Ispirati dagli archivi 2016

Dal 14 al 19 marzo 2016, l’Associazione nazionale archivistica italiana (Anai) promuove una settimana di eventi per fare conoscere ai cittadini la ricchezza del patrimonio archivistico del nostro Paese e per richiamare le istituzioni a garantire risorse adeguate per la sua tutela e valorizzazione e a gestire con consapevolezza il tema della conservazione del documento digitale, che offre eccezionali vantaggi ma espone anche a rischi da valutare per tempo e con attenzione.

Numerosi eventi sono in programma anche in Sardegna (LOCANDINA Sardegna). A Cagliari, l’appuntamento è il 19 marzo alla MEM (Locandina evento MEM)

Senza gli archivi perdiamo il patrimonio di documenti che costituisce la nostra storia e la nostra identità collettiva. Perdiamo la possibilità di imparare dal passato per progettare il presente e il futuro. Mettiamo a rischio la possibilità di avvalerci dei nostri diritti di cittadini, nella nostra quotidianità: nel rapporto con la pubblica amministrazione, in banca come clienti, dal medico come pazienti, nell’acquisto di beni e servizi come consumatori, sul posto di lavoro.
Gli archivi sono patrimonio di tutti: documentano attività in corso, tutelano diritti, trasmettono la memoria.
Gli archivi sono ovunque e sono rappresentativi di una molteplicità di contesti sia pubblici sia privati: pubblica amministrazione, enti locali, ospedali, scuole, istituzioni militari, tribunali, imprese, famiglie…
Scopo degli archivi e del lavoro degli archivisti, all’interno di  una comunità, è di evitare che questa ricchezza venga persa.
Senza gli archivi giudiziari non si possono condurre i processi, riaprire le cause quando subentrano nuovi elementi. Senza gli archivi non si sarebbero potute aprire grandi cause di lavoro, come i processi di risarcimento ai morti per l’amianto.
Senza gli archivi è impossibile venire a conoscenza dei soprusi e delle violenze commesse dalle dittature politiche, ricostruire le politiche dei governi nel corso della storia, non si può fare luce su episodi quali il terrorismo, le stragi, la mafia. (Dal sito Ispirati dagli archivi 2016)

A sostegno dell’iniziativa è intervenuto anche lo scrittore siciliano di fama internazionale Andrea Camilleri, autore di romanzi e racconti in cui il documento (originale o inventato) è spesso al centro della narrazione. Nel video che segue Camilleri, citando esempi storici e letterari, spiega l’importanza e il ruolo che gli archivi rivestono per i cittadini e per la società.

 

Gli archivisti… sono ricercatori.

«I ricercatori non possono essere pagati come i funzionari ministeriali che si occupano di procedure amministrative e si occupano di gestione di archivi».

Questa affermazione è stata fatta dal Ministro Giannini il 26 ottobre, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano. A parte  l’indegna comparazione di valore che fa tra le professioni, il Ministro (o la signora Ministra, se si preferisce!) mostra di essere particolarmente disinformata su cosa fanno, da circa 12 secoli, gli archivisti in Italia. Di seguito la risposta che la professoressa Maria Guercio ha dato al Ministro in qualità di presidente ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana).

ANAI_Comunicato 27-10-1015L’ANAI – Associazione nazionale archivistica italiana, in margine all’intervento all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano del Ministro Giannini, ritiene opportuno ricordare alla segreteria del Ministro, che probabilmente informa il suo responsabile in modo un po’ confuso e superficiale, che gli archivisti… sono ricercatori.

E svolgono una delicata duplice funzione tecnico-scientifica.

Da un lato infatti sono responsabili della corretta tutela, conservazione, descrizione, accessibilità e valorizzazione del patrimonio storico archivistico pubblico e privato accumulato in Italia da una dozzina di secoli (un patrimonio unico al mondo che il sistema educativo nazionale purtroppo utilizza assai poco per la didattica di tutte le materie, anche quelle scientifiche).

Dall’altro gli archivisti contribuiscono, direttamente o mediante la loro consulenza e vigilanza, alla creazione ordinata e giuridicamente affidabile degli archivi contemporanei della Pubblica Amministrazione in tutti i suoi livelli. E un simile ruolo, spesso, gli archivisti lo svolgono anche nelle aziende private, occupandosi di organizzare la gestione dei flussi documentali in ambiente digitale.

Nell’esercizio di tale funzione, che si svolge tra incredibili difficoltà, gli archivisti difendono alcuni caratteri fondamentali di una moderna società democratica: la trasparenza, l’efficacia, l’economicità, il buon andamento, l’imparzialità dell’amministrazione e la tutela della riservatezza personale.

In conclusione ci fa piacere ricordare che proprio al Miur compete la cura delle scuole di alta specializzazione in archivistica e biblioteconomia dalle quali escono ottimi archivisti che trovano con soddisfazione lavoro anche in altri Paesi (in Europa, in Nord America, in Australia, ma anche ormai nel continente asiatico e in Sud America).

Cordialmente, a nome di tutti gli archivisti italiani

Maria Guercio, Presidente ANAI

“Domenica di carta”. Viaggio attraverso i depositi del tempo.

L’Archivio di Stato di Cagliari aderisce alla Giornata nazionale “Domenica di Carta” con un’apertura straordinaria domenica 11 ottobre, dalle ore 17 alle ore 20. Per la prima volta saranno organizzati dei percorsi guidati nei depositi archivistici alla scoperta dei fondi più antichi come l’Antico Archivio Regio del periodo catalano-aragonese e spagnolo (secoli XIV-XVIII), ma anche dei fondi più moderni e vicini a noi tra i quali l’Archivio del Carcere di Buon Cammino. Sarà un viaggio tra le carte per apprendere i principali metodi di conservazione e di restauro e le principali tecniche della digitalizzazione.

Domenica di carta

L’informazione, i cittadini e la figura del Presidente della Repubblica tra passato e presente.

11074358_10206462014572921_18067871_nCAGLIARI, Venerdì 27 marzo 2015, ore 16:30 – “Solidarietà e diritti – Fondazione Luca Raggio” organizza a Cagliari presso la sala conferenze della Fondazione Banco di Sardegna in via San Salvatore da Horta 2 una discussione dedicata al rapporto fra i cittadini e la Presidenza della Repubblica tra passato e presente, per capire come i cittadini possono rapportarsi alla massima carica dello Stato. Fulcro dell’incontro sarà il libro di Maurizio Ridolfi “Presidenti. Storia e costumi ella Repubblica nell’Italia democratica” (Viella 2014). Interverranno:

Maurizio Ridolfi, l’autore – E’ tra i più importanti storici italiani, autore di lavori fondamentali di storia politica; attualmente è ordinario di storia contemporanea presso l’Università della Tuscia di Viterbo.

Paola Carucci – E’ il sovrintendente dell’Archivio storico del Quirinale, una delle massime autorità nel campo dell’archivistica italiana (in passato ha anche diretto l’Archivio Centrale dello Stato); spiegherà come si possa accedere all’Archivio storico del Quirinale sia come studiosi sia come semplici cittadini.

Manuela Cacioli – E’ archivista presso il Quirinale, specializzata nelle visite presidenziali. Racconterà nello specifico quelle svolte in Sardegna da Einaudi a Napolitano.

Salvatore Mura – E’ biografo di Antonio Segni. Parlerà delle carte del primo presidente sardo.

