101 tesori nascosti della Sardegna nella guida di Antonio Maccioni.

101 tesori nascosti della SardegnaPer caso, in Biblioteca mi è capitato di imbattermi in una originale guida della Sardegna, curata da Antonio Maccioni per la Newton Compton Editori (2012)*. Ho sempre pensato che le guide turistiche fossero uno strumento pratico per conoscere e orientarsi nei luoghi da visitare, e per molto tempo ho ritenuto esaustiva quella classica e pregevole del Touring Club. Recentemente ho scoperto e apprezzato anche un altro genere di “guide”, che raccontano la Sardegna e i suoi luoghi guardandoli da angolazioni insolite. Penso a “Nuraghe beach” di Flavio Soriga, a “Forse non fa” di Celestino Tabasso, e alla recente serie dei racconti per bambini inaugurata, con le “Le torri di Kar El“, da Carla Cristofoli per la Logus Mondi Interattivi. In queste guide i luoghi si scoprono e si apprezzano attraverso le suggestioni che esalano dalla storia degli uomini, dalle loro tradizioni e dalle leggende che fioriscono intorno. Una torre, una spiaggia, un monumento, una città non ti parlano veramente se ti avvicini ad essi con la superficialità del turista d’assalto. Puoi immortalarli con la macchina digitale per dimostrare a tutti di averli visti, ma rapidamente svaniscono dalla memoria. Se però hai letto una storia come “La Cattedrale del Mare” di Ildefonso Falcones, che ti ha anche coinvolto emotivamente, può capitare che a Santa Maria ci torni più e più volte durante il tempo del soggiorno a Barcellona. E quel monumento lo guardi e non solo lo vedi. Lo comprendi e lo trattieni.

La guida di Antonio Maccioni, giovane ricercatore specializzato in Letterature comparate, con interessi che spaziano dalla filosofia alla storia delle religioni, ha il merito di farti scoprire luoghi poco noti, non inclusi negli itinerari delle guide turistiche tradizionali, mostrandoteli sotto una luce insolita che permette di coglierne l’essenza profonda. L’autore divide luoghi e monumenti in quattro gruppi, ciascuno dei quali è tenuto insieme dal filo di un elemento naturale. Così da secoli si prega intorno all’acqua liberata dalle “sette fontane” di San Leonardo, perché “l’acqua è maghiargia” e “ci fa le magie”. Il cuore liquido della terra nella laguna di Santa Giusta copre per 2400 anni un satiro dai tratti “negrodi”, mentre i morsi del mare di Bosa divora le storie e la balena di pietra a Torre del pozzo d’estate prende vita al tramonto e il suo occhio si illumina di una luce serena. E la terra nasconde i tesori: ceramiche e calici sotto la cattedrale di Iglesias; scheletri antichi nella Marina di Arbus; madonne nuragiche nella casa dell’orco a Urzulei; incisioni rupestri nelle tombe di Anela. E poi c’è il fuoco… e quindi l’aria. E ad essi si aggiunge “il cielo dell’arte, misto a quello dell’anima”.

Dietro questa guida, si intravede un lungo e meticoloso lavoro di ricerca. Articoli di giornale, riviste specializzate, racconti letterari e i segreti “di chi questa terra la conosce sul serio” sono la materia di cui si compone. Il risultato è godibile, alternativo e utile. Anche a noi sardi, che quei luoghi ce li abbiamo sotto gli occhi ma raramente li comprendiamo e più spesso ne ignoriamo il significato nascosto. E poiché non li apprezziamo capita anche che non li proteggiamo. Sono in tutto “centouno tesori da vedere almeno una volta nella vita”, suggerisce l’autore. Chi resta e non parte per mete esotiche e città lontane, nei ponti tra Pasqua e il primo maggio potrebbe iniziare…

Sandra Mereu

*A Cagliari il libro si può trovare: Biblioteca regionale (viale Trieste 137), MEM (via Mameli 164), Biblioteca comunale di Pirri.

Le pietre di Sciola a Cagliari

Sciola 2014_3E’ un pomeriggio ridente e luminoso a Cagliari. “Mamma,vieni a vedere, c’è una città che nasce dall’acqua !!!” dopo aver strillato queste parole la bambina corre via e saltella tra il ciottolato bianco come il latte e le aiuole dai mille colori che si rincorrono nel nuovo spazio aperto ai cittadini di Cagliari e non, sotto le rocce, le mura e le case del Castello che buttano a oriente affacciate al mare del tirreno, il mare color del vino. Lo stupore allegro della bambina di fronte a una delle sette opere di Pinuccio Sciola che accompagnano il visitatore alla scoperta di quest’angolo di città riconsegnato ai cittadini, dopo anni di sequestro e incuria, è contagioso e la mamma risponde che il gruppo scultoreo sistemato da Sciola ai lati della passeggiata si è bello, anzi è veramente bello, bellissimo.

Sciola 2014_2Pinuccio Sciola viene in città, a Cagliari, anzi ci torna dopo che in modo abbastanza inusuale due sue opere muralistiche vennero cancellate dal paesaggio urbano cagliaritano l’anno scorso, nei pressi di Piazza Repubblica. E lo fa in punta di piedi, piedi scalzi, per fare, se è possibile ancora meno rumore. Ma lo fa con il delicato ricamo delle sue pietre, con l’ordito e la trama con cui tesse le forme riconoscibili delle sue sculture bianche di calcare e brunite dal calore del fuoco che ha fatto eruttare il basalto dal ventre della terra in un’altra era “Quando non ero e non era il tempo/quando il caos dominava l’universo/quando il magma incandescente colava il mistero/della mia formazione/da allora il mio tempo è rinchiuso da una crosta durissima/ho vissuto ere geologiche interminabili/immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica/porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo/ il mio tempo non ha tempo”, ci dice lo scultore che con i suoi gesti ripetuti sulla superficie litica ci ricorda che la  cultura può, anzi deve, fecondare la natura.

Sciola_6Pinuccio Sciola dona quindi alla città le sue pietre che recentemente hanno brillato nel sagrato della Basilica del Santo ad Assisi e nella Cappella michelangiolesca di Santa Croce a Firenze. Nelle strade e nelle piazze della Città del Lussemburgo, nell’Istituto italiano di cultura a Madrid. E in molte altre esposizioni in giro per il mondo. Pietre che hanno suonato di fronte alla tomba del sommo Michelangelo Buonarroti. Sette sono le sue pietre, gruppi di sculture, adagiate nello spazio sotto le mura del Castel di Castro. Tre vasche bianche di calcare lattiginoso dove al pelo del acqua ha sistemato le sue tre città. Nella prima cristalli limpidi di pietra bianca che crescono dal pelo dell’acqua ci ricordano Cagliari è una delle città del sale, e che sorge dall’acqua, sull’acqua del suo mare e dei suoi stagni, acqua che ne chiude il perimetro per tre lati. La seconda è una città germinale che cresce nelle sue forme semplici fino a formare uno skyline in miniatura dei centri nevralgici delle metropoli moderne. La terza è la città sommersa dall’acqua: piccole case torri medioevali costituite da parallelepipedi di calcare bianco affondate in un mare di pietre nere.  Di fronte, quasi sotto lo strapiombo delle rocce bastionate che salgono verticali verso il Castello, lo scultore ha sistemato una stele di basalto nero.

