Gli archivisti… sono ricercatori.

«I ricercatori non possono essere pagati come i funzionari ministeriali che si occupano di procedure amministrative e si occupano di gestione di archivi».

Questa affermazione è stata fatta dal Ministro Giannini il 26 ottobre, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano. A parte  l’indegna comparazione di valore che fa tra le professioni, il Ministro (o la signora Ministra, se si preferisce!) mostra di essere particolarmente disinformata su cosa fanno, da circa 12 secoli, gli archivisti in Italia. Di seguito la risposta che la professoressa Maria Guercio ha dato al Ministro in qualità di presidente ANAI (Associazione Nazionale Archivistica Italiana).

ANAI_Comunicato 27-10-1015L’ANAI – Associazione nazionale archivistica italiana, in margine all’intervento all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano del Ministro Giannini, ritiene opportuno ricordare alla segreteria del Ministro, che probabilmente informa il suo responsabile in modo un po’ confuso e superficiale, che gli archivisti… sono ricercatori.

E svolgono una delicata duplice funzione tecnico-scientifica.

Da un lato infatti sono responsabili della corretta tutela, conservazione, descrizione, accessibilità e valorizzazione del patrimonio storico archivistico pubblico e privato accumulato in Italia da una dozzina di secoli (un patrimonio unico al mondo che il sistema educativo nazionale purtroppo utilizza assai poco per la didattica di tutte le materie, anche quelle scientifiche).

Dall’altro gli archivisti contribuiscono, direttamente o mediante la loro consulenza e vigilanza, alla creazione ordinata e giuridicamente affidabile degli archivi contemporanei della Pubblica Amministrazione in tutti i suoi livelli. E un simile ruolo, spesso, gli archivisti lo svolgono anche nelle aziende private, occupandosi di organizzare la gestione dei flussi documentali in ambiente digitale.

Nell’esercizio di tale funzione, che si svolge tra incredibili difficoltà, gli archivisti difendono alcuni caratteri fondamentali di una moderna società democratica: la trasparenza, l’efficacia, l’economicità, il buon andamento, l’imparzialità dell’amministrazione e la tutela della riservatezza personale.

In conclusione ci fa piacere ricordare che proprio al Miur compete la cura delle scuole di alta specializzazione in archivistica e biblioteconomia dalle quali escono ottimi archivisti che trovano con soddisfazione lavoro anche in altri Paesi (in Europa, in Nord America, in Australia, ma anche ormai nel continente asiatico e in Sud America).

Cordialmente, a nome di tutti gli archivisti italiani

Maria Guercio, Presidente ANAI

Fai Marathon: riscoprire i luoghi della cultura e della memoria della nostra città.

Oggi 12 ottobre a partire dalle 10,00 si svolgerà anche in molte piazze di Cagliari la Fai Marathon, occasione importante per informare e sensibilizzare sui nostri luoghi della cultura. Ogni mezzora “ciceroni” d’eccezione si alterneranno per raccontare un pezzo della storia delle piazze. Ci piace segnalare, tra i tanti appuntamenti in programma, quello delle 10,30 in Piazza Martiri, dove lo storico Gianluca Scroccu parlerà dell’episodio dell’assalto fascista ad Emilio Lussu del 1926. Se avete voglia di passare una bella domenica pensando alla salvaguardia del nostro patrimonio ambientale e culturale l’occasione è quella giusta!

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Garantiamo la tutela del patrimonio archivistico nazionale!

La riforma del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, presentata dal Ministro Franceschini, rappresenta per gli archivi un pericoloso ritorno al passato. Prevede infatti l’abolizione delle Soprintendenze archivistiche. Ciò cancella d’un colpo l’elaborazione teorica italiana che guarda agli archivi come un unicum e pertanto considera la tutela necessaria fin dalla loro formazione. Allo stesso tempo rivela una visione statalista del patrimonio documentale. Punta infatti a concentrare negli Archivi di Stato sia il compito della conservazione del patrimonio archivistico che quello della vigilanza sul territorio. Molti ritengono che questa riforma porterà alla paralisi dell’attività nel campo dei beni archivistici, soprattutto nel caso dei grandi archivi che conservano masse notevolissime di documenti e gestiscono richieste di consultazione di numerosi studiosi italiani e stranieri. Attraverso questo blog vi invitiamo a sostenere l’appello, già sottoscritto da autorevoli archivisti e docenti di archivistica italiani, per un diverso modello di riforma, più attento alle effettive funzioni svolte nel settore degli archivi. (S. M.)

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Onorevole Ministro,

abbiamo preso visione del documento Verso un nuovo MIBACT: la riorganizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Purtroppo per quel che attiene al settore archivi, il documento suscita non poche preoccupazioni poiché, ripropone l’assetto che esisteva prima della legge archivistica del 1939, cioè prima dell’istituzione delle Soprintendenze archivistiche. All’epoca, infatti, gli Archivi di Stato si prendevano cura esclusivamente del patrimonio statale e mai in modo sistematico degli altri archivi pubblici o privati, con conseguenze deleterie sulla conservazione del patrimonio documentario nazionale.

E’ un ritorno indietro mentre la società e il Paese sono molto cambiati. Soprattutto, lo schema di riforma non tiene affatto conto di quanto l’attività di tutela sugli archivi non statali sia cresciuta in anni recenti, anche a seguito dell’introduzione dell’informatica e della legislazione in materia di trasparenza amministrativa e di dematerializzazione. Infatti nel nostro Paese la tutela nel settore degli archivi ha sempre avuto caratteristiche diverse da quella degli altri settori, soprattutto perché essa concerne anche gli archivi in formazione, dunque agisce profondamente nell’attività quotidiana degli enti e dei privati.

L’attività delle Soprintendenze archivistiche, coordinata efficacemente dalla Direzione generale per gli archivi, più che manifestarsi in atti amministrativi di carattere autoritativo, è prevalentemente di servizio e di supporto agli enti territoriali e ai soggetti privati per quanto concerne la gestione, la conservazione e la digitalizzazione della loro documentazione storica e corrente. La tutela e il supporto su questi archivi comporta molte attività, come autorizzare scarti e depositi, autorizzare prestiti per mostre in Italia e all’estero, valutare contratti di outsourcing, prestare supporto ai possessori di archivi per progetti di inventariazione, ordinamento, digitalizzazione, valorizzazione e comunicazione, sostenendoli anche nella ricerca di fondi presso sponsor come banche e imprese.

