Con l’ignoranza non si mangia!

Cagliari_ 6giug14C’è chi pensa, purtroppo anche tra i politici che ci governano, che il problema della dispersione scolastica in Sardegna e quindi della disoccupazione, si debba affrontare rinforzando il sistema della formazione professionale. Perché – dice chi la pensa così – è “meglio uno spazzino felice che un avvocato frustrato”. Coerente con queste teorie la convinzione che ci sarebbero in Italia, e in Sardegna, troppi laureati e per di più male assortiti a causa di un sistema universitario che si ostina a sfornare lavoratori non richiesti dal mercato. Convinzioni del genere risentono evidentemente di una lettura superficiale della realtà che scambia le cause con gli effetti. E per di più, non riuscendo a individuare il problema alla radice, analisi di questo tipo contribuiscono, nelle soluzioni che propongono, a cristallizzare le inaccettabili diseguaglianze sociali che delle vere cause sono oggi il portato più drammatico.

Per rendersene conto basta leggere l’ultimo libro di Giovanni Solimine (Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Laterza 2014). “Se il mancato assorbimento dei nostri laureati – scrive Solimine a pg. 14 – dipendesse soltanto da una loro insufficiente preparazione, le aziende si dovrebbero affrettare a investire nella formazione e nell’aggiornamento dei propri dipendenti o potrebbero cercare manodopera qualificata all’estero, invece ciò non avviene”. solimineSe dunque fosse sufficiente attivare corsi professionali per formare “felici” operai specializzati, non si capirebbe perché il 31% dei nostri laureati in ingegneria ha trovato occupazione all’estero e il numero degli occupati nel settori più innovativi, è molto limitato (poco più del 3%) e tende progressivamente a diminuire (mentre nel resto d’Europa cresce).

A Cagliari, lo scorso 6 giugno, nella Biblioteca regionale, Giovanni Solimine – sollecitato dalle argute domande del giornalista Celestino Tabasso – ha avuto modo di argomentare e contestualizzare le sue teorie. In Italia – ha detto – non esiste più un apparato industriale (non c’è più l’industria chimica, né l’industria automobilistica). La nostra economia si regge ormai quasi esclusivamente su un tessuto di piccole e medie imprese che non investe in innovazione e non sembra avere bisogno di competenze. Non riusciamo ad assorbire quei pochi diplomati e laureati che abbiamo (un numero di gran lunga inferiore a quello dell’area Ocse e dell’Europa); facciamo emigrare quelli più specializzati e non abbiamo nessuna attrattiva verso le persone competenti di altre nazioni.

Così facendo stiamo accumulando un enorme ritardo e costruendo le condizioni per uscire dal novero dei paesi più ricchi e avanzati. Perché ciò accade? Secondo Solimine il paradosso italiano è da mettere in relazione con la povertà intellettuale della nostra classe dirigente. “Metà dei manager, imprenditori, professionisti – ha dichiarato, snocciolando i dati più aggiornati – non legge i giornali, non legge libri non va mai a teatro. Sono cioè persone con consumi culturali basici, assolutamente non paragonabili a quelli dei loro omologhi dei paesi avanzati”. Va da sé che una classe dirigente di questo tipo non è in grado di capire quanto sia importante l’investimento in capitale umano, l’unica risorsa di cui ormai disponiamo in Italia. Il successo degli imprenditori italiani – secondo Solimine – è dovuto, più che alle competenze, alle relazioni familiari e ad altri fattori che poco hanno a che vedere con la conoscenza e la cultura. “Così se in passato abbiamo pensato che si potesse fare a meno delle competenze – ha chiosato – oggi scopriamo che i cinesi sono più furbi di noi…”.

Parafrasando don Milani si potrebbe dire che nell’Italia di oggi i padroni conoscono un numero di parole appena superiore a quelle di un operaio e per di più, nel suo complesso, il livello generale di acculturamento della popolazione è basso. Lo dicono chiaramente gli ultimi dati sulla lettura. La percentuale degli italiani che ha letto almeno un libro l’anno, già preoccupante di per sé, è scesa quest’anno di 3 punti percentuali (dal 46 al 43%). Un dato che deve far riflettere perché – scrive Solimine a pg. 10 del suo libro – “la capacità di leggere e di comprendere ciò che si legge rimane lo strumento principale attraverso il quale gli individui alimentano le proprie conoscenze”. Dopo 20 anni di disinvestimenti in cultura e istruzione – ha osservato Solimine – il risultato non poteva essere diverso.  Ma se queste sono le cause del male – ha commentato a sua volta Celestino Tabasso – le cure che vengono proposte soprattutto in Sardegna, terra di dispersione scolastica, sono di tipo omeopatico. Assolutamente inadeguate a curare  una sindrome che mina le basi stesse della società.