Mariarosa Cardia e Francesco Soddu – Docenti di storia delle istituzioni politiche presso le università di Cagliari e Sassari, commenteranno il volume.

Donna ieri come oggi. Rosa Podda

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Madre, figura femminile, Costantino Nivola

In occasione dell’8 marzo proponiamo un racconto di Tonino Sitzia pubblicato sul sito di Equilibri. La storia è liberamente tratta da un fatto realmente accaduto a Elmas tra il 1853 e il 1854. Ma fatti del genere succedevano a quei tempi in molti paesi della Sardegna. E accadono ancora oggi in tante aree del mondo dove le donne sono private della dignità di persone e considerate alla stregua di oggetti.

Rosa Podda

Appena il tempo, nel dormiveglia dell’agonia, di riconoscere a stento, come tra le brume dell’alba, il visino pallido nel fagottino bianco, e di sentire, in un lontano bisbiglìo, il commento delle donne affannate – Ta bella pipia, parit drommia – Sciadada Rosa, pobirittedda…E poi un’ultima domanda rivolta a Greca: – E sa pipia est istetia battiada?
“Al 31 luglio 1854 è nata una bambina figlia naturale della nubile Rosa Podda, figlia del fu Antonio e della fu Antonia Mua che per l’imminente pericolo di morte in casa, secondo il rito di Santa Romana Chiesa, ha battezzato Greca Casula ostetrica (1) approvata dal sottoscritto; fu poi portata in chiesa e sono state esercitate le sacre cerimonie e imposto il nome di Maria Teresa Sebastiana.” Così nei registri parrocchiali. (2)
Un anno prima della sua morte Rosa ha la felicità dei suoi ventitré anni. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi genitori dei suoi progetti, specchiandosi nei suoi occhi ridenti, e del buon Francesco Cabras, suo cognato che la adottò in quanto orfana e quindi priva di affetti e di sostanze. Avrebbero certo dato il loro assenso e la loro benedizione alla promessa di “sponsorio” che il giovane Antonio Cossu, innamorato di Rosa, aveva fatto a Francesco, con tutti i crismi in uso nel tempo: “sa domanda” da parte del padre del futuro sposo “Est unu bravu piccioccu e tenit intentionis serias…”, la presenza de is testimongius “Est unu grandu traballadori…”, il dono dell’anello o un altro pegno d’amore.
Era il settembre 1853.
Rosa è timorata di Dio, ma più di una volta il diavolo ne veste i panni.
Il parroco, don Giovanni Pilloni, va predicando in pubblico, e a volte dal pulpito, di “quella puttana e concubina che infanga la chiesa e la comunità”. Non fa nomi, ma è chiaro a chi è rivolto il suo disprezzo.
Rosa, ancora più bella di prima per la maternità che non può nascondere, percorre Su Stradoni a passo svelto, è conosciuta dalle 500 anime che fanno il paese, cammina a testa alta a ridosso delle povere case di ladiri, lungo i cortili e gli orti, non si cura delle chiacchiere sul suo conto.
E’ una donna forte, Rosa. come tutte le donne. Mentre i maschi di Elmas “paiono amar l’ozio, e molto si dilettano nel giuoco delle carte” (3), “la donna campidanese, più intelligente del compagno, quando è sposata, spesso attende all’economia domestica e ai lavori campestri. Le giovinette sogliono prendervi parte, dedicandosi alla raccolta dell’uva, delle mandorle, delle olive, più di rado a lavori di coltivazione, come la semina dei cereali, il legamento delle tralci della vite, o qualche zappatura”. (4)
Con l’avanzare della gravidanza, Rosa dialoga con la piccola creatura che ha in grembo, tessendo quel filo misterioso di affetti che lega ogni madre al proprio figlio; intuisce che il bambino, pur protetto nel bagno amniotico, percepisce quanto succede nel mondo esterno, e ha paura che “sa scuminiga de su predi” possa fargli del male.
S’ arràbiu de su predi pare sia dovuto al fatto che in paese si vocifera delle sue frequentazioni di giorno, ma “anche di notte”, della casa di Maddalena Mascia, sa vìuda. Egli pretende che il giovane Cossu sposi una delle sue figlie, con la quale si sarebbe speso con una promessa di futuro matrimonio.
“Quella puttana incinta non si sposerà mai” continua a predicare il prete, e quando il padre di Antonio chiede il permesso per le pubblicazioni di nozze si vide rispondere con “un rimbrotto ingiurioso: dicendogli che dopo avere desso fatto bordello con l’attuale di lui moglie, ora permetteva che altrettanto eseguisse il di lui figlio”. (5)
Rosa si sente pesante, ha l’affanno della gravidanza che avanza, le sue uscite si fanno più rade. Le vecchiette mormorano de cantu Rosa est grai, e quando la incontrano “Inzandus, Rosa, a candu su sgravamentu?”
I maschi la incrociano e abbassano gli occhi, più per un oscuro senso di colpa che per pietà.
Col trascorrere dei mesi Rosa si sente più sola, si chiude in casa, deve proteggere la sua creatura dalle malelingue, dal prete sempre più violento, da qualche fattura che qualcuno può aver fatto ai suoi danni.
Ora che la nascita è imminente non c’è più nessuno tra lei e il suo bambino. Ce la devono fare.
Il parto, doloroso quanto solo le madri sanno, è drammatico per Rosa. Alle richieste pressanti della moribonda e della comunità il prete “invece di avvicinarsi all’ammalata, proferirle parole di sollievo e conforto religioso, si tenne in disparte, e non ostante la moribonda facesse segni di volersi confessare ed esprimesse il desiderio di ricevere gli ultimi conforti di Santa Religione, il Pilloni, duro ed immobile a nulla si prestò, così che con grave scandalo degli astanti, se ne morì senza i sacramenti”. (6)
I registri parrocchiali annotano: “Addì primo di agosto dell’anno milleottocentocinquantaquattro in questo villaggio di Elmas morì Rosa Podda figlia del fu Antonio e fu Antonia Mua di questo villaggio di Elmas in età di anni ventiquattro senza sacramenti, e nel seguente giorno venne seppellita nel piazzale di questa Parrocchiale Chiesa”(7). Nello stesso giorno era morta la piccola, battezzata col nome di Maria Teresa Sebastiana.
Il dramma di Rosa non è finito.
La bambina viene seppellita nel piccolo cimitero attiguo alla chiesa, lei nel piazzale della chiesa, in luogo sconsacrato, “in un piccolo fosso non alto due palmi”. (8)
La comunità e il Consiglio comunale riuscirono solo a imporre che “rifatta la fossa, la fecero seppellire in modo che non potesse essere il cadavere pascolo alle belve e non restasse l’aria infetta con detrimento dell’igiene e della salute pubblica”.
Bai cun Deus, Rosa.

Il ricorso presentato da Francesco Cabras contro i comportamenti del parroco venne respinto dal Tribunale Penale di Cagliari con decisione del 26 settembre 1854.