A cura delle Soprintendenze si stanno costruendo sul territorio le necessarie intese per la realizzazione di Poli archivistici territoriali e depositi digitali. Questa attenzione al patrimonio archivistico non statale rende la normativa italiana un modello per gli altri paesi europei, che non hanno strumenti di azione in questo senso, e permette la salvaguardia di ingenti e preziose fonti documentarie che altrimenti si perderebbero (archivi di ospedali, di imprese, di artisti e di altre personalità rilevanti, di organizzazioni politiche, ecc.) oltre a garantire una corretta gestione documentale a difesa dei diritti dei cittadini.

La bozza presentata dunque, riconducendo l’azione di tutela sugli archivi vigilati all’Archivio di Stato del capoluogo di regione, ripropone una visione statalista del patrimonio documentale e crea una diversità inspiegabile con gli altri settori del MIBACT.

Sul piano pratico-operativo, inoltre, affidare a un unico istituto la conservazione del patrimonio statale e la vigilanza sul territorio regionale significa paralizzarne l’attività, soprattutto nel caso dei grandi archivi la cui missione è conservare masse notevolissime di documenti e gestire richieste di consultazione di numerosi studiosi italiani e stranieri. In concreto, per il settore archivi Le chiediamo che venga preso in considerazione un modello di organizzazione più attento alle effettive funzioni, pur apportando le revisioni di spesa della cui necessità siamo ben consapevoli.

Riteniamo perciò opportuno avanzare la proposta di salvaguardare l’esistenza delle 19 Soprintendenze (eventualmente riducendole a 18, unificando le Soprintendenze di Abruzzo e Molise), come strutture indipendenti dagli Archivi di Stato con sede nel capoluogo regionale. Affidate a dirigenti di II fascia, le Soprintendenze potrebbero svolgere funzioni di coordinamento degli Archivi di Stato non dirigenziali, a cui comunque dovrebbe essere garantita autonomia scientifica e amministrativa (al di sotto di una soglia da definire).

Riteniamo inoltre che la direzione dei principali Archivi di Stato debba essere affidata a dirigenti di seconda fascia, in virtù della consistenza e rilevanza internazionale della documentazione da essi conservata, che fa di tali Archivi delle istituzioni culturali di rilevo nazionale, meritevoli di speciale autonomia al pari dei grandi musei.

Assicurando la nostra intenzione di dare un contributo concreto all’innovazione del MiBACT, sia pure nella logica di restrizione delle spese, che non contestiamo, le chiediamo di prendere in considerazione la nostra richiesta e restiamo a sua disposizione per qualunque chiarimento.

Seguono firme.

PER ADERIRE vai su change.org.

 

 

101 tesori nascosti della Sardegna nella guida di Antonio Maccioni.

101 tesori nascosti della SardegnaPer caso, in Biblioteca mi è capitato di imbattermi in una originale guida della Sardegna, curata da Antonio Maccioni per la Newton Compton Editori (2012)*. Ho sempre pensato che le guide turistiche fossero uno strumento pratico per conoscere e orientarsi nei luoghi da visitare, e per molto tempo ho ritenuto esaustiva quella classica e pregevole del Touring Club. Recentemente ho scoperto e apprezzato anche un altro genere di “guide”, che raccontano la Sardegna e i suoi luoghi guardandoli da angolazioni insolite. Penso a “Nuraghe beach” di Flavio Soriga, a “Forse non fa” di Celestino Tabasso, e alla recente serie dei racconti per bambini inaugurata, con le “Le torri di Kar El“, da Carla Cristofoli per la Logus Mondi Interattivi. In queste guide i luoghi si scoprono e si apprezzano attraverso le suggestioni che esalano dalla storia degli uomini, dalle loro tradizioni e dalle leggende che fioriscono intorno. Una torre, una spiaggia, un monumento, una città non ti parlano veramente se ti avvicini ad essi con la superficialità del turista d’assalto. Puoi immortalarli con la macchina digitale per dimostrare a tutti di averli visti, ma rapidamente svaniscono dalla memoria. Se però hai letto una storia come “La Cattedrale del Mare” di Ildefonso Falcones, che ti ha anche coinvolto emotivamente, può capitare che a Santa Maria ci torni più e più volte durante il tempo del soggiorno a Barcellona. E quel monumento lo guardi e non solo lo vedi. Lo comprendi e lo trattieni.

La guida di Antonio Maccioni, giovane ricercatore specializzato in Letterature comparate, con interessi che spaziano dalla filosofia alla storia delle religioni, ha il merito di farti scoprire luoghi poco noti, non inclusi negli itinerari delle guide turistiche tradizionali, mostrandoteli sotto una luce insolita che permette di coglierne l’essenza profonda. L’autore divide luoghi e monumenti in quattro gruppi, ciascuno dei quali è tenuto insieme dal filo di un elemento naturale. Così da secoli si prega intorno all’acqua liberata dalle “sette fontane” di San Leonardo, perché “l’acqua è maghiargia” e “ci fa le magie”. Il cuore liquido della terra nella laguna di Santa Giusta copre per 2400 anni un satiro dai tratti “negrodi”, mentre i morsi del mare di Bosa divora le storie e la balena di pietra a Torre del pozzo d’estate prende vita al tramonto e il suo occhio si illumina di una luce serena. E la terra nasconde i tesori: ceramiche e calici sotto la cattedrale di Iglesias; scheletri antichi nella Marina di Arbus; madonne nuragiche nella casa dell’orco a Urzulei; incisioni rupestri nelle tombe di Anela. E poi c’è il fuoco… e quindi l’aria. E ad essi si aggiunge “il cielo dell’arte, misto a quello dell’anima”.

Dietro questa guida, si intravede un lungo e meticoloso lavoro di ricerca. Articoli di giornale, riviste specializzate, racconti letterari e i segreti “di chi questa terra la conosce sul serio” sono la materia di cui si compone. Il risultato è godibile, alternativo e utile. Anche a noi sardi, che quei luoghi ce li abbiamo sotto gli occhi ma raramente li comprendiamo e più spesso ne ignoriamo il significato nascosto. E poiché non li apprezziamo capita anche che non li proteggiamo. Sono in tutto “centouno tesori da vedere almeno una volta nella vita”, suggerisce l’autore. Chi resta e non parte per mete esotiche e città lontane, nei ponti tra Pasqua e il primo maggio potrebbe iniziare…

Sandra Mereu

*A Cagliari il libro si può trovare: Biblioteca regionale (viale Trieste 137), MEM (via Mameli 164), Biblioteca comunale di Pirri.

