevalente, accreditata dallo storico Renzo De Felice nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (1961), era quella secondo la quale la maggioranza degli italiani fosse rimasta indifferente alla massiccia e osannante preparazione della stampa e all’azione diretta del Pnf. Sempre secondo De Felice, inoltre, la minoranza che aderì alla campagna contro gli ebrei lo fece per viltà o per opportunismo. Mentre, proprio in occasione della campagna della razza, “per la prima volta le grandi masse di italiani incominciarono a guardare al fascismo e a Mussolini con occhi diversi”. Le conclusioni del grande storico italiano del fascismo – precisano Avagliano e Palmieri – si basano su una quantità limitata di documenti tra cui figurano le relazioni dell’Ovra (la polizia segreta fascista), dove sono riportate considerazioni di questo tenore: “il problema razziale era per la totalità della popolazione italiana veramente inesistente”.

I documenti d’archivio, soprattutto oggi che stanno venendo a mancare i testimoni diretti, sono diventati fonti fondamentali e imprescindibili per la ricostruzione oggettiva di questa triste e vergognosa pagina di storia. Ma certo così non doveva essere negli anni ’60 del secolo scorso. Avagliano e Palmieri cercano di capire perché tanti italiani, dopo la fine del regime fascista, hanno guardato altrove occultando responsabilità, minimizzando colpe e dimensioni del fenomeno. E individuano nel verbale della riunione del Consiglio dei Ministri dell’8 dicembre 1943 il primo atto di quella che si rivelerà essere una gigantesca operazione di rimozione di massa delle responsabilità italiane nella persecuzione degli ebrei.

Sandra Mereu

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1. Alessandro Visani, Gli italiani e le leggi razziali del 1938 attraverso le informative riservate del Ministero della Cultura Popolare, 2008 (http://www.anrp.it/edizioni/porte_memoria/2008_01/pag_115_visani.pdf)

Il giorno della Memoria 2014

In occasione della Giornata della Memoria quest’anno Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas, in collaborazione con l’Istituto Tecnico Agrario “Duca degli Abruzzi”, ISTASAC e Mieleamaro, organizza e promuove la presentazione del libro:

Dipurarazza

L’iniziativa si svolgerà giovedì 30 gennaio alle ore 10.30, nell’aula magna dell’Istituto Agrario di Elmas. Parleranno del libro e del significato del giorno della memoria Mario Avagliano, coautore, giornalista e storico, membro dell’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza e Marina Moncelsi, insegnante e ricercatrice di storia contemporanea, presidente dell’Istituto per la storia dell’antifascismo e dell’età contemporanea nella Sardegna centrale.

Lo stesso giorno, alle ore 18, per iniziativa della Monserratoteca, il libro sarà presentato anche a Monserrato nella Casa della Cultura, in via Giulio Cesare 37.

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Il Libro. «È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti». Così recitava il Manifesto della razza che nel luglio 1938, dopo una virulenta propaganda sui giornali, ufficializzò la svolta antisemita dell’Italia fascista. Entro novembre il regime passò dalle parole ai fatti, varando le cosiddette leggi razziali che equivalsero alla «morte civile» per gli ebrei, banditi da scuole, luoghi di lavoro, esercito, ed espropriati delle loro attività. La bella gioventù dell’epoca (universitari, giornalisti e professionisti in erba) rappresentò l’avanguardia del razzismo fascista. Molti di loro avrebbero costituito l’ossatura della classe dirigente della Repubblica, cancellando le tracce di quel passato oscuro. Non a caso, per lungo tempo la persecuzione è stata declassata dalla memoria collettiva, e da una parte della storiografia, a una pagina nera che gli italiani, in fondo «brava gente», avrebbero subìto passivamente. Per restituirci un’immagine quanto più veritiera possibile dell’atteggiamento della popolazione di fronte alla persecuzione dei connazionali ebrei, Avagliano e Palmieri hanno compiuto una ricognizione di un’enorme mole di fonti (diari, lettere, carteggi burocratici e rapporti dei fiduciari della polizia politica, del Minculpop e del Pnf) dal 1938 al 1943. Ne è emersa una microstoria che narra un «altro Paese», fatto di persecutori (i funzionari di Stato), di agit-prop (i giornalisti e gli intellettuali che prestarono le loro firme), di delatori (per convinzione o convenienza), di spettatori (gli indifferenti) e di semplici sciacalli che approfittarono delle leggi per appropriarsi dei beni e le aziende degli ebrei. Rari i casi di opposizione e di solidarietà, per lo più confinati nella sfera privata. Complessivamente in quegli anni bui milioni di persone si scoprirono di pura razza italiana e i provvedimenti razziali riscossero il consenso maggioritario della popolazione.