Sciola 2014_4L’usanza di alzare steli di pietra nei profili orizzontali dei luoghi pubblici si perde nella notte dei tempi. Quella che Sciola ha piazzato sotto le mura è un raro esempio in cui la funzione e la forma creano analogie immediate e si fondono nelle trame e negli orditi che lo scultore ha ricamato nella superficie porosa del basalto. Appena discosti, adagiati sui prati ecco apparire, dirimpettai, due gruppi di pietre. Pietre di basalto. Si tratta dei Semi della pace e le Pietre legate. Semi che Sciola aveva già esposto in numero di centocinquanta ai piedi della basilica francescana di Assisi. Nei Semi, la pietra di basalto, incisa profondamente, diventa simbolo di vita e speranza, connubio ideale fra arte e spiritualità. Nei Semi Sciola ha tagliato la materia viva, fino a mostrarne la vena grigia che vi scorre all’interno. Semi che aprono il processo creativo e richiamano l’evento sacro della fecondazione. Nella parte finale, o iniziale del nuovo spazio pubblico, dipende dai punti di vista, appare una grande pietra monumentale. La forma ricorda una grande foglia sulla quale l’artista ha inciso geometriche venature  attraverso le quali estrae la voce della pietra, la sua dolcezza e il suo incanto. La bellezza delle sculture di Sciola ha la sacralità dei santuari di arte semplice dove il futuro ha il cuore antico.

Sciola 2014_5Davanti a tutto ciò viene da chiedersi quale sia la funzione oggi dell’arte? Quale funzione spetti alla scultura? Che di tutte le forme artistiche è la più civile, quella che per sua forma e simbologia predilige il luogo pubblico, lo spazio pubblico. Ebbene  non da oggi Sciola è impegnato a dare risposte a queste domande. E lo fa in modo positivo, confrontandosi sempre con il reale. Per lui la scultura non è produrre piccoli sopramobili, opere fatte e pensate per un museo, per la collezione amatoriale. Per lui la scultura ha una funzione ben precisa: deve essere radicata nello spazio concreto in cui viene a trovarsi, dovendosi radicare in un posto preciso la scultura ha bisogno di andare oltre il suo mero progetto, bisogna fare, costruire, realizzare spazi nuovi. Ma poiché il fare presuppone sempre una tecnica attraverso cui si costruisce, è nel fare che si riconosce l’eticità di un comportamento. E’ quel fare che si lega indissolubilmente al momento storico della realizzazione di un’opera di un intervento artistico nello spazio urbano. Ciò significa che nella scultura teoria e pratica devono strettamente unirsi, per necessità, per amore.

Sciola 2014Il luogo deputato dove queste nozze avvengono è lo spazio aperto, lo spazio pubblico, collettivo, sotto uno stesso cielo. Può essere un crocicchio, un prato o una piazza cittadina, un sagrato o l’interno di un tempio, un intrico di strade, orizzonte di montagne, susseguirsi di colline, una spiaggia bagnata dal mare,  la curva di una strada remota o la cima di un colle, il molo di un porto, l’angolo di un palazzo, l’alto di una solenne gradinata o allineati paracarri di granito. Tutti luoghi dove i concetti di cultura alta e bassa non hanno più senso. Abbellire un posto pubblico è un’operazione semplice foriera di novità e benessere per i cittadini. Quest’apertura a Cagliari può essere un tassello importante per orientarsi verso un punto di svolta, il punto di svolta,da cui una città può ripartire, per crearsi un suo progetto,  il progetto di un’idea della città di Cagliari.

Pier Giorgio Serra

LAMPEDUSA – 3 ottobre 2013

"Siamo tutti clandestini" - Orgosolo (NU)

“Siamo tutti clandestini” – Orgosolo (NU)

Non è certo semplice affrontare una tragedia come quella accaduta a Lampedusa, ultimo tragico atto di una lunga serie, senza scadere nella retorica, senza lasciarci trascinare dal sentimento, che pure in questi frangenti ha pieno diritto di esprimersi.
Proviamo orrore e rabbia, soprattutto perché questi fatti accadono da troppo tempo per potersi nascondere dietro il facile alibi del “non sapevamo”. Sappiamo, sappiamo eccome, e lo sappiamo nuovamente in questi difficili anni in cui anche gli italiani hanno ripreso ad emigrare non più per scelta, ma per necessità. Pur non potendo mettere i fenomeni sullo stesso piano, chi di noi non ha uno o più amici lontani perché costretti a cercare altrove quello che l’Italia non riesce più a garantire? Non voglio parlare delle abnormi cifre di vite affondate nel nostro mare, perché non voglio che l’arida statistica faccia dimenticare che dietro ognuno di quei numeri che stiamo mettendo in fila c’era un nome, un volto, una storia, una speranza, un’umanità che ci accomuna a prescindere da qualunque altra considerazione.

L’episodio di Lampedusa mi ha ricordato un murale che ho fotografato qualche anno fa in occasione di una gita con amici ad Orgosolo. Era una giornata fredda d’inverno e minacciava pioggia, il cielo era grigio, e uscendo da una viuzza stretta e un po’ buia, ci siamo ritrovati improvvisamente davanti a questa meraviglia. Nella sua tragica bellezza la considero, oggi, un omaggio di rispetto per gli uomini, le donne e i bambini che ieri notte hanno trovato la morte. Il titolo “Siamo tutti clandestini” rimanda a un sentimento ben preciso del suo autore: la solidarietà che non deve mai venire meno, la capacità di accogliere chi nella disperazione si aggrappa a qualunque mezzo per raggiungere i nostri porti, prima tappa per la ricerca di una vita migliore. Siamo tutti clandestini, ne sono convinta, e lo saremo fino a che non saremo capaci di cambiare le cose.

Il quadro che ha ispirato questo murale è il famosissimo “La zattera della Medusa“, una pittura ad olio del francese Théodore Géricault, esponente della cultura figurativa romantica, che realizzò l’opera tra il 1818 e il 1819. Il fatto di cronaca che lo aveva ispirato risaliva a un episodio avvenuto qualche anno prima: il naufragio di una fregata, la Meduse, che trasportava una delegazione francese verso la colonia senegalese di Saint Louis. E le circostanze, per quello che si sa, sono tragicamente simili al naufragio del barcone di Lampedusa: la Meduse, infatti, trasportava circa 400 persone e naufragò a causa dell’impatto su una secca. Una zattera di fortuna accolse quanti non avevano trovato posto sulle scialuppe e fu da queste ultime trainata, fino a quando qualcuno tagliò la fune e i circa 150 naufraghi sulla zattera furono abbandonati a loro stessi e alla furia del mare. Alla nave che prestò loro soccorso non arrivarono almeno 135 uomini.

Non conosco la data esatta del murale di Orgosolo, che ritengo recente e presumibilmente del toscano Francesco del Casino (o di un suo seguace), insegnante delle scuole medie orgolesi che alla metà degli anni ’70 coi suoi alunni diede vita a una straordinaria stagione creativa. Lo spunto di partenza fu l’anniversario della Liberazione del 1975. Il dipinto francese e il murale orgolese sono figli della stessa sensibilità per la cronaca che vede protagonisti esseri umani: affrontano con linguaggio diverso, ma medesima partecipazione ai fatti, un evento tragico al quale non si sentono estranei, nella misura in cui ogni dramma (come ogni gioia) di un essere umano ci appartiene. E sono al tempo stesso un richiamo alle responsabilità individuali e collettive davanti a ciò che accade quando la storia presenta il conto.

Anna Pistuddi

Is Pratzas de su Bixinau: unu momentu de festa popolari.

