XIV edizione del Premio gramsci, ad Anna Pistuddi il secondo premio per la poesia in lingua italiana

locandina premiazione ultima (2)Giovedì 22 gennaio 2015 si svolgerà ad Ales (sala conferenze del comune) la premiazione dei vincitori della quattordicesima edizione del Premio letterario Antonio Gramsci. Una qualificata giuria composta da Salvatore Zucca, Presidente, Giulio Angioni, Maria Paola Masala e Lilli Pruna, ha attentamente vagliato le 34 opere inedite arrivate ed equamente divise nelle tre sezioni in cui si articola il Premio: saggistica, Prosa e poesia in lingua italiana, Prosa e poesia in lingua sarda.

Per la saggistica il primo premio è andato a Michele Marseglia che ha presentato un lavoro dal titolo “Antonio Gramsci Tracce di vita e di pensiero nelle Lettere e in altri scritti: rivisitazione di una biografia” di cui si è apprezzato in particolare la scrupolosa attenzione con cui analizza sia il contesto sia il significato della complessa biografia di Gramsci, evitando di vedere in ogni episodio della vita del giovane Gramsci la prefigurazione di ciò che sarà il pensiero del Gramsci maturo.

Il primo premio per la sezione Prosa e poesia in lingua italiana è andato all’opera “Su sessantotto” scritto da Costantina Frau, un lungo racconto ricco di cultura, angosce, speranze, illusioni. Del racconto si apprezza la capacità della protagonista di comunicare il dramma di un’esistenza dimidiata tra il forte ancoraggio al mondo di tradizioni e valori di un paese della Sardegna, e l’apertura verso il mondo della cultura, dell’arte, degli studi conquistato al prezzo di indomabile bontà e di grandi sacrifici. In esso il Sessantotto è vissuto e raccontato da una angolatura particolare e antiretorica. Una galleria di tipi umani e di situazioni rende il lavoro godibile. Ci piace inoltre segnalare che per questa sezione Anna Pistuddi di Sestu si è aggiudicata il secondo premio con la poesia “Diciotto novembre duemilatredici”.

Nella sezione Prosa e poesia in lingua sarda ha vinto il racconto “Sa notte tribulata de Maria Bonaria” di Vittorio Sella. Qui “la constatazione di un affresco distrutto – si legge nelle motivazioni della giuria – fa scattare nella protagonista anziana il filo dei ricordi di tutta una vita con le sue ansie, le sue speranze, le sue illusioni”.

La premiazione dei vincitori si svolgerà giovedì 22 gennaio nell’ambito di una più ampia iniziativa (leggi il Programma 22. 23 gennaio 2015) che unisce il nome di Gramsci (nel centoventiquattresimo anniversario della nascita) e quello di Sergio Atzeni, di cui quest’anno ricorre il ventennale della morte. A partire dalle 17.30, reading di brani tratti dal romanzo Bellas Mariposas e letture di articoli giornalistici su Gramsci (raccolti nel numero speciale del Cagliaritano“Un caffè con contorno di jazz. Speciale tutto Gramsci”) faranno da corollario alla consegna dei premi.

“Un caffè con contorno di Jazz”

Un caffé con contorno di Jazz

Speciale Tutto Gramsci. Un caffè con contorno di Jazz.

Speciale Tutto Gramsci. Di recente la rivista Il Cagliaritano ha pubblicato un numero monografico (n. 2/2014) interamente dedicato a Gramsci. Uno speciale dall’accattivante titolo “Un caffè con contorno di Jazz”. Allegato alla rivista c’è un cd musicale, Gramsci in concert, che contiene il concerto di Sant’Anna Arresi del 31 agosto del 2008 eseguito nell’ambito della ventitreesima edizione del festival Ai confini tra Sardegna e jazz. Qui le note del trombone di Giancarlo Schiaffini e del contrabasso di Adriano Orrù accompagnano e si alternano con le voci di Giorgio Baratta e Clara Murtas. Le registrazioni sono state realizzate da Paolo Zucca e Pierpaolo Meloni, il mixaggio del suono è di Tommaso Coccia, mentre le foto che accompagnano il disco sono di Luciano Rossetti.

Ma che c’entra Gramsci con il jazz? Non sarà forse che la bulimia gramsciana scoppiata a livello globale negli ultimi anni stia impastando in un unico calderone tutto ciò che pare e piace? No, non è così. Fu proprio Antonio Gramsci in una Lettera alla cognata Tania Schuch, datata 27 febbraio 1928, a coniare l’espressione «un caffè con contorno di jazz». E lo fece in un contesto molto interessante per chi ha cuore i meccanismi che muovono le rivoluzioni culturali e artistiche, quale è stato il jazz per tutto ventesimo secolo e oltre. In questa lettera Gramsci riferisce a Tania il tenore di una piccola discussione carceraria con un tale, un evangelista o un metodista, che aveva una paura matta che i piccoli commercianti extracomunitari (cinesi) facessero un innesto dell’idolatria asiatica nel ceppo del cristianesimo europeo. Per rincuorarlo, Gramsci gli fa notare che il buddismo non è un’idolatria e che la sua influenza sulla civiltà occidentale ha radici molto più profonde di quanto potesse sembrare. La vita di Budda – gli spiega Gramsci – circolò in Europa fin dal medioevo come la vita di un martire cristiano, santificato dalla Chiesa.

Il vero pericolo per l’Europa è il jazz. Gramsci era convinto che il pericolo per la mentalità europea di allora, permeata com’era di ideologia coloniale e imperialista, fosse piuttosto rappresentato dalla musica dei neri. Il jazz – si legge nella lettera indirizzata a Tania – ha conquistato lo strato colto della popolazione europea, creando intorno ad esso un vero fanatismo. Trattandosi di una musica che si sviluppava intorno alla ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno attorno ai loro feticci danzando, che cioè si esprimeva nel linguaggio più universale, il jazz era per Gramsci destinato ad avere risultati ideologici. Il povero evangelista – racconta Gramsci – alla fine si convinse che mentre temeva di diventare un asiatico, senza accorgersene stava diventando un negro e che il processo era terribilmente avanzato, almeno fino alla fase di meticcio, tanto da non potere più rinunziare al caffè con contorno di jazz.

Cinquanta pagine fitte fitte. Nella rivista troviamo scritti di Enrico Berlinguer, Giuseppe Podda, Sergio Atzeni, Teresina Gramsci, Giovanni Lai, Claudia Zucca e Giorgio Baratta. Si tratta di scritti già pubblicati in passato dalla stessa rivista, la maggior parte in occasione del quarantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci, nel 1977. Claudia Zucca ha assemblato, curato e abilmente tradotto in inglese tutto il materiale. Il risultato è accattivante. Soprattutto offre un’importante occasione di riflessione sulla politica, quella attuale e quella del secolo appena trascorso. «Il comunismo italiano non era il comunismo sovietico» si legge nell’incipit della prefazione curata dalla stessa Claudia Zucca.

Spiccano alcune perle. Di grande interesse gli articoli della raccolta che testimoniano l’inaugurazione del Piano d’uso collettivo che lo scultore Gio Pomodoro dedicava a Gramsci per il quarantennale della sua morte. Era il primo maggio del 1977, l’inaugurazione avvenne ad Ales qualche giorno dopo la visita di Berlinguer. Parlarono in quell’occasione Maria Fenu, sindaco di Ales, Pietrino Soddu, Presidente della Giunta regionale sarda. Parlò infine Pietro Ingrao, Presidente della camera dei deputati, che più di tutti seppe cogliere l’essenza profonda di quell’opera artistica. Così risuonarono le sue parole: «l’artista non ha detto: ecco la mia opera. Ha capito la storia, i bisogni e le tradizioni di questo paese. E, dentro questo paese con gli scalpellini, i giovani, il Comune e con altri artisti, ha collocato la sua opera, ch’è bella, ma più bello è il processo intellettuale che gli ha dato vita e la farà vivere come lotta, come conquista della coscienza della gente. Queste cose ci sono chiare perché c’è stato Gramsci: questa grande forza creativa che, anche nelle sue lettere tragiche, non chiedeva mai di essere compianto. Quando Gramsci morì sembrava un uomo irrimediabilmente sconfitto. Oggi risultano condannati dai fatti e dalla storia i suoi carcerieri».

La testimonianza di Teresina. Non meno appassionata e ricca di acute osservazioni è la testimonianza di Teresina, l’amata sorella di Gramsci, raccolta da Giuseppe Podda (pagina 22 della rivista). Veniamo a sapere che Nino cantava alla sarda. Aveva una voce nasale, potente. E raccontava tante storie, anche un po’ spinte, di frati e di preti.

Gli articoli di Sergio Atzeni ed Enrico Berlinguer. Nell’articolo intitolato E se tornasse Radames? Sergio Atzeni ci parla dell’importanza della musica per Gramsci all’interno del tema più generale della cultura, degli intellettuali e della conquista dell’egemonia. Per l’intellettuale sardo – ricorda a questo proposito Sergio Atzeni – l’opera lirica è l’unica forma d’arte che ha unito il popolo italiano. Enrico Berlinguer rende invece un tributo al pensiero gramsciano, analizzandolo sotto plurimi aspetti. Con lucida costruttività mette in risalto l’unicità dell’apporto gramsciano al pensiero comunista mondiale.

Le immagini. Le cinquanta pagine della rivista sono correlate da un apparato fotografico di eccellenza, rigorosamente in bianco e nero. Si riconosce un giovane Pinuccio Sciola mentre ascolta attentamente il poeta Antonio Sini che parla con Enrico Berlinguer del Piano d’Uso collettivo.

Il valore della raccolta. Il corpus di scritti raccolti da Claudia Zucca offre un’importante testimonianza della vitalità e produttività del pensiero di Gramsci. Le parole di chiusura della sua prefazione lo riassumono con grande efficacia: «la filosofia gramsciana è per le masse, comprensibile ad esse, possibile da mettere in pratica. Questo emerge in modo lampante dalle celebrazioni per i 40 anni della sua morte e dalla attività popolare che ne è scaturita. Il popolo sardo era in piazza unito da un’idea che lo rendeva protagonista proprio in accordo con la filosofia della praxis».