Il programma del centrosinistra: quale ruolo per la Cultura?

Francesca DesogusUno dei punti di forza del programma del centro-sinistra e del candidato presidente Francesco Pigliaru è dato dalla centralità che esso attribuisce all’Istruzione e alla Cultura. A questo proposito abbiamo chiesto alla candidata Francesca Desogus (PD), archivista paleografa, segretaria dell’ANAI Sardegna, di spiegarci in che modo i beni culturali, archivi, musei e biblioteche, possono contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna.

In Sardegna non meno che nel resto d’Italia la cultura ha subito negli ultimi anni tagli consistenti.  Non pensi che la prima cosa da fare, se si vuole davvero rilanciare la cultura, sarebbe innanzitutto quello di rimpinguare gli ormai esangui capitoli del bilancio regionale destinati a questo fine?

Sicuramente! Non si può pensare di tagliare i fondi relativi alla tutela del nostro patrimonio e di realizzare  in questo modo un risparmio. Si rischia di causare seri danni e di tagliare, o quanto meno ridimensionare, anche servizi di grande utilità sociale, di perdere quel poco che si è salvato del nostro patrimonio, o comunque di limitarne la fruizione. Il danno può essere anche economico, se si pensa che in futuro si dovrà intervenire con maggiori investimenti per recuperare quello che stiamo perdendo.

Chiarito che è necessario investire in questo settore, perché allora non si interviene con la dovuta attenzione?

Il problema principale è dato dalla forma mentis comune, per cui in periodi di crisi economica si devono decurtare i fondi destinati alla cultura.

Gli investimenti in cultura non solo sono scarsi ma sono anche discontinui…

L’assenza di continuità nello stanziamento dei fondi è un’altro dei problemi. Rende difficile una corretta programmazione del lavoro, e comporta un cattivo impiego delle risorse umane; gli operatori culturali operano spesso, anche svolgendo un servizio primario, con proroghe di mese in mese, situazione che chiaramente non garantisce una piena efficienza. Si parla di personale qualificato, che ha investito in formazione e scelto di spendere la sua professionalità in Sardegna e non altrove.

In che modo, secondo te, la cultura e i beni culturali in particolare possono diventare un motore di sviluppo per la Sardegna?

Nel nostro programma è presente un forte richiamo all’istruzione e alla formazione. Non si può prescindere dal pensare alla cultura come supporto all’istruzione e come vettore di formazione continua. Purtroppo spesso chi si occupa della Cosa pubblica vede nella gestione della cultura solo un peso, non avendo sempre competenze per capire che si tratta invece di un comparto che, pur non essendo redditizio nell’immediato, può essere una grande risorsa che può e deve contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna. Infatti nelle sfide che ci pone il mondo globalizzato è necessario che i cittadini siano istruiti e altamente qualificati. Poi è anche vero che un bene culturale può essere una risorsa economica. Pensiamo ad un museo o un sito archeologico, che se ben gestito può garantire anche nell’immediato entrate economiche (biglietti, book shop, etc.). Ma il vero risultato dell’investimento in cultura è quello secondario.

Cosa intendi esattamente per investimento secondario?

L’investimento secondario è quello che non si apprezza nell’immediato ma nel lungo periodo. E’ secondario solo in termini temporali, essendo in realtà il più importante fattore di crescita culturale. Pensiamo all’utilità sociale che esercitano le biblioteche dei piccoli comuni, spesso unica occasione per i ragazzi e gli anziani di restare in contatto con una cultura “alta”, che non sia quella banale della TV o dei media più diffusi, capace di sottrarli alla facile manipolazione che può arrivare attraverso questi vettori. Ma pensiamo anche all’utilità degli archivi. Una corretta gestione degli archivi degli enti pubblici porta ad uno snellimento dei tempi della burocrazia e ad una razionalizzazione degli spazi, e quindi ad un minor costo in affitti di locali destinati a deposito.

In Sardegna si registra un alto numero di comuni con almeno un museo e al contempo un’offerta museale episodica e insufficiente. Come si può ovviare a questa apparente contraddizione?

Dobbiamo stare attenti all’investimento mirato, puntando alla creazione di un sistema; è inutile continuare a finanziare le singole iniziative senza una programmazione complessiva e investimenti significativi e protratti nel tempo. Andrebbe ripresa e rivista la Legge Regionale n. 14 del 2006, curando l’applicazione di quanto previsto, e se necessario potenziando le attività esercitate dall’Osservatorio regionale per  i musei. Deve essere creato un percorso che porti ad affermare anche in Sardegna modelli gestionali unitari e coordinati, per garantire stabilità al sistema e potenziare gli attuali presidi culturali. Si deve al contempo garantire la presenza di personale altamente qualificato e attuare una programmazione dell’offerta culturale complessiva.

Spesso la ragione d’essere dei beni culturali, e quindi il loro finanziamento, viene strettamente agganciata allo sviluppo del turismo. A questo proposito si sente spesso parlare di beni culturali come “petrolio della nazione”. Non ti sembra che una simile concezione economicistica della cultura possa finire per penalizzare proprio beni culturali, come gli archivi storici, che per loro natura sono poco visibili, privi di valori estetici, di non immediata fruibilità e quindi poco adatti ad attrarre turisti e visitatori occasionali?

Sono d’accordo! Ben vengano gli investimenti che servono a garantire la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali a fini turistici, ma non si può pensare che l’investimento in cultura che non offre un ricavo immediato sia inutile o, peggio, uno spreco di risorse pubbliche. Ragionando in questo modo, si dovrebbe allora fare lo stesso discorso sugli investimenti nell’istruzione, nella sanità e nel sociale che non portano un utile economico! Ammesso che il discorso “del petrolio della nazione” possa essere applicabile a quei beni culturali che possono apparire come immediatamente redditizi (pensiamo ad esempio alle opportunità per il turismo che potrebbero derivare dalla valorizzazione ottimale del museo archeologico di Cagliari), non si deve tuttavia commettere l’errore di limitare gli investimenti solo a questi. Si comprometterebbero beni culturali meno visibili e conosciuti che hanno comunque un altissimo valore, come appunto gli archivi storici.

A questo punto non posso non chiedertelo. Perché vale la pena investire sugli archivi storici?