Festa de su Bixinau 2013_Murales

Festa de su Bixinau 2013, Murale

Est stettia ua bella occasioni po ciccai de torrai a bivi is tempus passaus. Cummentzada giobia, sa festa de su bixinau de bia parrocchia fintzas a dominugu at biu sa collaboratzioni de meda genti. Po primus ci funti “Le compagnie del cocomero”, assotziu culturalli ka si occupada de teàtru e at criau meda momentus de spassiu po pippius e mànnus. S’idea de sa festa esti de custu assotziu, arribada ormai a sa segunda bota, ma a custa at partecipau sa Cunsulta de is giovunus puru e totu su collettivu ka si occupada de su Centru Socialli (Vico Pacinotti) de bidda. Meda genti cun meda fantasia s’esti incontrada in sa xida de sa festa.

Sa Cunsulta adi organizzau ua “Espositzioni Collettiva” donnia diri in s’aposentu mannu in sa pratza cun operàs de is giovuns artistas de Sestu e de is biddas accanta, cummenti Santu Sparau. In su propriu aposentu ci fianta espositzionis puru de biciclettas, curada dae Matteo Manunza e sa “Ciclofficina” ki tenit issu. Accanta de is espositzionis eus tentu su tzilleri popolari. Sa cosa pru manna organizzada de nosusu, de dominigu, est stettia perou “Este Baratto”, momentu de atòbiu de pippius, giovunus e prus mannus ki anti scambiau ken’è utilizai su dinai. Giogus, bistimentus, mattixeddasa, banca de su tempu anti animau is iscambius.

Po totu sa festa d’onnia diri s’assotziu “Cocomero” s’est impegnau de pottai artistas y atras cumpangias teatralli organizendi ispettaculus in su teatru e a s’acabu de custu, musica e ballu sardu fintzas a su notti cun Orlando Maxia sa primu diri e sa secunda cun s’assotziu culturalli “I Nuraghi” de bidda;  sabudu inveci musica de s’assotziu “Ennio Porrino” dae Su Masu. Su teatru, in ordini de disi, at biu sa collaboratzioni de “Teatro Olata” su giobia, Elio Turno Arthemalle impàri a Emanuela Lai cenàbara. Praxiu meda est stettiu s’ispettaculu de sabuddu “Sa notti de s’unda” de Gianluca Medas, ki at contàu, impari a Antonio Marcis de “Is cumpangius”, sa notti de s’alluvioni de is annus coranta, ki at mottu genti e devastau sa bidda. Dominigu adi serrau is ispetaculus Andrea Mura, regista de bidda ki adi proiettau su filmi “Memorie del mare”.

Olleusu arringratziai specialmente Raul e Monica de s’assotziu “Le compagnie del cocomero” po totu su traballu e su tempu dedicau po trasformai sa bidda ind’unu logu pru bellu de bivi. Sicuramenti arringratziaus puru totu is personasa ki anti collaborau e aggiudau meda, cummenti su pittori de bidda Francesco Pitzanti ki s’esti impegnau po oberri is domus campidanesas de tzia Claudia Sechi, de sa Famiglia Pili, y adi organizau sa mostra fotografica “Tra ieri e oggi” e contàu s’istoria de su bixinau de bia parrochia a totus is interessaus e totu is artistas ki anti collaborau. Po acabai gratzias puru a is artistas ki anti fattu u’atru murales aintru de su bixinau torrendi gratziàs a kini prima biviat in su bixinau.

Antonio Cardia

(Presidente Consulta Giovani di Sestu)

Thomas Hirschhorn e il “Gramsci Monument” di New York

Monumento a Gramsci_N. Y.

New York ospita per due mesi e mezzo il monumento temporaneo dedicato a Gramsci dall’artista svizzero Thomas Hirschhorn. Inaugurata all’inizio di luglio, la monumentale casa di legno arricchita al suo interno da aforismi gramsciani – costruita a Forest Houses, nel Bronx – resterà in piedi sino a metà settembre. A chi come noi da anni è impegnato con le associazioni Casa Natale Antonio Gramsci e Casa Museo Antonio Gramsci a promuovere la conoscenza del pensiero e delle opere del grande intellettuale sardo, l’evento non poteva sfuggire. Tanta era la curiosità di conoscere le motivazioni che avevano spinto un artista come Thomas Hirschhorn a dedicare un simile monumento al nostro filosofo, che abbiamo pensato di chiederglielo direttamente.

SchemaNella lunga intervista che ci ha rilasciato e che potete leggere QUI in versione integrale, ci ha spiegato che il monumento a Gramsci è l’ultimo di una serie di opere dedicate a grandi filosofi. Prima di lui Spinoza, Deleuze, Bataille. Gramsci, nello schema ideato da Hirschhorn, un cerchio diviso in 4 parti che rappresentano le 4 forze del mondo, copre l’intersezione Politica/Amore. La scelta di Gramsci non è però legata solo a fattori razionali. L’artista svizzero si definisce infatti un “Gramsci-Fan”.

Perché Gramsci dunque? Hirschhorn lo spiega così: “Perché era un eroe; perché era un rivoluzionario; perché era pronto a pagare il prezzo del suo impegno; perché era uno stratega; per via della sua passione per la Politica; per il suo proposito di auto-definizione della propria posizione; per via del suo odio dell’indifferenza; perché ha scritto i Quaderni e le Lettere in Prigione, ed ognuno costituisce una base forte e bella su cui poter costruire un’educazione; perché la sua fede nelle capacità e competenze umane era illimitata; perché ha scritto «ogni essere umano è un intellettuale». E ancora “perché i suoi testi sono una scatola degli attrezzi per chiunque voglia confrontarsi con la realtà dell’oggi, per la sua definizione di cosa sia la crisi. E naturalmente perché scrisse: «L’Arte è interessante, è interessante in se stessa, in quanto soddisfa una necessità di vita» e «Il contenuto dell’Arte è l’Arte stessa».

Thomas Hirschhorn

Thomas Hirschhorn

La scelta del luogo. Nella prospettiva di Hirschhorn la produzione artistica sul campo presuppone il coinvolgimento degli altri. A partire dalla scelta del luogo. La decisione “artistica” di realizzare il Gramsci Monument a Forest Houses, nel Bronx – spiega Hirschhorn − è il risultato della cooperazione tra diversi soggetti: Erik Farmer, il Presidente della Resident Association of Forest Houses, l’artista stesso e i residenti del quartiere. “Discutere con tutti loro − ha sottolineato Hirschhorn – è stato istruttivo, divertente e di grande aiuto. Ho ammirato il loro impegno, la loro implicazione e i loro pensieri verso e per il vicinato, ciò che ha rinforzato la mia convinzione che la questione del luogo sia una questione di incontri umani”.

Presenza e Produzione. Il coinvolgimento dell’altro non ha specifici legami con l’estetica. “Rivolgersi ad un pubblico non esclusivo – precisa Hirschhorn – significa affrontare realtà, fallimento, insuccesso, la crudeltà del disinteresse, e l’incommensurabilità di una situazione complessa”. Per questo essere presente tutto il tempo al Gramsci Monument è importante. Significa “dare il proprio tempo, condividerlo”. Significa “prendersi la responsabilità”. Nell’Arte come la intende Hirschhorn “le porte restano aperte per incontrare ciò che l’altro non conosce e non vuole”. Ciò accomuna l’arte alla filosofia. Ciò fa sentire Hirschhorn vicino a Gramsci. L’artista svizzero non fa distinzioni “tra una persona che può essere un partecipante ricettivo e la persona che gironzola”. E questo si giustifica “rispetto al principio di Uguaglianza, che richiede di non fare differenza nei confronti di tutte le differenze”. Il “Gramsci Monument” è per Hirschhorn l’affermazione di un lavoro artistico autonomo, “utopico e concreto” allo stesso tempo, concepito come “atto d’amore che non richiede necessariamente una risposta, destinato a un “audience non esclusivo”.