Pier Giorgio Serra

Riondino e Brogi ad Ales con “Le pietre di Gramsci”

Le pietre di GramsciLunedì 29 settembre 2014, presso la sala convegni del comune di Ales alle ore 18, sarà proiettato il documentario Le pietre di Gramsci di David Riondino e Paolo Brogi. Con gli autori autori sarà presente Antonello Zanda, direttore della Cineteca Sarda – Società Umanitaria di Cagliari. L’iniziativa è organizzata e promossa dall’Associazione Casa Natale Antonio Gramsci di Ales in collaborazione con CultureFestival.

Il documentario  Una lunga e affezionata visita al cimitero dei poeti a Testaccio, per occuparsi delle “pietre di Antonio Gramsci” e dei misteri che circondano ancora la vita del fondatore del partito comunista italiano. Partendo dalle pietre – quei piccoli ricordi di devozione che sull’esempio delle tombe ebraiche vengono lasciate di continuo sul sepolcro di Gramsci a Testaccio – ci si deve misurare anche con i misteri che riguardano il pensiero e gli scritti di Gramsci. Come in un nuovo Spoon River che ridà voce ai poeti, primo fra tutti il Pasolini delle “Ceneri di Gramsci”, David Riondino e Paolo Brogi hanno messo a punto questo nuovo omaggio a Gramsci che passa attraverso la voce di altri ospiti del cimitero acattolico di Testaccio come Gregory Corso, Rodolfo Wilcock, Percy Bysshe Shelley…Un percorso che approda quasi naturalmente, nella quiete del cimitero di Testaccio, agli interrogativi che sono scaturiti dal dibattito in corso su Gramsci, a partire dalla denuncia degli storici Luciano Canfora e Franco Lo Piparo ai quali risponde Giuseppe Vacca. Insomma, perché i Quaderni del carcere sono 33, e non 34, come in origine e più volte annunciato dallo stesso Togliatti? Un quaderno «si è perduto»? Gramsci sapeva che Sraffa trasmetteva le sue lettere a Togliatti? Nonostante la successiva «vulgata» del partito, che avrebbe dipinto un Gramsci «morto nelle carceri fasciste», egli passò i suoi ultimi due anni e mezzo in libertà condizionale. È verosimile che in quegli anni abbia smesso quasi completamente di scrivere? E perché non riprese i contatti con i vertici del partito e dell’Internazionale comunista? Alcune di queste domande sono inedite. Tutte aspettano ancora risposte convincenti.

Gli autori – Paolo Brogi, giornalista e scrittore, ha lavorato per “Reporter” (1985-6), “’L’Europeo” (1987-1995), “Il Corriere della Sera “(1996-2009).  David Riondino, cantautore, attore, regista e scrittore, è anche direttore e consulente artistico di diversi teatri che promuovono l’incontro tra generi e artisti di diverse provenienze.

Nella cella di Gramsci

carcere_turi

Carcere di Turi

Chi arriva a Turi proveniente da Bari, appena entra nella cittadina pugliese che ha ospitato Antonio Gramsci dal 19 luglio dal 1928 fino al 19 novembre del 1933, si trova, quasi subito, sulla destra, l’imponente e burocratica mole ottocentesca della Casa di reclusione. Si tratta di un ex convento delle Clarisse adibito a carcere dopo l’unità d’Italia. Sulla facciata, in alto, a sinistra del grande portone d’ingresso c’è una lapide qui posta il 27 aprile del 1945 che recita: “In questo carcere visse in prigionia Antonio Gramsci. Maestro liberatore martire, che ai carnefici stolti annunciò la rovina, alla nazione morente la salvazione, al popolo lavoratore la vittoria”.

Visitare la cella e i cortili dove Gramsci era “Ristretto”, così si legge in un’altra targa posta a fianco dell’ingresso della cella dove trovò dimora, non è impresa facile. Ancora oggi l’istituto di pena ospita un centinaio di reclusi, quasi tutti ergastolani. Le misure di sicurezza impongono il massimo riserbo. Una guardia solerte ci invita gentilmente a riporre nella custodia la macchina fotografica, che non può essere usata neanche per fotografare l’esterno. Devo ringraziare per questa opportunità Michele e Vito, i due gentili accompagnatori che qualche giorno prima della partenza mi hanno messo in contatto, in qualità di rappresentante dell’Associazione Casa natale Antonio Gramsci di Ales, con la nuova amministrazione del comune di Turi che già si stava attivando presso la direzione del carcere per favorire la visita alla cella di Gramsci dello scultore Pinuccio Sciola. Una delle ultime sculture dell’artista di San Sperate è infatti dedicata a Gramsci e alla sua prigionia (La porta della cella di Gramsci). Il supplemento letterario del Corriere della sera, il 03 agosto 2014, ne pubblicava, a tutta pagina sulla copertina, la magnifica immagine.

La visita si avvera il 26 agosto, giorno di Sant’Oronzo, martire e patrono di Turi. L’appuntamento è per le nove in Piazzale Aldo Moro, l’ampio spazio che mette in contatto la struttura penale con il resto del paese e che fa quasi da cerniera tra il centro storico e la parte nuova della cittadina. Quando arriviamo, Sciola ed io, ad attenderci c’è il nuovo vice-Sindaco della cittadina Lavinia Orlando in compagnia dell’assessore Piero Camposeo. Subito dopo ci raggiunge, per un breve saluto, il sindaco Menino (Domenico) Coppi, un amministratore gentile ed efficiente. Si rammarica di non poterci accompagnare nella visita al carcere: lo attendono quattro ore di processione. Varcato il portone ed espletate le formalità burocratiche, controllo dei documenti, svuotamento delle tasche, consegna dei telefonini e delle altre apparecchiature elettroniche, avviene l’incontro con una giovanissima comandante delle guardie. Insieme ad altre quattro guardie, ci accompagna fino al primo piano dove si trova la cella di Gramsci, la matricola 7047. Le guardie seguono un rigido protocollo carcerario fatto di inferriate che si aprono e si chiudono in continuazione. Man mano che ci avviciniamo monta l’emozione, anche perché è la prima volta che varco il portone di una galera.

Una cella ampia. Quando la porta della cella si apre la prima cosa che noto è l’ampiezza. E’ grandissima e molto alta, troppo per un singolo carcerato. Penso subito al grande freddo che lì vi ha patito Antonio Gramsci. Le pareti sono tutte bianche e il pavimento è di un misto tra terra e ghiaia, calce e cemento. Sulla parete di destra, rispetto all’ingresso, sono appesi, con un certo ordine, le corone di fiori, i gagliardetti, le medaglie e i nastri, lasciati dai numerosi visitatori che nel corso del tempo hanno svolto mesti pellegrinaggi in questo luogo di dolore. E di rabbia. C’è il ricordo del passaggio di due Presidenti della repubblica: Sandro Pertini e Giorgio Napolitano. Tanti sono stati anche i visitatori delle sezioni, dei comitati federali e regionali, delle direzioni e segreterie del Partito Comunista Italiano. E quelli dei comuni antifascisti d’Italia. Al centro della parete di fronte c’è il piccolo letto dove per quasi cinque anni ha dormito e sognato “il più grande dono che la campagna ha fatto alla città”, come il grande storico inglese Eric Hobsbawm ha definito il pensatore sardo. Sulla destra del letto una sedia e un piccolo tavolo che fungeva da scrivania. Lì il pennino grattava sui fogli dei Quaderni e delle Lettere per mettere nero su bianco i tanti pensieri che prendevano forma nella testa leonina di Antonio Gramsci. Accanto, impolverati dal tempo, stanno le prime edizioni Einaudi delle Lettere dal carcere (1947) e dei Quaderni tematici, quelli famosi con le copertine verdi. Alla sinistra un catafalco di legno e stoffa, che fungeva da servizio igienico, conserva al suo interno un pitale e altro materiale…

Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

Il muro di fronte alla porta è per buona parte interessato da una grande finestra con doppia inferriata. Ferro grosso, massiccio e arrugginito. Osservo con attenzione la porta della cella e penso ai dolori fisici e mentali patiti da Gramsci, alla sadica crudeltà di un regime che ne metteva a seria prova la stabilità fisica e mentale con quei secondini che avevano precise istruzioni di battere forte il portello della sua cella per svegliarlo ad ogni ora della notte. E non posso fare a meno di pensare alle difficili e dolorose condizioni in cui lavorava. Mi sovviene la testimonianza di Gustavo Trombetti (riportata da Gianni Francioni nell’introduzione all’edizione anastatica dei Quaderni del carcere) che dal 1932, come compagno di cella, ne condivise la quotidianità sino alla sera prima della partenza da Turi. Trombetti ricordava, a distanza di più di quarant’anni, che Gramsci era solito andare su e giù per la cella «concentrato nei suoi pensieri. Poi, all’improvviso, si fermava, scriveva ancora poche righe sul quaderno e riprendeva a camminare». Una testimonianza, questa di Gustavo Trombetti, che si fa ancora più preziosa quando racconta la vicenda del recupero dei Quaderni dopo il trasferimento di Gramsci. «Gramsci temeva molto – spiega Trombetti – che gli fossero sequestrati, anche se per un semplice controllo; sapeva che sarebbero andati a finire al ministero e che in seguito sarebbe stato molto difficile recuperarli». Sarebbe stato molto rischioso includerli nel poco bagaglio che egli avrebbe potuto portare con sé. Per sottrarli alla vigilanza dei carcerieri, i due compagni escogitano allora un espediente: «Gramsci, in attesa che ci portassero al magazzino – continua Trombetti -, mi espresse la preoccupazione per la sorte dei suoi quaderni, nel caso che la guardia che assisteva con il compito di controllare ogni cosa che si metteva nel bagaglio non avesse lasciato passare quegli scritti. Certamente questi si sarebbero perduti per sempre. Così ci accordammo, facendo un piccolo piano. Lui a un certo punto avrebbe iniziato una conversazione con il guardiano, che era come Gramsci un sardo, in lingua sarda e, nel momento convenuto, proprio mentre Gramsci a bella posta si mise tra me e la guardia, io in quell’attimo presi dallo scaffale il pacco dei quaderni e li ficcai nel baule, avendo cura di coprirli subito con altre cose. Così l’operazione riuscì, e Gramsci fu più tranquillo. Riempito il baule, fu legato e piombato in presenza di Gramsci».