Di sicuro non risolvono il problema alla radice impostazioni basate su quell’insopportabile teoria che considera la cultura, i beni culturali, il petrolio della nazione. Il petrolio – ha precisato Solimine – è una cosa ben diversa dalla cultura. Per fortuna negli ultimi tempi al credo dominante, incentrato sulla monetizzazione della cultura, si sta contrapponendo un altro modo di vedere le cose. In quest’ottica Martha Nussbaum ha scritto un meraviglioso libro intitolato “Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”. Da leggere anche il non meno illuminante “L’utilità dell’inutile” di Nuccio Ordine. Investire in conoscenza serve a migliorare il livello di convivenza e di coesione sociale e crea le condizioni favorevoli a innescare processi di innovazione. Dobbiamo farlo, a prescindere. Dopo di che possiamo anche dire – ha continuato Solimine – che investire in conoscenza conviene perché costa poco. Spendiamo in Cultura lo 0,16% del bilancio dello Stato. Ostinarsi a tagliare dunque serve a poco, non ne avremo risparmi particolarmente significativi. Sono altri i settori su cui bisognerebbe tagliare. “Proviamo invece a immaginare – ha quindi suggerito – cosa succederebbe se dallo 0,16% passassimo allo 0,32%. Come cambierebbe la vita nelle nostre comunità se a un direttore di biblioteca, a un direttore di museo, a un direttore di una scuola noi dessimo il doppio dei soldi”.

Solimine2Allo stesso modo, non si combatte efficacemente il fenomeno della dispersione scolastica con corsi professionali e forse neanche con corsi extrascolastici mirati. Per Solimine il problema si cura provando a immaginare modi diversi di fare scuola. Quelli attuali appaiono molto lontani da ciò che può interessare e incuriosire un ragazzo. Nella scuola immaginata da Solimine la lettura acquista assoluta centralità. Diventa pratica educativa, un modo di fare lezione in tutte le materie e non invece, come è ora, qualcosa da fare a casa o relegare nel tempo libero.

Ciò che serve veramente all’Italia di oggi sono politiche complementari. Scrive Solimine – e noi siamo d’accordo con lui! – che “una politica per l’istruzione e le competenze deve raccordarsi a una politica industriale, nel quadro di una strategia più ampia” (pg. 15).

Sandra Mereu

Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Commento al 3° giro e dialogo sulla “COBERTANTZA” di Vittoriano Pili

Il ritrovamento di un libretto nel fondo Sardegna della Biblioteca regionale, contenente il testo di una celebre cantada campidanesa svoltasi a Sestu nell’aprile di 84 anni fa, in piena epoca fascista, ha offerto a Vittoriano Pili l’occasione per scrivere una serie di interessanti e dotti articoli sull’argomento (Cun scannus e cadiras o banghittusIl libretto ritrovato, Analisi del testo, 1° giro, Analisi del testo, 2 e 3° giro). Seguendo il filo della memoria storica e personale ci ha spiegato la complessa struttura dei componimenti, il repertorio di temi e motivi da cui attingevano i cantadores, e quindi il valore letterario di una delle più antiche espressioni della poesia popolare sarda, erroneamente ritenuta rozza e priva di valenza poetica. Con il commento al terzo giro poetico e con la successiva rievocazione di un dialogo con il compianto poeta sestese Tomaso Cara, si conclude il discorso sviluppato sul tema da Vittoriano Pili. Su questo blog ve lo abbiamo presentato in capitoli separati ma esso era stato pensato dal suo autore come un corpo di scritti unitario intitolato Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione”. 

3° GIRO POETICO: AMORI – SANTIDADI – GHERRA – PAXI.

Pasquale Loddo porge all’attento popolo sestese un delicato canto d’amore. Lei si chiama Speranza ed ha gli occhi e la grazia di un angelo mandato dal cielo per far sospirare il suo cuore. Il poeta non è del tutto convincente, ma piace questo mutetu a 8 peis, specie ai giovani che stanno preparando la “domanda” per la loro “Speranza”. Nella Rima invita gli altri poeti in gara ad ampliare il volo sui quattro punti cardinali.

Francesco Farci ricorda invece la santità di Gregorio I detto anche Magno. Un Papa famoso per aver edificato ben 7 conventi. Poiché il “dotto” Farci ci ricorda anche l’anno della sua morte, il 604 (esatto), siamo disposti a credere anche al resto, Preidi Sanna presente consentendo. Nella torrada de su mutetu a 8 peis l’andirivieni delle rondinelle è paragonato al volo dei pensieri dei poeti.