Gramsci Monument_2

Gramsci Monument, Mappa

Nel solco della “fruizione pubblica dell’arte”. In Sardegna ci sono altri due monumenti d’arte contemporanea dedicati ad Antonio Gramsci. “Il piano d’uso collettivo Antonio Gramsci”, edificato ad Ales nel 1977 dallo scultore Gio Pomodoro, e il monumento “Il topo e la montagna” di Maria Lai, la grande artista sarda scomparsa di recente, che attualizza la favola ecologica di Gramsci. Tutti e due sono inseriti nella battaglia per la fruizione pubblica dell’arte. Anche il lavoro di Hirschhorn, che l’artista definisce “una nuova forma di Monumento”, sembra rientrare a buon titolo in questa concezione dell’arte. A denunciarlo ci sono la stessa scelta del destinatario (Antonio Gramsci), le modalità della sua produzione (gli incontri, i dialoghi, il confronto, l’avvenimento), la località individuata per l’installazione (Forest Houses), insolita rispetto ai luoghi tipici della cultura newyorkese, e infine la durata dell’esposizione limitata nel tempo (11 settimane).

Gramsci Monument_3

Thomas Hirschhorn e Alessandra Marchi, Atellier di Parigi (marzo 2013)

Il monumento di Thomas Hirschhorn e il pensiero di Gramsci. Il Gramsci Monument non è l’illustrazione di una delle teorie gramsciane, tanto meno di quella riassumibile nel rapporto egemonico – subalterno. “Sarebbe semplicistico, ingiusto, ma anche infondato – avverte Hirschhorn – prendere l’ubicazione Forest Houses nel Bronx per un’illustrazione di questa teoria. “Se dei legami possono essere fatti – precisa – questi sono con “l’universalità ed il genio del pensiero di Gramsci”. Alla base del Gramsci Monument, come di ogni altro suo monumento, c’è solo la sua “competenza per fare dell’Arte”.

Ancora su Gramsci, in Sardegna e nei luoghi gramsciani. Thomas Hirschhorn ha tenuto a dirci che nell’elaborazione dell’idea per la realizzazione del progetto Gramsci Monument fondamentale è stata la visita alla Casa Gramsci di Ghilarza e il contatto diretto con gli oggetti appartenuti ad Antonio Gramsci, alcuni dei quali sono proprio esposti al Gramsci Monument. Accogliendo il nostro invito a lavorare ancora su Gramsci, ci ha confessato che “la sua missione, fare il Gramsci Monument, è ancora lontana dall’essere compiuta”. “Per riuscirci – ha precisato – ci vorrà tutta la mia passione, tutto il mio lavoro e tutto il mio amore”. E alla fine ci ha salutato con una solenne promessa: “Non ho ancora pensato al seguito sinora, ma tornerò in Sardegna a trovarvi di nuovo!”

Alessandra Marchi

Pier Giorgio Serra

Eros in Sardegna. Sesso e amore nella letteratura e nelle arti (Cuec 2013)

Eros in Sardegna_2

E’ uscito, alla fine dello scorso giugno, il 5° numero della rivista curata dall’Associazione “Miele Amaro” edita da Cuec, questa volta dedicata all’Eros in Sardegna. Il piano dell’opera prevede la creazione di un’antologia articolata per temi. I brani che la compongono sono attinti da un vastissimo repertorio letterario che tiene insieme autori sardi, italiani e stranieri, di epoche diverse, accomunati dall’interesse verso la Sardegna. I precedenti numeri del periodico avevano trattato dapprima della città di Cagliari (Cagliari città leggibile. La città raccontata dagli scrittori, 2008), quindi lo sguardo si era allargato al resto della Sardegna (Viaggio letterario nell’Isola di Sardegna, 2010), per poi concentrarsi sul cibo, usi e luoghi del mangiare (Il gusto della letteratura in Sardegna. I cibi, gli usi e i luoghi del mangiare raccontati nei libri, 2011).

Per compilare quest’ultimo numero, dedicato appunto al tema dell’eros, i curatori Giuseppe Pusceddu e Gianni Stocchino – forse valutando la scarsità delle fonti letterarie dedicate all’argomento – hanno fatto ricorso anche al repertorio artistico. Con i materiali selezionati, i due autori di Miele Amaro hanno costruito una serie di percorsi da cui emerge, in tutti i suoi aspetti, il rapporto dei sardi con l’eros, quello reale e quello immaginato dagli osservatori esterni. Nel complesso l’antologia si compone di 12 capitoli, ciascuno dedicato a un sotto-tema, in cui accanto a brani editi compaiono anche contributi inediti di autori sardi contemporanei, scritti appositamente per questa pubblicazione.

suonatore itifallicoSeguendo il filone artistico si capisce che “sentimento amoroso, sessualità ed eccitazione sessuale”  erano ben presenti e rappresentati in Sardegna fin dall’età prenuragica. Ne sono testimonianza le statuine femminili in pietra dell’arte prenuragica e quelle che rappresentano la Dea Madre mediterranea. Nelle prime – spiega Giovanni Lilliu (pg. 3) – il “sex appeal è sottolineato dal rendimento delle parti femminee più eccitanti: l’unica soda mammella … il lieve turgore del ventre: la mossa delle cosce e specie il parossismo carnoso delle natiche, scolpite con diligenza sin nel dettaglio del solco che si prolunga nella schiena segnata da rapidi grezzi tocchi”; nella Madre mediterranea dai soli seni. L’eros maschile è invece ben rappresentato nei bronzetti nuragici, il più famoso dei quali, l’aulete nudo e itifallico seduto, mostra un personaggio nudo con un enorme membro eretto. Questo bronzetto  scrive Vincenzo Soddu (pg. 54) – esprime “un erotismo non banale e contingente ma di carattere sacro, sollecitato dal suono stesso del flauto e dal ritmo delle danze che si svolgevano intorno”.

E’ stato interessante scoprire, dalla lettura di questa antologia, che le rappresentazioni simboliche degli organi sessuali, spesso associate al culto della fertilità, non si interrompono con la scomparsa della civiltà nuragica ma in qualche modo si conservano sottotraccia e riaffiorano nel medioevo. Una di queste raffigurazioni – secondo Vincenzo Soddu – sarebbe presente proprio a Sestu, nella chiesa di San Gemiliano (pg. 57). Qui, su un riquadro calcareo di una lesena del fianco meridionale, sarebbe scolpita una rozza figuretta in cui “un uomo con gli arti ben distesi mostra la lunghezza de suo membro”.

Passando al filone letterario si spazia dalla letteratura in sardo alla letteratura in italiano. Dalla letteratura colta (poesia e prosa) alla letteratura popolare (essenzialmente poesia orale). Del genere colto fa parte l’ironico quanto amaro componimento del vate di Tonara, Peppino Mereu, che riecheggiando un motivo caro al poeta latino Ovidio, si rivolge direttamente al suo membro personificato e come vivesse di vita propria lo accusa di essere la fonte di tutte le sue disgrazie (“tui est chi m’has giuttu a su casinu, tue est chi m’has trazadu a s’ispidale”, pg. 49).