antonio-gramsci

Antonio Gramsci

milano45

Sandro Pertini

Dalla cella al cortile. Chiediamo se è possibile visitare il cortile dove Gramsci passeggiava insieme agli altri reclusi. Gentilmente la giovane comandante delle guardie ci spiega che per motivi di sicurezza ciò non è possibile. Peccato. Sarebbe stato bello condividere i suoi passi e soprattutto vedere il luogo dove coltivava le rose. Quelle rose amorevolmente coltivate nel cortile del carcere di Turi che – scrive Giorgio Baratta nel suo fondamentale libro Le rose e i quaderni – “risvegliano nel prigioniero il senso dei fenomeni cosmici, del ciclo delle stagioni, diventano carne della sua carne… rappresentano una metafora della storia drammatica degli umani, che egli vive come natura, come corpo, come parte di sé e di cui egli stesso è parte”. Sarebbe stato interessante misurare con i propri passi il tempo trascorso da Gramsci nel cortile a dialogare e talvolta discutere animatamente con i suoi interlocutori, prigionieri politici come lui, con l’amarezza che gli procurava l’ostilità del gruppo dei detenuti comunisti. Tra questi vi era il giovane romano Angelo Schucchia che nel 1934 aderì al regime fascista e divenne l’informatore n° 670 dell’OVRA. Poteva però contare sulla solidarietà e aiuto di altri come Giovanni Lai e Bruno Tosin e soprattutto sull’amicizia di Sandro Pertini, unico detenuto socialista di Turi, che poi diventerà il settimo Presidente della Repubblica, in carica dal 1978 al 1985, e cittadino onorario di Turi. Questa la sua testimonianza, scritta nel volume Il Gramsci di Turi a cura di Ferdinando Dubla e Massimo Giusto: «A Turi di Bari, oltre che con me, strinse amicizia con due ex anarchici che erano stati condannati dalla corte d’assise di Milano; ma dopo un periodo di tempo di conversazioni con Gramsci, essi diventarono comunisti e gli furono sempre fedeli. (…) Un giorno mi disse: “Noi due dobbiamo iniziare una conversazione che durerà due mesi”. Capii subito che voleva persuadermi a passare al Partito Comunista; non riusciva a comprendere che un uomo come me, con la visione che avevo della lotta, col mio temperamento, potesse rimanere coi socialisti».

Usciamo dal carcere lasciandoci alle spalle un grumo di storia livida. Siamo molto emozionati. Pinuccio Sciola immagina di portare proprio qui la sua scultura in granito. Sarebbe davvero una singolare coincidenza trasferire il granito sardo in Puglia, nella terra da dove proviene il Sole produttore-Comune raccolto in pietra di Trani, la scultura che Gio Pomodoro nel 1977 ha donato ad Ales per la realizzazione del Piano d’uso collettivo dedicato a Gramsci. Io invece sono curioso di conoscere i percorsi fatti da chi veniva a Turi per colloquiare con la matricola 7047, la cognata Tania Schucht, i fratelli Gennaro e Carlo Gramsci. I nostri accompagnatori, sempre gentili e solerti, chiamano allora Giovanni Lerede, giornalista e storico di Turi. Negli anni trenta – ci spiega Lerede – a Turi c’erano solo due locande che affittavano camere, ma una sola aveva una finestrella da dove si poteva vedere la lingua di mare di cui parla Tania in una delle sue lettere. Ripercorro con lui le strade che dal carcere conducono all’edificio un tempo adibito a locanda. Si trova appena fuori il centro storico, dirimpetto all’imponente e barocco Palazzo marchesale che sovrasta tutta la cittadina, ma è diventata una casa anonima con un bar al pianterreno. La stazione dei treni dove arrivavano si trova invece nella parte opposta di Turi. E’ agevole immaginare la triangolazione dei percorsi da loro fatti tra stazione, carcere e locanda. A passi lenti camminiamo sulle stesse vie, mentre attorno impazza la festa di Sant’Oronzo. Facciamo a noi stessi una promessa laica: torneremmo presto a Turi per rendere omaggio alla prigionia di Antonio Gramsci e alla libertà delle sue idee.

Pier Giorgio Serra

“L’attualità del pensiero di Gramsci” in memoria di Enrico Bullita

Conferenza Gramsci 2Si è svolto, con notevole interesse del pubblico presente, il convegno sul tema dell’attualità del pensiero di Antonio Gramsci che l’associazione “Sestu con Enrico Berlinguer” ha voluto dedicare alla memoria di Enrico Bullita, scomparso un anno fa.

Enrico Bullita è stato, negli ultimi anni della sua vita, il presidente onorario dell’associazione, che ha promosso e organizzato l’iniziativa nella propria sede. La finalità principale dell’associazione è infatti quella di gestire i locali siti al numero 5/7 di via Gramsci: un luogo carico di memoria e simbolico al tempo stesso per molti cittadini sestesi.

Fu proprio Enrico Bullita a volere fortemente, a metà degli anni ’50, insieme all’istituzione della sezione del partito comunista, l’edificazione dello stabile che doveva servire a dare una casa ai comunisti di Sestu per incontrarsi, discutere e svolgere l’attività politica legata alla militanza. L’associazione “Sestu con Enrico Berlinguer”, interpretando lo spirito comunitario che ispirò Enrico Bullita e i suoi compagni, mette questi locali a disposizione di tutti i partiti politici e associazioni che ancora oggi si riconoscono nei valori fondanti della sinistra.

Dedicare la conferenza alla memoria di Enrico Bullita è sembrato il modo migliore per ricordarlo. Perché, come ben sa la gran parte dei cittadini di Sestu, tutta la vita di Enrico Bullita e in particolar modo la sua azione politica, come amministratore e sindaco di questo comune, hanno avuto quale riferimento ideale e bussola di orientamento il pensiero e le idee di Antonio Gramsci.

Conferenza Gramsci 4Antonio Gramsci, nato ad Ales e cresciuto a Ghilarza, si trasferisce poi a Cagliari per studiare al liceo Dettori e qui si avvicina alla politica: alle idee sardiste dapprima e socialiste poi. E sempre a Cagliari fa le sue prime esperienze da giornalista come giovanissimo e combattivo redattore dell’Unione Sarda. Per parlare di Gramsci e dell’attualità del suo pensiero sono stati invitati i rappresentanti delle più importanti associazioni culturali sarde che hanno sede nei detti luoghi gramsciani (Casa Museo A. Gramsci di Ghilarza, Casa Natale A. Gramsci di Ales, Istituto Gramsci di studi e ricerche della Sardegna di Cagliari).

Tutte queste associazioni sono impegnate a studiare e divulgare il pensiero di Antonio Gramsci, che fu anche il fondatore del Partito Comunista Italiano, in modo particolare presso le nuove generazioni. Giuseppe Fiori, nella prefazione all’edizione del 1995 della sua “Vita di Antonio Gramsci”, a questo proposito scriveva:

 “I bimbi nati quando questo libro usciva (cioè nel 1966, ndr) sono oggi uomini di ventinove anni cresciuti in un passaggio d’epoca. Di Gramsci che cosa sanno? Poco o nulla. A loro dedico questa riedizione.”

Conferenza Gramsci 5Se questo era vero nel 1995 lo è tanto più oggi. Ci sono in Italia almeno due, tre generazioni di cui solo una ristrettissima élite ha idea di chi sia, cosa abbia fatto e cosa abbia rappresentato per milioni di italiani nel passato Antonio Gramsci.

Ciò che noi ignoriamo è invece ben presente all’estero. Negli ultimi decenni gli studi su Gramsci hanno conosciuto una forte ripresa – non essendo infatti mai del tutto sopiti –  in molti paesi di diversi continenti. Lo dimostrano innanzitutto i numerosi convegni che a lui vengono dedicati in varie parti del mondo e le tante pubblicazioni, di e su Gramsci, in lingua inglese, spagnola, portoghese e francese. L’interesse per il pensatore sardo è inoltre attestato dai corsi di studio che annualmente si tengono in varie Università di diversi continenti sulle sue riflessioni e i suoi scritti.

Gramsci è conosciuto senz’altro in America Latina. Piace ricordare come curiosità che il noto calciatore brasiliano Socrates, qualche anno fa in un’intervista rilasciata durante il suo soggiorno in Italia, alla domanda: «qual è l’Italiano che stimi di più?» rispose appunto: «Antonio Gramsci».

Conferenza Gramsci3Ma Gramsci è conosciuto anche negli Stati Uniti. Paradossalmente proprio dalla destra conservatrice. E’ noto che la destra americana ha letto Gramsci, assimilandone molto bene la lezione dell’intellettuale organico. E’ un fatto che l’ascesa del Partito Repubblicano è cominciata proprio a partire dagli sforzi coordinati di un gruppo sempre più largo di intellettuali e di una rete di centri di elaborazione teorica.

Anche nel mondo dell’arte il rilievo internazionale di Gramsci ha avuto un significativo riconoscimento. Il monumento, con annessa mostra, realizzato lo scorso anno a New York in un parco del Bronx dall’artista svizzero Thomas Hirschhorn, ha registrato un grande successo di pubblico e di critica.

E infine anche la Sardegna, proprio grazie a un progetto della Casa Museo di Ghilarza, si è inserita in questo movimento internazionale di studi gramsciani con l’istituzione di una summer school. Da quest’anno Ghilarza è diventata la sede di una scuola estiva dove docenti e ricercatori provenienti da Università straniere, incontreranno giovani studenti di tutto il mondo.

Tutto questo è sufficiente a farci capire che forse troppo frettolosamente e insipientemente la Cultura e soprattutto la Politica italiana si sono disfatti di Gramsci, delle sue idee e strumenti di analisi. La storia ci ha però insegnato che nei momenti di crisi e smarrimento, come quello che stiamo vivendo, le idee forti della tradizione sono quelle da cui si può trarre nuova linfa per trovare la via d’uscita.