Gli archivi custodiscono la memoria della collettività e quindi rappresentano un irrinunciabile bene identitario. Spesso sono messi a rischio dalla miopia di amministratori che, non vedendo in essi un immediato ritorno economico o di immagine, non investono sulla loro gestione, se non addirittura sulla loro salvaguardia. Noi vogliamo vivere in una Sardegna migliore, e una Sardegna migliore ha bisogno di confrontarsi con la sua identità, il suo passato, le sue tradizioni. Non abbiamo il patrimonio architettonico e artistico di altre regioni d’Italia, ma ci  permettiamo di non investire nella tutela e nella valorizzazione di ciò che invece abbiamo. E’ ora di invertire questa tendenza. E noi vogliamo farlo.

Sandra Mereu

Costituzione: articolo 9

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

A quasi due anni dalle riflessioni sul ruolo culturale e civile della storia dell’arte, condivise su queste stesse pagine, non mi pare superfluo rischiare di essere ripetitiva, sebbene ripetere spesso non giovi. Così sembra, a giudicare dalle sempre più fosche notizie sulla sparizione della disciplina in questione dalle scuole italiane.
Riprendo la riflessione, in verità mai interrotta, citando nuovamente Tomaso Montanari, in un recente post del blog che cura sul Fatto Quotidiano.
Montanari (nel corso dell’anno impegnato nei lavori, conclusi nel mese di ottobre, della Commissione per la Riforma del Ministero dei Beni Culturali)  affronta un tema caldo nel dibattito nazionale, in un momento in cui a livello ministeriale si prendono decisioni fondamentali, direi capitali (nel senso di “pena capitale”) per il patrimonio storico-artistico, archeologico e dei beni culturali in genere. Condivido in particolare un passaggio che cito testualmente:

“Ogni anno le nostre università laureano e dottorano un numero impressionante di storici dell’arte e della letteratura, filosofi, archeologi, architetti, archivisti e bibliotecari: e lo stesso fanno i conservatori con i musicisti, le scuole specializzate e le accademie con i restauratori, i danzatori, gli scenografi, i giornalisti, i traduttori ecc. Tuttavia, come in un assurdo e corale supplizio di Tantalo, il patrimonio non riesce a incontrare coloro che lo potrebbero curare amorevolmente, e tutti costoro non riescono a lavorare nel patrimonio: e così distruggiamo intere generazioni, e al tempo stesso condanniamo a morte ciò che di più prezioso ha il nostro Paese.”

L’immagine del supplizio di Tantalo è emblematica di quanto si vive ogni giorno nella realtà italiana: “Studiate, prendetevi una laurea e avrete il mondo in tasca!”.
Era questo, più o meno, il ritornello costante che alla fine degli anni ’80 sentivo ripetere in continuazione dai professori del liceo: incitamento nel quale ho creduto insieme a tanti. Scegliere di studiare Storia dell’Arte non è stata una scelta di ripiego, ma dettata da convinta passione e da assoluta certezza dell’importanza di questa disciplina. Gran parte della mia generazione (ma soprattutto quelle successive) si riconosce nel povero Tantalo: possiede tutte le conoscenze giuste per collaborare a una corretta tutela e soprattutto per formare correttamente le generazioni dei più giovani (e chiunque altro, invero) perché possano conoscere, capire, parlare questa lingua e proteggere, preservare, vivendola nel quotidiano, una ricchezza che il semplice calcolo economico svilisce.  Nessuno di quegli strumenti permette di accedere ai diversi lavori che concorrono alla loro tutela, promozione e valorizzazione. Non sempre e quasi mai con la giusta retribuzione conseguente al riconoscimento della professionalità.

Il supplizio di Tantalo (dal blog KAIROS & KRONOS)

Il supplizio di Tantalo
(dal blog KAIROS & KRONOS)

Se penso ai principi e ai monarchi rinascimentali, illuminati (e forse anche furbi… chissà) dalla meraviglia del genio umano, che favorivano la produzione artistica di pari passo con il dibattito filosofico e letterario dei cenacoli, e se penso che invece oggi i “cenacoli” di cui più si parla sono incentrati su disquisizioni più o meno tamarre sui tatuaggi nei bicipiti dei calciatori o nell’inguine di qualche modella, sul cane Dudù e sui problemi che ruotano intorno all’ombelico di pochi ricchi e potenti… beh, non posso fare a meno di guardare con orrore al baratro che ci si spalanca davanti e unirmi al coro della protesta di chi vuole ridare alla Cultura la sua iniziale maiuscola, iniziando a insegnare la differenza tra questa e quella minuscola proprio partendo dalle scuole. E se proprio vogliamo esagerare, incoraggiando giovani e meno giovani a scriverla, questa parola, a tutte maiuscole: ognuno con il proprio stile e la propria sensibilità.
E allora, sempre a proposito di governi illuminati, mutatis mutandis mi vengono in mente alcune parole del primo capitolo di un libro di architettura medievale che ho studiato qualche anno fa: “Il cantiere è sempre il frutto di un’attività collettiva” (*). Sembra banale pensare al collettivo cui l’affermazione fa riferimento come al “semplice” (che semplice non è) cantiere e a tutte le professionalità necessarie a erigere un’architettura. In realtà un ruolo non secondario lo aveva la società intera in seno alla quale il committente viveva ed espletava incarichi: in essa si riconosceva e con essa costruiva un dialogo necessario al riconoscimento dei ruoli, al fine di veicolare dei messaggi attraverso le opere (architettoniche o scultoree o pittoriche o altro… non fa differenza alcuna). Senza la volontà di dialogo non si dava possibilità di comunicare realmente rendendo cosciente la comunità intera dei contenuti e del senso delle opere. E senza la co(no)scienza del bene culturale comune non si restituisce al futuro la storia che abbiamo prodotto: nel senso fisico e in quello funzionale, permettendone la fruizione naturale e continuata in tutti i casi in cui sia possibile senza danno. L’uso e l’interesse collettivo per un bene, ne permettono la conservazione e ne preservano il valore culturale. 
Non si può fare a meno di constatare che le vicende generali e le catastrofi naturali stiano ingoiando i buoni propositi della Costituzione insieme ai beni da tutelare, e non ci sono soluzioni immediate, facili, consolatorie: solo l’idea che siano proprio i momenti di crisi e confusione quelli durante i quali è necessario esserci e partecipare pienamente alla vita civile del nostro paese.