Il linguaggio popolare, specie quello cagliaritano – indagato da Francesco Alziator (pg. 10) – rivela alcune bizzarre contraddizioni (già presenti nel latino), per cui il membro virile è indicato con un nome femminile (sa pillona) e l’organo genitale femminile con un nome maschile (su cunnu). Ma soprattutto le espressioni popolari sono indicative di due diversi approcci psicologici dei sardi nei confronti del sesso, strettamente legati alla condizione sociale. Così se per gli abitanti della campagna – spiega Michelangelo Pira (pg. 9) – gli organi sessuali sono sa natura, per chi vive nei centri attraversati da elementi di cultura urbana questi diventano sa irgontsa, sa miseria, “la vergogna”, dunque qualcosa da nascondere. Per lo stesso meccanismo di occultamento dell’eros non si nomina l’atto sessuale, ad esso al massimo si allude (“cudda cosa”).

Vergogna e imbarazzo caratterizzavano nella realtà il rapporto dei sardi con la sessualità. Come tanti altri luoghi d’Europa – spiega Giulio Angioni (pg. 14) – neanche la Sardegna è stata risparmiata dall’egemonia della sensibilità borghese e dalla squalificazione cristiana della sessualità. Ma ancora agli inizi del novecento c’era chi, come Lawrence, viaggiava alla ricerca di un’originaria razza di uomo vero, libero sessualmente, immune da condizionamenti repressivi nei confronti dei comportamenti naturali. Immaginò di trovarla in Sardegna, e si convinse che i sardi fossero “ancora capaci di quel sesso in festa suggerita dalla statuetta dell’aulete itifallico in orgia rituale di fertilità e fecondazione”.

I percorsi alla scoperta della sessualità dei sardi, suggeriti da questa antologia, sono diversi e tutti interessanti. Ancora una volta dobbiamo ringraziare Giuseppe Pusceddu e Gianni Stocchino per averci fornito uno strumento dai molteplici livelli di interesse: godibile di per sé ma anche utile guida bibliografica. Attraverso la scelta di argomenti intriganti e suggestivi (come già lo erano stati i precedenti), Miele Amaro ci aiuta a conoscerci meglio come sardi e allo stesso tempo ci introduce alla scoperta di libri e autori, invitandoci a spaziare in lungo e in largo nella letteratura di tutti i tempi. Insomma una intelligente operazione di promozione alla lettura.

Sandra Mereu

A San Sperate un laboratorio d’arte nelle strade del centro storico

San Sperate 1San Sperate, palcoscenico dell’arte mondiale. Una muraglia realizzata con vecchie porte e finestre. Una barriera che, con un colpo d’occhio, potrebbe sembrare insuperabile. Così non è stato, sulla via Sant’Elena – nel cuore del centro storico di San Sperate – dove si possono oltrepassare anche le divisioni. E’ l’opera che simboleggia l’evento che si è tenuto gli scorsi giorni nel paese museo con il laboratorio d’arte “Il muro d’Europa”. Un meeting che ha radunato un universo di ventidue giovani provenienti da ogni angolo del mondo. Per dieci giorni (dal 17 al 26 giugno) il centro campidanese è diventato la capitale dell’arte grazie al workshop promosso dall’associazione “NoArte Paese museo” con il patrocinio dell’Unione Europea e dell’amministrazione comunale. Una rassegna che si è svolta sotto l’egida del maestro Pinuccio Sciola, vera icona dell’arte isolana. Le strade dei diversi quartieri speratini si sono trasformate in un ininterrotto palcoscenico per i talenti mondiali.

San Sperate 3Un itinerario che è iniziato dal Museo del Crudo, sulla via Roma, con due video-installazioni: la prima  eseguita dalle polacche Anna Pichura e Jolanta Nowaczyk con una linea gialla disegnata nelle strade del centro a segnare i confini da abbattere, la seconda realizzata dall’iraniana Farniyaz Zaker che ha raffrontato un’arcata chiusa da una tenda ed una finestra aperta con il desiderio di libertà. Il percorso si è allungato sulla via Roma con l’intreccio dei colori tratteggiato nel murale di Zsofia Vari (Ungheria) e l’esplosione policromatica disegnata dal maltese Joseph Barbara sulla via Vittorio Emanuele. Eppoi i ritratti dell’ungherese Attila Kleb – uno dei maestri della fotografia contemporanea – che ha raffigurato i mondi di San Sperate, con personaggi di tutte le nazionalità a lanciare un messaggio con un saluto su un muro bianco.

E’ quasi un volo nella fantasia degli artisti, un oltrepassare gli spazi. Eccola allora, l’opera sulla via Sant’Elena con porte e finestre incastrate tra loro da Lasha Makharadze (Georgia) che ha scatenato la sua creatività anche attraverso le opere geniali della spagnola Alba Escayo e della serba Ana Zdravkovic impegnate nelle sperimentazioni cromatiche di oggetti e colori sui muri in ladiri della via strettissima incastonata nella borgata storica. Senza poi dimenticare le pietre colorate di Sandra Strele giunta dalla Lettonia.

San Sperate 2Un universo davvero indimenticabile. Lo statunitense Justin Tate è riuscito nell’impresa di innalzare una torre con sessanta pedane in legno sulla via San Sebastiano, per rappresentare San Sperate come il regno della scultura in una roccia da scalare. Nella via Eleonora D’Arborea si racchiude il sogno disegnato da Magdalena Mellin (Polonia) ed in via XI Febbraio resteranno affacciati sulle vecchie finestre di una casa campidanese dei piccoli folletti a proteggere il paese. In piazza Croce Santa l’ucraina Tetiana Shuliak ha sbrigliato la fantasia con l’opera “Tè con limone”. Dal Regno Unito Harry Van De Bospoort ha parlato con diverse lingue colorate in un muro di via Monastir.

San Sperate 4Eppoi il Cristo crocifisso senza veli del pakistano Mohammad Ahsan che tanto scalpore  ha sollevato nel centro campidanese, al punto che le parti intime sono state coperte con una cassetta nera in segno di censura. Un coniglio sulle onde del rio Concias e le colonne disegnate nella copertura del torrente con strani personaggi della polacca Anna Pichura. Immancabile l’ingegno tedesco di Christian Sievers con un enorme masso nero raffigurato su un muro della via Risorgimento e le pietre che cadono. Sulla via Concordia un piccolo bastione che viene pian piano mangiato da creature fantasiose di Zofia Mackiewics (Polonia).

Il viaggio artistico si conclude sulla via Decimo con la violenza sull’Europa riprodotta su una muraglia con il vecchio continente che abbraccia il mitologico minotauro. Un quadro che lascia poco spazio all’immaginazione con le idee infauste sul futuro dell’Europa. Ana Gutierrez si è cimentata su un muro di via Santa Lucia con una capra – animale molto diffuso in Messico – che passa nell’aldilà, quasi un modo per rompere la separazione della barriera in cemento. Il tempo sembra essersi fermato in quest’angolo di Sardegna.

SciolaUn viaggio iniziato 45 anni fa. «Abbiamo iniziato dal ’68 a disegnare sui muri bianchi – evidenzia Sciola – Da qui è passata la storia politica e sociale di San Sperate, che resta indelebilmente scritta nelle case. Oggi è un’altra tappa di questo lunghissimo viaggio che è fatto di scambi e incontri con altri ragazzi provenienti da diverse realtà del mondo». Sulla stessa lunghezza d’onda Manuela Serra (presidente di NoArte). «E’ stata un’opportunità unica per condividere un sogno. Questi giovani diventano così ambasciatori della Sardegna e di San Sperate». Per gli artisti Mauro Cabboi, Giacomo Zucca, Raffaele Muscas e Mauro Corda: «E’ stata un’esperienza davvero indimenticabile che arricchisce il patrimonio artistico del paese museo».