Sandra Mereu

Convegno “Antonio Gramsci – Un pensiero ancora attuale”

Convegno e Mostra bibliografica

“ANTONIO GRAMSCI – UN PENSIERO ANCORA ATTUALE”

Giovedì 23 gennaio 2014, ore 18:30,via Gramsci 7 – Sestu

Convegno Gramsci_Sestu 4

Interverranno i rappresentanti delle principali associazioni culturali sarde impegnate a far conoscere alle nuove generazioni la figura e il pensiero di Antonio Gramsci. A margine del convegno sarà allestita una mostra bibliografica curata dall’Associazione “Casa Gramsci” di Ales.

L’incontro è dedicato alla memoria di ENRICO BULLITA nel primo anniversario della sua morte.

PROGRAMMA

SALUTI

Aldo Pili
Sindaco di Sestu

Roberto Bullita
Assessore alla Cultura

INTERVENTI

Alessandra Marchi
Casa Museo A. Gramsci – Ghilarza
“Biografia Gramsciana”

Pier Giorgio Serra
Associazione Casa Natale A. Gramsci – Ales
“Gramsci nella cultura italiana”

Eugenio Orrù
Istituto di studi e ricerche A. Gramsci della Sardegna
“Attualità di Antonio Gramsci”

Brochure invito Convegno “ANTONIO GRAMSCI – UN PENSIERO ANCORA ATTUALE”

Il senso di un congresso per la Sardegna

Porto di Cagliari

Il congresso del partito democratico che si terrà a dicembre, comunque la si pensi, rappresenta un appuntamento cruciale della politica italiana. I candidati alla guida della segreteria incarnano infatti visioni diverse, e ad osservarle attentamente persino antitetiche, della società e del ruolo che il principale partito del centro-sinistra italiano deve svolgere per attivare quel necessario processo di cambiamento imposto da una realtà sempre più diseguale. Tra le proposte in campo, quella di Gianni Cuperlo pone l’accento sulla centralità della persona e sulla dignità dell’essere umano e ne fa il perno dell’identità del nuovo partito democratico che da questo congresso dovrà nascere. Di seguito vi proponiamo la riflessione di Giulio Cherchi che declina le idee di Cuperlo alla luce della realtà sarda*. (S.M.)

In Sardegna viviamo un momento politico complesso. A Marzo eleggeremo il presidente della Regione e il Consiglio. Questo ha portato ad un rinvio della normale procedura congressuale, con lo “stralcio” del rinnovo delle segreterie locali e provinciali al dopo voto. Durante le primarie conclusesi con la scelta di Francesca Barracciu, abbiamo però potuto cogliere un dato, quello della stanchezza e del calo della partecipazione. Mi pare che il vero motivo risieda in alcune domande non formulate e che non sono divenute coscienti all’interno delle forze politiche del centrosinistra. Mi chiedo, ormai da tempo, se abbia ancora senso l’Autonomia della Regione Sardegna. Credo convintamente di sì. Però rilevo che senza interrogarsi su quel senso, decadrà, assieme alle sue ragioni, anche lo strumento istituzionale che i nostri padri ci avevano lasciato.

Non basta certo di fronte alla rivoluzione della globalizzazione del capitalismo finanziario, che incide fortemente anche nelle dinamiche sociali locali, legarsi ad una retorica autonomistica ormai svuotata. Non accorgendosi che l’autonomia e la questione sarda sono sempre state legate a doppio filo, alla questione meridionale. E quando quei fili sono stati slegati, l’autonomia è entrata in crisi. Oggi meridione italiano e Sardegna sembrano avere, non solo un passato simile, ma anche tristi prospettive sul domani. Interrogarsi sull’autonomia significa chiedersi se oggi, nel 2013, esiste ancora un popolo sardo, quali sono le aspirazioni della maggioranza dei suoi componenti. Quale parte di questo popolo, possa essere motore di crescita e di progresso. Significa scrutare il futuro, mettendo in gioco quell’identità problematica che sempre ha avuto la nostra isola, tra le montagne dell’interno e l’apertura del tanto temuto mare. Vuol dire partire dalla Politica per trovare le chiavi dell’economia e dell’organizzazione. Che poteri si possano costruire per bloccare la crisi delle istituzioni pubbliche di fronte alla forza illimitata del mercato. Queste domande non fatte, e quindi, del tutto inevase, rimangono lì come gli scogli, nascosti dall’alta marea, ma pronti a riemergere. Di certo non è solo compito della politica, ma chiama in causa la povera intellettualità sarda, magra rappresentazione di un passato più vivo, e con essa tutta la classe dirigente isolana.

Scontiamo una gravissima lacuna, un nodo non sciolto. Il fallimento del tentativo riformista del precedente centrosinistra bocciato sonoramente dai sardi. Abbiamo avuto una rimozione totale di quel lutto. Da una parte i colpevoli erano i signori delle tessere che remavano contro, dall’altra veniva attribuito alla follia accentratrice dell’imprenditore solo al comando. Il PD chiuse troppo rapidamente la questione e, proprio per questo, non è riuscito a trovare forze ed energie per ripartire. Perdendo cinque anni. Il fatto è che quell’esperienza fu impostata con spirito giacobino ed elitario e non si mise in gioco la questione del senso dell’autonomia collegandolo all’identità di un’isola che la globalizzazione aveva ormai mutato. Smise di chiedersi – e soprattutto di chiedere ai sardi – cos’è la Sardegna e dove voleva andare. Tanto da non visualizzare su quali classi appoggiarsi per costruire un nuovo orizzonte. Nutro profonde preoccupazioni per le prossime regionali, sento un vuoto devastante di elaborazione culturale e politica. E il rischio vero non è tanto di essere sconfitti, ma di perdere il senso della presenza della Sardegna nel mondo.

Ma dove costruire quel percorso, oggi mancante, e quale strumento usare? È mancato il luogo per compiere questa discussione. Il partito politico come agente collettivo dove i subalterni si fanno dirigenti e affrontano il tema della propria indipendenza, ideale ed economica. Dove sia possibile progettare il futuro. Il crollo dei partiti e delle organizzazioni intermedie sarde ha significato il venire meno di ogni prospettiva di rilancio culturale, ideale e – dati i tristi numeri del PIL e della disoccupazione – anche economico sociale. Quindi il Congresso del partito democratico nazionale, non è qualcosa che poco interessi ad una riflessione che riguardi la nostra isola, ma è ancora una volta fondamentale. Con la crisi del partito, sostituito da altri centri di potere, il più delle volte personali, è entrato in crisi anche il ragionamento sul senso della nostra esistenza come popolo. Gli intellettuali e la società civile sono rimasti disorganizzati, e molecolarizzati, liquidi, e infatti rischiano di emergere soluzioni narcisistiche e incapaci di affrontare lo spirito del tempo, rinchiuse in un’identità immaginaria, fatta solo dalla paura dell’esterno, e che, per paradosso, snaturano la vicenda di quel popolo che mai si è fatto nazione, perché crocevia di storie e di uomini, di arrivi e di tante partenze, anche oggi. Non in grado di coinvolgere la parte della società che avrebbe più bisogno di una spinta al rinnovamento: precari, cassintegrati, i neet delle periferie, i lavoratori poveri e così via.

Avere o non avere quel “luogo”, per noi sardi e meridionali, non è cosa di poco conto.  Anzi potremmo dire che in questa battaglia ci giochiamo molto, se non tutto. Nelle proposte che si affrontano per la guida dell’unico partito rimasto solo una si pone questo problema. Quella di rilanciare un radicamento sociale, di evitare che il partito diventi un semplice comitato elettorale fatto da amministratori, o specchio di cortigiani per un leader lanciato solo verso la sua costante autopromozione. Incapace di trasformare quello che resta del PD, in un “intellettuale collettivo”. Gianni Cuperlo e i militanti e i dirigenti che si sono stretti intorno alla sua difficile battaglia hanno disegnato come nuova frontiera della nostra crisi il Sud italiano ed europeo come “luogo simbolico, quasi la sintesi o la biografia di una nazione intera, dove ultimi e penultimi soffrono, e dove giovani di talento non vengono valorizzati”. Come già aveva compreso il nostro Gramsci, il partito è vitale per una riforma morale del Paese, che non può che partire dal Sud.

Un luogo dove sia possibile rilanciare identità e autonoma scrittura del futuro, dove sia possibile dar voce agli ultimi e rendere la Sardegna nuova protagonista nel mondo globalizzato, invertendo il rapporto di forze oggi dominante. Che aveva visto nel Congresso del popolo sardo, nelle parole di Laconi e di Lussu, nelle Giunte autonomistiche, il tentativo di superare una storica subalternità di uomini e di territorio. E l’aveva fatto con la forza dei grandi partiti politici di massa, casa accogliente per contadini, minatori, operai e grandi intellettuali. Sparite quelle forze, non abbiamo avuto una Sardegna nuova e piena di opportunità, aperta alla libertà assoluta, al contrario è tornata la storica indolenza di fronte al “mondo grande e terribile”. Lo rivediamo nei giorni che passano inutilmente, tra primarie e chiacchiericcio mass mediatico, senza idee forti, capaci di risollevare un intero popolo. Abbiamo bisogno di riappropriarci di quello strumento, che come abbiamo visto era anche fine, per la creazione e la crescita di un’intera comunità.

Senza siamo poca cosa. Soli e indifesi. Istupiditi difronte all’attacco dei poteri finanziari, consumistici, tecnonichilistici. Non so, se siamo fuori tempo, ma credo che questa sia una battaglia da fare, quale sia l’esito.

Giulio Cherchi

*Altri contributi alla discussione congressuale intorno alla candidatura di Gianni Cuperlo li potete trovare sulla pagina fb “Sardegna per Gianni Cuperlo“.