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(1) S’opera sa prus preziosa, chi podit fai una Llevadora est finalmenti su salvai s’anima de un’innozzenti, cun amministraiddi su battisimu, candu conosciat chi s’esistenzia sua est in perigulu, e non si pozzat salvai sa vida temporali…narendu po ex Deu ti battiu in nomini de su Babbu, e de su Su Fillu, e de su Spiritu Santu. E’ quanto si legge nel prezioso manualetto, stampato a Cagliari nel 1827 “Brevis Lezionis de Ostetricia po usu de Is Llevadoras de su Regnu de su dottori chirurgu collegiali Efis Nonnis, supplidori de sa Cattedra de Chirurgia”. La singolarità del libretto è data dall’uso del Sardo in argomento scientifico e dal suo intento didattico e divulgativo ad uso de is Levadoras, che a quei tempi avevano un ruolo importantissimo nelle fasi decisive del parto. Il “Manuale di Ostetricia” è stato ristampato a Cagliari nel 1981 a cura del grande linguista Antonio Sanna, ordinario di Linguistica sarda all’Università di Cagliari.
(2) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(3) Dizionario Angius – Casalis, Cagliari 1833, pag.344, alla voce El mas
(4) “Le condizioni economico- sociali di una zona rurale della Provincia di Cagliari”. Tesi di laurea di Don Filippo Asquer, Cagliari 1909
(5) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(6) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(7) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(8) Nel 1777 il canonico Francesco Maria Corongiu, facente dell’Arcivescovo di Cagliari, avviò un’inchiesta in forma di questionario (preguntas e respuestas) a tutti i parroci della diocesi, da cui si ricavano notizie “di prima mano” della vita delle comunità locali. Per quanto riguarda le sepolture a Elmas si legge “La maggior parte delle sepolture sono collocate nel corpo della chiesa in linea diritta cominciando presso l’altare maggiore fino alla porta della chiesa, nella forma usata in altre parrocchie; i sepolcri sono ben chiusi e sigillati e non traspira nessun olezzo perché si sono poste nuove lastre nelle sepolture secondo le disposizioni precise del molto reverendo Monsignor Canonico Prebendato” .
In “Elmas paese di Sardegna” di Antonio Asunis, pag 148.
Prima della costruzione dell’attuale cimitero, dunque, le sepolture avvenivano in chiesa, in un piccolo camposanto attiguo, e, a volte, per le famiglie benestanti a Santa Caterina.

Tonino Sitzia

“Dora Bruder” di Patrick Modiano

LIBRO DEL GIORNOIl libro figurava tra le proposte del mese dedicate alla Giornata della Memoria della biblioteca comunale di Sestu, sempre molto attenta a selezionare letture di qualità per i suoi utenti. L’edizione è quella curata da Guanda nel 2014 dopo il nobel per la letteratura assegnato all’autore. In copertina il volto di una ragazza con gli occhi stranamente placidi che sembrano sfidare il lettore. Voltandolo sul lato opposto, nella quarta di copertina, un commento invitante: “Modiano è un grande scrittore del nostro tempo…Dora Bruder è il suo romanzo più bello”. L’ho preso in prestito e ho dedicato due interi pomeriggi a leggerlo.

Il racconto si focalizza su un frammento di vita di una ragazza ebrea scomparsa a Parigi nei giorni dell’occupazione nazista. Modiano ne ricostruisce la vicenda a partire da un laconico annuncio apparso su un vecchio numero di un giornale, sfogliato per caso cinquant’anni dopo.Dora Bruder

PARIGI – Si cerca una ragazza di 15 anni anni, Dora Bruder, m 1,55, volto ovale, occhi castano-grigi, cappotto sportivo grigio, pullover boreaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive color marrone, Inviare eventuali informazioni a i coniugi Bruder, boulevard Ornano 41, Parigi.

La storia di Dora Bruder si rivela, alla fine, simile a quella di tanti bambini e ragazzi vittime del genocidio nazista divulgate negli ultimi decenni da un gran numero di libri e film. Nei modi propri della letteratura, attraverso il racconto di storie personali in cui il ricordo degli eventi storici è veicolato dalle emozioni e dai sentimenti, questo genere di narrazioni ha contribuito in maniera determinante a tenere viva la memoria della Shoah. Si tratta di una produzione massiccia e in continuo aumento tanto che alcuni cominciano a guardare con una certa preoccupazione al fenomeno. Consapevoli che la memoria emozionale non debba prevalere sulla ragione, sulla fredda e distaccata ricostruzione storica, pongono il problema di ricreare il giusto equilibrio tra Letteratura e Storia. Sulla memoria storica si basano infatti le sofisticate infrastrutture della memoria collettiva che è memoria vissuta come responsabilità.

Ciò che rende singolare il racconto di Modiano è appunto la mescolanza tra le diverse pratiche della memoria. La cronaca offre lo spunto, i documenti d’archivio costruiscono la struttura portante della narrazione. Ma ci vuole tempo per riportare alla luce ciò che è stato cancellato. Sussistono tracce in alcuni registri e si ignora dove siano nascosti, quali custodi veglino su di essi e se quei custodi accetteranno di mostrarli. Può anche darsi che ne abbiano semplicemente dimenticato l’esistenza.

I vuoti della Storia sono plasticamente impressi nella geografia dei luoghi:

Ho imboccato rue des Jardins-SaintPaul, verso la Senna. Tutti gli edifici della strada, sul lato dei numeri dispari, erano stati demoliti poco tempo prima… Al loro posto restava soltanto uno spiazzo deserto, a sua volta cinto da brani di case semidistrutte...
Un quartiere che si chiamava Plaine. Lo avevano completamente distrutto prima della guerra e adesso era un campo sportivo...
Sentivo un altro vuoto. E capivo perché. La maggior parte degli edifici del quartiere erano stati distrutti dopo la guerra in modo metodico, a seguito di una decisione amministrativa…

Nondimeno ciò che si ricostruisce è in cemento color amnesia e una spessa coltre di amnesia copre ciò che è rimasto. Nessuno ricorda più niente. Eppure non tutto è perduto, sembra essere il messaggio di Modiano. Le suggestioni dei luoghi stabiliscono connessioni e colmano lacune. Attraverso meccanismi di identificazione emotiva (“Non posso fare a meno di pensare a lei e di sentire un’eco della sua presenza in certi quartieri“) la storia personale dell’autore, la sua vita da fuggitivo, si intreccia con la vicenda di Dora Bruder e a poco a poco il passato riemerge. Tutto si tiene in questo libro in un esemplare equilibrio tra Storia e Letteratura.

Sandra Mereu

Garantiamo la tutela del patrimonio archivistico nazionale!

La riforma del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, presentata dal Ministro Franceschini, rappresenta per gli archivi un pericoloso ritorno al passato. Prevede infatti l’abolizione delle Soprintendenze archivistiche. Ciò cancella d’un colpo l’elaborazione teorica italiana che guarda agli archivi come un unicum e pertanto considera la tutela necessaria fin dalla loro formazione. Allo stesso tempo rivela una visione statalista del patrimonio documentale. Punta infatti a concentrare negli Archivi di Stato sia il compito della conservazione del patrimonio archivistico che quello della vigilanza sul territorio. Molti ritengono che questa riforma porterà alla paralisi dell’attività nel campo dei beni archivistici, soprattutto nel caso dei grandi archivi che conservano masse notevolissime di documenti e gestiscono richieste di consultazione di numerosi studiosi italiani e stranieri. Attraverso questo blog vi invitiamo a sostenere l’appello, già sottoscritto da autorevoli archivisti e docenti di archivistica italiani, per un diverso modello di riforma, più attento alle effettive funzioni svolte nel settore degli archivi. (S. M.)