Luciano Pirroni

Buon Natale!

Natività mistica, Sandro Botticelli (1501)

Natività mistica, Sandro Botticelli (1501)

Per far gli auguri ai nostri lettori quest’anno abbiamo scelto un modo diverso. Nella consapevolezza che l’arte raffigura in modo fedele l’essenziale dell’epoca che la esprime, ci affidiamo a Sandro Botticelli e a una delle sue ultime opere.
Il pittore realizzò quest’opera negli ultimi anni della sua carriera. Chi abbia un po’ di dimistichezza con la storia, le vicende, la vita e la parabola artistica dell’autore, sa che la Natività mistica rappresenta un episodio particolarissimo della sua attività pittorica, figlio di una crisi storica e sociale che lo colpì profondamente a livello personale e che si ripercosse nella modalità in cui decise di interpretare i temi e le iconografie consuete nel suo repertorio, soprattutto quelle di tipo religioso.

Per meglio comprendere l’artista, sarà utile una brevissima digressione sulla sua vita e sul tempo che lo vide protagonista.
Nato nel 1445, Botticelli iniziò il suo apprendistato a circa 20 anni e per tre studiò nella bottega di Filippo Lippi. Questi anni lo videro occuparsi dei rudimenti dell’arte, a partire dalla preparazione dei colori, delle polveri, allo studio delle opere del capo bottega, e pian piano affiancare il Lippi nel lavoro per poi affrancarsi.
Fin dagli esordi uno dei suoi temi ricorrenti fu quello della Madonna con Bambino, tra i soggetti più richiesti dai committenti. Fu il contatto con Antonio Pollaiolo e Andrea del Verrocchio che determinò la svolta verso una maturazione in senso più personale della sua arte. Botticelli sviluppò i suoi talenti nella seconda metà di un secolo che vide la riscoperta della prospettiva matematica, portata ad altissimi livelli dalla pittura di Piero della Francesca, e fu con gli anni ’70 che divenne più autonomo, entrando a far parte dell’Accademia fiorentina di San Luca e frequentando i colti ambienti signorili della città (in particolare la famiglia Medici), venendo a contatto con le correnti neoplatoniche della filosofia del tempo. Un umanesimo nuovo prendeva a modello l’etica degli antichi, e l’antichità divenne spunto di riflessione per gli artisti, in una concezione che non si scontrava più con il Cristianesimo, perché quest’ultimo rivestiva l’antico dei suoi significati, assumendo di contro la bellezza insita nelle possibilità espressive date dallo studio dell’arte classica nelle sue varie declinazioni. In questo senso i miti classici vennero ripresi e i soggetti iconografici erano ricchi di riferimenti filosofici e mitologici. Tra le opere botticelliane più note al grande pubblico, la Nascita di Venere incarna in modo perfetto l’interpretazione del mito allo scorcio del XV secolo.
All’esordio dell’ultimo ventennio del secolo Botticelli si recò a Roma e partecipò con altri affermati pittori alla decorazione della Cappella Sistina, per poi rientrare a Firenze, dove eseguì molte delle sue opere più famose.
E’ chiaro che i suoi spostamenti lo misero a contatto con diversi autori e fu per lui possibile approfondire scelte, arricchire il suo stile, confrontarsi e crescere all’interno della temperie culturale dell’epoca pervasa dal fasto e dall’ottimismo nelle possibilità dell’uomo – misura delle cose e artefice di se stesso – di intervenire nella realtà. Il tutto si traduce anche nelle opere.
Tuttavia alla fine degli anni ’80 cominciò a palesarsi una crisi che dal piano esistenziale si tradusse in tormento artistico. La sua sensibilità lo portò a cogliere il mutamento in atto nel mondo di allora. Si nota, quindi, un cambiamento apparentemente involutivo, talmente forte e deciso da apparire come un rifiuto cosciente dello stile dell’epoca e del suo stesso stile precedente, del rassicurante ossequio delle proporzioni delle figure e del loro porsi in uno spazio credibile, fosse di tipo paesaggistico o architettonico, in un tutto armonico apparentemente senza crepe. Ad un tratto la natura nel Botticelli perde questa armonia proporzionale e si fa interprete del crollo di ogni illusione, rafforzato dalla dirompente predicazione di Girolamo Savonarola: esponente di un Cristianesimo radicale, fustigò i fasti del recentissimo passato, predicando il ritorno a una concezione più ortodossa della fede, contro ogni tipo di sfarzo e vanità. Che fosse o meno un seguace del frate, Botticelli rimase sicuramente colpito dai suoi argomenti, fino a ripensare anche i termini del suo mestiere. Gli ultimi anni lo videro impegnato quasi esclusivamente in opere di tema sacro, tra le quali spicca la tarda Natività mistica. Pur non rappresentando una “negazione” del tema, che rimane palese nella sua iconografia, muta nel senso di uno stravolgimento delle proporzioni, nella distanza e nelle piccole dimensioni degli angeli, che in parte si abbracciano, quasi a cercare conforto, in parte “danzano” sospesi nell’aria ai confini di un cielo “altro” rispetto a quello naturale. E soprattutto sembrano quasi disinteressati alla scena. La messa in discussione dei canoni è totale e in tal modo l’artista denuncia in pieno una crisi che non riguarda solo lui, ma coinvolge nell’insieme la società del suo tempo, con le sue incertezze e le sue radicate paure, che nemmeno la fede riusciva a mitigare.

Nulla più di questa interpretazione della Natività ci è sembrato più attuale: Buon Natale!

Anna Pistuddi

ROT’ART, da stasera mostra collettiva d’arte a Casa Ofelia

Rot'ArtROT’ART, la rassegna di musica, grafica, pittura, fotografia e cortometraggi, organizzata dall’Associazione MeditEuropa, da stasera e sino a sabato 22 dicembre proseguirà a Casa Ofelia con la mostra collettiva di arti visive. Tra gli artisti, accanto ai più noti Giovanni Coda (regista e artista visivo) e Rossana Corti (pittrice), ci saranno anche tre giovani grafici e designer al loro esordio espositivo, componenti della neonata Consulta Giovanile di Sestu: Alessandra Cherchi, Davide Mura e Stefano Pintus. Sullo sfondo delle opere in esposizione, nell’ambito della stessa manifestazione, si potrà inoltre assistere all’esibizione dei musicisti del Duo Arpège (venerdì 21 dicembre, ore 18:30) e del chitarrista classico Giuseppe Argiolas (sabato 22 dicembre, ore 18:30). A conclusione della rassegna, a partire dalle 20:30, saranno proiettati due corti del regista sestese Andrea Mura (“Cantieri culturali” e “Lavori in piazza Lolli”), prodotti dal Centro sperimentale di cinematografia.