Il condaghe segreto, Vindice Lecis (Edizioni Condaghes 2013) – Recensione di Pier Giorgio Serra

Il condaghe segretoAnno del signore 1165, nel Giudicato di Torres la situazione non è delle più limpide. Nove galee pisane bloccano il porto turritano impedendo i traffici commerciali del giudicato che così si vede occlusa la sua vena economica più importante. Come  se non bastasse un manipolo di armati pisani sbarca e mette a ferro e a fuoco ville e  curatorie del capo di sopra. Questa scorreria pisana provocherà un sollevazione popolare che farà strage dei soldati terramannesos e costringerà i pochi superstiti alla resa e all’obbedienza, se non vorranno assaggiare sulle loro carni la punta affilata della virga sardisca e il filo delle lame delle leppe dei turritani  e dei logudoresi.  E questo è solo il primo dei tanti episodi che  vengono magistralmente narrati dalla penna di Vindice Lecis, autore de “Il Condaghe segreto”, romanzo storico che è quasi un sequel del suo romanzo precedente “Buiakesos, le guardie del giudice”.

Vi ricompaiono personaggi conosciuti nel libro precedente e altri nuovi, ma ciò che aleggia in controluce nelle righe del libro è la storia sarda. Quella scaturata dalla decisione dell’impero bizantino di lasciare al loro destino le sue periferie più remote e che permette così l’affermarsi nell’isola  della civiltà giudicale. Al fianco dei popolani, delle loro passioni e delle loro miserie sfilano, nelle pagine del libro, una lunga teoria di regnanti e dignitari, prelati e imperatori. Da non perdere, per la sua verosimiglianza, il racconto dell’incontro a Pavia tra l’Imperatore Federico Barbarossa, Ugo, vescovo di Santa Giusta e il giudice Barisone d’Arborea che vuole dall’imperatore il titolo di Rex Sardiniae. Si tratta di un fatto storico accertato che mostra come l’isola dei sardi, al tempo dei giudicati, fosse al centro di una fitta ragnatela di relazioni internazionali che aveva come attori principali la Chiesa, l’Impero, le repubbliche di Pisa e Genova e la Corona d’Aragona.

Come in tutti i romanzi storici di buona fattura nel libro c’è un’accurata descrizione dei luoghi in cui le vicende si svolgono: che si tratti dei palazzi dove si tramano congiure e si consumano tradimenti e  assassinii, sia che si tratti delle campagne messe a ferro e fuoco dalle orde armate o dei boschi che nascondono i fuggiaschi vittime dell’ingiustizia, la scrittura di Lecis ha il dono di rendere tutto reale e riconoscibile agli occhi di noi lettori venuti alla luce parecchi secoli dopo quelle vicende. E’ stupefacente  la descrizione delle corti giudicali di Torres e D’Arborea  e dei numerosi conventi e chiese, ville e curatorie, dove i personaggi del libro vivono passioni, amori, lotte e battaglie. Grazie a questa ricca trama Lecis riesce a  riportare davanti ai nostri occhi il nascere di una nuova lingua, quel volgare sardo usato nella scrittura dei Condaghes,  che precede almeno di un secolo l’affermarsi del volgare toscano.  E’ appunto la scrittura e la sparizione di uno dei Condaghes a dare il titolo al libro ma non ne rappresenta  assolutamente il filo conduttore della trama.

“Il condaghe segreto” di Vindice Lecis, ed. Condaghes 2013, è dunque un romanzo storico che mischia amabilmente la storia giudicale con le esigenze della narrazione.  In esergo porta un brano di una lettera che Antonio Gramsci  scrisse alla sorella Teresina il quattro di maggio del 1931. E’ quella in cui si parla della storia sarda e del maestro che la insegnava pomposamente ai suoi alunni, tra i quali il piccolo Nino Gramsci, che a dir la verità erano più interessati alle storie di Pasquale (o Giovanni?) Tolu e Cicciu Derosas. Noti e cantati banditi dell’ottocento sardo. Il volume si chiude con tre interessanti appendici: una nota storica sui tempi e luoghi in cui è ambientato il romanzo, una scheda storica sui personaggi, divisi tra quelli realmente esistiti e quelli inventati, nonché un breve ma interessante glossario sui termini più in uso nell’amministrazione civile e militare dei giudicati sardi. Tutto questo fa del libro un ottimo sussidio didattico anche per quegli insegnanti, di scuole di ogni ordine e grado, che vogliano avvicinare i propri studenti a una delle pagine più affascinanti della storia dell’Isola di Sardegna.

Pier Giorgio Serra

UNA SCUOLA INTERNAZIONALE DI STUDI GRAMSCIANI A GHILARZA

Casa Museo Antonio Gramsci

Ghilarza, Casa Gramsci

La Scuola Internazionale di Studi Gramsciani – A conclusione di un articolato seminario metodologico e tematico sui Quaderni del carcere,  sabato 7 settembre a Gilarza sarà presentato il progetto di una Scuola Internazionale di Studi Gramsciani. La scuola avrà la sua sede centrale a Ghilarza e articolazioni in diverse Università del mondo.

Il progetto nasce dall’esigenza di fissare in Sardegna una rete di iniziative politiche e culturali capace di superare la precarietà’ logistica, le difficoltà finanziarie e le disattenzioni istituzionali che negli ultimi decenni hanno trascurato l’eredita’ gramsciana sarda – rappresentata dallo storico Istituto Gramsci di Cagliari, dalla più recente Terra Gramsci di Oristano, e soprattutto dalle Case Gramsci di Ghilarza e di Ales –, affidandola esclusivamente alla cura di pochi appassionati volontari.

L’ambizioso obiettivo è quello di superare il carattere episodico dell’offerta museale, della proposta divulgativa e della critica politica che sinora ha caratterizzato l’attività culturale di queste associazioni e di orientarlo nella direzione indicata dallo studioso gramsciano Giorgio Baratta, tesa a favorire lo studio e la ricerca, e specificamente lo studio di Gramsci e la ricerca secondo Gramsci.

La Ghilarza Summer School – I corsi si svolgeranno nei mesi estivi con cadenza annuale. Potranno partecipare i giovani studiosi che abbiano già operato nel campo della ricerca gramsciana o con gli strumenti dell’analisi gramsciana nell’ambito degli studi storico-politici. La scuola prevede il coinvoglimento di docenti e di ricercatori operanti in Università di diversi continenti, accomunati da una profonda considerazione per le intuizioni, le impostazioni concettuali e le nuove strade aperte da Antonio Gramsci nell’attività politica e negli scritti carcerari.

Il progetto, ideato e organizzato dall’Associazione Casa Museo A. Gramsci, si avvale della collaborazione istituzionale della Fondazione Istituto Gramsci e della International Gramsci Society  e del generoso sostegno della Fondazione Banco di Sardegna.

Il Seminario – L’occasione per la presentazione della Scuola Internazionale di Studi gramsciani è data dal seminario che si svolgerà a Ghilarza nelle giornate del 6 e 7 settembre.  La prima parte del seminario (6 settembre) avrà un carattere “metodologico” e sarà dedicato alla scrittura e alla lettura dei Quaderni con le relazioni di Fabio Frosini (Università di Urbino) e di Giuseppe Cospito (Università di Pavia). Seguirà (7 settembre) una sessione ”tematica” sulla dialettica egemonia-subalternita’ con le relazioni di Peter D. Thomas (Brunel University ‒ London) e di Cosimo Zene (School of Oriental and African Studies ‒ University of London).

Parteciperanno alle due giornate Gianni Francioni (Università di Pavia), Joseph A. Buttigieg (University of Notre Dame, Indiana, presidente della IGS ‒ International Gramsci Society), Gianni Fresu (Università di Cagliari), Dora Kanoussi (Benemérita Universidad Autónoma de Puebla, México), Mauro Pala (Università di Cagliari) e Giancarlo Schirru (Università di Cassino).

S. M.

Rock per Gramsci 2013

RockxGramsciRock per Gramsci arriva alla decima edizione e lo fa con un concerto esplosivo di tre band che si alterneranno sul palco della Piazza Santa Maria ad Ales sabato 31 agosto a partire dalle ore 22,00. La storica rassegna musicale, una delle più longeve del panorama sardo, nata nel 1991 in occasione del centenario della nascita del pensatore alerese, anche quest’anno vede gruppi locali insieme ad altri che con le loro produzioni musicali si sono affacciati sul panorama internazionale.

La rassegna ha come titolo “Il grido del popolo”, e della storica rivista su cui Gramsci scrisse dal 1914 al 1918, riporta uno scritto significativo del 24.11.1917, dove il filosofo ragiona sulle conseguenze dei primi tre anni di guerra sulle masse proletarie. Ragionamento che si può sintetizzare nella seguente citazione “Tre anni di guerra hanno ben portato delle modificazioni nel mondo. Ma forse questa è la maggiore di tutte le modificazioni: tre anni di guerra hanno reso sensibile il mondo. Noi sentiamo il mondo; prima lo pensavamo, solamente”. Gli orrori della guerra, per Gramsci, hanno avvicinato realtà diverse e uomini che sono diventati consapevoli di essere gli attori di un palcoscenico globale.

Ad aprire la serata sul palco di Santa Maria sarà la band locale di rock, blues e funk dei “Road for a journey”, formata da Claudio Porru alla chitarra, Luca Pisanu chitarra e voce, Luca Cascinu al basso e Fabio Cadoni alla batteria. Seguirà un gruppo proveniente dal Veneto, “Il buio”, una band punk di 5 elementi originaria di Thiene, Vicenza, formatasi nel 2009. Il gruppo nasce dall’esigenza di ritornare alle istanze originarie del punk e dell’hardcore, mettere in discussione lo status quo e raccontare ciò che accade con occhio critico e disilluso. Il sound mescola sonorità che vanno dagli At The Drive In, ai Beatles, dai Drive Like Jehu, Fugazi e Nation Of Ulysses ai Creedence Clearwater Revival e Captain Beyond, interpretati in una forma personale attraverso una miscela di arpeggi dal suono crunch, di hardcore, di psichedelia 70’s. Ritmiche convulse e veloci, talvolta matematiche, fanno da tappeto ad atmosfere oniriche e a testi di ispirazione faberiana. L’ultimo loro disco, “L’Oceano Quieto” è uscito a marzo 2013 prodotto da Autunno Dischi, etichetta fondata e gestita dalla band stessa e distribuito da To Lose La Track/Audioglobe.

