Divagazioni intorno alla chiesa del SS. Salvatore a Sestu (II parte)

Il desiderio di acquisire ulteriori conoscenze sulla Chiesa del SS. Salvatore è riemerso con prepotenza quando ho scelto il mio paese natale come luogo di residenza. Sicché per soddisfare quella curiosità, rimasta in parte e a lungo inappagata, mi sono dedicato a nuove ricerche. Ma come talvolta mi accade, mi sono un po’ allontanato dall’oggetto iniziale della mia curiosità…

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Graffitti medievali nella chiesa del SS. Salvatore di Sestu

Sulla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu ho trovato molte informazioni. Di fondamentale importanza si è rivelata la tesi di laurea di Lucia Siddi, intitolata “Il San Salvatore di Sestu e la Santa Mariedda di Senorbì. Contributo all’architettura medioevale in Sardegna” (sostenuta nell’Anno Accademico 1977/78). Un lavoro ricco di considerazioni di carattere storico e di giudizi estetici e valoriali che hanno avuto il merito di arricchire notevolmente la letteratura sul “romanico” in Sardegna e sulla chiesa di SS. Salvatore di Sestu in particolare. Nondimeno ho trovato interessanti i numerosi lavori che l’ accademico, buon’anima, Roberto Coroneo ha dedicato a questo monumenot.  Su questa chiesa hanno poi scritto gli  studiosi locali Vittoriano Pili, Franco Secci e Luisella Pili, le cui ricerche sono state per lo più pubblicate sul giornale locale “L’occhio del Cittadino.

Leggendo e ricercando, ad un certo punto la mia attenzione si è soffermata su un articolo di Ignazio Grecu intitolato Le “orme” dei Pellegrini nelle Chiese della Sardegna Medioevale. Questo autore sostiene che in Sardegna sono state individuate “orme” nel paramento murario di 14  chiese medioevali”. Tra queste vi è anche la chiesa dedicata al SS. Salvatore di Sestu. Questa notizia ha rappresentato per me una vera scoperta – anzi, direi una bella scoperta! Diversi studiosi avevano fatto riferimento ai graffiti della facciata del SS. Salvatore, ma nessuno prima del Grecu li aveva collegati alle orme dei pellegrini. A quel punto era impossibile non approfondire.

Nel tentativo di individuare il periodo in cui potrebbe aver avuto inizio in Sardegna la pratica di incidere “orme” sul paramento delle chiese, Grecu avanza l’ipotesi che  “la loro presenza in un numero di chiese relativamente esiguo, (per di più) databile in un arco temporale molto ristretto, possa costituire un valido argomento per ipotizzarne la (loro) realizzazione in tempi non molto discosti da quelli di impianto e costruzione, dunque nei secoli medioevali”.  Il paramento murario in cui sono incise risalirebbe, secondo Grecu, al primo quarto del XII secolo. Alle stesse conclusioni, bisogna ricordarlo, era arrivato anche Vittoriano Pili. E c’è ragione di credere che la notizia sia fondata in quanto quello è il secolo in cui si svolsero le crociate e quindi il periodo in cui decollò e si diffuse massicciamente la pratica del pellegrinaggio.

Per inquadrare il fenomeno nel contesto del medioevo sardo, può essere utile richiamare alcuni passaggi di “I santuari: finestre sull’infinito e sulla storia delle genti sarde” di Tonino Cabitzosu. Scrive Cabizzosu che nei secoli XI e XII la civiltà sarda registrò una fioritura di chiese romanico-pisane, intorno a cui si sviluppò la pietà popolare, irradiando promozione umana e spirituale. La committenza di queste chiese-santuario è da attribuire all’autorità laica, ai giudici, che lavorarono in sintonia con quella religiosa.  E più oltre precisa che numerosi pellegrini nel corso dei secoli, hanno lasciato traccia del loro pellegrinare di santuario in santuario incidendo sui conci le impronte dei sandali. Fornisce quindi alcuni dati sulla diffusione del fenomeno, sostenendo che il territorio in cui si registra il maggior numero di orme è il Giudicato di Torres con 50, 4 in quello di Gallura, 35 in quello di Cagliari e 33 in quello di Arborea.

