Bibliomula

Il racconto che segue è tratto dal nuovo sito di Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas (che vi invitiamo a visitare!). Come dichiara il suo autore, Tonino Sitzia, esso è liberamente ispirato da quanto ha raccontato Giacomo Sitzia, che nel mese di agosto di quest’anno è stato nella regione di Mérida in Venezuela per un esperienza di Volontariato internazionale curato dal CISV e dall’Associazione cagliaritana TDM 2000. Il Progetto Bibliomula Mérida, a cui fa riferimento, è un progetto di animazione alla lettura organizzato dalla cooperativa Caribana di Mérida, Venezuela, con il supporto dell’Università di Momboy. Iniziato nel 2010 è ancora in corso.

Bibliomula - Foto di Giacomo Sitzia

Bibliomula – Foto di Giacomo Sitzia

Frajelones - Foto di Giacomo Sitzia

Frailejones – Foto di Giacomo Sitzia

C’era una volta…nel paese dove tutto è possibile, dove il sogno del socialismo e della nueva humanidad si confonde con la grande povertà, dove Abreu con la musica salva i ragazzi di strada, dove nella capitale la vita può valere meno di niente, in quel paese lontano un oceano…c’era una volta la mula Frailejona, bruno quadrupede dal pelo scuro.

Nei Páramos, brulli ecosistemi delle Ande ecuadoregne, colombiane, boliviane e venezuelane, in lande impervie e solitarie tra i 3000 e i 5000 metri, fino al limite delle nevi perenni, crescono i frailejones, piante endemiche di quei luoghi. Hanno un aspetto austero e resistente e forse per questo i bambini de Los Corrales, Gavidia e Micarahce, comunità rurali dello stato di Merida in Venezuela, hanno dato quel nome alla loro mula. Deve essere per forza tenace e resistente per il lavoro che deve fare! Certo il nome è stato suggerito anche da qualche esperto dei luoghi. Non tutti sanno che le frailejones sono lente come i muli, crescono infatti di un centimetro all’anno…se un piccolo campesino ne incontra una alta due metri significa che essa ha conosciuto i nonni e i bisnonni.

Se poi frughiamo nell’etimo, cioè all’origine del nome che spesso si perde nella notte dei tempi, dato che fraile significa frate, si dice che queste piante, nelle giornate nebbiose, assomiglino a tanti fraticelli che, col loro saio scuro e la testa scoperta, presidiano le campagne. La mula Frailejona, non meno nobile dell’ippogrifo, percorre settimanalmente gli aspri crinali della Sierra Nevada venezuelana, a 3000 metri di altitudine, col suo carico di libri. Data la sua sapienza potrebbe fare quei sentieri da sola, ma preferisce essere accompagnata da Nelson, il Bibliomulero che si è stancato del lavoro sedentario in biblioteca. Per questo suo lavoro Nelson non solo ha voluto un nuovo e più pomposo nome, Bibliomulero appunto, ma pretende anche un salario più alto. Frailejona va tranquilla in quegli aspri tornanti, non sa di essere una “biblioteca itinerante”, né di essere la protagonista assoluta di un progetto che vuole “promocionar, fortalecer y fomentar la lectura y escritura en los niños y docentes”.

Frailejona non lo sa che nella sua groppa c’è la bisaccia delle meraviglie, libri colorati di storie di tutto il mondo, libri per costruire actividades de cuenta cuentos, che assomiglia al nostro contai contus…raccontare storie, disegnare e inventare personaggi. Frailejona è contenta delle feste che le faranno i bambini e le bambine. La osservano arrivare da lontano, dagli aspri tornanti intravedono la sua sagoma, si sbracciano per salutarla e prima che lei arrivi sono già in fermento…chissà quali nuovi libri ci porterà… Frailejona è lenta, come tutti i muli, ed è una bella sfida con i bambini che per natura sono veloci e scalpitanti…”ehi, muoviti!..ma quando arrivi? Sei proprio lenta come una tartaruga! Sei peggio di una lumaca!” Nelson il bibliomulero sa che ha ragione Frailejona: la lettura richiede pazienza e lentezza.