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Onorevole Ministro,

abbiamo preso visione del documento Verso un nuovo MIBACT: la riorganizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Purtroppo per quel che attiene al settore archivi, il documento suscita non poche preoccupazioni poiché, ripropone l’assetto che esisteva prima della legge archivistica del 1939, cioè prima dell’istituzione delle Soprintendenze archivistiche. All’epoca, infatti, gli Archivi di Stato si prendevano cura esclusivamente del patrimonio statale e mai in modo sistematico degli altri archivi pubblici o privati, con conseguenze deleterie sulla conservazione del patrimonio documentario nazionale.

E’ un ritorno indietro mentre la società e il Paese sono molto cambiati. Soprattutto, lo schema di riforma non tiene affatto conto di quanto l’attività di tutela sugli archivi non statali sia cresciuta in anni recenti, anche a seguito dell’introduzione dell’informatica e della legislazione in materia di trasparenza amministrativa e di dematerializzazione. Infatti nel nostro Paese la tutela nel settore degli archivi ha sempre avuto caratteristiche diverse da quella degli altri settori, soprattutto perché essa concerne anche gli archivi in formazione, dunque agisce profondamente nell’attività quotidiana degli enti e dei privati.

L’attività delle Soprintendenze archivistiche, coordinata efficacemente dalla Direzione generale per gli archivi, più che manifestarsi in atti amministrativi di carattere autoritativo, è prevalentemente di servizio e di supporto agli enti territoriali e ai soggetti privati per quanto concerne la gestione, la conservazione e la digitalizzazione della loro documentazione storica e corrente. La tutela e il supporto su questi archivi comporta molte attività, come autorizzare scarti e depositi, autorizzare prestiti per mostre in Italia e all’estero, valutare contratti di outsourcing, prestare supporto ai possessori di archivi per progetti di inventariazione, ordinamento, digitalizzazione, valorizzazione e comunicazione, sostenendoli anche nella ricerca di fondi presso sponsor come banche e imprese.

A cura delle Soprintendenze si stanno costruendo sul territorio le necessarie intese per la realizzazione di Poli archivistici territoriali e depositi digitali. Questa attenzione al patrimonio archivistico non statale rende la normativa italiana un modello per gli altri paesi europei, che non hanno strumenti di azione in questo senso, e permette la salvaguardia di ingenti e preziose fonti documentarie che altrimenti si perderebbero (archivi di ospedali, di imprese, di artisti e di altre personalità rilevanti, di organizzazioni politiche, ecc.) oltre a garantire una corretta gestione documentale a difesa dei diritti dei cittadini.

La bozza presentata dunque, riconducendo l’azione di tutela sugli archivi vigilati all’Archivio di Stato del capoluogo di regione, ripropone una visione statalista del patrimonio documentale e crea una diversità inspiegabile con gli altri settori del MIBACT.

Sul piano pratico-operativo, inoltre, affidare a un unico istituto la conservazione del patrimonio statale e la vigilanza sul territorio regionale significa paralizzarne l’attività, soprattutto nel caso dei grandi archivi la cui missione è conservare masse notevolissime di documenti e gestire richieste di consultazione di numerosi studiosi italiani e stranieri. In concreto, per il settore archivi Le chiediamo che venga preso in considerazione un modello di organizzazione più attento alle effettive funzioni, pur apportando le revisioni di spesa della cui necessità siamo ben consapevoli.

Riteniamo perciò opportuno avanzare la proposta di salvaguardare l’esistenza delle 19 Soprintendenze (eventualmente riducendole a 18, unificando le Soprintendenze di Abruzzo e Molise), come strutture indipendenti dagli Archivi di Stato con sede nel capoluogo regionale. Affidate a dirigenti di II fascia, le Soprintendenze potrebbero svolgere funzioni di coordinamento degli Archivi di Stato non dirigenziali, a cui comunque dovrebbe essere garantita autonomia scientifica e amministrativa (al di sotto di una soglia da definire).

Riteniamo inoltre che la direzione dei principali Archivi di Stato debba essere affidata a dirigenti di seconda fascia, in virtù della consistenza e rilevanza internazionale della documentazione da essi conservata, che fa di tali Archivi delle istituzioni culturali di rilevo nazionale, meritevoli di speciale autonomia al pari dei grandi musei.

Assicurando la nostra intenzione di dare un contributo concreto all’innovazione del MiBACT, sia pure nella logica di restrizione delle spese, che non contestiamo, le chiediamo di prendere in considerazione la nostra richiesta e restiamo a sua disposizione per qualunque chiarimento.

Seguono firme.

PER ADERIRE vai su change.org.

 

 

Streaming delle sedute del consiglio comunale: è vera trasparenza?

Archivi serviziLa diretta streaming delle sedute del consiglio comunale è l’obiettivo di una delle ultime battaglie che le forze dell’opposizione (consiliari ed extra-consiliari) stanno combattendo contro la giunta del sindaco Aldo Pili. Per sostenerla è stata anche presentata una petizione pubblica in cui si dichiara che la diffusione online delle sedute del consiglio comunale costituisce “il mezzo più efficace” per “promuovere la partecipazione alle questioni di pubblico interesse e in generale alla gestione della cosa pubblica”. Affermazioni apodittiche di questo tipo mi lasciano sempre molto perplessa. Ma ciò che trovo veramente fuori luogo è sentir parlare di diretta streaming delle sedute del consiglio comunale in termini di diritto alla Trasparenza. Tanto che mi viene il sospetto che a molti sfugga il vero significato di questo concetto e quindi del suo contrario.

Quello della Trasparenza è un grande tema di democrazia. La trasparenza della pubblica amministrazione ha a che fare con la possibilità per le persone di far valere i propri diritti. Passa dunque attraverso l’accesso agli archivi e ai documenti originali dotati di valore probatorio. Perché nei documenti autentici (e non nelle più o meno dotte orazioni dei consiglieri comunali!) sono rappresentati e tutelati i diritti dei cittadini. Non a caso la nuova grande frontiera in tema di trasparenza riguarda la possibilità di avere anche in Italia un freedom of information act, cioè una normativa che consenta a chiunque l’accesso ai documenti pubblici, attualmente consentito solo a chi ha un interesse “diretto, concreto e attuale” e giuridicamente tutelato (fatte salve ovviamente le limitazioni per tutelare la privacy, la lotta alla criminalità, la difesa nazionale, etc.). Chi si batte per una maggiore trasparenza chiede inoltre che si capovolga l’impostazione attuale, obbligando la pubblica amministrazione a motivare un eventuale diniego all’accesso.