Anna Pistuddi

(*) Carlo Tosco,  Il castello, la casa, la chiesa. Architettura e società nel medioevo, Einaudi 2003

Renzi, la nutella e la cultura.

ArteDue sono i passaggi del primo discorso fatto da Matteo Renzi che hanno attirato la mia attenzione. Il primo riguarda la volontà di impedire che i consiglieri regionali si “comprino la Nutella a spese dei cittadini”.  Una battuta, questa, che in tanti qui in Sardegna hanno letto come il concretizzarsi del piano segreto del PD di cui ha parlato Vito Biolchini. Il giornalista cagliaritano in suo articolo datato 22/10/2013 riferiva che Renzi, assunta la carica di segretario del PD, avrebbe chiesto alla candidata Barracciu, indagata per peculato, di fare un passo indietro. Il vincente Renzi, secondo questa ipotesi, non potrebbe tollerare che le sue prime elezioni, per di più con un candidato di fede renziana, si risolvano in una sonora sconfitta. Io però non sono sicura che questa sia la corretta interpretazione da dare alla battuta di Renzi. Vi sembra, la Barracciu, una che mangia nutella? Lei, con quel fisico da modella?

Sul secondo passaggio del discorso di Renzi che mi sono appuntata, invece, non ho alcun dubbio di interpretazione. Se Renzi dice “Abbiamo la cultura in mano a una struttura ottocentesca. Non può [la cultura, ndr] basarsi sul sistema delle sovrintendenze” vuol dire una sola cosa: la conservazione lasci spazio alla promozione. E’ nota a Firenze l’avversione di Renzi verso le sovrintendenze che ne hanno contestato le tragicomiche campagne promozionali dei beni culturali (dalla ricerca del «Leonardo perduto» alla costruzione della facciata di San Lorenzo). Per il sindaco di Firenze/segretario del PD/ aspirante presidente del consiglio dei ministri le sovrintendenze sono il simbolo di un approccio alla gestione del patrimonio culturale che deve essere senza indugio “rottamato”. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari considera Renzi il massimo interprete, oggi, della teoria del patrimonio culturale inteso come «petrolio d’Italia», risorsa «mineraria» disponibile allo sfruttamento quantitativo. Questa teoria, tutt’altro che originale e moderna, vanta ormai una tradizione trentennale che si fa risalire all’età craxiana e in particolare a Gianni De Michelis. Una delle conseguenze più eclatanti e visibili (ma non la sola) di questo tipo di concezione è la trasformazione delle città d’arte italiane in tante Disneyland ad uso e consumo dei turisti. Svuotate dei residenti, città come Firenze e Venezia, si riempiono di boutique mentre piazze, caffè, teatri e altri luoghi di ritrovo cedono il posto a parcheggi e gallerie commerciali. In nome di questa idea della cultura – scrive Montanari – “il valore civico dei monumenti è stato negato a favore della loro rendita economica” (Le pietre e il popolo, 2013).

Il tema sembra stare molto a cuore a Renzi, anche se nel suo documento congressuale non ne faceva il minimo accenno. Ne è una conferma il fatto che all’atto della composizione della segreteria ha deciso di tenere per sé proprio la delega alla cultura. Insomma, ne vedremo delle belle e di sicuro ci “stupirà”! E purtroppo, per come la vedo io, non sarà il solo danno di stampo neoliberista che potrebbe fare a questa Nazione.

Sandra Mereu

Con Cuperlo. Perché attribuisce alla Cultura il giusto valore.

ArteC’è anche un’altra ragione, un po’ trascurata nei dibattiti (ma che non poteva sfuggire a un’archivista-bibliotecaria!), per la quale Cuperlo è di gran lunga preferibile a Renzi. Essa ha a che fare con il peso e soprattutto con il valore che i due candidati attribuiscono alla Cultura. Si può cominciare col dire che nel documento congressuale di Renzi, comunque lo si giri, non c’è traccia del tema. Un fatto, questo, che già di per se rappresenta una grave lacuna. Tanto più grave se si considera che Renzi è fiorentino e della sua città – che è città d’arte per eccellenza, oltreché patria di Dante Alighieri e della lingua italiana – è sindaco (e per brevi periodi è stato anche assessore alla Cultura).

Il fatto che Renzi non parli di Cultura non significa però che sul tema non abbia una sua precisa idea. Questa emerge chiaramente in alcune recenti proposte riguardanti proprio il patrimonio culturale di Firenze. Tra queste meritano una certa attenzione: l’annuncio di voler ripristinare l’antica pavimentazione in cotto di Piazza della Signoria, e quello di voler costruire la facciata della basilica di San Lorenzo secondo il progetto dello stesso Michelangelo. Agli addetti ai lavori, ma anche ad una opinione pubblica appena avvertita, sono apparse come trovate antistoriche e propagandistiche, sprezzanti del fatto che annullerebbero d’un colpo i secoli di storia che hanno storicizzato gli esiti che abbiamo sotto gli occhi, utili al più ad attirare l’attenzione dei media sulla città e quindi sul suo sindaco.

Nondimeno è emblematica della concezione che Renzi ha della Cultura l’ostinata ricerca della perduta Battaglia di Anghiari, dipinta da Leonardo a Palazzo Vecchio. Per riuscire nell’impresa non ha esitato a bucare insistentemente gli affreschi del Vasari, bollando tutti quelli che sollevavano dubbi e perplessità sull’opportunità e correttezza dell’operazione come incapaci di rimanere “stupiti dal mistero”. Stupore e mistero, dunque. Con buona pace di storici e archivisti convinti che la storia serva a educare all’esattezza e che il passato debba essere letto criticamente nel suo divenire. Se non siamo a livello di “Kazzenger”, poco ci manca!

Che dire poi del noleggio di Ponte Vecchio a Montezemolo? Della privatizzazione pro tempore di un bene comune? La scelta di sfruttare il patrimonio culturale della Nazione ad esclusivo vantaggio di pochi ricchi miliardari si pone in evidente controtendenza rispetto al percorso di democratizzazione della Cultura culminato nell’articolo 9 della Costituzione. La rassegnata constatazione della scarsità delle risorse solo apparentemente è una giustificazione accettabile. Il timore che possa diventare un comodo alibi per consolidare, se non addirittura per rinforzare la deriva in atto, appare più che fondato.