La terza band a salire sul palco saranno i cagliaritani “Plasma Expander”. La formazione composta da Fabio Cerina (chitarrista, ex Bron Y Aur), Andrea Siddu (batteria) e Corrado Loi (basso e synth), ha al suo attivo tre dischi ed capace di trovare la sua migliore espressione nei live, dove i brani vengono triturati e trasfigurati da feroci improvvisazioni. Nell’ultimo lavoro “Cube”, uscito a marzo, la musica continua a bilanciare improvvisazione e struttura, noise e groove, ma ripetizione, minimalismo e psichedelia sembrano ora avere un ruolo più rilevante rispetto alle atmosfere più frammentate e cinetiche del passato. I Plasma Expander hanno recentemente concluso una tournée negli U.S.A. con Men Forever, progetto di Kid Millions degli Oneida. Chiuderà la serata il DJ set di Agitated Uruguay.

Questa decima edizione di Rock per Gramsci è arricchita dalla presenza di Giancarlo Schirru, uno degli studiosi che lavorano all’edizione nazionale degli Scritti di Gramsci, curatore della collana Studi Gramsciani nel mondo e docente all’università di Cassino. Dal palco Schirru leggerà e commenterà le pagine gramsciane che fanno da filo conduttore alla rassegna. Per tutta la durata del concertò sarà presente Luca Paulesu, nipote di Gramsci e autore della Graphic Novel “Nino mi chiamo” fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci. Paulesu, che ha curato la linea grafica di tutta la rassegna, manifesti, magliette e shopper che saranno disponibili nella Piazza Santa Maria, disegnerà i suoi personaggi della famiglia Gramsci e interagirà con il palco e il pubblico.

Associazione Casa Natale Antonio Gramsci

Thomas Hirschhorn e il “Gramsci Monument” di New York

Monumento a Gramsci_N. Y.

New York ospita per due mesi e mezzo il monumento temporaneo dedicato a Gramsci dall’artista svizzero Thomas Hirschhorn. Inaugurata all’inizio di luglio, la monumentale casa di legno arricchita al suo interno da aforismi gramsciani – costruita a Forest Houses, nel Bronx – resterà in piedi sino a metà settembre. A chi come noi da anni è impegnato con le associazioni Casa Natale Antonio Gramsci e Casa Museo Antonio Gramsci a promuovere la conoscenza del pensiero e delle opere del grande intellettuale sardo, l’evento non poteva sfuggire. Tanta era la curiosità di conoscere le motivazioni che avevano spinto un artista come Thomas Hirschhorn a dedicare un simile monumento al nostro filosofo, che abbiamo pensato di chiederglielo direttamente.

SchemaNella lunga intervista che ci ha rilasciato e che potete leggere QUI in versione integrale, ci ha spiegato che il monumento a Gramsci è l’ultimo di una serie di opere dedicate a grandi filosofi. Prima di lui Spinoza, Deleuze, Bataille. Gramsci, nello schema ideato da Hirschhorn, un cerchio diviso in 4 parti che rappresentano le 4 forze del mondo, copre l’intersezione Politica/Amore. La scelta di Gramsci non è però legata solo a fattori razionali. L’artista svizzero si definisce infatti un “Gramsci-Fan”.

Perché Gramsci dunque? Hirschhorn lo spiega così: “Perché era un eroe; perché era un rivoluzionario; perché era pronto a pagare il prezzo del suo impegno; perché era uno stratega; per via della sua passione per la Politica; per il suo proposito di auto-definizione della propria posizione; per via del suo odio dell’indifferenza; perché ha scritto i Quaderni e le Lettere in Prigione, ed ognuno costituisce una base forte e bella su cui poter costruire un’educazione; perché la sua fede nelle capacità e competenze umane era illimitata; perché ha scritto «ogni essere umano è un intellettuale». E ancora “perché i suoi testi sono una scatola degli attrezzi per chiunque voglia confrontarsi con la realtà dell’oggi, per la sua definizione di cosa sia la crisi. E naturalmente perché scrisse: «L’Arte è interessante, è interessante in se stessa, in quanto soddisfa una necessità di vita» e «Il contenuto dell’Arte è l’Arte stessa».

Thomas Hirschhorn

Thomas Hirschhorn

La scelta del luogo. Nella prospettiva di Hirschhorn la produzione artistica sul campo presuppone il coinvolgimento degli altri. A partire dalla scelta del luogo. La decisione “artistica” di realizzare il Gramsci Monument a Forest Houses, nel Bronx – spiega Hirschhorn − è il risultato della cooperazione tra diversi soggetti: Erik Farmer, il Presidente della Resident Association of Forest Houses, l’artista stesso e i residenti del quartiere. “Discutere con tutti loro − ha sottolineato Hirschhorn – è stato istruttivo, divertente e di grande aiuto. Ho ammirato il loro impegno, la loro implicazione e i loro pensieri verso e per il vicinato, ciò che ha rinforzato la mia convinzione che la questione del luogo sia una questione di incontri umani”.

Presenza e Produzione. Il coinvolgimento dell’altro non ha specifici legami con l’estetica. “Rivolgersi ad un pubblico non esclusivo – precisa Hirschhorn – significa affrontare realtà, fallimento, insuccesso, la crudeltà del disinteresse, e l’incommensurabilità di una situazione complessa”. Per questo essere presente tutto il tempo al Gramsci Monument è importante. Significa “dare il proprio tempo, condividerlo”. Significa “prendersi la responsabilità”. Nell’Arte come la intende Hirschhorn “le porte restano aperte per incontrare ciò che l’altro non conosce e non vuole”. Ciò accomuna l’arte alla filosofia. Ciò fa sentire Hirschhorn vicino a Gramsci. L’artista svizzero non fa distinzioni “tra una persona che può essere un partecipante ricettivo e la persona che gironzola”. E questo si giustifica “rispetto al principio di Uguaglianza, che richiede di non fare differenza nei confronti di tutte le differenze”. Il “Gramsci Monument” è per Hirschhorn l’affermazione di un lavoro artistico autonomo, “utopico e concreto” allo stesso tempo, concepito come “atto d’amore che non richiede necessariamente una risposta, destinato a un “audience non esclusivo”.

Gramsci Monument_2

Gramsci Monument, Mappa

Nel solco della “fruizione pubblica dell’arte”. In Sardegna ci sono altri due monumenti d’arte contemporanea dedicati ad Antonio Gramsci. “Il piano d’uso collettivo Antonio Gramsci”, edificato ad Ales nel 1977 dallo scultore Gio Pomodoro, e il monumento “Il topo e la montagna” di Maria Lai, la grande artista sarda scomparsa di recente, che attualizza la favola ecologica di Gramsci. Tutti e due sono inseriti nella battaglia per la fruizione pubblica dell’arte. Anche il lavoro di Hirschhorn, che l’artista definisce “una nuova forma di Monumento”, sembra rientrare a buon titolo in questa concezione dell’arte. A denunciarlo ci sono la stessa scelta del destinatario (Antonio Gramsci), le modalità della sua produzione (gli incontri, i dialoghi, il confronto, l’avvenimento), la località individuata per l’installazione (Forest Houses), insolita rispetto ai luoghi tipici della cultura newyorkese, e infine la durata dell’esposizione limitata nel tempo (11 settimane).

Gramsci Monument_3

Thomas Hirschhorn e Alessandra Marchi, Atellier di Parigi (marzo 2013)

Il monumento di Thomas Hirschhorn e il pensiero di Gramsci. Il Gramsci Monument non è l’illustrazione di una delle teorie gramsciane, tanto meno di quella riassumibile nel rapporto egemonico – subalterno. “Sarebbe semplicistico, ingiusto, ma anche infondato – avverte Hirschhorn – prendere l’ubicazione Forest Houses nel Bronx per un’illustrazione di questa teoria. “Se dei legami possono essere fatti – precisa – questi sono con “l’universalità ed il genio del pensiero di Gramsci”. Alla base del Gramsci Monument, come di ogni altro suo monumento, c’è solo la sua “competenza per fare dell’Arte”.

Ancora su Gramsci, in Sardegna e nei luoghi gramsciani. Thomas Hirschhorn ha tenuto a dirci che nell’elaborazione dell’idea per la realizzazione del progetto Gramsci Monument fondamentale è stata la visita alla Casa Gramsci di Ghilarza e il contatto diretto con gli oggetti appartenuti ad Antonio Gramsci, alcuni dei quali sono proprio esposti al Gramsci Monument. Accogliendo il nostro invito a lavorare ancora su Gramsci, ci ha confessato che “la sua missione, fare il Gramsci Monument, è ancora lontana dall’essere compiuta”. “Per riuscirci – ha precisato – ci vorrà tutta la mia passione, tutto il mio lavoro e tutto il mio amore”. E alla fine ci ha salutato con una solenne promessa: “Non ho ancora pensato al seguito sinora, ma tornerò in Sardegna a trovarvi di nuovo!”

Alessandra Marchi

Pier Giorgio Serra

Mille libri per Gramsci

Mille libri per Gramsci: dalla Sardegna al mondo, dal mondo alla Sardegna

Antonio Gramsci e la società civile nelle riflessioni e nell’opera di G. Baratta e E. Hobsbawm

Convegno di studi internazionali

Roma 22 maggio 2013 – Cagliari 24 maggio 2013 – Ales 25 maggio 2013

Mille libri per Gramsci

La fortuna internazionale del pensiero di Gramsci è ben documentata dal numero di pubblicazioni che negli anni si sono succedute sul conto del filosofo sardo e che oggi hanno superato le ventimila, come è ben documentato dalla bibliografia online consultabile nel sito della Fondazione Istituto Gramsci di Roma.

Il convegno – organizzato dall’Associazione Casa Natale Antonio Gramsci di Ales, in collaborazione con le altre organizzazioni gramsciane della Sardegna, e con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Fondazione Banco di Sardegna, del Gruppo “Sel-Sardigna libera” del Consiglio regionale – vuole fare il punto sulla situazione odierna alla luce delle più recenti novità.