«Archivi negati, archivi ‘supplenti’: le fonti per la storia delle stragi e del terrorismo» era l’eloquente titolo di un convegno a cui ho avuto l’occasione di partecipare nel giugno del 2011 a Bologna. Occasione molto utile per capire gli esatti termini della “questione Trasparenza”. Il convegno era appunto dedicato allo scottante tema dell’accessibilità alle fonti documentarie degli anni Settanta e Ottanta relative allo stragismo, al terrorismo e al ruolo dei corpi separati dello Stato. Rappresentanti delle associazioni dei familiari delle vittime, giornalisti, archivisti, storici e giuristi si interrogavano sulle prospettive esistenti riguardo la possibilità che si rendessero accessibili gli archivi contententi la documentazione “ufficiale” utile a fare chiarezza su alcune delle pagine più oscure dalla nostra storia recente. La complessa e confusa normativa in materia ne ha infatti sinora impedito l’accesso. Questo fatto, anche quando non ha pregiudicato il lavoro della magistratura, precludendo a giornalisti e storici l’accesso ai documenti, ha ostacolato la ricostruzione non frammentaria di quegli avvenimenti e insieme la corretta conservazione e trasmissione della loro memoria, unico e vero risarcimento morale per i familiari delle vittime e per gli italiani tutti. Vedremo ora in che modo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri, Renzi, sulla cancellazione del segreto di stato, efficace dal punto di vista mediatico ma decisamente poco utile allo scopo, troveranno concreta attuazione. In particolare attendiamo di vedere se saranno finalmente sciolti i nodi dell’attuale normativa relativamente alla ben più urgente necessità di definire limiti temporali certi per la declassificazione dei documenti secretati di tutte le amministrazioni dello Stato e consentire la consultabilità degli archivi storici dei Servizi.

Di fronte a un tema come quello della Trasparenza, è dunque importante che la pressione dell’opinione pubblica sia ben indirizzata e non si disperda invece in poco significative e marginali battaglie che poco hanno a che fare con il nocciolo della questione. Bisogna stare attenti a non ridurre un tema di così estrema importanza per la democrazia, che attiene al diritto dei cittadini di conoscere l’operato di chi governa al fine di esercitarne il controllo, a una banale questione di diretta streaming del consiglio comunale la cui trasparenza è peraltro già garantita dalla pubblicità delle sedute e dalla pubblicazione dei relativi verbali nel sito del comune. Può infatti accadere che un sindaco intelligente come quello del comune di Elmas, anticipando petizioni e strumentali polemiche, decida di attivare al costo di 80 euro mensili il servizio di diretta streaming delle sedute del consiglio comunale dimostrando così a tutti, con la massima trasparenza, che più che di un servizio per la collettività si tratta di un lusso per pochi e per giunta pigri. I cittadini che si interessano della vita politica del paese – mi ha confessato Valter Piscedda – preferiscono uscire di casa e recarsi in municipio per seguirsi, gratuitamente e dal vivo, lo spettacolo.

Sandra Mereu

“Invasioni digitali” nell’archivio comunale di Iglesias.

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Iglesias – Materiali didattici (clicca sull’immagine per visualizzare e/o scaricare il pdf)

Nella giornata odierna, in occasione dell’iniziativa “Invasioni Digitali”, eccezionalmente l’archivio storico di Iglesias ha messo in mostra il Breve di Villa Chiesa, l’antico statuto medievale della città. In realtà non è la prima volta che ciò accade perché il comune di Iglesias, ottemperando a una disposizione contenuta nel Breve, ancora oggi lo mostra ai cittadini che lo chiedono. Per tutti gli altri è possibile vederlo in occasione di mostre o per motivi di studio ma anche per semplice diletto, previa motivata richiesta. E poiché i bravi archivisti dell’archivio storico del comune di Iglesias sanno che guardare o fotografare il Breve, limitarsi ad apprezzarlo come oggetto antico, raro e di pregio, non ha di per sé alcun valore culturale, quasi sempre accompagnano l’esposizione di questo importantissimo monumento di pergamena con una spiegazione sul contesto di riferimento (periodo storico, genesi del documento, lingua, scrittura, contenuto, etc.). Il fine ultimo di ogni archivio storico, in quanto istituto culturale, è infatti non solo quello di conservare adeguatamente i documenti per tramandarli alle future generazioni, ma anche di renderli accessibili a tutti al fine di aumentare la conoscenza dei cittadini. Un fine, quest’ultimo, che nella nostra Costituzione è riassunto nel concetto di “sviluppo della cultura”.

Non saprei dire se gli obiettivi che si prefigge l’iniziativa “Invasioni Digitali” siano coerenti con il senso profondo dell’articolo 9 della Costituzione. Certo è che il comune di Iglesias non ha avuto bisogno di questa iniziativa per portare avanti – come si legge nel Manifesto del progetto Invasioni Digitali – una politica di “semplificazione delle norme per l’accesso e riuso dei dati dei Beni Culturali”, né ha dovuto attendere lo stimolo dei social network per “incentivarne la digitalizzazione”. Nel 2007 infatti, aderendo al progetto Sadel promosso dalla Regione Sardegna, Iglesias, per tramite della cooperativa La Memoria storica, ha digitalizzato, metadatato, messo in rete una parte consistente del suo archivio antico, Breve di Villa di Chiesa in testa, e così facendo ha favorito “una fruizione del patrimonio culturale priva di confini geografici”. Chi volesse approfondire la conoscenza di questo documento e degli altri ad esso strettamente legati, può dunque farlo liberamente accedendo alla pagina Sadel del sito istituzionale del comune di Iglesias. Qui, accanto alle immagini dei documenti digitalizzati, sono disponibili anche utili materiali didattici che ne favoriscono la comprensione.

Sandra Mereu

“Di pura razza italiana”, persino i sardi

In occasione della Settimana della Memoria, ho avuto modo di seguire la presentazione del libro Di pura razza italiana curata da Equilibri nel centro culturale di Monserrato. Stimolata e incuriosita dalla efficacissima e illuminante lezione di storia sull’antisemitismo di epoca fascista fatta da Avagliano (uno degli autori del libro), ho iniziato a leggerlo con grande interesse la sera stessa. Effettivamente i tanti film e documentari sulla persecuzione degli ebrei nel Novecento che tutti abbiamo visto – come ha sottolineato Avagliano – non raccontano sino in fondo la verità su questa brutta pagina di storia. Anzi, per certi versi hanno contribuito ad alimentare in diverse generazioni di italiani (forse non involontariamente) la convinzione che la responsabilità della persecuzione degli ebrei fosse tutta da attribuire ai nazisti. Emblematica di ciò l’immagine – impressa nella memoria di tanti – del tedesco, stivali neri lucidi e sguardo impassibile, che campeggia sullo sfondo di un treno carico di ebrei. La ricerca che sta alla base del libro ha di contro fatto emergere un’altra meno rassicurante verità. Una verità storica che sfata il mito degli “italiani brava gente” ed estende a larghi strati di popolazione la complicità con la politica razzista del fascismo. Le ragioni di quanto accaduto peraltro non si spiegano solo con il conformismo, l’opportunismo e la paura.unione-sarda_9-sett-1938_1mapagina_ritUna recensione chiara ed esaustiva del libro di M. Avagliano e M. Palmieri, Di pura razza italiana, è stata curata da Gabriele Soro (la potete leggere sul sito di Equilibri). A me piace qui soffermarmi (e un po’ divagare) su due aspetti trattati dagli autori. Ovvero sul meccanismo attraverso il quale il fascismo è riuscito a creare un consenso di massa intorno a quella che a noi oggi appare come un’odiosa e vergognosa politica di segregazione e persecuzione ai danni di una parte di cittadini italiani, e sul perché poi, caduto il fascismo, tutto ciò sia stato rimosso.