Dal canto suo il Grecu, procedendo alla descrizione delle orme della chiesa del SS. Salvatore di Sestu, precisa che le stesse sono insolitamente graffite in conci posti all’interno dell’edificio, più esattamente in prossimità dei tre portali e alla base dei pilastri da cui nascono le prime arcate dei setti divisori. Secondo una prassi consolidata questo genere di segni venivano generlamente tracciati all’esterno. Coloro decidevano di lasciali erano infatti viaggiatori e come accade ai viaggiatori di tutte le epoche (accade anche oggi!), spinti dal desiderio di lasciare una traccia indelebile del loro passaggio in quei particolari luoghi, incidevano graffiti simbolici in punti ben visibili ed accessibili a chiunque.

orme-iiIl Grecu ritiene che le orme tracciate nella chiesa del SS. Salvatore siano state realizzate mediante la pratica di piccoli fori eseguiti in successione, oppure tracciate con una punta molto fine. Nella parte conclusiva del suo articolo l’autore riporta una serie di tavole in cui sono riprodotte le forme delle orme tracciate dai pellegrini, nonché le loro varianti . Dal raffronto con esse, le orme del SS. Salvatore di Sestu possono essere ascritte a tipologie diverse. Non è dunque possibile attribuire ad esse un significato preciso.

Dall’attento esame del Grecu emerge però un altro particolare, a mio parere molto interessante. Egli rileva infatti che in facciata, i cinque filari di conci con decoro geometrico possono rimandare a simboli legati al viaggio e alla pratica del pellegrinaggio. Ciò mi ha fatto pensare che coloro i quali hanno eseguito quei graffiti si proponessero non solo di lasciare un segno del loro passaggio ma anche di rassicurare gli altri pellegrini del fatto che si trovavano sulla strada giusta. In questo senso le orme graffite nei muri fungevano da segnaletica stradale per indirizzare correttamente i pellegrini nel loro cammino.

Se questa mia ipotesi non è del tutto stramba, allora è credibile che la chiesa del SS. Salvatore fosse collegata agli itinerari dei pellegrini dell’epoca. Che l’ipotesi non sia del tutto “peregrina” (perdonatemi il gioco di parole) è avvallato dal fatto che i graffiti individuati nei cinque conci della facciata si possono ricollegare ai simboli medievali legati al viaggio e alla pratica del pellegrinaggio.

A questo proposito ritengo di rilevante importanza le considerazioni avanzate dal Frau. Scrive quest’ultimo che “a Sestu, la chiesa campestre di San Gemiliano… (oggi) non presenta tracce di orme graffite, forse (perché sono andate) perdute con l’addossamento di ambienti seicenteschi al fianco nord e del portico cinquecentesco alla facciata”, per la protezione dei pellegrini.

Orme dello stesso tipo sono presenti nella chiesa di San Lussorio di Selargius, incise in alcuni conci del portale laterale della chiesa. Lo sostiene Giampietro Dore nel suo libro “Sulle orme dei pellegrini”.  Il Dore fa presente che sempre a Selargius, nell’area del portico antistante la chiesa di San Giuliano, e stata rinvenuta una placchetta di piombo, datata al XII-XV secolo, raffigurante i santi Pietro e Paolo. Suppone l’autore che quella placchetta – che insieme alla chiave era il simbolo che  contraddistingueva i pellegrini diretti a Roma – sia stata ripostata da un pellegrino o da un commerciante.

Dunque, seppure non esiste prova certa di quanto sostenuto da Frau a proposito dell’esistenza di orme nella chiesa di San Gemiliano, tutta una serie di altri indizi lasciano credere che la notizia sia fondata. E’ infatti verosimile che la chiesa di san Gemiliano, insieme a quella del SS. Salvatore nel territorio di Sestu, da un lato, e la chiesa di San Lussorio a Selargius, dall’altro lato, fossero meta di pellegrinaggio all’interno di un itinerario il cui termine ultimo poteva essere il Porto di Palma, dove esisteva una chiesetta dedicata alla Madonna, oppure Portu Gruttu dove i pellegrini si imbarcavano per raggiungere il Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Pinotto Mura

Divagazioni intorno alla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu (I parte)

Quando da bambino venivo a Sestu a trovare i parenti e soprattutto il nonno Antonio, la cui casa in Via Nuova era molto prossima alla Chiesa del SS. Salvatore, provavo grande attrazione per quel monumento. Dai miei ricordi d’infanzia legati a quella chiesa, affiorano soprattutto quelli legati all’altare ligneo, su cui troneggiava la statua del SS. Salvatore. La sua semplicità la rendeva bellissima agli occhi di un bambino e proprio per questo catturava la mia attenzione sopra ogni altro oggetto. (P. M.)

chiesa-ss-salvatore_sestuQualche tempo fa mi sono ritrovato a sostare nella Piazza del SS. Salvatore con un gruppo di persone che abitano o che hanno abitato nel rione conosciuto come “part’ e susu”, cioè la parte del paese situata a nord del Rio Matzeu dove è appunto ubicata la Chiesa del SS. Salvatore.  Ho così approfittato dell’occasione per manifestare il mio dispiacere per il fatto che nella chiesa non fosse più presente l’altare ligneo di cui conservavo un vivido ricordo d’infanzia, insieme al mio disappunto per la sua rimozione senza un plausibile motivo e per il fatto che non fosse noto il luogo della eventuale attuale conservazione.