Cuperlo al contrario di Renzi non elude nel suo documento il tema della Cultura. E per di più lo affronta in linea con il più avanzato dibattito in materia. La sua impostazione supera la concezione della Cultura come “petrolio della nazione”. Un’idea, questa, che ha condizionato la politica degli ultimi trent’anni con effetti tutt’altro che positivi sulla salvaguardia e tutela del nostro patrimonio culturale. Il petrolio infatti è un bene strumentale che non ha valore in sé ma solo in quanto serve a produrre beni. Crea una ricchezza immediata e fatta di poco lavoro. La Cultura al contrario richiede consistenti investimenti di lungo termine e ha un grande valore intrinseco. Cuperlo la considera appunto “un campo che va arato, curato, irrigato”.

Emerge in definitiva nelle posizioni di Cuperlo il riconoscimento che il vero nesso tra economia, sviluppo e cultura non consiste tanto nello sfruttamento mercantile dei beni culturali o nella logica del grande evento, ma passa piuttosto attraverso la creazione di un ambiente culturale capace di stimolare la creatività, le competenze e i talenti. Una differenza non da poco col sindaco di Firenze, aspirante segretario del PD/primo ministro. In essa ci giochiamo una bella parte del nostro futuro.

Sandra Mereu

(L’articolo è stato pubblicato anche sulla pagina facebook Sardegna per Gianni Cuperlo e Calabroni volanti con Gianni Cuperlo)

“Italia reloaded. Ripartire con la cultura” di Christian Caliandro e Pierluigi Sacco (Collana Il Mulino contemporanea)

italia-reloadedIl libro di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco ha la forza di un pamphlet corrosivo. È breve e sintetico, ma ricco di riflessioni critiche, di relative proposte e un imponente apparato di note e riferimenti bibliografici di grande utilità, attorno al dibattuto tema della Cultura in Italia e di come farla ripartire.

La “pars destruens” del libro è tutta nei primi due capitoli, già dai titoli assai significativi, il primo “Zombie  culturali. L’Italia dei Morti viventi”; il secondo, quello centrale e più importante, “Il petrolio dell’Italia: il patrimonio  culturale italiano e le sue rendite “.

E’ noto come Bacone, nel suo Novum Organum (1620), intenda nella costruzione del suo metodo per “pars destruens” quella della distruzione degli “idola”,  cioè di quegli errori della mente umana, ad essa connaturati, che lui chiama “volantes fantasiae”, e che per semplificare potremmo definire “convinzioni”, “pregiudizi”, che limitano la conoscenza oggettiva della realtà. L’Italia dei morti viventi è la risultanza appunto di un pregiudizio diffuso, la convinzione che rinchiudere i beni culturali e le opere d’arte del passato in uno scrigno tomba, senza metterli in relazione viva col presente, ne garantisca la  corretta fruizione culturale e la salvaguardia.

La nostalgica retorica del “come eravamo” finisce per diventare un alibi alla rimozione della memoria del proprio passato, e alle responsabilità del fare nel presente, che richiederebbe una adeguata politica di investimenti statali e conseguenti risorse. Non è un caso che negli ultimi 5 anni l’entità dell’ intervento statale nella cultura è diminuita del 30 per cento, e l’Italia destina alla cultura lo 0,21 per cento del Pil, a fronte di una media europea dell’ 1,4%. Tale rimozione, a detta degli autori, riguarda anche un passato più recente, quello degli anni ’70, bollati come anni di piombo, rimossi di tutte quelle istanze innovative di cui pure furono portatori.

Un’altra fantasia, strettamente connessa alla precedente, come idolo da combattere, è quella legata all’idea (cap. II) che il patrimonio culturale italiano sia “il petrolio” dell’Italia. Su questa parola d’ordine gli  italiani, ai vari livelli di responsabilità pubblica, si sono esercitati negli ultimi anni in quei fenomeni di retorica parolaia, diventati una vera e propria moda: la convegnistica culturale, con la buffa e ripetitiva passerella di politici, portaborse, intellettuali più o meno esperti che disquisiscono del “valore economico” della cultura e dell’importanza di essa per lo sviluppo del Paese; oppure dei salvifici Piani Strategici per la cultura, elenco di buone intenzioni mai realizzate; oppure ancora il ripetuto refrain dell’Italia che deterrebbe dal 50 al 75% del patrimonio culturale mondiale, e la più alta concentrazione di siti Unesco, peraltro analoga a quella di altri paesi quali Francia, Germania, Spagna o Cina.

Ora se il petrolio è una merce che non richiede tutto sommato grandi investimenti, la cultura, che merce non è, ne richiede moltissimi e con ritorni di lungo periodo.

Una visione petrolifera della cultura vive di rendita e si accontenta  della paccottiglia in vendita nelle tante città d’arte italiane, come nei siti d’interesse culturale, ormai vere e proprie Disneyland per turisti distratti. Una visione non mercantile ma lungimirante della cultura, prepara percorsi,  mette le valenze culturali in relazione col territorio, per attrarre turisti attenti e intelligenti, elabora progetti, investe risorse, e non fa chiudere archivi, non riduce i fondi alle biblioteche, combatte il precariato culturale, non fa fuggire i propri ricercatori all’estero.

La “pars costruens” del libro (cap.III) contiene i suggerimenti per ripartire con la cultura: nessuna visione economicistica, innovazione, creatività, divergenza, rapporto dialettico e non mortuario col proprio passato, valorizzazione delle competenze, superamento della logica del grande evento e dell’audience, atteggiamento proattivo, per anticipare i bisogni, cogliere le tendenze in atto, piena consapevolezza della centralità della cultura verso una nuova e più moderna identità.

Tonino Sitzia

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

 

Incontro con i candidati del centrosinistra: Ignazio Angioni (PD)

Le elezioni sono ormai alle porte, dopo l’intervista a Lello Di Gioia (PSI) e a Lilli Pruna (SEL) concludiamo la serie di conversazioni con i candidati del centrosinistra che ci rappresenteranno in Parlamento nella prossima legislatura con Ignazio Angioni. Arrivato secondo alle primarie del Partito Democratico nella provincia di Cagliari, Ignazio Angioni è tra i candidati che verranno sicuramente eletti al Senato. A lui Sandra Mereu ha rivolto alcune domande sulle vere emergenze del Paese: il lavoro e la cultura.

Ignaio Angioni

“Se non lavoro non ho dignità”: sono le parole che Giuseppe Burgarella ha annotato su un foglietto lasciato tra le pagine della Costituzione italiana, prima di togliersi la vita, ultimo tra i tanti, perché aveva perso il lavoro. La mancanza del lavoro oggi in Italia, e in Sardegna in particolare, è una vera emergenza. Tutto il resto appare secondario e marginale quando manca il lavoro. Sei d’accordo?