Per convincere i bambini tira fuori dalla bisaccia delle meraviglie un libro colorato…è una favola di Luis Sepúlveda, – Bambini ora vi leggo una storia scritta da un nostro cugino cileno…sentite cosa dice a proposito della tartaruga “La tartaruga, masticando gli ultimi petali delle margheritine, le disse che se lei non fosse stata una lumaca dall’andatura lenta, se invece della sua lentezza avesse avuto il volo veloce del nibbio, la rapidità della cavalletta che copre a salti enormi distanze, o l’agilità della vespa che ora c’è ora non c’è perché è più veloce dello sguardo, forse non sarebbe mai stato possibile quell’incontro di esseri lenti come una tartaruga e una lumaca…” Come vedete essere lenti ha i suoi vantaggi…

Nel 2013 Frailejona è morta per una infezione intestinale. I bambini, che non capiscono la morte, si sono messi a piangere…l’hanno sepolta con tutti gli onori, sanno che lei in qualche modo è ancora presente…e ora chi ci porterà i libri? pensano in coro…
In molti si sono dati da fare per portare avanti il progetto e con le loro donazioni è stata acquistata una nuova mula. Ha un aspetto più giovane di Frailejona, è meno pelosa e ha il manto marroncino chiaro. I bambini, festaioli come tutti i bambini del mondo, hanno subito organizzato una festa per accoglierla degnamente e l’hanno subito battezzata con un nuovo nome: Estrella.

Tonino Sitzia

Il programma del centrosinistra: quale ruolo per la Cultura?

Francesca DesogusUno dei punti di forza del programma del centro-sinistra e del candidato presidente Francesco Pigliaru è dato dalla centralità che esso attribuisce all’Istruzione e alla Cultura. A questo proposito abbiamo chiesto alla candidata Francesca Desogus (PD), archivista paleografa, segretaria dell’ANAI Sardegna, di spiegarci in che modo i beni culturali, archivi, musei e biblioteche, possono contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna.

In Sardegna non meno che nel resto d’Italia la cultura ha subito negli ultimi anni tagli consistenti.  Non pensi che la prima cosa da fare, se si vuole davvero rilanciare la cultura, sarebbe innanzitutto quello di rimpinguare gli ormai esangui capitoli del bilancio regionale destinati a questo fine?

Sicuramente! Non si può pensare di tagliare i fondi relativi alla tutela del nostro patrimonio e di realizzare  in questo modo un risparmio. Si rischia di causare seri danni e di tagliare, o quanto meno ridimensionare, anche servizi di grande utilità sociale, di perdere quel poco che si è salvato del nostro patrimonio, o comunque di limitarne la fruizione. Il danno può essere anche economico, se si pensa che in futuro si dovrà intervenire con maggiori investimenti per recuperare quello che stiamo perdendo.

Chiarito che è necessario investire in questo settore, perché allora non si interviene con la dovuta attenzione?

Il problema principale è dato dalla forma mentis comune, per cui in periodi di crisi economica si devono decurtare i fondi destinati alla cultura.

Gli investimenti in cultura non solo sono scarsi ma sono anche discontinui…

L’assenza di continuità nello stanziamento dei fondi è un’altro dei problemi. Rende difficile una corretta programmazione del lavoro, e comporta un cattivo impiego delle risorse umane; gli operatori culturali operano spesso, anche svolgendo un servizio primario, con proroghe di mese in mese, situazione che chiaramente non garantisce una piena efficienza. Si parla di personale qualificato, che ha investito in formazione e scelto di spendere la sua professionalità in Sardegna e non altrove.

In che modo, secondo te, la cultura e i beni culturali in particolare possono diventare un motore di sviluppo per la Sardegna?

Nel nostro programma è presente un forte richiamo all’istruzione e alla formazione. Non si può prescindere dal pensare alla cultura come supporto all’istruzione e come vettore di formazione continua. Purtroppo spesso chi si occupa della Cosa pubblica vede nella gestione della cultura solo un peso, non avendo sempre competenze per capire che si tratta invece di un comparto che, pur non essendo redditizio nell’immediato, può essere una grande risorsa che può e deve contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna. Infatti nelle sfide che ci pone il mondo globalizzato è necessario che i cittadini siano istruiti e altamente qualificati. Poi è anche vero che un bene culturale può essere una risorsa economica. Pensiamo ad un museo o un sito archeologico, che se ben gestito può garantire anche nell’immediato entrate economiche (biglietti, book shop, etc.). Ma il vero risultato dell’investimento in cultura è quello secondario.