Mentre mi intrattenevo a discorrere con queste persone, si è avvicinata, per salutarmi, una vecchia amica, anch’ella risiedente nel rione.  La metto a parte delle nostre discussioni e a lei chiedo esplicitamente se per caso fosse al corrente del destino dell’altare ligneo, un tempo conservato nella chiesa. Al che l’amica, seguendo il filo dei suoi personali ricordi, mi dice: “Mi sono sposata in questa chiesa e allora l’altare c’era ancora.  Ho anche un fotografia, scattata proprio davanti all’altare. Se me ne dai il tempo, vado a casa e te la porto”. Detto, fatto. L’ho già fatto personalmente, ma colgo l’occasione per ringraziare anche pubblicamente questa gentile amica, che non ha esitato a soddisfare la mia curiosità mettendomi a disposizione una preziosa testimonianza del passato della chiesa, anche se legata a un momento strettamente personale della sua vita. chiesa-del-ss-salvatore_altare-ligneoDi quell’altare rimane il pannello della parte inferiore che si può ammirare ancora appeso alla parete immediatamente dopo all’ingresso laterale dalla Piazza. Basta osservarlo per intuire quanto fosse bello nel suo complesso il vecchio altare.

Sulla vicenda della rimozione del vecchio altare e della sua eventuale successiva sistemazione, la conversazione con gli amici del rione non ha offerto significativi elementi di conoscenza. Diverse e contraddittorie le versioni al riguardo. Da par mio consideravo che la rimozione dell’altare fosse dipesa dai necessari adeguamenti seguiti alla riforma liturgica prescritta dal Concilio Vaticano II. Come è noto, le trasformazioni più rilevanti hanno riguardato proprio la costruzione di un nuovo altare al fine di permettere al sacerdote, nello spirito della riforma, di celebrare la messa mostrando la faccia ai fedeli.  Ciò ha comportato lo spostamento della sede dell’altare dalla parte destra del presbiterio al centro di esso.

In alcune chiese si è scelto di non demolire l’altare originario e per consentire la celebrazione con la faccia del presidente rivolta verso il popolo, accanto ad esso è stata sistemata una nuova mensa eucaristica, in posizione centrale. Non sempre però i presbitéri presentavano spazi sufficienti per eseguire i prescritti adeguamenti liturgici senza che ne soffrisse la dislocazione dei vari mobili e immobili che obbligatoriamente devono essere presenti in quell’ambiente. Questo fatto mi portava a concludere che proprio le ridotte dimensioni del presbiterio della Chiesa del SS. salvatore potessero aver portato alla rimozione del preesistente altare ligneo. Una grave perdita, a mio parere, ma come sentenzia un antico detto sardo: “cosa fatta est prus forti  de su ferru”.

A questo proposito Franco Secci, nel suo libro “SESTU tra storia, cronaca e immagini”, riferisce che “l’intonaco della volta e l’altare ligneo settecentesco, di nessun  pregio, sono stati rimossi nel 1988, quando si è provveduto al restauro della chiesa”. Notizia interessante ma tutt’altro che convincente ed esaustiva delle mie curiosità. E’ ipotizzabile che il restauro sia stato eseguito sulla base di un progetto della competente Soprintendenza, o da tecnici e operai di provata capacità e di fiducia di quell’Ufficio. Come è stato possibile – mi domando allora – che un altare in legno del Settecento possa essere stato rimosso perché “privo di valore artistico” o meglio perché considerato “di nessun pregio”? Non sono un tecnico dei beni culturali ma  mi permetto di esprimere forti perplessità su simili valutazioni da parte di professionisti del settore della Tutela. E comunque, quand’anche quell’altare fosse stato privo di valori artistici, resta il fatto che si trattava di un manufatto del Settecento e che pertanto possedeva almeno un valore di testimonianza storica.

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Particolare del pannello inferiore che faceva parte dell’altare ligneo del SS. Salvatore

Né gli amici della piazza, né il libro di Franco Secci erano dunque riusciti a chiarire i miei dubbi. Continuavo a domandarmi: quando è stata realizzata la rimozione dell’altare in legno? Chi ha disposto i lavori per la sua esecuzione? E ancora: la rimozione degli ingombri e la ristrutturazione dello spazio ottenuto sono stati eseguiti sulla base di apposito progetto, presentato al giudizio delle competenti Autorità e regolarmente approvato dalle medesime? E soprattutto: dove è stato conservato l’altare rimosso?