Efisio Loni interviene con un mutetu sèmpiri a 8 peis, ma con la sterrina che descrive abbastanza fedelmente una scena di guerra. Ricorda l’ultima battaglia contro s’Austriàcu che, sconfitto, è costretto ad arrendersi. Motivo ancora caro ai poeti ed al popolo (specie quello d’Eroi). Nella torrada, invece, chiede a se stesso ed ai suoi compagni che cosa possano mai fare, se non restare in attesa del ritorno delle colombe mandate in volo.

Luigi Taccori, il poeta di Sestu emigrato a Dolianova, chiude il 3° giro, a sorpresa, con un mutetu a 10 peis (ma ne ho trovato persino di 20), che riporta – udite, udite – una notizia che da un anno a questa a parte suscita (ancora) un gran clamore: il Concordato tra Stato (fascista) e Chiesa (cattolica) firmato (l’11 Febbraio 1929) dal Ministro Mussolini (per il Re Vittorio Emanuele III) e dal Cardinale Gasparri (per il Papa Pio XI). I due “non si camorrano” e il fatto resti “memorando” per una pace duratura (“infinita”). È una parola grossa. Comunque, sia pure con qualche ritocchino di craxiana memoria, ancor dura. Nella torrada il nostro Taccori considera già un trionfo il ritorno delle colombe al punto di partenza. Concordiamo. Quasi.

***

POESIA E VERITÀ – IN COBERTANTZA

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Venne a trovarmi Tomaso, una sera di tanti anni fa. Sereno, come sempre. Pochi convenevoli, come s’usa tra vecchi amici. Era d’estate. Si alzò e si sfilò dal colletto della maglia leggera, frugando con la mano nel petto, una busta azzurrina che posò sul tavolo, prima di sedersi: «Ti piace ancora la poesia? – apriva la busta – Quella sarda, dico». Aveva sparso sul tavolo tre o quattro libretti sgualciti ed un quaderno a righe (per la Va elementare) con la copertina nera lucida. «Certo – risposi –, ma è un po’ che non viene a trovarmi». Mi guardò severo: «Siamo noi che dobbiamo cercarla, se la vogliamo incontrare. Vedi, in questi libretti ci sono dei versi di vari uomini che amavano così tanto la poesia da volerla come professione. Loro aspiravano ad essere poeti. C’è chi vende musica e chi vende parole, chi vende erba e chi vende carne. In questo quaderno invece non c’è scritto niente. Facciamo così, come loro, scegliamo un argomento, un titolo, “un fine” ben accetto a noi due e lo cantiamo, cioè lo scriviamo, prima tu o prima io, in un sonetto, sul quaderno. Lo conosci il Padre nostro in Sardo? Ti va di metterlo in poesia?». L’idea mi piaceva: «Su Babbu nostu? Benissimo, però inizia tu, Tomaso». Fu così che accettai la sfida, chiedendogli: «E chi è che perde?». Allargò le mani grandi: «Perde chi si ritira». Disse. E fu così che mi permise di sporcargli qualche pagina di quel suo prezioso quaderno a righe. E vinse, anche. Quindi aprì un libretto dalla copertina grigia con la scritta GARA POETICA, gemello, credo, di questo appena “ritrovato” dalla più che attenta e gentile, abilla e donosa, Sandra Mereu«Leggi Loddo al n. 21 (sesto giro) e spiegami questo mutetu». Conoscevo questa cantada, famosa ed esemplare, benché grondante di “licenze” linguistiche, ortografiche e tipografiche, ma sapevo che con Tomaso c’era sempre da imparare sulla poesia sarda. Non era mai salito sul palco, ma era un cantadori di rispetto. Per me un maestro. Lessi:

21 – Loddo

A dirigibili e Areoplanu

Oi si viagiat in America

Po su Sud e de su Brasili

Si girat sa terra rotonda

Armau de paracaduttu

Comenti fiat Depinedu po fortuna

Girai Asia America e Oceania

E girai tottu su globu terresti

Continuamenti esplorendi

Senza à terra tenni addobu.

Rima

 Su Crobu est ind’una sponda teverica

Picchiendi su Graniu bruttu a Vili Diocresianu.