Rot’Art 2012 & In progress…special edition

Dal 14 al 22 dicembre si svolgerà a Sestu “ROT’ART” 2012. Proseguendo nel solco delle precedenti edizioni la manifestazione sarà incentrata sulle arti visive (disegno, pittura, design), proponendosi come vetrina del lavoro artistico delle nuove generazioni, occasione di sperimentazione interdisciplinare e insieme opportunità di confronto e scambio tra gli artisti. Nell’edizione 2012 Rot’Art si apre invero anche alla contaminazione di altre forme artistiche: la musica e il cinema. All’interno di Rot’Art 2012, inoltre, un particolare spazio sarà dedicato alla musica progressive, nell’estremo tentativo di salvare, a dispetto dei tagli imposti dalla crisi economica, l’appuntamento annuale con questo genere musicale che, dopo cinque edizioni, era ormai diventato una attesa e partecipata consuetudine. A partire da venerdì 14 dicembre, dunque, tra il teatro Facin (locali Pro Loco) e gli spazi di Casa Ofelia si terranno mostre e laboratori artistici, concerti e proiezioni cinematografiche. La manifestazione è organizzata dall’Associazione MeditEuropa con i finanziamenti della Provincia di Cagliari. Il comune di Sestu e la Pro Loco sostengono l’iniziativa mettendo a disposizione locali e supporto logistico.

Rot'Art 2012

“L’Alfabeto dell’Arte” – VIII edizione

Riceviamo e divulghiamo il comunicato stampa riguardante l’ottava edizione dell’Alfabeto dell’Arte.
Quest’anno le conferenze, dedicate ad autori, movimenti e temi dell’arte contemporanea, si svolgono in due sedi diverse: la Galleria Comunale d’arte di Cagliari, sita presso i Giardini Pubblici, e l’Antico Palazzo di Città, situato presso la Cattedrale di Cagliari. 

(A.P.)

“Gentili Visitatori,
trasmettiamo il comunicato stampa relativo alla ottava edizione del ciclo di incontri L’Alfabeto dell’Arte, che prenderà avvio venerdì 9 marzo alle ore 17 con il tema “Dalla percezione cromatica alla sintesi strutturante: la pittura di Paul Cézanne”, trattato da Cristina Pittau. Di seguito, il programma dettagliato dell’iniziativa:

Galleria Comunale d’Arte Cagliari

L’Alfabeto dell’Arte VIII edizione

Venerdì 9 marzo, alle ore 17.00, alla Galleria Comunale d’Arte di Cagliari parte la nuova edizione dell’Alfabeto dell’Arte, il ciclo di conferenze organizzato ogni anno per avvicinare il grande pubblico all’arte di tutti i tempi.
Il programma, curato da Anna Maria Montaldo e tenuto dagli storici dell’arte dell’Associazione Orientare che lavorano all’interno dei Musei Civici, è dedicato quest’anno ad alcuni dei grandi maestri che hanno operato tra la metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento e alle principali correnti che, a partire dal secondo dopoguerra, hanno affrontato le ricerche più avanzate dell’arte contemporanea. Da Paul Cézanne a Andy Warhol, da Amedeo Modigliani a Paul Klee, un viaggio coinvolgente attraverso i capolavori dei più grandi artisti della pittura internazionale.
Quest’anno, gli otto incontri si svolgeranno tra la Galleria Comunale d’Arte e l’Antico Palazzo di Città, importante sede delle raccolte civiche, destinata recentemente all’esposizione di mostre temporanee di arte contemporanea. La formula sarà quella collaudata con successo nelle edizioni precedenti: in apertura la proiezione di un ricco repertorio di immagini consentirà la presentazione degli artisti, a partire dalla individuazione dei limiti cronologici e geografici entro cui hanno operato, per arrivare ad una approfondita lettura storico-artistica delle opere più significative; la fase successiva, complementare alla prima, è dedicata all’incontro diretto con le opere d’arte delle collezioni permanenti o temporanee, ricollegabili all’argomento della conferenza.

Costi:
Il costo di ogni singolo incontro è di 5 euro.
Il costo per l’intero ciclo di conferenze è di 30 euro.

Per informazioni e prenotazioni:
Galleria Comunale d’Arte, Largo Giuseppe Dessì – Giardini Pubblici
Tel. 070/6777598, 0706776454

Cordiali saluti
Cristina Pittau

Associazione Orientare
Sede Legale: Via D. Millelire, 1 – 09127 – Cagliari
Sede Operativa: Via Dante, 11 – 09128 – Cagliari
tel. 070.400.601 – fax 070.662385
http://www.orientare.it – orientare@orientare.it – visite@galleriacomunalecagliari.it”

Programma dettagliato delle conferenze

A cosa serve la storia dell’arte?

Roma, rovine sul Palatino

In questi giorni ho comprato dopo tanto tempo una rivista d’arte alla quale ero abbonata durante gli anni dell’università, grazie alla quale ho potuto approfondire i temi proposti dalla materia che avevo scelto come principale nel mio corso di studi. Si tratta di Artedossier, edita dalla Giunti di Firenze e diretta attualmente da Philippe Daverio.

Ho acquistato il numero di gennaio 2012 attirata da un richiamo di copertina, che annuncia un tema decisamente interessante,  che recita “MATERIALI, NATURA E IMPEGNO POLITICO DAL QUATTROCENTO AL CONTEMPORANEO”. Mi sono seduta sul divano, ho sistemato i cuscini e inforcato gli occhiali, ho tolto il cellophane, tagliandolo pazientemente in un angolo e facendolo frusciare via, presa dalla frenesia della curiosità. Uno sguardo al sommario e una sfogliata veloce, una “sniffatina” al profumo delle pagine… finchè la mia attenzione non è stata catturata letteralmente dal pezzo a p. 16.

Voglio ora parlare in libertà lasciando uscire dallo stomaco le reazioni che mi ha provocato (perché mi sono proprio sentita provocata) la lettura dell’articolo. E lo faccio consapevole che magari cadrò anche in qualche banalità. Correrò il rischio e, nel caso ciò accadesse, me ne scuso fin d’ora.
Ma voglio partire da una premessa/auspicio, virgolettando l’affermazione di Tomaso Montanari che chiude il pezzo:

“Se, nonostante le mille difficoltà, la scuola pubblica italiana insegnerà ai nostri figli che in Italia c’è anche un’altra lingua – una lingua fatta di palazzi, chiese, quadri e statue che appartengono a tutti -, e insegnerà che quella lingua non serve a divertire i ricchi, ma serve a farci tutti eguali, allora non solo salveremo il nostro patrimonio storico-artistico: forse riusciremo a salvare anche il nostro paese”.

E nonostante si tratti di un vero e proprio grido di dolore di chi è pienamente consapevole dello stato dell’arte in Italia, leggere le righe finali ha fatto si che la pressione tendesse a ritornarmi a livelli più normali, dopo l’altalenare di forti sensazioni che mi hanno attraversato durante la lettura. Tranquilli, non ve le racconterò tutte: mi soffermerò brevemente solo su due di queste.

Il primo pugno nello stomaco l’ho ricevuto dall’impatto col titolo del pezzo: “L’eclissi della storia dell’arte”. Da ottimo oratore Montanari mi ha fatto cadere nella sua trappola, attirando “violentemente” la mia attenzione di lettrice interessata con l’apparente e subitanea demolizione di quelli che erano e rimangono le ragioni fondamentali per cui ho investito nello studio della Storia dell’Arte la mia vita universitaria e continuo a farlo, in altra forma, oggi. Mi sono chiesta, di pancia, senza ragionarci troppo, mi sono chiesta se tutte le mie ragioni, tutta la fatica, tutto l’impegno e la passione profusi nello studio di questa meravigliosa disciplina non siano divenuti improvvisamente, chiaramente vani. Perché il vero dramma è il rischio della scomparsa dell’insegnamento della storia dell’arte dai programmi ministeriali di tutti gli indirizzi scolastici della Repubblica, e quindi una voragine nella formazione delle future generazioni. La perdita, a mio avviso, di un’importante chiave di lettura di noi stessi e di una “lingua” con la quale esprimersi.