Per cercare di trovare le risposte ai miei interrogativi ho allora deciso di portare avanti alcune ricerche iniziate diversi anni fa, quando ho scelto di tornare a vivere nel mio paese natale. Allora, sulla scorta dei ricordi infantili, il bisogno di approfondire la conoscenza della storia del mio paese era emerso con prepotenza. Ho così ripreso a frequentare archivi e biblioteche. La ricerca sulla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu è stata lunga e impegnativa ma devo dire che alla fine ha dato i suoi frutti. I documenti raccolti  mi hanno permesso di allargare oltre ogni aspettativa le mie conoscenze sull’argomento. Non vorrei però annoiare troppo i lettori con le mie divagazioni. Per cui, per ora, mi fermo qui.

Pinotto Mura

Un recente “viaggio della memoria”: la cattedrale di San Pietro di Sorres (Borutta – SS)

Borutta (SS), Cattedrale di San Pietro di Sorres: veduta dalla periferia di Cheremule

Può capitare di partire per una piccola escursione che ripercorra le memorie della famiglia. Può capitare che un percorso, pensato e valutato prima, accolga delle varianti, spesso perché i tempi stimati in eccesso lasciano qualche ora in più da dedicare ad altre curiosità.
E’ in uno di questi viaggi della memoria che mi è capitato di rivedere la bellissima chiesa cattedrale che sorge a poca distanza dal centro abitato di Borutta, e che insiste nel suo territorio comunale.
Sono tanti i motivi per cui si ha voglia di arrampicarsi su quel pianoro. Primo tra tutti la magnifica vista di cui si può godere nelle giornate battute dal vento, quando l’aria è tersa e si può apprezzare il paesaggio sottostante per diversi chilometri intorno.
Si arriva alla chiesa seguendo le indicazioni e attraversando diversi terreni delimitati da muretti a secco nei quali trovano posto molti ricoveri per animali, la cui struttura è interamente in pietra chiara. Le greggi pascolano sui campi in rigoglio e a incorniciare quest’immagine bucolica sembra mancare soltanto la colonna sonora dell’Intervallo di tanti e tanti anni fa… e, ahimè, questo mi qualifica già dal punto di vista anagrafico, perché solo i lettori di una “certa” età ricorderanno a cosa mi riferisco…

Borutta (SS), Cattedrale di San Pietro di Sorres: particolare della facciata

Ma procediamo… Lasciata la macchina a congrua e rispettosa distanza, l’ultimo piccolo tratto a piedi predispone all’impatto con la maestosità della chiesa, che si presenta in tutta la sua bellezza e grandiosità: un biglietto da visita che lascia davvero senza fiato. Ci si sente istintivamente piccoli all’atto di ammirare le fini decorazioni ad intarsio che incrostano la facciata in modo particolare, e si ripetono in tono minore nei fianchi e nel prospetto absidale.
Il primo incontro con questo bellissimo monumento risale ai primi anni ’90, quando preparavo l’esame di Arte medievale all’Università e dovevo scegliere un monumento sardo da studiare attraverso la stesura di una “temutissima” (…eh si…) tesina da esporre al docente. Non avevo avuto dubbi su cosa scegliere: mi imbarcai in un viaggio un po’ avventuroso in treno (gli scioperi imperversavano) e alla stazione di Giave mi venne a prendere uno dei monaci della comunità benedettina che attualmente vive a Sorres. Arrivammo a destinazione, presi posto nella foresteria e dopo pranzo iniziai con macchina fotografica, taccuino e matita a girare dentro e fuori il monumento, prendere appunti, fare schizzi e studiare in biblioteca, in una full immersion durata due giorni.