Espressi quindi il mio parere su questo mutetu a dexi peis: «Per me Loni nella sterrina ha voluto comporre un breve inno al progresso, che specialmente in campo aeronautico effettivamente in quegli anni c’è stato. Era l’orgoglio dell’Italia e del Fascismo. È nominato Depinedo, ma non si può dimenticare Italo Balbo, audacissimo trasvolatore atlantico (nonché volontario del ‘15-‘18, irredentista repubblicano, squadrista, Quadrumviro Marcia su Roma, capo della MVSN nel ‘24, Ministro Aeronautica ‘29-‘33, Crociera Roma-New York-Roma 1934, Maresciallo dell’Aria e Governatore della Libia, più fascista di Mussolini ma contrario alla politica filo-tedesca ed alle leggi razziali, morì per un tragico errore della nostra contraerea sul cielo di Tobruch, nel 1940). Nella Rima, o meglio Torrada, ritorna su fini, argomento o tema proposto nella gara poetica. Il Corvo su una sponda del Tevere becca l’orrido cranio del vile Diocleziano (l’imperatore romano)». Tomaso ascolta, ma dissente: «Queste sono le parole, cantate e scritte, in poesia, in figura e in rima. Io voglio sapere quello che intende dire veramente il poeta, come si dice, fuor di metafora». Ho capito. Tomaso vuole l’interpretazione del sogno, la verità implicita nella profezia. Resto pensieroso. In Sardo molti usano la parola cobertantza come sinonimo di Torrada, cioè la Rima, la parte che chiude il mutetu dopo sa Sterrina. Se questa è la “stesura”, la cobertantza è la “copertura” o “chiusura”. Significa però anche “metafora” e “allegoria”, che sono la veste usuale del poetare sardo, come delle sentenze e dei proverbi. Si dice in cobertantza per “velatamente”. Tomaso mi viene incontro: «Tra gli appassionati delle gare poetiche sta girando questa interpretazione: il Corvo (che ha fama e fame di morte) si trova oltre Tevere, a Roma, dove becca insistentemente il cranio orribile del vile imperatore Diocleziano del tempo (1930), cioè Benito Mussolini. Si dice anche che Loddo, sceso dal palco, sia stato convocato in caserma per spiegazioni. Tu che ne dici?». Abbiamo discusso di molte cose, Tomaso ed io. Di religione e di politica, di pace e di guerra, di povertà e di ricchezza, di vita e di morte. Cercavamo la verità, assieme, senza inganni e senza paure. Ora mi sentivo più tranquillo: «Sinceramente questa interpretazione mi pare più un artificio di matrice politica tardiva di qualche decennio, piuttosto che una cobertantza finalmente svelata. La sterrina di Loddo, come tante altre di Taccori, di Loni e di Farci, si può considerare almeno in buona sintonia con lo spirito del regime fascista, se non anche di plauso. Che la Torrada o Rima uscisse in contraddizione fuori dal seminato sarebbe strano. E, fatto più grave, contro ogni regola della poesia sarda nelle “gare”, che perdesse di vista il tema preposto, su fini, affidato dal comitato dei festeggiamenti proprio a Loddo. Fini che riguardava la figura di san Giorgio Martire, come sarà rivelato al pubblico da tutti i quattro poeti nell’ultimo giro. Che c’entra Mussolini e a che proposito una tale cobertantza di carattere politico su un palco di poesia popolare allestito per la festa del santo patrono? L’interpretazione data non sta in piedi, come la convocazione in caserma… O no?». Tomaso sorride : «La poesia è fatta di parole e di pensieri che volano e a volte ti sfuggono, convieni?». Il ferro è caldo: «Si, ma la verità c’è, anche nella poesia» e «Quale sarebbe?». Riprendo il libretto e leggo: «Su Crobu a vili Diocresianu. Il carnivoro nero demoniaco affamato che ossessiona il crudele imperatore romano per mettere a morte i tanti martiri cristiani, come il nostro S. Giorgio». Tomaso consente: «Può sfuggire anche la verità, alle volte». Parlammo ancora di poesia, con rima e senza rima. E dissentimmo ancora: «Hai ragione tu», «No, hai ragione tu». Basciu e contra. È stato bello cantare insieme, Tomaso.

Vittoriano Pili

Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Analisi del testo (1° giro) di Vittoriano Pili

Nel 1930, in occasione della festività di San Giorgio, si svolse a Sestu una cantada, cioè una gara poetica tra poeti improvvisatori in lingua sarda, che è rimasta a lungo nella memoria dei sestesi. Vittoriano Pili, profondo conoscitore di questo genere poetico, oltreché esperto di lingua sarda, in un racconto che ha voluto regalare a Sestu Reloaded ha tracciato un affresco della Sestu dei primi decenni del Novecento sullo sfondo del quale si tenne quella celebre gara poetica. Erano anni in cui i sestesi, portandosi dietro “scannus e cadiras o banghitus”, seguivano con grande interesse le dispute poetiche. In quegli stessi anni inoltre queste estemporanee, la cui trasmissione fino ad allora era stata affidata all’oralità, cominciarono ad essere pubblicate sotto forma di agili libretti per la commercializzazione. Nella Biblioteca regionale di Cagliari si conserva un esemplare dell’edizione originale contenente la trascrizione della celebre cantada svoltasi a Sestu nella primavera del 1930. Vittoriano Pili lo ha puntualmente studiato (vedi anche “Il libretto ritrovato“). Di seguito vi proponiamo l’analisi del testo relativa al primo giro della gara poetica.