Sono più che d’accordo. Il lavoro è lo strumento che dà dignità alle persone e non soltanto perché lo dice la nostra Costituzione. Lo sperimentiamo tutti i giorni nella realtà: con il lavoro ciascuno può sforzarsi di realizzare ciò che sa fare. Per questo è inconcepibile che la più grande industria italiana dopo essere stata costretta a riammettere 18 lavoratori li paghi poi per non lavorare. Questo rappresenta uno degli  attacchi più subdoli al diritto al lavoro e alla dignità della persona.

Affrontare concretamente il tema del lavoro è la sfida più importante per chiunque oggi si candida a governare il Paese. Ma come si passa dai proclami ai fatti?

Entrare nel merito del lavoro significa prima di tutto porsi il problema di quale tipo di sviluppo l’Italia si vuole dare. Noi a differenza di gran parte dei paesi europei più avanzati (Francia, Germania, Inghilterra), soprattutto negli ultimi decenni, non abbiamo avuto la benché minima capacità di progettare il nostro futuro. Mentre gli altri facevano investimenti in energia alternativa, in un tipo di industria diversa da quella altamente inquinante, noi siamo stati a guardare. Bisogna fare autocritica e ripartire dagli errori commessi in passato se vogliamo davvero dare all’Italia un destino diverso. Parlare di lavoro e di produzione oggi significa parlare di ricerca e innovazione, di formazione scolastica ed extrascolastica di qualità. Questi concetti nelle “agende” di Berlusconi e di Monti figurano nelle ultime righe. Noi abbiamo invece un ordine di priorità che li mette in testa a tutti gli altri punti, perché riteniamo che siano la chiave per cambiare realmente regime e aprire una fase nuova.

Si può creare lavoro senza comprimere i diritti che i lavoratori italiani si sono conquistati con decenni di battaglie? Voglio dire, era davvero necessario correggere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?

Nella discussione sulla riforma del lavoro il ministro Fornero ha posto la questione della modifica dell’articolo 18 come nodo centrale da sciogliere per favorire gli investimenti stranieri in Italia e dunque la nascita di nuovo lavoro. Tre mesi di discussione intorno a una questione che nessuno, neanche Confindustria, considerava utile allo scopo. Avremmo potuto utilizzare quel tempo per entrare davvero nel merito dei reali motivi che impediscono al nostro sistema economico di funzionare meglio e produrre di più e cioè: burocrazia; leggi che inanellano percorsi dall’esito mai certo; amministrazioni che non aiutano i cittadini ad affermare la propria idea imprenditoriale; sistema di credito primitivo che ha della finanza un bieco concetto di rendita, non strumentale all’investimento in attività produttive; diffusa corruzione; infiltrazione della criminalità organizzata. Dunque i diritti dei lavoratori non c’entrano assolutamente niente.

Hai fatto un’analisi puntuale della situazione e dei mali del sistema. Ci dici ora quali azioni si possono mettere subito in campo per invertire la rotta e risollevare l’economia ovvero creare lavoro e migliorare oggi le condizioni di vita delle persone giacché, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti?

Colgo il riferimento a Keynes, prima di parlare di specifiche  ricette di sviluppo, per dire che se toccherà a noi governare Bersani si attiverà da subito con l’Europa per ristabilire gli “aiuti di Stato”, superando tutti quei pregiudizi ideologici di stampo liberista che li frenano. In Europa, e quindi in Italia, non sarebbe possibile fare come si è fatto negli Stati Uniti (i campioni del capitalismo!) per rilanciare l’economia. Qui l’amministrazione Obama –  applicando quei principi keynesiani che negli anni trenta permisero all’America di superare la grande depressione – ha accordato alle imprese ingenti prestiti di denaro pubblico permettendo a importanti settori produttivi in crisi, come il settore dell’auto, di risollevarsi e rilanciare l’occupazione.

Ti riporto alle ricette. Cosa si può fare in attesa che il quadro internazionale di riferimento cambi?

Possiamo agire sulle leve fiscali rimodulando il carico di tasse a favore del lavoro – includendo in questo concetto sia i lavoratori che le imprese –  chiedendo a chi ha di più di contribuire di più. Possiamo reintrodurre il credito d’imposta, già adottato dal centrosinistra e cancellato da Berlusconi: uno strumento che piaceva molto alle imprese e che aveva dato buona prova anche in campo occupazionale. Possiamo restituire alle imprese, nei prossimi 5 anni, almeno il 50% dei crediti nei confronti  delle pubbliche amministrazioni con l’emissione di buoni ordinari del tesoro. Una modalità non traumatica per le finanze statali che permetterebbe di immettere nel sistema quella liquidità la cui assenza oggi sta strangolando le imprese. Si può allentare il patto di stabilità, strumento in sé serio e positivo perché obbliga le amministrazioni a non ricorrere in maniera indiscriminata all’indebitamento, ma che oggi sta mortificando ogni ipotesi di investimento delle amministrazioni pubbliche nel proprio territorio, anche di quelle virtuose. Si può rilanciare l’edilizia con un connubio pubblico-privato per realizzare opere di ristrutturazione urbana compatibili con l’ambiente…

Dopo il lavoro c’è in Italia un’altra grande emergenza: la Cultura. Il patrimonio culturale italiano è stato abbandonato al degrado, gli istituti culturali (musei, archivi e biblioteche) sono al collasso per i progressivi tagli ai finanziamenti, e per di più il decreto sulla spending review ha cancellato la cultura dalle funzioni fondamentali dei comuni da finanziare obbligatoriamente. Per questo le più importanti associazioni italiane del settore, consapevoli che cancellare la “Cultura” significa rinunciare al futuro e alla propria identità, hanno lanciato un appello per chiedere a chi si candida a governare l’Italia di “Ripartire dalla Cultura”. Lo sottoscriveresti?