Borutta (SS), Cattedrale di San Pietro di Sorres: interno

Cronologia e descrizione
Si deve a Raffaello Delogu il merito di averne individuato i diversi momenti costruttivi. Alla prima fase (compresa tra il 1050 e il 1100 e proseguita quasi immediatamente non oltre i primi decenni del secolo successivo) si ascrive la parte inferiore del fianco meridionale. La lettura dell’edificio palesa il ruolo  decisivo delle maestranze toscane (per la struttura) che operavano nel settentrione sardo, alle quali si aggiunsero probabilmente esponenti di cultura diversa. Il completamento (così lo definiva il Delogu, mentre Renata Serra preferisce pensare a una “ricostruzione”) è precisabile grosso modo tra il 1170 e il 1190. Non sarebbe inusuale questo andamento “a singhiozzo” dei cantieri, tanto più nel caso di edifici di grandi dimensioni che presupponevano un impegno economico rilevante. E’ importante, tuttavia, riflettere sulla posizione di Renata Serra secondo la quale il momento di ipotetica interruzione dei lavori coinciderebbe con una fase di grande attività dei vescovi sorrensi e sarebbe difficile, dunque, pensare per quel periodo a una cattedrale non del tutto agibile.
Non è stato possibile individuare il committente della chiesa e della struttura episcopale (della quale residua la porzione che oggi collega l’edificio sacro alle strutture monastiche recenti) ma doveva essere sicuramente di alto rango sia per il ruolo della cattedrale stessa, sia per le sue dimensioni e per l’impegno economico intuibile.
Se in facciata una falsa loggia movimenta le murature con decori delicati come trine, con gran profusione di motivi geometrici, l’interno acquisisce un ritmo ordinato dettato dalla sola evidenza della struttura architettonica in cui grandi pilastri  – che suddividono lo spazio rettangolare in tre profonde navate terminanti nel presbiterio rialzato – sorreggono le arcate sulle quali si impostano le scure volte, probabilmente dovute a maestranze francesi.  Per maggiori approfondimenti su questi aspetti (che richiederebbero troppo spazio) si rimanda alla bibliografia e al link in calce. Qui si propone la suggestione di un interno che si gioca tutto sui contrasti dovuti all’alternanza di filari di pietra chiara con filari di pietra scurissima, unica forma di “decoro” (a parte i capitelli di pilastro) che esclude ogni orpello e sembra voler valorizzare la “sostanza”. Viene spontaneo riflettere sulla valenza del contrasto tra il bianco e il nero, normalmente indicanti la luce e le tenebre, ci si chiede se questa scelta di essenzialità e semplificazione volesse invitare anche il fedele a tralasciare tutto per concentrarsi nella preghiera, senza distrazioni. E, perché no, si riflette sull’effetto che produce l’introdursi e il sostare (credenti o meno) in uno spazio così particolare.

Borutta (SS), Cattedrale di San Pietro di Sorres: iscrizione sulla soglia del portale principale

Maestro Mariano: committente o architetto?
Si deve a “+ Mariane maistro” (così è definito nell’iscrizione presente sulla soglia del portale di facciata) la capacità di orchestrare armoniosamente tendenze architettoniche e culture differenti. Di lui si conosce solo il nome, ma non tutti concordano nell’identificarlo come architetto, proponendo che possa trattarsi del committente. La questione è spinosa, ma finora la bibliografia ha privilegiato l’identificazione di Mariano come architetto, in attesa e nella speranza che nuove acquisizioni documentarie possano chiarire l’enigma.
Se tuttavia così dovesse essere, era sicuramente a capo di un cantiere di grande rilevanza e dimensioni, deve considerarsi come una sorta di impresario a capo di una bottega capace di soddisfare richieste importanti e impegnative se, contrariamente alla prassi più comune per quei tempi, il suo nome (una firma?) campeggia in un punto di passaggio che tutti dovevano vedere all’atto dell’ingresso in cattedrale.

In previsione dei prossimi giorni di festa, si consiglia di recarsi a vedere di persona il luogo sacro e lasciarsi coinvolgere dalle tante suggestioni che un occhio attento può cogliere.

Anna Pistuddi

Per approfondire:
-D. Scano, Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo, Cagliari-Sassari, Montorsi, 1907, pp. 177-191;
-R. Delogu, L’architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, La Libreria dello Stato, 1953, pp. 76-77;
-R. Serra, La Sardegna, collana “Italia romanica”, Milano, Jaca Book, 1989, pp. 301-310;
-R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, collana “Storia dell’arte in Sardegna”, Nuoro, Ilisso, 1993, sch. 20;
-R. Coroneo-R. Serra, Sardegna preromanica e romanica, collana “Patrimonio artistico italiano”, Milano, Jaca Book, 2004, pp. 169-179;
-R. Coroneo, Chiese romaniche della Sardegna. Itinerari turistico culturali, Cagliari, AV, 2005, pp. 46-49.