gara_poetica_2

1 – LODDO (sterrina) Note linguistiche
Sa tàcula a lazzu e lobu 1 – meglio latzu
Si pigat in su parenti 2 – meglio padenti, che significa “foresta”, “bosco”
Merlu andas pei pei 3 – meglio Meurra
Ma si in su lazzu attumbas 4 – meglio latzu
Merlu o trudu beneis cassaus 5 – meglio Meurra
Poita pigat s’unu e s’àtturu 6
E is tàculas a sa firma 7 – per la rima leggi frima
Sezius nanta spinnieus 8 – meglio Sétzius
Rima – meglio Torrada
      8             6           4                     2
Mandeus quàturu columbas in su continenti
         7                    5             3         1
Ma prima ‘nci mandaus che Noei su crobu
2 – FARCI (sterrina) Note linguistiche
Messàiu candu aras 1  
De speranza ses nutriu 2 – per la rima, meglio spera (o abetu) e nurdiau
Po arregolli’ is frutus tuus 3
Su serbidori e su meri 4
Ma in annadas disastrosas 5 – meglio destrossas
Su segundu e su primu 6
Est costrintu a sunfriri 7 – meglio custrintu
Senza de ‘ndi tenni’ pro’ 8 – per la rima, meglio sena e proi
Si sa campagna tenit rovinas 9 – per la rima, meglio sartu e scalabru o sciacu
Rima – meglio Torrada
  8       6              4     2
No esprimu su pareri miu – per la rima, meglio espongu/amostu/dongu eparri
  9          7      5      3     1
Finas a biri cosas prus craras                       
3 – LONI (sterrina) Note linguistiche
Su dolori de sa morti est tropu 1  
E si prangit cun discunsolu 2
Indossendi niedda vesti 3 – meglio ponendi (a suba) e besti
E solamenti a biri is tumbas 4 – meglio scéti o feti
Est unu straziu fatali 5 – meglio sorti penosa o similmente
Chi çertu fait lagrimai 6 – meglio de seguru o de siguru
Senza quasi si citiri 7 – meglio sena e casi
E po personi tenta in istima 8
Deu puru làgrimas sciollu 9  
Rima – meglio Torrada
   8           6         4                 2
Prima de mandai columbas a bolu  
   9     7     5    3         1
Bollu sciri cali esti su scopu
4 – TACCORI (sterrina) Note linguistiche
Si boleis paesanas 1 – forse intende un tipo di quartine semplici, così chiamate
No si dongu unu contrariu 2
E tui caru pópulu ‘nd’ afferras 3
Su cantu nostru brillanti 4 – per la rima, meglio luxenti
E a chini è ananti e a palas 5 – meglio est, come tra l’altro qui deve essere anchepronunciato
E totus ddus saludu deu 6  
E imoi mi bollu cumpraxi’ 7  
Cun su paisu natiu ca ‘nci so 8 – meglio bidda nadia o logu nadiu, paisu si addice aPaese sinonimo di Stato
Rima – meglio Torrada
  8          6     4          2       
No ddu creu tanti necessariu – per la rima, meglio preçisu/ministeri/de apretu
     7          5        3           1    
Spraxi’ is alas in terras lontanas – per la rima, meglio a tesu/a illargu

Fine del 1° giro di mutetus della cantada.

gara_poetica_3Commento – Con una bella immagine di caccia ha aperto le schermaglie Pascali Loddo, che nella Rima invita al volo i versi dei 4 poeti (columbas) per scoprire il tema nonostante il contrasto (su crobu). Si noti la metafora biblica sottintendendo un argomento religioso. Il 2° poeta è Franciscu Farci di Cagliari, che sottolinea i problemi del mondo contadino. In quanto al tema sta sulle sue. Il 3° è Efis Loni, anche lui mannu (anche di età, non di statura). La sterrina è funebre, forse motivata, nella Rima fa il volpone. L’ultimo, il 4°, è Luisu Taccori, il più giovane dei quattro (ma canta già dal 1920). È di Sestu, cui dedica la sua sterrina. Nella Torrada si dichiara restio a voli arditi se non necessari per riconoscere l’oggetto della disputa poetica.