Cosa intendi esattamente per investimento secondario?

L’investimento secondario è quello che non si apprezza nell’immediato ma nel lungo periodo. E’ secondario solo in termini temporali, essendo in realtà il più importante fattore di crescita culturale. Pensiamo all’utilità sociale che esercitano le biblioteche dei piccoli comuni, spesso unica occasione per i ragazzi e gli anziani di restare in contatto con una cultura “alta”, che non sia quella banale della TV o dei media più diffusi, capace di sottrarli alla facile manipolazione che può arrivare attraverso questi vettori. Ma pensiamo anche all’utilità degli archivi. Una corretta gestione degli archivi degli enti pubblici porta ad uno snellimento dei tempi della burocrazia e ad una razionalizzazione degli spazi, e quindi ad un minor costo in affitti di locali destinati a deposito.

In Sardegna si registra un alto numero di comuni con almeno un museo e al contempo un’offerta museale episodica e insufficiente. Come si può ovviare a questa apparente contraddizione?

Dobbiamo stare attenti all’investimento mirato, puntando alla creazione di un sistema; è inutile continuare a finanziare le singole iniziative senza una programmazione complessiva e investimenti significativi e protratti nel tempo. Andrebbe ripresa e rivista la Legge Regionale n. 14 del 2006, curando l’applicazione di quanto previsto, e se necessario potenziando le attività esercitate dall’Osservatorio regionale per  i musei. Deve essere creato un percorso che porti ad affermare anche in Sardegna modelli gestionali unitari e coordinati, per garantire stabilità al sistema e potenziare gli attuali presidi culturali. Si deve al contempo garantire la presenza di personale altamente qualificato e attuare una programmazione dell’offerta culturale complessiva.

Spesso la ragione d’essere dei beni culturali, e quindi il loro finanziamento, viene strettamente agganciata allo sviluppo del turismo. A questo proposito si sente spesso parlare di beni culturali come “petrolio della nazione”. Non ti sembra che una simile concezione economicistica della cultura possa finire per penalizzare proprio beni culturali, come gli archivi storici, che per loro natura sono poco visibili, privi di valori estetici, di non immediata fruibilità e quindi poco adatti ad attrarre turisti e visitatori occasionali?

Sono d’accordo! Ben vengano gli investimenti che servono a garantire la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali a fini turistici, ma non si può pensare che l’investimento in cultura che non offre un ricavo immediato sia inutile o, peggio, uno spreco di risorse pubbliche. Ragionando in questo modo, si dovrebbe allora fare lo stesso discorso sugli investimenti nell’istruzione, nella sanità e nel sociale che non portano un utile economico! Ammesso che il discorso “del petrolio della nazione” possa essere applicabile a quei beni culturali che possono apparire come immediatamente redditizi (pensiamo ad esempio alle opportunità per il turismo che potrebbero derivare dalla valorizzazione ottimale del museo archeologico di Cagliari), non si deve tuttavia commettere l’errore di limitare gli investimenti solo a questi. Si comprometterebbero beni culturali meno visibili e conosciuti che hanno comunque un altissimo valore, come appunto gli archivi storici.

A questo punto non posso non chiedertelo. Perché vale la pena investire sugli archivi storici?

Gli archivi custodiscono la memoria della collettività e quindi rappresentano un irrinunciabile bene identitario. Spesso sono messi a rischio dalla miopia di amministratori che, non vedendo in essi un immediato ritorno economico o di immagine, non investono sulla loro gestione, se non addirittura sulla loro salvaguardia. Noi vogliamo vivere in una Sardegna migliore, e una Sardegna migliore ha bisogno di confrontarsi con la sua identità, il suo passato, le sue tradizioni. Non abbiamo il patrimonio architettonico e artistico di altre regioni d’Italia, ma ci  permettiamo di non investire nella tutela e nella valorizzazione di ciò che invece abbiamo. E’ ora di invertire questa tendenza. E noi vogliamo farlo.

Sandra Mereu

Oggi non sappiamo che fare, lanciamo una petizione!