L’idea che la storia sia maestra di vita era forse solo una pia illusione dei romani. Ma è pur vero che conoscerla è utile. Mi viene in mente, ad esempio, che con una più diffusa conoscenza della storia a Sestu, una decina di anni fa, non avremo mai assistito al pubblico elogio, nell’indifferenza generale, di Julius Evola, teorico del razzismo e sostenitore delle leggi razziali. Mentre oggi, come notava lo stesso Avagliano, si eviterebbero figuracce clamorose come quelle fatte dai concorrenti della trasmissione di Carlo Conti “L’Eredità” (il video ha fatto il giro della rete), incapaci di collocare Hitler e Mussolini nel giusto periodo storico. Nondimeno una ripassata di storia avrebbe evitato a Renzi impropri e inopportuni accostamenti. Al neo presidente del consiglio è parso infatti assolutamente naturale citare – a Cagliari, in occasione della chiusura della campagna elettorale per le regionali – Enrico Berlinguer e poi Indro Montanelli.

Conoscere la storia, oltre che a evitare situazioni imbarazzanti, serve prima di tutto per vigilare criticamente sul presente affinché non si ripetano gli errori del passato. Con questa consapevolezza ho dunque prestato particolare attenzione ai capitoli del libro dedicati al ruolo giocato dalla stampa nell’attuazione della politica razzista del fascismo. Non sfugge infatti quale fondamentale peso continuino ad avere ancora oggi i giornali e i mass media in generale nell’orientare l’opinione pubblica verso l’accettazione di precisi progetti politici.

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L’Unione Sarda, 9 settembre 1938

“La campagna di propaganda antisemita avviata nel ’37  – si legge nel libro – ha un mandante, Mussolini, un principale esecutore, il Minculpop con le sue famigerate veline, e un’arma ben affilata, i giornali e le riviste alimentate dai pennivendoli di regime”. I giornali preparano il terreno e poi accompagnano all’unisono e in un crescendo di toni la politica antisemita del fascismo. Un contributo convinto e puntuale arriva anche dalla stampa sarda. Nel libro è citato un articolo apparso sull’Unione sarda del 9 settembre 1938 dall’incredibile titolo “I sardi sono un gruppo purissimo di razza italiana”. Scopo dichiarato del pezzo era quello di sostenere e rinforzare la tesi del docente universitario sardo Lino Businco, apparsa qualche giorno prima (5 settembre) nella rivista La difesa della Razza. Nel tentativo di dare forza scientifica alla tesi razziale che voleva i sardi appartenenti al ceppo italico e quindi ariano, Businco sosteneva che “non potevano appartenere a opachi aggruppamenti razziali africani quegli uomini i cui antenati avevano dato origine alla luminosa civiltà dei Nuraghi”. L’articolista dell’Unione Sarda, a supporto di questa teoria, cita l’esistenza in epoca preistorica di una piattaforma costiera che collegando la Sardegna e la Corsica alla penisola avrebbe permesso la migrazione di gruppi umani dal continente alle isole. Esaltava inoltre il massimo grado di italianità dei sardi facendo leva sull’origine latina della nostra lingua e sui forti tratti di somiglianza che questa ha mantenuto con la lingua madre, anche in ragione del comune sostrato tirrenico. Ai razzisti dell’epoca probabilmente sfuggiva che la diffusione del latino in Sardegna più che ai romani è dovuta alla successiva penetrazione del cristianesimo. Certo volutamente finsero di non vedere le evidenze della colonizzazione fenicia e punica (dunque africana!) dell’isola che verosimilmente ha lasciato tracce anche nel nostro sangue.

Per la ricostruzione di questa vicenda storica – scrivono gli autori – si è rivelato di particolare importanza il fondo del Minculpop, conservato nell’Archivio centrale dello Stato, stranamente dimenticato dagli studiosi del passato¹. Agli uffici del Ministero della Cultura Popolare confluivano le note riservate provenienti dagli informatori di varie città italiane. “Le spie del regime – ci dicono gli autori – erano ovunque e raccontavano fatti di ogni tipo e genere: episodi ai quali avevano assistito, conversazioni intercettate fingendo di leggere un giornale ai tavoli di un bar, notizie riferite da terze persone, opinioni più o meno diffuse in certi ambiti e contesti, reazioni agli articoli dei quotidiani”. Sino a pochi anni fa l’idea prevalente, accreditata dallo storico Renzo De Felice nella sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (1961), era quella secondo la quale la maggioranza degli italiani fosse rimasta indifferente alla massiccia e osannante preparazione della stampa e all’azione diretta del Pnf. Sempre secondo De Felice, inoltre, la minoranza che aderì alla campagna contro gli ebrei lo fece per viltà o per opportunismo. Mentre, proprio in occasione della campagna della razza, “per la prima volta le grandi masse di italiani incominciarono a guardare al fascismo e a Mussolini con occhi diversi”. Le conclusioni del grande storico italiano del fascismo – precisano Avagliano e Palmieri – si basano su una quantità limitata di documenti tra cui figurano le relazioni dell’Ovra (la polizia segreta fascista), dove sono riportate considerazioni di questo tenore: “il problema razziale era per la totalità della popolazione italiana veramente inesistente”.

I documenti d’archivio, soprattutto oggi che stanno venendo a mancare i testimoni diretti, sono diventati fonti fondamentali e imprescindibili per la ricostruzione oggettiva di questa triste e vergognosa pagina di storia. Ma certo così non doveva essere negli anni ’60 del secolo scorso. Avagliano e Palmieri cercano di capire perché tanti italiani, dopo la fine del regime fascista, hanno guardato altrove occultando responsabilità, minimizzando colpe e dimensioni del fenomeno. E individuano nel verbale della riunione del Consiglio dei Ministri dell’8 dicembre 1943 il primo atto di quella che si rivelerà essere una gigantesca operazione di rimozione di massa delle responsabilità italiane nella persecuzione degli ebrei.

Sandra Mereu

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1. Alessandro Visani, Gli italiani e le leggi razziali del 1938 attraverso le informative riservate del Ministero della Cultura Popolare, 2008 (http://www.anrp.it/edizioni/porte_memoria/2008_01/pag_115_visani.pdf)

Il programma del centrosinistra: quale ruolo per la Cultura?

Francesca DesogusUno dei punti di forza del programma del centro-sinistra e del candidato presidente Francesco Pigliaru è dato dalla centralità che esso attribuisce all’Istruzione e alla Cultura. A questo proposito abbiamo chiesto alla candidata Francesca Desogus (PD), archivista paleografa, segretaria dell’ANAI Sardegna, di spiegarci in che modo i beni culturali, archivi, musei e biblioteche, possono contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna.

In Sardegna non meno che nel resto d’Italia la cultura ha subito negli ultimi anni tagli consistenti.  Non pensi che la prima cosa da fare, se si vuole davvero rilanciare la cultura, sarebbe innanzitutto quello di rimpinguare gli ormai esangui capitoli del bilancio regionale destinati a questo fine?

Sicuramente! Non si può pensare di tagliare i fondi relativi alla tutela del nostro patrimonio e di realizzare  in questo modo un risparmio. Si rischia di causare seri danni e di tagliare, o quanto meno ridimensionare, anche servizi di grande utilità sociale, di perdere quel poco che si è salvato del nostro patrimonio, o comunque di limitarne la fruizione. Il danno può essere anche economico, se si pensa che in futuro si dovrà intervenire con maggiori investimenti per recuperare quello che stiamo perdendo.

Chiarito che è necessario investire in questo settore, perché allora non si interviene con la dovuta attenzione?

Il problema principale è dato dalla forma mentis comune, per cui in periodi di crisi economica si devono decurtare i fondi destinati alla cultura.