Senza alcun dubbio. Ne condivido i principi ispiratori e gran parte delle proposte. Sono pienamente convinto che occorra superare quella perversa idea che è prevalsa nel dibattito degli ultimi vent’anni secondo cui la “Cultura è il nostro petrolio”. Un’idea fuorviante che ha prodotto una serie di conseguenze pratiche negative per la tutela e la salvaguardia dei beni culturali. Questa idea in generale porta a considerare la cultura in funzione di un immediato ritorno economico. Diffusa è ad esempio l’opinione che la cultura debba servire allo sviluppo del turismo. Va da sé che si finisce per trascurare tutti quei beni poco visibili o spendibili in questo senso. La cultura costituisce in sé un fattore di sviluppo e innovazione, deve essere considerata un diritto fondamentale dei cittadini e da ciò deve discendere la responsabilità pubblica di sostenerne lo sviluppo e la diffusione e di garantire a tutti i cittadini l’accesso.

Quello che dici porta a pensare che un governo di centrosinistra riprenderà a finanziare la Cultura. In che misura?

Lo sforzo dovrà essere necessariamente quello di avvicinare progressivamente la spesa pubblica ai livelli europei, partendo dall’assunto che quello in cultura è un investimento. La natura di investimento pubblico è peraltro la condizione che garantisce l’autonomia del mondo della cultura.

Sandra Mereu

“Patrimoniosos.it”

In un periodo in cui, in Italia, i Beni Culturali (di seguito BB.CC.) vivono momenti drammatici, soprattutto per una malaccorta gestione generale, brillano per importanza iniziative come quella di “Patrimoniosos.it – In difesa dei Beni Culturali e Ambientali”, sito interamente ad essi dedicato.
È chiaro che in un momento come questo, nel quale la crisi economica attanaglia il ceto medio facendolo scivolare verso il basso e ampliando la fetta di popolazione ai limiti o nel pieno di nuove e vecchie povertà, non si vuole essere irriverenti o fuori luogo nell’affrontare questo argomento, apparentemente secondario. Ma lo si propone nella convinzione che, contrariamente a quanto detto più volte da un “vecchio” ministro, secondo il quale di cultura non si mangia, sia vero esattamente il contrario.
Per far fruttare la cultura, tuttavia, bisogna investire in formazione (prima di tutto nella scuola pubblica) e nelle politiche di sostegno dei giovani che, sfruttando titoli di studio ottenuti spesso con sacrifici nelle Università, vogliono candidarsi a lavorare nella valorizzazione della cultura del nostro Paese. Pullulano corsi di marketing e gestione dei BB.CC., ma questi ultimi si stanno sbriciolando sotto il peso dell’incuria e dell’indifferenza rendendosi di fatto (e in alcuni casi per sempre) indisponibili per il presente e per le future generazioni.
A sostegno, quindi, di quanti di BB.CC. vivono o vorrebbero vivere, di chi vuole approfondire conoscenze per necessità o curiosità, o semplicemente per crescita personale, si desidera in questa sede divulgare la conoscenza di un sito che offre una panoramica delle problematiche sui BB.CC. e una serie di canali di approfondimento.
Nato nel 2002 per iniziativa di privati cittadini (“…abbiamo avvertito l’esigenza di dar vita ad un riferimento continuamente aggiornato, accessibile e utile, per conoscere, almeno a grandi linee, i mutamenti che coinvolgono il nostro Patrimonio Culturale.”), Patrimoniosos.it offre diverse sezioni: sulla sinistra, in colonna, sono disponibili diversi link attivi, alcuni dei quali molto interessanti, a mio giudizio, perché “nuovi” rispetto al panorama web dedicato, non per i soli addetti ai lavori, ai temi in questione. Mi soffermerò su alcuni di questi.

♦ “LEGGI” consente di accedere a una serie di testi normativi ed è diviso al suo interno per sezioni. Dichiaratamente a carattere orientativo, questa raccolta si può però considerare estremamente approfondita, sia per quantità di riferimenti, sia per l’organicità della struttura dei contenuti, che consente anche a primo sguardo di individuare la gerarchia delle diverse fonti legislative offerte al lettore con una logica già di per sé orientativa.

♦ “BENI IN PERICOLO” propone l’elenco di più di 800 pagine dei beni inventariati e prezzati dall’Agenzia del Demanio al 2002, anno di apertura del sito, con l’invito ai lettori ad inviare segnalazioni, col dichiarato intento di monitorare la dismissione dei beni demaniali elencati nel Supplemento G.U. n. 183 del 6.8.2002. L’elenco è strutturato per regione e consente agevolmente la consultazione da parte dell’utente.

♦ “INTERVENTI E RECENSIONIoffre il punto di vista di esperti in materia di tutela, funzione esercitata dallo Stato (attraverso le Soprintendenze, organi periferici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali).

♦ “COMUNICATI DELLE ASSOCIAZIONI” presenta un panorama orientativo di quanto associazioni interessate comunicano, esprimendo in questo modo un legame non convenzionale e diretto con il territorio.

♦ “BACHECA DELLE TESI” propone una panoramica, con abstract, di tutte le tesi segnalate dall’utenza. Questo link si rivela particolarmente utile a completare le ricerche bibliografiche di studenti e studiosi, che ben sanno quanto sia difficile accedere (ma soprattutto conoscerne l’esistenza) alla consultazione delle tesi di laurea, di dottorato o di specializzazione, che per un motivo o per l’altro non siano stati pubblicati per le vie consuete o siano indisponibili via web. Si consiglia la consultazione di questa sezione a completamento delle ricerche sui diversi OPAC bibliografici disponibili in rete. Attraverso la compilazione di uno specifico modulo elettronico, chiunque voglia segnalare in questa sezione i propri lavori, inserendo il proprio indirizzo di posta elettronica, si rende disponibile ad essere contattato dall’utente interessato.
Unico neo: non è aggiornatissimo. Ho fatto io stessa una segnalazione parecchio tempo fa ma non figura ancora. Non sono ancora riuscita a chiarire se si tratti di un eventuale errore da parte mia o di difficoltà tecniche di altro genere.

Da ultimo, ma non per importanza, la colonna a destra “NEWS” offre aggiornamenti, una sorta di “rassegna stampa-spot” che consente di avere quasi giornalmente il polso della situazione su quanto si pubblica in Italia sul tema dei BB.CC.

Uno degli aspetti di maggior interesse di questo sito, a mio giudizio, consiste nell’apertura dichiarata alla platea di utenti dello stesso, invitati a partecipare all’arricchimento dei contenuti con contributi di vario genere, sfruttando canali diversi e diversificati che si affiancano, in questo modo, a quelli ufficiali e maggiormente conosciuti nonché più facilmente reperibili.

Anna Pistuddi

Per visitare il sito:

http://www.patrimoniosos.it/index.php