E’ sotto gli occhi di tutti la fortuna di Gramsci negli ultimi anni. Lo dimostrano i numerosi convegni che a lui vengono dedicati in varie parti del mondo e le tante pubblicazioni in lingua inglese, spagnola, portoghese e francese, di e su Gramsci. Così come lo attestano i corsi di studio che annualmente si tengono in varie Università delle due Americhe, direttamente riconducibili alle riflessioni e agli scritti del pensatore di Ales.

In Italia assistiamo a un vero e proprio Rinascimento gramsciano: è in corso la pubblicazione degli scritti in una monumentale opera della Treccani; è stato pubblicato dalla Carocci il Dizionario gramsciano che ambisce alla divulgazione dei concetti elaborati da Gramsci; sono stati pubblicati numerosi volumi che richiamano la stringente attualità del suo pensiero.

Sempre sul versante italiano ben otto libri di recente pubblicazione cercano di far luce su alcuni aspetti della sua biografia ancora poco chiari, senza parlare delle decine di interventi sulla stampa e negli altri canali dell’informazione attinenti ai pensieri e opera di Antonio Gramsci.

Il convegno “Mille libri per Gramsci” vuole fare il punto sulla situazione alla luce delle sue elaborazioni sul concetto di società civile, avvalendosi del lavoro di Giorgio Baratta, il filosofo scomparso nel gennaio del 2010, per tanti anni collaboratore dell’Associazione di Ales e fondatore di Terra Gramsci.

Giorgio Baratta all’intellettuale sardo ha dedicato due libri fondamentali : “Le rose e i quaderni, saggio sul pensiero di Antonio Gramsci”, e “Gramsci in contrappunto, Dialoghi col presente”. Lo storico Eric J. Hobsbawm, scomparso il primo ottobre del 2012, e a cui si devono opere che hanno segnato la storiografia del novecento, ha sempre affermato di essersi ispirato ai concetti elaborati da Gramsci. E riconoscendolo come fondamentale punto di riferimento, di lui aveva detto: “ Nino io ti conosco, sei il miglior regalo che la campagna abbia fatto alla città”.

I numerosi studiosi chiamati nella tre giorni del convegno, che si svolge tra Roma, Cagliari ed Ales, appartengono a scuole e tradizioni diverse, e diversa è anche la loro età e le discipline delle quali si occupano. A dimostrazione di quanto le categorie gramsciane siano ancora utili e attuali.

Pier Giorgio Serra

Leggi il programma:

Mille libri per Gramsci_pieghevole

Gramsci: un sardo temuto, ammirato, discusso e ancora molto studiato.

gramsci_Ales

La polemica spagnola. Dopo un 2012 di studi intensissimi su Gramsci, quasi matti e disperati, il 2013 si apre all’insegna di una polemica. Dai giornali spagnoli, italiani e inglesi viene diffusa la notizia che una blogger molto nota in Spagna per il suo impegno al fianco del movimento degli Indignados, Almu Montero, sia stata attenzionata dall’autorità di pubblica sicurezza e dall’autorità giudiziaria per aver cinguettato un celebre pensiero di Antonio Gramsci:

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza».

L‘accusa? Nientedimeno che istigazione alla violenza.

Un modello pedagogico per gli inglesi. Non passa un mese e di nuovo Gramsci ritorna in evidenza nei canali dell’informazione globale. Stavolta è il corrispondente inglese al nostro Ministro dell’Istruzione, Michael Gove, che elogia il principio educativo pedagogico di Antonio Gramsci e lo propone come modello da importare nella Scuola inglese. E naturalmente assicura il suo impegno da Ministro per fare in modo che questo avvenga.

Icona globale. Ma che succede quindi attorno all’intellettuale italiano del novecento più studiato al mondo e che può contare circa sedicimila pubblicazioni che lo riguardano? Accade che Gramsci da eretico sia diventato un’icona globale. Ce lo ricorda il titolo di un bel volume pubblicato da Guanda nel 2010, scritto da Angelo Rossi che appunto recita: Gramsci da eretico a icona. Storia di un «cazzotto nell’occhio». E che sia un’icona globale lo afferma anche la scrittrice sarda Michela Murgia che nel suo sito web, in un post it, ovviamente giallo, ci ricorda che “Gramsci è intellettualmente sexi”. Un concetto, questo, che la Murgia ribadisce anche nella prefazione alle Lettere dal carcere, nell’ultima edizione ripubblicata da Einaudi (2011), dove si legge: “Il volto di Gramsci è un’icona pop, con livelli di riconoscibilità pari o di poco inferiori a quelli di Che Guevara, di Marylin Monroe e di Martin Luther King. Nessun altro filosofo la mondo, eccetto Marx, ha suscitato lo stesso fascino di lingua in lingua, seducendo quattro generazioni con il suo pensiero innovativo e con la forza di una dialettica così tagliente da aver colonizzato il linguaggio”.

Gramsci comunista-liberale? E’ evidente che attorno al pensatore nato ad Ales il 22 gennaio del 1891, si sta ricreando un interesse globale sia in Italia che all’estero dove, dalla fine del comunismo (Berlino 1989 e Mosca 1990) Gramsci è rimasto l’unico comunista ancora capace di parlare alla modernità, all’uomo moderno e ai suoi bisogni di credere in qualcosa che non sia il Dio denaro, il famoso pensiero unico. Ecco allora che in Italia, uno stimato professore di linguistica, Franco Lo Piparo, dopo I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (2012), pubblica nel gennaio del 2013, con Donzelli, il saggio L’enigma del Quaderno in cui si sostiene che Gramsci non è morto comunista (ma neanche convertito come fu affermato da emeriti Monsignori nel 2007), bensì liberale. Lo avrebbe scritto lo stesso Gramsci in un Quaderno che manca all’appello.

Il Quaderno scomparso. Secondo il linguista a trafugare il Quaderno, facendolo poi sparire, sarebbe stata quella coppia di birbanti di Piero Sraffa e Palmiro Togliatti. Cioè, secondo Lo Piparo, a manipolare la verità storica sarebbero stati nientemeno che il migliore amico di Gramsci carcerato e l’uomo politico che nel dopoguerra ha pubblicato e fatto conoscere al mondo l’opera del pensatore sardo, quell’opera che ha permeato per più di un ventennio la politica culturale del Pci e forse anche quella delle persone più attente alle novità. A questo proposito è senz’altro utile leggere il risultato della ricerca fatta da Francesca Chiarotto, giovane ricercatrice piemontese, pubblicata in Operazione Gramsci. Alla conquista degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra, un affascinante e documentato libro edito da Bruno Mondadori nel 2011.

La tesi del complotto. Nella sua tesi Franco lo Piparo è supportato autorevolmente da Luciano Canfora, filologo classico, con incursioni prestigiose nella ricerca storica, autore anche lui di un libro che ha fatto scuola: La storia falsa, Rizzoli 2008. Ma soprattutto Canfora è autore di altri due volumi, tutti e due editi dalla casa editrice Salerno nel 2012, Gramsci in carcere e il fascismo e Spie, URSS, Antifascismo. Gramsci 1926-1937, nei quali si può leggere la descrizione di quanto fosse torbido il mondo e torbida la mentalità dei comunisti staliniani negli anni trenta. Tutti impegnati a costruire il socialismo in un solo paese e a ordire trame e complotti per lasciare Gramsci in carcere al fine di occupare loro la dirigenza del movimento comunista. Ruolo che si presume sarebbe spettato a Gramsci qualora fosse stato libero.

La replica di Vacca. Va tuttavia ricordato che queste tesi sono state abilmente confutate, non in modo diretto ma oggettivo, dal principe degli studiosi gramsciani italiani, Giuseppe Vacca, nel suo libro Vita e pensieri di Antonio Gramsci, Torino, Einaudi, 2012. Si tratta di un libro che si presenta non solo come una nuova e più aggiornata biografia gramsciana, relativa agli anni 1926-37, con storia documentata e interpretazioni appoggiate solidamente sui testi e documenti anche nuovi, vagliati e accuratamente studiati dall’autore.

Il vero problema: la mancata liberazione. Giuseppe Vacca sostiene che «la mancata liberazione di Gramsci costituisce l’aspetto più problematico della sua biografia» e a questo proposito chiama in causa la famosa lettera di Grieco. Questa lettera, scritta in Svizzera e inviata prima a Mosca per essere sottoposta alla visione di Togliatti, giunge a Gramsci, dopo varie peripezie, in carcere a Milano. Vacca dedica molte pagine all’analisi e alla comprensione del suo contenuto, utilizzando anche nuovi documenti. Gramsci era infatti convinto che la sua permanenza in carcere fosse dovuta proprio a questa missiva e denunciò l’accaduto al suo partito. Il libro si chiude con un capitolo dedicato ai Quaderni a cui fa riferimento la vedova di Gramsci, Giulia Schulcht quando denuncia Palmiro Togliatti al Komintern, imputandogli la mancata liberazione del marito. Su entrambe le questioni, forse, non ci sarà mai una versione accettata da tutti, ma Giuseppe Vacca così conclude il suo studio: «Togliatti aveva avviato la costruzione dell’icona di Gramsci come martire dell’antifascismo e non aveva bisogno di sabotare tentativi di liberazione, a tenere Gramsci in carcere ci pensava già Mussolini».

Conteso ma studiato. Tutto questo non può che far piacere a chiunque sia disposto ad ascoltare le opinioni altrui e a rispettarne gli assunti. E Gramsci conteso è appunto il titolo di un altro libro pubblicato, anzi ripubblicato, dagli Editori Riuniti alla fine del 2012: Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche, 1922-2012 di Guido Liguori. Si tratta di una riedizione aggiornata, con tre nuovi capitoli, di un libro del 1996. Nei nuovi capitoli, Leberaldemocratico o comunista critico?, Gramsci nel duemila e Il ritorno di Gramsci (2009-2012), Liguori traccia il modo in cui la politica, la cultura, e tante discipline umanistiche e sociali abbiano strattonato Gramsci per portarlo dalla propria parte, lasciandolo poi spesso nell’oblio e nel dimenticatoio. Strattona-strattona − ci fa osservare Liguori − si è arrivati (In nome di Gramsci?) alla coniazione di veri e propri ossimori linguistici-ideologici, come “comunismo liberale”. Ma alla fine − c’è da domandarsi − qual è la ragione di tutto questo contendere? La risposta − avverte Liguori − sta nel fatto che intorno alle diverse interpretazioni di Gramsci si dipana la storia della cultura politica italiana del Novecento e uno dei più significativi aspetti del lascito che essa ha saputo trasmettere alla cultura mondiale.