Berlusconi è un fascista? Ma no, è solo un ignorante!

In un’intervista apparsa su Huffington Post, lo storico Giovanni Sabbatucci sostiene che le affermazioni fatte da Berlusconi oggi, nella giornata della Memoria, sul fascismo e le leggi razziali sono “un’assoluta stupidaggine”. Dire, come fa Berlusconi che leggi razziali furono “un’imposizione della Germania” è sbagliato per due motivi. Il primo – spiega Sabbatucci – è che “le leggi razziali furono dell’autunno 1938, l’alleanza è della primavera del ’39”. Dunque vengono prima le leggi razziali e poi l’alleanza con la Germania. Il secondo, come già sostenuto anche dal primo storico delle leggi razziali italiane, Renzo De Felice, è che “non ci fu nessuna pressione dei tedeschi per imporre le leggi razziali”, nessuna richiesta, nessun ultimatum. Per Sabbatucci “Mussolini decise di introdurre le leggi razziali di sua iniziativa e a freddo, visto che non c’era nessun tipo di movimento popolare che lo richiedesse. Lo fece perché pensava che gli italiani avessero bisogno – soprattutto dopo l’esperienza della guerra di Etiopia, della fraternizzazione, di Faccetta Nera – di sviluppare un orgoglio di razza.” Non è la prima volta che Berlusconi offre una rappresentazione edulcorata e distorta del fascismo. Lo fa perché è un fascista? La spiegazione, per uno storico come Sabbatucci che ha dedicato una vita allo studio e alla ricerca, è molto più sconfortante: le opinioni di Berlusconi “non sono altro che l’ennesima riproposizione di un vecchio cliché che fa parte di una cultura politica che non è né fascista né antifascista, ma afascista. E’ una cultura condivisa da tanta maggioranza silenziosa italiana. Dietro a tutto questo – conclude Sabbatucci – c’è l’ignoranza, una scarsa conoscenza e una deformazione dei fatti. Berlusconi è l’incarnazione di questa cultura”. (Sandra Mereu)

“La giornata della memoria” finché ci sarà memoria

giornata della memoria 2013Nei giorni in cui in tutta Italia si promuovono iniziative per celebrare  la “Giornata della Memoria” risalta per contrasto la notizia dell’arresto a Napoli di un gruppo di persone riunite intorno a “Casa Pound Italia” che progettavano di violentare una ragazza universitaria in quanto ebrea. Colpisce in particolare il fatto che i  capi di questo gruppo non  sono semplici bulli di quartiere ma cittadini apparentemente rispettabili tanto che tre di loro erano candidati alle prossime elezioni politiche e un quarto figurava come ex candidato alle amministrative. La loro natura di razzisti e fascisti non emergeva dai loro discorsi pubblici. Nei social network infatti si preoccupavano di lanciare messaggi rassicuranti e in linea con la verità storica (non negavano la shoah). In privato, nelle conversazioni  telefoniche, svelavano invece i loro più radicati sentimenti di odio verso gli ebrei  e i loro progetti  per umiliarli, offenderli  e annientarli (tra i propositi vi era anche quello di incendiare la gioielleria di un israelita).