Vittoriano Pili

IL LIBRETTO RITROVATO

gara poetica

Quando ho letto il racconto di Vittoriano Pili, “Cun scannus e cadiras o banghitus – Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione”, mi è tornato in mente un libretto che qualche mese fa casualmente mi è passato per le mani sulla scorta delle ricerche di un appassionato cultore di poesia sarda, interessato alle composizioni di Francesco Farci. Avevo notato quella pubblicazione proprio per il suo riferimento a Sestu. Una breve ricerca sull’opac e il libretto è di nuovo sulla mia scrivania. Per una di quelle fortunate combinazioni che fanno la gioia dei bibliofili, il libretto contiene proprio la trascrizione della celebre gara poetica di cui parla Vittoriano Pili, tenutasi a Sestu il 23.04.1930 in occasione della festività di San Giorgio. Peraltro è un raro esemplare dell’edizione originale, presente solo nella Biblioteca regionale. Ho pensato che il fortunato ritrovamento meritasse la giusta attenzione di un esperto. Così ho mostrato il libretto a Vittoriano Pili che con la competenza e la perizia che lo contraddistinguono ne ha  studiato e analizzato il contenuto. Di seguito vi proponiamo la prima parte del suo pregevole lavoro. (Sandra Mereu)

***

GARA POETICA. È chiamata così la poesia estemporanea orale e cantata che mette in pubblica competizione più poeti improvvisatori riuniti e che si alternano secondo l’ordine e il tema assegnato dalla giuria competente. Tralasciamo qui le supposte origini e ricordiamo appena che alcuni studiosi hanno attribuito al poeta-improvvisatore Antonio Cubeddu di Ozieri (SS) l’idea e l’attuazione della prima GARA POETICA con premio in palio al vincitore, in occasione della festa di N. S. del Rimedio a Ozieri il 15 settembre del 1896. In un secondo momento egli si prodigò nel convincere i comitati che volevano inserire negli spettacoli delle sagre e feste locali questa disputa tra poeti estemporanei a ricompensare tutti gli sfidanti equamente, premio a parte. I poeti-improvvisatori che cantano sul palco i loro componimenti in versi diventano così dei veri e propri professionisti e maestri d’arte. In lingua sarda-campidanese sono chiamati cantadoris e le loro gare o sfide o competizioni, in versi e rime, cantadas.

Una cantada può essere a tema segreto, a fini serrau (o cobertu), oppure a tema noto, a fini connotu (o scobertu). Il tema o argomento da svolgere è comunque dato ai cantadoris in gara dal comitato organizzativo o da una giuria preposta. Ogni cantada, cui partecipano di solito tre o quattro cantadoris, è composta da una sequenza di composizioni spontanee, cantate alternamente da ogni singolo poeta e chiamate mutetus, con un saltuario e breve intervento di un coro a due voci, bàsciu e contra o semplicemente contra, alla fine di ogni strofa. Il mutetu tradizionale nelle cantadas non è quello più semplice, detto mutetu a duus peis, formato da un’apertura, in sardo sterrina, di due soli versi seguita da una chiusura, in sardo torrada, di altrettanti versi in rima con quelli dell’apertura. In sardo il verso è chiamato camba, ma anche pei, termine quest’ultimo che indica propriamente la parte del verso attinente alla rima (v. ad es. pei de casu); il mutetu a duus peis, quello più semplice, è reputato anche il più facile da eseguire e quindi è escluso nelle gare poetiche, preferendo i poeti cimentarsi con i più complessi e difficili, detti appunto  “de cantadas” o “longus a praxeri”,de ses, otu o dexi peis o prus”.

Questi ultimi hanno in aggiunta nella costruzione della sterrina, cioè della strofa stesa nei più versi d’apertura, uno schema ordinato e preciso in corrispondenza delle parole predisposte nella torrada o rima, costituita sempre da un distico, ossia due versi. Una régula o scala, così è chiamato questo schema a skina de pisci, cioè a lisca di pesce, per l’ordine di rima rappresentato. In breve:

– l’ultima parola del 1° verso della sterrina deve far rima con l’ultima parola del 2° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 2° verso della sterrina deve far rima con l’ultima parola del 1° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 3° verso della sterrina deve far rima con la penultima parola del 2° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 4° verso della sterrina deve far rima con la penultima parola del 1° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 5° verso della sterrina deve far rima con la terzultima parola del 2° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 6° verso della sterrina deve far rima con la terzultima parola del 1° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 7° verso della sterrina deve far rima con la quartultima parola del 2° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola dell’ 8° verso della sterrina deve far rima con la quartultima parola del 1° verso della torrada (rima).

E così via, quanto può essere lunga la sterrina e… buona la memoria o retentiva del poeta. Secondo alcuni questo “sciogli-memoria” sarebbe da attribuirsi (o addebitare) a Pascali Loddo (cantadori mannu, de Pauli, nàsciu in su 1871 e mortu in su 1949, presente anche in questa “gara” svolta a Sestu nel 1930), secondo altri a Giuseppe Nonnoi (pure questo di Monserrato, partecipante a una gara svolta ad Assemini nel 1860, dove osserva già la scala). A proposito della gran varietà dei mutetus vi è da aggiungere che in tutti vi si riscontra, comunque, la famosa “incongruenza” del senso tra la strofa di stesura iniziale, la sterrina appunto, ed il distico di chiusura a rima, la torrada o coberimentu o cobertantza.