Un nuovo rinascimento. C’è da augurarsi che l’analisi del lascito gramsciano continui, come sta continuando. E’ infatti in atto un nuovo rinascimento per gli studi sul filosofo sardo, tant’è che le ultime notizie ci dicono di un convegno tenutosi a Parigi tra il 22 e 23 marzo, organizzato dalla fondazione Gabriel Péri, intitolato appunto La «Gramsci Renaissance» Regard scroisés France-Italie sur la pensée d’Antonio Gramsci. Insomma, sembra proprio che anche in questo 2013 al di là dei facili schematismi, legati alla natura stessa delle icone, si procede ad individuare spunti nuovi nella lettura dell’opera dell’unico comunista rimasto in piedi dopo la rovinosa caduta del comunismo mondiale.

Pier Giorgio Serra

Fare, dire, sentire. L’identico e il diverso nelle culture, Giulio Angioni (Il Maestrale 2011)

Fare, dire, sentireFare, dire, sentire. L’identico e il diverso nelle culture di Giulio Angioni è un libro plurale, sia nel titolo che per ricchezza di argomenti trattati. I tre verbi del titolo vengono coniugati  al presente e più precisamente vengono coniugati nel mondo presente o, meglio ancora, nei mondi  del presente. Il primo lavoro che fa Angioni  è quello di fornirci strumenti per  riprendere il bandolo di una realtà sempre più ingarbugliata e confusa dalla babele di linguaggi che tentano di descriverla. Perché, a ben guardare e meglio osservare,  se ci diamo strumenti seri di lettura e guardiamo la realtà con gli occhi della modernità, questa ci appare si interconnessa negli spazi geopolitici, ma sconnessa e sfilacciata nei paesaggi umani.

Da buon antropologo, che a lungo ha frequentato il sapere delle èlites  e il sapere dei subalterni, Angioni sa bene  che il “Fare“, primo verbo del titolo, è un’esigenza  che appartiene all’umanità, la quale la esplica nei più svariati modi,  che per comodità facciamo rientrare nella categoria del lavoro, del lavoro umano.  Ecco quindi che nella prima parte del libro viene vivisezionato il concetto stesso di lavoro che ha bisogno del sapere  e del gesto tecnico, della materia e dello spirito; ha a che fare con la natura e la cultura, che non sono in antitesi bensì rappresentano, nella nostra società dominata dalla tecnica, le vie maestre per un futuro armonico dell’umanità. Scrive l’antropologo Angioni, a pag. 90 del libro “Nulla di umano è estraneo al lavoro” , concetto che possiamo usare per capire a fondo anche la sua opera letteraria. In fondo, cosa ci sta raccontando con i suoi romanzi se non un mondo abitato da massai, minatori,  giornalisti, biologhe, operatori turistici, tagliatori di intimo femminile ecc.

La seconda parte del libro, quella dedicata al “Dire“, ha un incipit biblico e si chiede “In principio era la parola?” e dopo aver analizzato il potere della parola, continua con un altro interrogativo: “Di chi è il potere?” per chiudere l’assioma verrebbe voglia di dire che il potere è di chi ha la parola e tramite questa comunica se stesso dominando.  Attenzione  suggerisce Angioni, questo era pur vero nelle società pre moderne oggi le cose sono un po cambiate e ce lo ha spiegato Antonio Gramsci e lo ha ribadito Michel Foucault. Il primo quando introduce nella lotta politica il concetto di egemonia e nella storia culturale del nostro paese fa irrompere la cultura subalterna, il secondo coniando il termine biopotere: potere più blando ma più pervasivo, più capace di modellare il corpo, la prassi, i pensieri, i desideri, le paure e le speranze che animano la vita dei singoli e della società.  Insomma alla concezione del mondo delle classi dominanti, che riuscivano a plasmare la società con le loro teorie culturali, giuridiche e politiche, Gramsci ha suggerito che bisogna contrapporre una nuova cultura egemonica che attraverso un nuovo senso comune faccia sentire la voce dei subordinati, subalterni e strumentali e della loro sete di giustizia per sperimentare e praticare una diuturna microfisica del dissenso verso una omnipervasiva microfisica del potere. Se osserviamo la realtà odierna con le lenti di Gramsci, suggerisce Angioni, ci accorgiamo che oggi abbiamo a che fare con nuove forma di subalternità , quindi con nuovi aspetti del senso comune, con nuove filosofie spontanee e con nuove estetiche popolari effimere nel tempo più soggette a mode passeggere e all’egemonia mediatica dei ceti dirigenti.

La terza parte quella dedicata al “Sentire” ci porta subito dentro la modernità. Nella parte centrale si parla di “mondi meticci” che per essere capiti devono essere pensati da una “Logica meticcia”. L’antropologia e oggi anche gli studi culturali, postcoloniali e subalterni e non solo, ci informano che tutti i modi di vita ci appaiono risultato non solo di un’evoluzione bio-culturale più o meno rapida, ma anche di una commistione per contatti culturali di vario genere.  Ecco un filone interessante da seguire, se è vero come è vero che oggi il mondo globalizzato, interdipendente e interconnesso, permette di accedere al sapere in modi nuovi, meno passivi del passato,  che spesso sono forieri di una produzione culturale nuova e meno legata al potere e agli schematismi del passato.

Pier Giorgio Serra   

“Nino mi chiamo” di Luca Paulesu (Feltrinelli 2012)

Nino mi chiamo è la prima fantabiografia di Antonio Gramsci, e non a caso è stata scritta da uno di Casa: “Luca Paulesu”, nipote di Teresina Gramsci, la sorella prediletta di Nino. Infatti solo uno di famiglia poteva concepire un’opera sull’intellettuale italiano del novecento più studiato al mondo in cui la figura dell’unico teorico comunista sopravvissuto al crollo del comunismo riesce a rivitalizzarsi mettendo insieme passato e presente, scrittura e disegno, il Gramsci  familiare con il Gramsci globale. Il lavoro di Palesu non è un saggio storico ne un’opera filologica sul pensiero gramsciano, è un libro che avvicina Gramsci al mondo quotidiano delle moltitudini che vivono il mondo caotico delle tante comunicazioni di massa che oggi avvolgono il globo terracqueo. Il fine tratto del disegno dell’autore riesce a cucire insieme tutti i giganti della storia presenti nel lascito gramsciano, da Croce a Gentile, da Bukarin a Tolstoj, e a farli interagire con le due grandi famiglie di Nino Gramsci: quella comunista e quella naturale.

Nino mi chiamo è’ una graphic novel, un racconto disegnato, che ha una storia da raccontare seguendo la struttura del romanzo, un racconto fantastico che metaforicamente ci riporta alla storia familiare di Antonio Gramsci. Non una biografia qualsiasi, dunque, ma un testo divulgativo che ben si inserisce nella nuova fioritura degli scritti su Gramsci che dal 2007, anno del settantesimo anniversario della morte, ad oggi, ha prodotto, solo in Italia, decine di saggi e centinaia di articoli in giornali e riviste. Si tratta di scritti che se da una parte ci propongono filologiche ricostruzioni dell’opera dell’autore dei Quaderni e delle Lettere dal carcere, dall’altra ne ricostruiscono la biografia intellettuale, spesso con il vezzo di tirarlo per la giacchetta facendone talora un bolscevico talaltra un liberaldemocratico, un materialista o un  idealista seguace di Croce e Gentile. Fino ad arrivare alla tragicommedia della sua presunta conversione in punto di morte. Bene fa Paulesu ad introdurre la fantabiografia  con una vignetta in cui il ritratto del piccolo Nino viene accompagnato da una efficace didascalia: “Sono sardo, sono gobbo, sono pure comunista. Dopo una lunga agonia in carcere spirerò. Nino mi chiamo”.  A ben guardare è proprio quel posporre il verbo alla fine della frase che riavvicina Gramsci al suo mondo, la Sardegna da cui si è allontanato per studiare a Torino. E nel libro troviamo ben descritta la storia della sua infanzia sarda che si snoda tra Ales, Sorgono, Ghilarza, Santulussurgiu e Cagliari, ascoltata dall’autore bambino, che ha soggiornato a Ghilarza fino all’età di nove anni, dalla viva voce di nonna Teresina.

Non è una descrizione lineare, ma com’è tipica della tecnica delle graphic novel, procede per episodi e libere associazioni tra testo ed immagine. Uno degli aspetti più convincenti del libro è la facilità con cui l’autore ci porta fin dentro l’animo del Gramsci bambino che vive in prima persona le ingiustizie sociali e che lo porteranno da grande ad inventare categorie come quella di subalterni e concetti come quello di subalternità culturale. Concetti che troviamo esplicati e reinventati attraverso i rapporti familiari soprattutto tra Antonio e la piccola Teresina, con la quale Gramsci discute di letteratura e i due si scambiano opinioni sui loro gusti letterari, la Grazia Deledda di Teresina e il Tolstoj di Nino, da cui viene fuori un simpatico esempio di egemonia culturale esercitata da Nino nei confronti della sorella. Il fumetto aiuta ed avvicina ancora di più Gramsci al grande pubblico e riesce a suscitare domande di storia culturale e politica che ancora oggi conservano la loro pungente attualità. A ben vedere forse è proprio questo il merito principale del libro di Paulesu: riportare Gramsci e il gramscismo nel mondo dei subalterni e toglierli da dosso quella sorta di sacralità in cui l’aveva rinchiuso l’accademia.

Pier Giorgio Serra

Il libro di Luca Paulesu verrà presentato ad Ales sabato 27 ottobre nei locali dell’ex cine arena San Luigi, alle ore 10,30, nell’ambito di un incontro organizzato dall’Associazione Casa Natale Antonio Gramsci che vedrà l’autore in dialogo con Sara Sanna e Luisa Ledda.

Per i dettagli dell’iniziativa clicca su: Incontro con Luca Paulesu