Che l’antisemitismo non sia mai morto e che in certi ambienti abbia continuato a covare sotto la cenere non è una novità. Così come non lo è il fatto che, come a Roma, i neofascisti siano la base elettorale di certi politici di destra  e da questi siano coperti e spalleggiati.  Ciò che invece comincia a inquietare e preoccupare non poco è che ora sono proprio i dirigenti di queste organizzazioni, e le organizzazioni  stesse, che si propongono di entrare nelle istituzioni, per amministrare e governare. In nome di un malinteso senso della democrazia abbiamo visto come anche Grillo, sfruttando l’onda dell’antipolitica diffusa nel Paese e seguendo una cinica strategia tesa al raggiungimento dei suoi obiettivi di conquista del potere, non ha esitato a stringere alleanze con Casa Pound. Basta, per lui, che i candidati, da qualunque fogna provengano, non diano prova di essere violenti. Come se il fascismo e il razzismo non fossero prima ancora che violenza fisica, un fatto culturale!

Giunti al potere cosa farebbero dunque queste anime pure? Non c’è dubbio: distruggerebbero gli archivi. Se oggi infatti devono ancora mistificare la loro vera natura perché sanno che esistono testimonianze, documenti che dimostrano che l’olocausto è avvenuto davvero, che lo sterminio degli ebrei  è stato pianificato scientificamente dai nazisti, un domani in assenza di quelle prove potrebbero uscire tranquillamente allo scoperto e riscrivere la Storia a loro vantaggio.

Ministero Beni culturali

Grazie ai documenti ancora conservati negli archivi di stato italiani, agli inizi di questo secolo una apposita commissione ministeriale ha potuto dimostrare la persecuzione subita dagli ebrei italiani e la vastità e l’ampiezza delle spoliazioni subite. Nei circa 8000 decreti di confisca stilati dalle autorità fasciste – come si legge nella relazione finale della commissione –  viene elencato di tutto: “pezzi di argenteria, immobili, proprietà terriere, opere d’arte e tappetti di valore, ma anche poveri oggetti di casa, oggetti personali…”. E se ancora non è stato possibile restituire ai cittadini ebrei i loro beni (questione complessa e solo in parte affrontata con le leggi di riparazione del secondo dopoguerra), quei documenti sono stati comunque utili per rendere concreto il diritto alla memoria di un popolo e il diritto di vedersi riconosciute le ingiustizie subite anche a livello economico*.

Oggi per far sparire le tracce di un passato scomodo e imbarazzante non è neanche necessario sporcarsi troppo le mani con pubblici roghi. Basta lasciare le cose come stanno. Cioè non  finanziare adeguatamente gli istituti di conservazione del patrimonio archivistico nazionale, non assumere nuovo personale,  non destinare risorse per i restauri, depositare i documenti in scantinati privi di adeguati sistemi di sicurezza e lasciare che arrivi un’alluvione (ma basta anche una pioggia molto abbondante!). “Ripartire dalla cultura” è il titolo della petizione lanciata in questi giorni dalle più importanti  associazioni italiane che si occupano di beni culturali per chiedere ai politici che si candidano a governare l’Italia impegni concreti per rilanciare la cultura e, tra le altre cose, adottare politiche diverse da quelle che stanno mettendo a dura prova l’esistenza di molte istituzioni culturali. Qualcosa mi dice che Grillo e i suoi nuovi alleati non  la sottoscriveranno.

Sandra Mereu

* Il potere degli archivi, Linda Giuva, Stefano Vitali, Isabella Zanni Rosiello, 2007.

Presentazione del libro “IL DONO DI SALA. Lettere dall’olocausto” di Ann Kirschner (2009)

Nel quadro delle iniziative per IL GIORNO DELLA MEMORIA l’Associazione “Equilibri – Circolo dei Lettori e Presidio del libro di Elmas” ha organizzato una serie di inizitive che si svolgeranno nella giornata di Sabato 28 gennaio 2012, alle ore 17, presso il Teatro Comunale di Via Goldoni 3 a Elmas. Tra queste si segnala la presentazione del libro “IL DONO DI SALA. LETTERE DALL’OLOCAUSTO”, di Ann Kirschner. Interverranno lo storico Luciano Marrocu, Giulio Concu, traduttore del libro per “Il Maestrale” e Roberto Concu del circolo dei lettori “Equilibri” di Elmas. (S. M.)