Gli investimenti in cultura non solo sono scarsi ma sono anche discontinui…

L’assenza di continuità nello stanziamento dei fondi è un’altro dei problemi. Rende difficile una corretta programmazione del lavoro, e comporta un cattivo impiego delle risorse umane; gli operatori culturali operano spesso, anche svolgendo un servizio primario, con proroghe di mese in mese, situazione che chiaramente non garantisce una piena efficienza. Si parla di personale qualificato, che ha investito in formazione e scelto di spendere la sua professionalità in Sardegna e non altrove.

In che modo, secondo te, la cultura e i beni culturali in particolare possono diventare un motore di sviluppo per la Sardegna?

Nel nostro programma è presente un forte richiamo all’istruzione e alla formazione. Non si può prescindere dal pensare alla cultura come supporto all’istruzione e come vettore di formazione continua. Purtroppo spesso chi si occupa della Cosa pubblica vede nella gestione della cultura solo un peso, non avendo sempre competenze per capire che si tratta invece di un comparto che, pur non essendo redditizio nell’immediato, può essere una grande risorsa che può e deve contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna. Infatti nelle sfide che ci pone il mondo globalizzato è necessario che i cittadini siano istruiti e altamente qualificati. Poi è anche vero che un bene culturale può essere una risorsa economica. Pensiamo ad un museo o un sito archeologico, che se ben gestito può garantire anche nell’immediato entrate economiche (biglietti, book shop, etc.). Ma il vero risultato dell’investimento in cultura è quello secondario.

Cosa intendi esattamente per investimento secondario?

L’investimento secondario è quello che non si apprezza nell’immediato ma nel lungo periodo. E’ secondario solo in termini temporali, essendo in realtà il più importante fattore di crescita culturale. Pensiamo all’utilità sociale che esercitano le biblioteche dei piccoli comuni, spesso unica occasione per i ragazzi e gli anziani di restare in contatto con una cultura “alta”, che non sia quella banale della TV o dei media più diffusi, capace di sottrarli alla facile manipolazione che può arrivare attraverso questi vettori. Ma pensiamo anche all’utilità degli archivi. Una corretta gestione degli archivi degli enti pubblici porta ad uno snellimento dei tempi della burocrazia e ad una razionalizzazione degli spazi, e quindi ad un minor costo in affitti di locali destinati a deposito.

In Sardegna si registra un alto numero di comuni con almeno un museo e al contempo un’offerta museale episodica e insufficiente. Come si può ovviare a questa apparente contraddizione?

Dobbiamo stare attenti all’investimento mirato, puntando alla creazione di un sistema; è inutile continuare a finanziare le singole iniziative senza una programmazione complessiva e investimenti significativi e protratti nel tempo. Andrebbe ripresa e rivista la Legge Regionale n. 14 del 2006, curando l’applicazione di quanto previsto, e se necessario potenziando le attività esercitate dall’Osservatorio regionale per  i musei. Deve essere creato un percorso che porti ad affermare anche in Sardegna modelli gestionali unitari e coordinati, per garantire stabilità al sistema e potenziare gli attuali presidi culturali. Si deve al contempo garantire la presenza di personale altamente qualificato e attuare una programmazione dell’offerta culturale complessiva.

Spesso la ragione d’essere dei beni culturali, e quindi il loro finanziamento, viene strettamente agganciata allo sviluppo del turismo. A questo proposito si sente spesso parlare di beni culturali come “petrolio della nazione”. Non ti sembra che una simile concezione economicistica della cultura possa finire per penalizzare proprio beni culturali, come gli archivi storici, che per loro natura sono poco visibili, privi di valori estetici, di non immediata fruibilità e quindi poco adatti ad attrarre turisti e visitatori occasionali?

Sono d’accordo! Ben vengano gli investimenti che servono a garantire la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali a fini turistici, ma non si può pensare che l’investimento in cultura che non offre un ricavo immediato sia inutile o, peggio, uno spreco di risorse pubbliche. Ragionando in questo modo, si dovrebbe allora fare lo stesso discorso sugli investimenti nell’istruzione, nella sanità e nel sociale che non portano un utile economico! Ammesso che il discorso “del petrolio della nazione” possa essere applicabile a quei beni culturali che possono apparire come immediatamente redditizi (pensiamo ad esempio alle opportunità per il turismo che potrebbero derivare dalla valorizzazione ottimale del museo archeologico di Cagliari), non si deve tuttavia commettere l’errore di limitare gli investimenti solo a questi. Si comprometterebbero beni culturali meno visibili e conosciuti che hanno comunque un altissimo valore, come appunto gli archivi storici.

A questo punto non posso non chiedertelo. Perché vale la pena investire sugli archivi storici?

Gli archivi custodiscono la memoria della collettività e quindi rappresentano un irrinunciabile bene identitario. Spesso sono messi a rischio dalla miopia di amministratori che, non vedendo in essi un immediato ritorno economico o di immagine, non investono sulla loro gestione, se non addirittura sulla loro salvaguardia. Noi vogliamo vivere in una Sardegna migliore, e una Sardegna migliore ha bisogno di confrontarsi con la sua identità, il suo passato, le sue tradizioni. Non abbiamo il patrimonio architettonico e artistico di altre regioni d’Italia, ma ci  permettiamo di non investire nella tutela e nella valorizzazione di ciò che invece abbiamo. E’ ora di invertire questa tendenza. E noi vogliamo farlo.

Sandra Mereu

Il giorno della Memoria 2014

In occasione della Giornata della Memoria quest’anno Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas, in collaborazione con l’Istituto Tecnico Agrario “Duca degli Abruzzi”, ISTASAC e Mieleamaro, organizza e promuove la presentazione del libro:

Dipurarazza

L’iniziativa si svolgerà giovedì 30 gennaio alle ore 10.30, nell’aula magna dell’Istituto Agrario di Elmas. Parleranno del libro e del significato del giorno della memoria Mario Avagliano, coautore, giornalista e storico, membro dell’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza e Marina Moncelsi, insegnante e ricercatrice di storia contemporanea, presidente dell’Istituto per la storia dell’antifascismo e dell’età contemporanea nella Sardegna centrale.

Lo stesso giorno, alle ore 18, per iniziativa della Monserratoteca, il libro sarà presentato anche a Monserrato nella Casa della Cultura, in via Giulio Cesare 37.

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Il Libro. «È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti». Così recitava il Manifesto della razza che nel luglio 1938, dopo una virulenta propaganda sui giornali, ufficializzò la svolta antisemita dell’Italia fascista. Entro novembre il regime passò dalle parole ai fatti, varando le cosiddette leggi razziali che equivalsero alla «morte civile» per gli ebrei, banditi da scuole, luoghi di lavoro, esercito, ed espropriati delle loro attività. La bella gioventù dell’epoca (universitari, giornalisti e professionisti in erba) rappresentò l’avanguardia del razzismo fascista. Molti di loro avrebbero costituito l’ossatura della classe dirigente della Repubblica, cancellando le tracce di quel passato oscuro. Non a caso, per lungo tempo la persecuzione è stata declassata dalla memoria collettiva, e da una parte della storiografia, a una pagina nera che gli italiani, in fondo «brava gente», avrebbero subìto passivamente. Per restituirci un’immagine quanto più veritiera possibile dell’atteggiamento della popolazione di fronte alla persecuzione dei connazionali ebrei, Avagliano e Palmieri hanno compiuto una ricognizione di un’enorme mole di fonti (diari, lettere, carteggi burocratici e rapporti dei fiduciari della polizia politica, del Minculpop e del Pnf) dal 1938 al 1943. Ne è emersa una microstoria che narra un «altro Paese», fatto di persecutori (i funzionari di Stato), di agit-prop (i giornalisti e gli intellettuali che prestarono le loro firme), di delatori (per convinzione o convenienza), di spettatori (gli indifferenti) e di semplici sciacalli che approfittarono delle leggi per appropriarsi dei beni e le aziende degli ebrei. Rari i casi di opposizione e di solidarietà, per lo più confinati nella sfera privata. Complessivamente in quegli anni bui milioni di persone si scoprirono di pura razza italiana e i provvedimenti razziali riscossero il consenso maggioritario della popolazione.