Vittoriano Pili

La biblioteca regionale apre la “Sala Sardegna”

Mercoledì 19 dicembre, alle ore 11, sarà inaugurata e resa accessibile al pubblico la “Sala Sardegna” della Biblioteca regionale (viale Trieste 137, Cagliari) . A partire da domani dunque gli utenti avranno libero e diretto accesso ai circa 30.000 volumi che costituiscono questa sezione della Biblioteca regionale, riguardanti gli aspetti economici, sociali, artistici, ambientali e storico culturali della Sardegna. Per l’occasione sarà inoltre  inaugurata una mostra di cartoline etno-antropologiche selezionate dalla collezione di cartoline antiche in possesso della Biblioteca regionale. La mostra ha come tema l’abbigliamento tradizionale maschile e femminile dei paesi della Sardegna tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del ’900. A margine della mostra sarà possibile visionare il materiale audiovisivo recuperato nell’ambito del progetto “La tua memoria è la nostra storia” curato dalla Società Umanitaria. La mostra sarà visitabile sino al 28 febbraio 2013.

Mostra_Biblioteca Regionale

Fonte: Sardegna Biblioteche | Novità

Presentazione del libro “I dolci e le feste” di Susanna Paulis

Venerdì 15 giugno, ore 18, a Casa Ofelia, nell’ambito delle iniziative curate dall’Assessorato alla Cultura e dalla Biblioteca comunale, sarà presentato a Sestu il libro di Susanna PaulisI dolci e le feste” (vedere la locandina). L’iniziativa sarà accompagnata da un’esposizione e preparazione di dolci curata dalla Pro Loco. L’autrice del libro, Susanna Paulis, è dottore di ricerca in Antropologia culturale, è stata per cinque anni docente a contratto di Etnografia della Sardegna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari. Si è occupata delle dinamiche relative alla costruzione dell’identità in varie pubblicazioni, fra cui il volume “La costruzione dell’identità. Per un’analisi antropologica della narrativa in Sardegna fra ’800 e ’900”, Sassari, 2006. Da qualche anno svolge le sue ricerche nell’ambito dell’Antropologia del cibo, con particolare interesse per la produzione dolciaria tradizionale sarda, all’interno di un progetto finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna. Susanna Paulis conduce gran parte delle sue ricerche sul campo ma è anche una assidua frequentatrice di biblioteche e della Biblioteca regionale in particolare, dove ho avuto modo di incontrarla e di rivolgerle alcune domande.


Susanna, tu sei un’antropologa e come tale ti proponi di rappresentare le forme e le ragioni dei comportamenti sociali. Cosa si nasconde dietro i dolci sardi?

Cibo del tempo extraordinario, i dolci nel contesto tradizionale sardo esercitavano, non diversamente dai pani cerimoniali, un’importantissima funzione: scandire il tempo festivo, demarcandolo dal tempo ordinario e, dunque, garantire il cosmos (l’ordine) contro il rischio del caos. La società affidava alle mani delle donne, detentrici praticamente esclusive dei saperi relativi alla panificazione e all’arte dolciaria, il compito di conferire ordine al tempo grazie alla messa in forma di simboli alimentari frequentemente di grande impatto estetico, tanto da poter essere definiti veri e propri capolavori di arte plastica effimera.

La varietà di dolci che descrivi nel tuo libro quanto ha a che fare con la fama dei sardi come popolo di festaresos che nel corso dell’anno alterna il tempo del lavoro con innumerevoli feste e sagre paesane?

I dolci, che in passato rappresentavano il simbolo di un’abbondanza alimentare accessibile solo nel tempo della festa, costituiscono uno degli aspetti della cultura tradizionale — come, d’altro canto, l’abbigliamento festivo — che maggiormente ha colpito l’immaginario degli osservatori esterni e che è stato e continua ad essere al centro delle dinamiche di auto-rappresentazione degli stessi Sardi. La feste tradizionali, unitamente ai simboli che le individuano, hanno costituito motivo d’ispirazione per la letteratura e per l’arte — si pensi soltanto alle opere deleddiane — e continuano a rappresentare un nucleo forte della comunicazione pubblicitaria rivolta al mercato turistico. Oltre ad essere cibo della festa, i dolci veicolano, altresì, il valore dell’ospitalità, cifra distintiva dell’ethos dei Sardi, che costituisce a tutt’oggi una delle modalità privilegiate di auto-rappresentazione.

Dei dolci di Sestu avremo modo di chiederti abbondantemente alla presentazione del libro. Ti chiedo qui solo di soddisfare una piccola curiosità linguistica: cosa vuol dire scròccialscòrcia?