IL LIBRO

New York, 1991. Sala Garncarz dona alla figlia Ann una scatola piena di vecchie carte tenute nascoste per cinquant’anni: è la corrispondenza del suo periodo di prigionia, quando, allontanata dagli affetti, conosce l’odissea dei campi di lavoro nazisti in Polonia. Per Ann Kirschner inizia la ricerca delle radici della propria famiglia dietro ai passi di Sala, adolescente ebrea polacca, che nel 1940 si ritrova sul treno diretto a Geppersdorf, e in cinque lunghi anni scrive e riceve lettere e cartoline, conservandole a rischio della vita. Attraverso un appassionato lavoro di indagine, Ann ricostruisce la realtà  del tempo, svelando i segreti di sua madre e il mistero della foto sulla specchiera che la ritrae con Ala Gertner, celebrata oggi in Israele come una delle eroine di Auschwitz. Crea così un documento storico eccezionale sul mondo dei campi di lavoro e di sterminio – con testimonianze di prima mano su avvenimenti come il famigerato 12 agosto 1943 e la rivolta di Auschwitz del ’44 – confermando, senza veli, i legami tra capi ebraici e nazisti della “Organizzazione Schmelt”, cui aderivano imprenditori come Oskar Schindler. Ma Il dono di Sala è, su tutto, uno struggente memoriale di famiglia che racconta di speranze e delusioni, di affetti dati e persi anche sotto le più terribili avversità, definendo la sottile linea che divide la libertà dalla prigionia e la follia dall’amore. (Dal sito delle Edizioni Il Maestrale)

Il programma completo delle iniziative:

Il giorno della Memoria

Voci dalla Shoah

A gennaio si celebra la Giornata della Memoria, istituita nel 2000 per commemorare le vittime del nazionalsocialismo, del fascismo, dell’Olocausto e in onore di quanti hanno rischiato la propria vita per proteggere i perseguitati. Simbolicamente si è scelto di far cadere la ricorrenza il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz che ha segnato la fine di un incubo per milioni di persone. Tra le tante iniziative che, ogni anno, vengono promosse in tutta Italia in riferimento ideale alla giornata della memoria merita attenzione la costruzione del portale “Ti racconto la storia: voci dalla Shoah”, consultabile sul sito dell’Archivio Centrale dello Stato. Il portale è stato realizzato con la collaborazione della Direzione Generale per gli Archivi e del Laboratorio Lartte della Scuola Normale Superiore di Pisa per permettere l’accesso alla collezione delle interviste in lingua italiana fatte ai sopravvissuti dell’olocausto. Si tratta di un sistema informativo molto efficace che, grazie ad un’indicizzazione delle interviste estremamente analitica, permette il recupero delle informazioni con diverse modalità: per luoghi, per nomi, per arco temporale, per situazioni, per concetti. All’origine di questo servizio vi è un importante progetto realizzato tra il 1998 e il 1999 dallo University of Southern California Shoah Foundation Institute for Visual History and Education, l’istituto fondato da Steven Spielberg a Los Angeles nel 1994 per superare intolleranze, integralismi e pregiudizi e che considera l’uso delle testimonianze di storia visiva come un utile strumento educativo. In vista di questo obiettivo l’USC Shoah Foundation Institute ha raccolto le interviste realizzate in tutto il mondo ai testimoni della tragedia della Shoah e attualmente conserva una delle più grandi biblioteche video-digitali del mondo, costituita da quasi 52.000 video in 32 lingue provenienti da 56 paesi. Questi documenti contengono le testimonianze di sopravvissuti ebrei, omosessuali, Testimoni di Geova, zingari di etnìa Rom e Sinti, scampati alla politica di sterminio attuata dai tedeschi per il miglioramento della razza. Accanto a queste, sono inoltre presenti le registrazioni dei racconti dei liberatori e testimoni della liberazione, di prigionieri politici, soccorritori e partecipanti ai processi per i crimini di guerra.

Ti racconto la storia: voci dalla Shoah
www.shoah.acs.beniculturali.it

Sandra Mereu