Dal web:
http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=17800&v=2&c=2660&c1=2633&visb=&t=1
http://www.sanpietrodisorres.net/

Una donna sarda poco conosciuta: Sardigna de Lacon

Il lago Omodeo visto dalla chiesa di San Pietro, Zuri (Ghilarza)

A volte occorre del tempo per cogliere realmente la portata concreta di quello che comunicano le cose: succede anche in campo storico-artistico.
Infatti è frequente imbattersi a distanza di tempo in un manufatto altre volte osservato, rilevando cose mai notate prima, o magari di mettere in connessione parti diverse di un edificio e scoprire che questa azione ci introduce immediatamente in un aspetto particolare della storia.
La badessa Sardigna de Lacon compare citata in un’iscrizione del 1291 ubicata nella facciata della chiesa romanica di San Pietro di Zuri. La storia di questo edificio conosce negli anni ‘20 del Novecento un episodio necessario e traumatico. In occasione della costruzione della diga presso l’attuale Lago Omodeo, il piccolo villaggio di Zuri (frazione di Ghilarza) fu ricostruito a monte perché il sito originario era destinato ad essere invaso dalle acque. Si poneva il problema di non perdere un edificio di valore architettonico e storico-artistico che testimonia di un momento di passaggio tra due linee diverse: la transizione dal romanico al gotico, dove il primo rimane ampiamente base strutturale fondante, mentre il secondo si esplica soprattutto in particolari quali la struttura delle aperture e, soprattutto, la decorazione architettonica. Esiste una dettagliata documentazione di Carlo Aru che guidò lo smontaggio dell’edificio, la numerazione delle diverse parti e la ricostruzione a monte, nell’attuale sito.
Senza andare ad analizzare i dettagli della storia di questa architettura e i diversi soggetti decorativi, in occasione della festa che oggi si celebra la nostra attenzione cade su una figura la cui conoscenza è possibile grazie alla sola iscrizione di cui si parlava. Non c’è traccia di questo personaggio nelle genealogie medievali della Sardegna, ma il nome e il ruolo di badessa ci suggeriscono che fosse un’esponente di un ramo collaterale della famiglia regnante in Arborea in quel tempo: il destino dei figli non primogeniti e delle donne (non sposate o vedove) delle famiglie regnanti era quasi sempre quello della consacrazione religiosa, in un iter che li portava spessissimo ad assumere comunque ruoli importanti. Sarebbe facile e suggestivo romanzare una storia i cui connotati si possono solo intuire, cercando di definire una biografia di comodo che avvalori le tesi che si preferiscono. Ma l’operazione più corretta e onesta è verificare quanto si possa dedurre da così pochi dati oggettivi mettendoli a confronto con realtà maggiormente conosciute.
L’iscrizione recita:

ANNO DOMINI MCCXCI / FABRICATA EST HAEC ECCLESIA ET CONSEC / RATA IN HONORE BEATI PETRI / APOSTOLI DE ROMA SUB TEMPORE IU / DICIS MARIANI IUDICI ARBOREE ET / FRATRE IOHANNES EPISCOPUS SANCTAE IUSTE EO / DEM TEMPORE ERAT OPERARIA ABADISSA / DONNA SARDIGNA DE LACON / MAGISTER ANSELEMUS DE CUMIS FABRICAVIT.

San Pietro di Zuri (Ghilarza): iscrizione in facciata

La lettura risulta agevole (il segno “/” separa le righe) e si tratta di un’iscrizione completa sotto il profilo dei dati inerenti il cantiere della chiesa. Sono menzionati l’anno (1291), il santo titolare (San Pietro), il sovrano regnante (Giudice Mariano d’Arborea, che risulta anche il committente) e il vescovo Giovanni di Santa Giusta. In conclusione del testo, dopo aver proceduto in linea rigidamente gerarchica nelle citazioni, si nomina l’operaia Badessa Sardigna de Lacon, seguita da Anselmo di Como, l’architetto.
Molto si è scritto sulla condizione della donna nel medioevo europeo, a partire dai ben noti saggi di Jaques le Goff (per citare un autore tra i più noti anche ai non addetti ai lavori), e appare quasi unilateralmente descritto per essa un ruolo subalterno, tranne i casi in cui, appunto, le donne in questione facessero parte di famiglie nobili. Ma chi ci garantisce che la loro posizione all’interno di questi sistemi così rigidi e mortificanti per la libertà individuale fosse così idilliaca? Quando non andavano spose di mariti non scelti da loro, erano inserite in ambienti religiosi, ma sempre a seguito di scelte imposte dall’alto, anche quando l’ingresso in convento seguiva la morte del marito. Sardigna de Lacon, questa nostra conterranea vissuta tanti secoli fa, non sembra discostarsi dal quadro generale. Riceve, nel contesto della fabbrica del San Pietro di Zuri, un incarico piuttosto importante e delicato. Se infatti il sovrano, commissionando ad Anselmo di Como l’edificazione dell’edificio di culto, mette a disposizione una certa somma di denaro, questo denaro doveva necessariamente essere amministrato da una figura degna di fiducia. Da quanto si sa sugli “operai” (figure ben diverse dall’operaio come inteso oggi, che riveste un ruolo pratico assimilabile al manovale, sebbene di volta in volta specializzato), dovevano avere dimestichezza col denaro e saperlo gestire. Quindi (nel contesto del cantiere): saper comprendere quali figure fossero necessarie, valutare la congruità delle richieste provenienti dall’architetto in merito ai costi dei materiali e valutare anche quanto pagare le maestranze, dai carpentieri ai manovali, dagli apprendisti agli scalpellini, l’architetto stesso, e via dicendo. Sardigna de Lacon doveva essere dunque in grado di fare tutto questo, seppure si possa ipotizzare coadiuvata da qualcuno, perché lei in prima persona doveva rendere conto al committente, nel senso letterale dell’espressione, delle somme affidatele.