Is druccis de scròccia di Sestu — altrove denominati druccis de pasta in cortza (a Quartu Sant’Elena), druccis de pasta ’e accotza (Sinnai) — sono dolci costituiti da un ripieno di pasta di mandorle avvolto da una guaina di candida pasta di zucchero, cui vengono conferite le più svariate forme grazie all’ausilio di mollus (‘stampi’). Il termie scròccia /scòrcia e sim. proviene dalla voce castigliana di origine araba alcorza ‘pasta blanca de azúcar y almidón’, variamente adattata e reinterpretata per attrazione paretimologica di còrcia, cròccia ‘coltre’ (cfr. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, vol. I, pp. 69, 320). La ‘coltre’ cui fa riferimento il nome del dolce altro non è che l’involucro di pasta di zucchero che ne contiene il ripieno.

Sandra Mereu

Mostra per i 150 anni di Unità: “Le edizioni antiche, rare e di pregio della Biblioteca Regionale”

In occasione delle celebrazioni per l’Unità d’Italia l’Assessorato regionale alla Cultura ha organizzato una mostra libraria in cui viene esposta una significativa selezione di edizioni rare e di pregio conservate dalla Biblioteca Regionale. Si tratta di libri editi tra il 1831 e il 1946, e che pertanto si inscrivono nel periodo storico in cui si compie il processo di unificazione dell’Italia. Come si legge nel catalogo che accompagna la mostra, le opere che costituiscono questa sezione del fondo antico di storia locale offrono uno spaccato della vita sociale, politica e culturale dei sardi. Vi compaiono edizioni di natura giuridica, amministrativa e non mancano le opere storiche, alcune particolarmente rappresentative del clima storiografico dell’epoca. Tra queste la celebre “Storia moderna della Sardegna dall’anno 1773 al 1799” di Giuseppe Manno e l’edizione della “Pergamena di Arborea” che Pietro Martini, vittima ignara di uno dei più famosi episodi di falsificazione di documenti (Le Carte d’Arborea), salutò come testimonianza autentica di un’epoca lontana in cui la Sardegna avrebbe addirittura primeggiato per cultura e raffinatezza. Tra le pagine esposte, molte sono dedicate alla Grande Guerra e alla Brigata Sassari. Si potranno inoltre apprezzare le pubblicazioni dedicate alla descrizione dell’isola, ai suoi costumi, alle sue tradizioni e quelle che rappresentano lo sguardo dei viaggiatori italiani e stranieri che vi hanno soggiornato, anche per ragioni politiche, durante il periodo sabaudo e negli anni successivi all’unificazione. Degne di interesse sono inoltre alcune pubblicazioni scientifiche, come le relazioni sanitarie e gli studi clinici su particolari patologie, le guide e i manuali tecnici, i saggi e i trattati di botanica, zoologia, geologia, mineralogia. A questo genere appartiene il manuale di arboricoltura del Piccaluga, pubblicato a Cagliari nel 1862, utilizzato da Garibaldi per la sua azienda agricola di Caprera. Compare inoltre un’importante opera di natura economica che fu di supporto alla politica di rinascita e potenziamento dell’agricoltura dell’isola, “Il rifiorimento della Sardegna” del Gemelli, nell’edizione stampata a Torino nel 1842.

La letteratura sarda è invece rappresentata dai romanzi e racconti di Grazia Deledda, alcuni autografati, dai “Canti del salto e della tanca” di Sebastiano Satta” stampati a Cagliari nel 1924, da “La casa sotto il pino” di Mercede Mundula, con le illustrazioni di Carlo Romanelli. E’ presente inoltre “Un uomo d’onore” di Ottone Bacaredda, stampato a Cagliari nel 1873 e dedicato a Francesco Domenico Guerrazzi. E non potevano mancare i testi in “limba sarda” tra cui la Divina Commedia  di Pietro Casu, stampata a Ozieri nel 1929 e una edizione del Vangelo di San Matteo in dialetto sardo cagliaritano curata dall’avv. Federigo Abis e stampato a Londra nel 1860 dall’editore Luigi Luciano Bonaparte, studioso di dialetti europei e nipote di Napoleone. La poesia sarda è invece rappresentata dall’edizione “Boghes de Barbagia” del desulese Antioco Casula, che scriveva alla fine dell’Ottocento con lo pseudonimo di Montanaru.

La mostra sarà inaugurata il 28 settembre presso la Sala convegni della Biblioteca regionale, in Viale Trieste 137 a Cagliari dove sarà possibile visitarla sino al 30 novembre 2011 nei seguenti orari:

Mattina: dal lunedì al venerdì 9:00 – 13:00

Pomeriggio: martedì, mercoledì e giovedì 16:00 – 18:00

invito (fronte)

invito (retro)

Sandra Mereu