L’ARMISTIZIO IN SARDEGNA – 70° anniversario.

Armistizio in SardegnaGiovedì 12 dicembre alle ore 10.30 a Cagliari, nel Convitto Nazionale Statale, Via Pintus, sarà inaugurata la Mostra “8 settembre 1943. L’Armistizio in Sardegna”. Nel corso dell’inaugurazione saranno presentati l’esposizione fotografica “Sardinienschild. I Tedeschi in Sardegna”, il modello in scala 1/200 della Corazzata “Roma” e il diorama in scala 1/72 con la ricostruzione del posto di blocco italiano di Ponte Mannu a Oristano nei giorni dell’Armistizio.

La mostra è organizzata dal Club Modellismo Storico di Cagliari.

Cartolina Invito Mostra 70° Anniversario Armistizio

Comunicato stampa Commemorazione 70° Anniversario Armistizio Sardegna

“Le vite degli altri” e il potere degli archivi

Le vite degil altriIeri sera su Rai 3 è andato in onda il film “Le vite degli altri” del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, vincitore del Premio Oscar come Miglior Film Straniero nel 2006. Un film bello e intenso, ambientato nella Berlino Est negli anni immediatamente precedenti la caduta del muro. Nel 1984 – anno evocativo, non a caso, del celebre romanzo di George Orwell – una copia di artisti, un’attrice e uno scrittore teatrale, vengono spiati da un agente della STASI, la potente e organizzata polizia politica della Germania Est. E’ noto che, per reprimere ogni forma di ribellione e dissenso nei confronti del regime, la STASI fosse arrivata al punto di rendere un cittadino su tre spia o delatore della polizia. Nel film l’agente Wiesler, su preciso incarico del ministro della cultura Bruno Hempfnel, prende a spiare lo scrittore Georg Dreymane e la sua compagna, l’attrice Christa-Maria Sieland. Registra e trascrive meticolosamente tutto ciò che i due si dicono nella loro casa. Il film, come già il romanzo “1984” di George Orwell è una denuncia contro le dittature e il controllo delle coscienze. Ma è anche un omaggio all’arte che è capace, come nel caso di Wiesler, di far riaffiorare sentimenti di umanità e giustizia anche quando sembrano irrimediabilmente soffocati.

Questo film – e non poteva sfuggire a un archivista – mostra inoltre alcuni interessanti aspetti inerenti a quello che viene definito “il potere degli archivi” e al ruolo che questi rivestono per i diritti dei cittadini. In una delle scene finali del film Georg scopre di essere stato spiato, come tanti suoi amici intellettuali. Consulta allora in archivio i corposi fascicoli a lui intestati contenenti le trascrizioni delle registrazioni, accompagnate dai commenti e dalle relazioni dell’agente Wiesler. Grazie alla lettura delle carte riesce finalmente a sciogliere i dubbi che lo arrovellano e a chiarire alcuni punti oscuri della sua vicenda, culminata nella tragica morte della compagna Christa-Maria.

Dopo la caduta del muro (1989) le autorità tedesche, per chiudere definitivamente un difficile capitolo della loro Storia, come si vede nel film, decisero di aprire al pubblico gli sterminati archivi della STASI (11.200 metri lineari). I cittadini che erano stati spiati ebbero così la possibilità di avere accesso alle informazioni raccolte su di loro, scoprire chi li aveva traditi o perché ad un certo punto della loro vita erano stati arrestati, torturati e incarcerati. Inizialmente le autorità tedesche pensarono di tenere aperti gli archivi per un massimo di 10 anni, un tempo stimato sufficiente a dare ai cittadini le risposte di cui avevano bisogno. Ma sino a pochi anni fa, con un picco in corrispondenza del ventennale della caduta del muro, le richieste continuavano ad arrivare a migliaia. Negli anni successivi alla fine della DDR, infatti, molti tedeschi dell’Est che avevano subito le persecuzioni della STASI non se la sentirono di confrontarsi con il passato e preferirono, nell’immediato, lasciarsi alle spalle i fantasmi del regime totalitario. Non tutti i cittadini interessati però hanno potuto consultare i loro fascicoli. La STASI, subito dopo il crollo del regime della Germania Est, iniziò a fare a brandelli i fascicoli, e circa 15.000 sacchi di carte vennero ridotte in striscioline, le quali per poter essere consultate devono prima essere riassemblate.

Comunque sia andata, la storia narrata nel film “Le vite degli altri”, una delle migliaia di storie di cittadini tedeschi vittime della STASI, dimostra quanto imprevedibili e molteplici possano essere le funzioni svolte dagli archivi. Nati come strumento di controllo e di oppressione dei cittadini da parte del potere politico gli archivi della STASI si sono poi rivelati fondamentali per il loro risarcimento morale ed economico. Grazie a quei fascicoli molti cittadini della ex Germania dell’Est hanno potuto provare di essere stati ingiustamente incarcerati e ottenere così un adeguato risarcimento per il tempo che avevano trascorso in galera. E nondimeno quegli archivi nati per finalità pratiche hanno svolto successivamente un importante funzione culturale consentendo di valutare in modo critico la Storia della Germania Est. Scoprire quale sofisticatissima rete di paura e di tradimenti fosse stata messa in piedi dal regime, accompagnata da intimidazioni e imprigionamenti di massa, ha permesso di capire la ragione per cui milioni di persone in quarant’anni di dittatura non avessero mai opposto una seria resistenza al sistema.

 Sandra Mereu

Scrinium Domini Papae

Per gli appassionati di storia (quella che insegna) e di archivistica (ce ne sono tanti anche a Sestu) segnaliamo la recente pubblicazione del DVD/documentario «Scrinium Domini Papae», a cura dell’Archivio Segreto Vaticano e del Centro Televisivo Vaticano.

Scrinium Domini PapaeChe cos’è l’Archivio Segreto Vaticano e cosa conservano i suoi immensi depositi? Qual è la sua attività e chi lavora al suo interno? Un viaggio avvincente alla scoperta di uno dei centri di ricerche storiche più importanti al mondo, attraverso i suoi locali più inaccessibili e alcuni fra i documenti più suggestivi della storia europea e mondiale, giunti nell’archivio del Papa dai 5 continenti nel corso di 12 secoli. Uno scrigno di tesori inestimabili: bolle papali e diplomi imperiali, preziosi manoscritti miniati, lettere scritte su curiosi supporti o munite di magnifici sigilli di ogni forma e dimensione, atti processuali, documenti contabili, formulari cancellereschi. Un patrimonio immenso, immagine e riflesso della missione della Chiesa nella Storia.