San Pietro di Zuri (Ghilarza): architrave decorato

Un ulteriore segnale della sua importanza in seno al cantiere e, quindi, riconoscibilità da parte di tutti i soggetti coinvolti, è l’ipotesi della sua presenza figurata nell’architrave del portale principale. È rappresentata in posizione solo apparentemente sottomessa: è inginocchiata nell’atto di essere presentata al Santo titolare, Pietro, (identificabile dalle chiavi che ne connotano l’iconografia), rispettosa del contesto sacrale, ma rappresentata, a conferma dell’importanza del suo ruolo, come solitamente vengono rappresentati i committenti.

Su questo e altri aspetti che non è possibile approfondire in questa sede, si può ragionare ancora. Rimane il dovere di far conoscere più capillarmente una figura consegnataci dalla storia, unica donna nel contesto sardo dell’epoca (alla luce delle attuali conoscenze) ad essere rappresentata in questo ambito e con un ruolo così importante e insolito, normalmente ricoperto  da figure maschili.
Sebbene, dunque, non si possa dire nulla di più sulla sua vita, quel poco che si può ricostruire con il conforto del ragionamento e del confronto con altre fonti più studiate (mi riferisco, ad esempio, alle epigrafi delle torri cagliaritane di San Pancrazio e dell’Elefante – terminate entro il primo decennio del 1300 – molto più dettagliate ma analoghe per impostazione) e che offrono citazioni di altri operai, consente di gettare un po’ di luce su Sardigna de Lacon, pur lasciandoci la curiosità (e la speranza) di saperne sempre di più.

Anna Pistuddi

Per approfondire:
– Carlo Aru, San Pietro di Zuri, Reggio Emilia, 1926 [rist. anast. a cura di Donatella Salvi e Anna Luisa Sanna, Ghilarza, 2006];
– Francesco Cesare Casula, Genealogie Medioevali di Sardegna, Sassari, 1984;
– Roberto Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300=Storia dell’arte in Sardegna, Nuoro, 1993, scheda n. 144;

Dal web:
http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=17856&v=2&c=2660&c1=2633&visb=&t=1

La chiesa di San Gemiliano: tra storia e devozione

La prima volta che ho visitato la chiesa di Santu Millanu risale a tantissimi anni fa, e ne ignoravo le peculiarità, la storia, le vicende. Ma mi affascinò da subito il suo tranquillo isolamento, che, paradossalmente, costituisce un singolare motivo di attrazione.
Per tutti è una meta, un luogo di refrigerio per l’anima, per incontrarsi con amici e parenti nella pineta nelle belle giornate primaverili o per difendersi dalle calure dell’estate. Ma è soprattutto il fulcro della festa che celebra il santo e rinnova la devozione dei sestesi.
Si arriva a destinazione dopo un tragitto di pochi minuti in macchina, o una passeggiata corroborante a piedi, e l’ingresso che preferisco è quello dalla pineta, in corrispondenza del chiosco. Non è una questione bucolica o romantica, ma scegliere questa soglia permette di percorrere lo spazio esterno ricalcando idealmente le fasi storiche dell’edificio.
Anche in questo caso, ad accoglierci sono superfici nitide, dal colore caldo del calcare, così comune nel Campidano da far sentire (ai campidanesi, s’intende) quell’inconfondibile “aria di casa”. Così come per un abitante della Gallura il richiamo naturale alle proprie radici si evidenzia dall’uso del granito.
Si. Perché il panorama dell’architettura medievale sarda, e in particolare quella relativa al periodo inquadrabile tra i secoli XI e XIV (1000-1300), nel quale nasce e si sviluppa l’architettura romanica grazie all’opera di monaci benedettini chiamati (a partire dal 1065) dai giudici locali, sovrani dei quattro regni (Cagliari, Gallura, Arborea, Torres) in cui allora era ripartita amministrativamente l’Isola, si caratterizza proprio per il colore. Dislocate in tutto il territorio isolano, le chiese erano costruite con materiali locali offerti dalla natura dei luoghi (basalti, calcare, trachiti…) e marmo (d’importazione, derivato dallo smontaggio di edifici di età romana). Da questo derivano i tanti diversi colori che in determinati momenti si combinarono, volutamente, in funzione decorativa.