Il secondo pugno nello stomaco, e lì proprio mi sono ribellata definitivamente, è arrivato nell’istante in cui ho letto la lucida esposizione di alcuni dei motivi di questa eclissi:

  • l’autoreferenzialità che rende il mondo di chi studia Storia dell’Arte un universo per eletti e impenetrabile ai più;
  • il ruolo assunto dalla disciplina, che è diventata “industria dell’intrattenimento culturale”, riducendo alle ragioni del puro marketing il senso originario della valorizzazione dell’arte;
  • l’analfabetismo figurativo della classe dirigente.

E io tutto questo proprio non posso accettarlo, nella misura in cui ho sempre creduto (e continuo a farlo) nel valore della divulgazione seria, del coinvolgimento delle persone-cittadini in iniziative utili ad accrescere in tutti il grado di consapevolezza della ricchezza culturale che abbiamo ereditato e che in parte ancora (nonostante tutto) produciamo. Non posso accettare quelle affermazioni, per un processo del tutto umano che coglie tutti noi quando ci scopriamo “corresponsabili” (seppure involontariamente) di qualcosa che ci sembrava, invece, di subire. Quella dura presa di coscienza dei limiti evidenziati (riferiti ovviamente a tutto il mondo della storia dell’arte italiana nel suo insieme) è difficile da accettare perché sono limiti dolorosamente e spesso veri. Veri anche e soprattutto in quanto permettiamo che vengano sottaciute realtà che invece a questa crescita collettiva (democratica, quindi, nel pieno rispetto dei dettami costituzionali) mirano con impegno ogni santo giorno, lottando contro continui tagli di bilancio, contro l’incomprensione e anche contro la tentazione della disillusione e del conseguente disimpegno. E parlo soprattutto delle scuole, delle università, delle tante associazioni (anche giovanili), di molte istituzioni pubbliche e private, insomma, di tutti quelli che si sforzano costantemente di comunicare l’arte e di farne un patrimonio del nostro quotidiano.

Allora, forse questa provocazione è stata salutare per me e mi auguro che lo sia per tutti, perchè a volte chiamare le cose col loro nome è il modo più corretto, più giusto ed efficace di correggere i propri errori. Nelle poche pagine dell’articolo (che riassume l’intervento il cui link si inserisce qui in calce: ascoltatelo, perchè ne vale davvero la pena!) Tomaso Montanari, docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università Federico II di Napoli, con passione a volte ironica e arguta, sempre consapevole e dotta pur senza rivestirsi di linguaggio per pochi, disegna un percorso che spiega in modo esemplare, critico, caustico e disarmante, quali siano i presupposti civili, politici e sociali dell’attuale stato dei Beni Culturali in Italia, segnatamente in riferimento al patrimonio storico-artistico. Ripercorre in poche battute il senso che a quest’ultimo ha dato l’Assemblea costituente nell’immediato secondo dopoguerra; ci spiega perché la conoscenza dell’arte ci renda cittadini più consapevoli; ci dice (caso mai ci fosse bisogno di ribadirlo) che il patrimonio artistico del nostro Paese è proprietà dello Stato e quindi di tutti e di ognuno di noi e che la sua conoscenza è al contempo un dovere e un diritto irrinunciabile.

Anna Pistuddi

Dal web:

“L’eclissi della storia dell’arte”  (intervento di T. Montanari al convegno “Conoscere l’arte per difenderla meglio”, Firenze – 11 novembre 2011)

“Rinvenuti dipinti murali nella chiesa del Rosario a Sedini (SS)”

Si apprende in questi giorni della “scoperta” (nel senso letterale del termine) di alcuni lacerti di un ciclo pittorico (che si spera il più completo possibile) nella chiesa del Rosario a Sedini.
La notizia è rimbalzata solo su alcuni media regionali, per quanto mi è dato verificare, ed è di quelle destinate ad aprire un felice momento di approfondimento sulla storia sedinese nel particolare, ma sarda in generale.
Da un punto di vista materiale il fatto che si tratti di dipinti murali a secco e non di affreschi li rende più fragili e deperibili, se non si attua una corretta manutenzione dopo il loro recupero, che ne consenta un’adeguata conservazione assicurando che possano essere studiati, goduti da appassionati e curiosi e restituiti alla devozione dei sedinesi.
Un secondo aspetto è di carattere storico-artistico e l’analisi che faranno gli storici dell’arte contribuirà a stabilire in quale modo questo ciclo si inserisca nel panorama della pittura murale sarda tra il 1500 e il 1600 (questo l’arco cronologico di massima cui si fa riferimento  in attesa di approfondimenti, per cui sembrerebbe siano stati realizzati proprio a consclusione dei lavori di costruzione della chiesa ad opera dei reduci della battaglia di Lepanto): quali i caratteri stilistici, quali le eventuali novità in termini figurativi e tematici e quali i possibili confronti, a partire dall’ambito locale. Può essere interessante ricordare, a questo proposito, che sono presenti nel Duomo della vicina Castelsardo alcuni dipinti murali datati tra il 1595 e il 1605 e attribuiti da Maria Grazia Scano ad Andrea Lusso, pittore attivo in quegli anni tra la Sardegna centrale e quella settentrionale: egli interpretava con un linguaggio schietto e popolare il filone della  pittura tosco-romana (*).
Ma oltre all’analisi diretta sui dipinti sarà utile la ricognizione negli archivi locali alla ricerca di qualche traccia documentaria che ne agevoli quanto meno la definizione cronologica, se non renda possibile stabilirne la paternità certa: archivio parrocchiale, archivio storico comunale, archivio diocesano di riferimento…. solo per indicarne alcuni.
È sorprendente infatti, per chi non è abituato a frequentare gli archivi o lo faccia in modo casuale o estemporaneo, rendersi conto di quante risposte sia lecito aspettarsi dalla documentazione amministrativa nella quale, se correttamente tenuta, venivano segnati i conti relativi ad entrate e spese di tutti i generi, comprese quelle per manovali, pittori e scultori eventualmente investiti del compito di realizzare opere artistiche per le chiese.
Ci si augura che al più presto questi dipinti siano fruibili per tutti e si è certi fin d’ora che i sedinesi sapranno custodire e valorizzare questo tesoro “ritrovato”.

(*) Per un quadro sulla pittura dell’inizio del Seicento nella Sardegna settentrionale si veda M. G. Scano, Pittura e scultura del ‘600 e del ‘700,  Nuoro, 1991, in particolare pp. 131-133, dove si argomenta anche sull’attività del Lusso.

Glossario:
affresco
: con questa particolare tecnica pittorica, il colore viene steso direttamente sull’intonaco fresco. In questo modo i pigmenti penetrano nell’intonaco e asciugandosi con esso acquisiscono durevolezza e resistenza nel tempo.
dipinto murale a secco
: rispetto all’affresco la pittura viene stesa sull’intonaco asciutto, non penetra che in minima parte in esso e vi aderisce come una sorta di pellicola, più delicata ed esposta al deterioramento per distacco.

Fonte immagine: La NuovaSardegna online

La notizia sui media regionali:
http://lanuovasardegna.gelocal.it/cultura/2011/10/25/news/a-sedini-i-misteriosi-dipinti-della-chiesa-del-rosario-5189672
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-83b3a398-e34e-4660-b510-e938ddd10aaf-tgr.html#p=0 (la notizia inizia dal seguente punto: 15 minuti e 7 secondi)
http://www.videolina.it/view/servizi/21995.html

Anna Pistuddi