L’edificio e le pertinenze: datazione e struttura architettonica.

La chiesa fu edificata nella seconda metà del secolo XIII, fulcro religioso di una villa (Susue) documentata fin dal 1316-22.
Iniziando l’ideale passeggiata dall’ingresso al parco di cui si diceva poco sopra, ci si trova immediatamente di fronte alla parete del fianco meridionale, che si offre al nostro sguardo delimitata in verticale da alcuni elementi caratteristici, le lesene a soffietto (o a fisarmonica) il cui effetto visivo risalta maggiormente con la luce di mezzogiorno, quando, osservandole da vicino e spostando lo sguardo dal basso verso l’alto, si può cogliere l’alternanza di luce e leggere ombre proiettate dalle parti sporgenti di questa superficie “ondulata”. Lesene siffatte caratterizzano questo momento storico, insieme alle forme degli archetti pensili dal sesto acuto. Le mensoline che sorreggono questi ultimi corrono lungo i fianchi e delimitano le pareti dell’edificio segnando l’origine delle coperture e seguendone l’andamento. Oggi molto rovinate, le mensoline che reggono gli archetti pensili porgevano all’occhio dei fedeli una molteplicità di raffigurazioni simboliche: solitamente motivi vegetali, volti umani, teste di leoni, animali fantastici, arieti, ecc…
Sul fianco meridionale è presente un ingresso, la cui struttura è quella canonica dei portali romanici.
Dalla posizione in cui siamo, dirigendoci verso destra, quindi verso est, si svolta fino ad apprezzare la muratura di fondo. Da una semplice osservazione ci accorgiamo della peculiarità della pianta di questa chiesa. Infatti non possiede un’abside soltanto, ma due, che sporgono con le loro murature semicircolari, quella di destra (dal nostro punto di osservazione) più ampia di quella sinistra.
Sulla funzione della doppia abside non si è ancora arrivati a una risposta definitiva, ma non è una novità, essendo presente in Sardegna fin dall’inizio del XII secolo (più precisamente questa pianta si sviluppa tra il 1100 e il 1125). La muratura settentrionale è nascosta da strutture posteriori, così come la facciata originaria, in parte utilizzata per accostarvi il portico, realizzato nel corso del 1500.
Quest’ultimo è suddiviso in tre navate: quella centrale in larghezza ripropone l’ampiezza totale della chiesa stessa. Frontalmente ha una facciata piana, che ospita un ampio portale a sesto acuto e che culmina al centro con un piccolo campanile a due luci, una per ogni campana.
Stando comodamente all’ombra del portico, nella sua zona più ampia, notiamo che ciascun portale, la cui struttura ripete quanto visto nel portale meridionale, rimanda alla suddivisione interna in due navate, che terminano con le absidi.
All’interno si apprezza la solidità dei pilastri che reggono le arcate che dividono le navate, dalla sagoma a tutto sesto che si ripete anche nelle volte a botte semicircolari. A raccordare arcate e pilastri stretti capitelli ripropongono un motivo decorativo a foglie aguzze.
All’esterno un giardino ben curato e ordinato separa la chiesa dalle cumbessias, che si animano nei giorni della festa, grazie alla presenza dei devoti del santo, a testimonianza di un’ininterrotta frequentazione del santuario, che si qualifica, nel suo genere, tra i più grandi del meridione isolano.

Anna Pistuddi

Glossario:

lesèna: elemento architettonico addossato alle murature di un edificio. La sua funzione è decorativa e la forma può essere quella della semicolonna o del pilastro. La superficie può essere liscia o presentare l’aspetto “a soffietto”.

Per approfondire:

D. Scano, Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo, Cagliari-Sassari, 1907, p. 330;
R. Delogu, L’architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, 1953, pp. 188-189;
R. Serra, La Sardegna, collana “Italia romanica”, Milano, 1989, p. 349;
R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Nuoro, 1993, scheda n. 140.

Dal web:

“Festeggiamenti in onore di San Gemiliano” (settembre 1994)

http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=159994