Monserratoteca

Monserratoteca, sala di lettura

Se volete avere un’idea del livello di inconsapevolezza unito ad un alto grado di strumentalizzazione che sta alla base di certe polemiche che si sollevano a Sestu attraverso i social network, andatevi a vedere le pagine di facebook. L’ultima grande battaglia nata sul web riguarda niente meno che i libri e le biblioteche. Partendo da una presunta inadempienza del comune di Monserrato, denunciata da un consigliere comunale dell’opposizione appartenente ai riformatori sardi di quel comune (vedere anche Unione Sarda, 11/10/2013), ha preso corpo, da parte di alcuni cittadini sestesi, la proposta di una petizione pubblica per portare a Sestu il fondo Thermes.

Non può che essere uno scherzo, mi sono detta appena ho letto simili astrusità e i commenti di contorno. Una boutade di inizio autunno lanciata tanto per tenere vivo il chiacchiericcio. Ma poi ho pensato che non necessariamente era così. La superficialità, infatti, è diventata la cifra del dibattito nazionale. E dunque neanche Sestu può esserne immune.

Monserratoteca 2

Monserratoteca, vetrata sul cortile

L’ultima crociata, dicevo, riguarda un fondo librario donato 3 anni fa dalla scrittrice Cenza Thermes alla Biblioteca di Monserrato. La donazione è stata acquisita dal comune di Monserrato ed è entrata perciò a far parte del patrimonio dei beni di questo comune. Nonostante ciò qualcuno qui a Sestu pensa di potersene appropriare e come se niente fosse di poterlo assegnare alla nostra biblioteca comunale. La pretesa poggia sul fatto che dopo 3 anni il fondo librario in questione è ancora inscatolato: non è stato dunque né catalogato né sistemato negli scaffali della biblioteca. Peraltro si troverebbe ora in locali non idonei. Questa situazione ha fatto gridare allo scandalo la consigliera comunale monserratina dell’opposizione e, opportunamente veicolata, a casa nostra ha dato vita alla singolare proposta di cui sopra.

Anche ammesso che il comune di Monserrato possa e soprattutto voglia disfarsi di un dono che – per ragioni che non conosciamo, ma che è facile intuire – non è stato finora in grado di rendere fruibile e valorizzare al meglio, si resta basiti di fronte al fatto che ci si possa lanciare in petizioni di qualsivoglia genere senza porsi minimamente il problema di sapere prima come stanno realmente le cose e soprattutto di cosa si sta parlando.

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Monserratoteca, scaffali aperti

La biblioteca di Monserrato, la “Monserratoteca”, è ospitata in una moderna e funzionale struttura, un tempo adibita a scuola, che oltre dieci anni fa è stata sapientemente ristrutturata, ampliata e arredata tanto che oggi è considerata una delle migliori biblioteche della provincia di Cagliari. Ho avuto il piacere di fare il mio tirocinio di master in questa biblioteca e conosco il livello di professionalità delle persone che ci lavorano. Nulla autorizza a pensare che se non esistessero ostacoli oggettivi alla sistemazione di quel fondo librario – che si sa essere costituito anche da libri rari e di pregio – lo stesso non sarebbe già stato sistemato e messo a disposizione del pubblico. E men che meno nulla autorizza a pensare che a Sestu, in uno stabile notoriamente inadeguato a contenere la biblioteca, con il suo vasto patrimonio librario e i tanti servizi che offre, non esistano analoghe difficoltà.

Aggiungo che prima di fare simili proposte con annesso corollario di commenti, si dovrebbe anche sapere che le biblioteche comunali non sono biblioteche di conservazione (che pure esistono) ma biblioteche di pubblica lettura. Ciò significa che il loro compito principale non è quello di conservare tutto ciò che negli anni acquistano e acquisiscono ma – come consiglia una vasta e moderna letteratura al riguardo –  quello di garantire agli utenti un’offerta libraria varia, accattivante, brillante, aggiornata, sempre rinnovata, di facile consultazione e lettura. Pertanto, poiché gli spazi a disposizione non sono illimitati,  lo scarto librario non solo non è un vulnus ma è anzi necessario ed imprescindibile a questo fine. E a guidarlo non sono certo motivi sentimentali ma ben precisi criteri biblioteconomici. E dunque spetta al bibliotecario valutare cosa scartare e a monte quali donazioni accettare.

 Sandra Mereu

Il culto di san Gemiliano martire e i “gozos” del manoscritto di Sinnai

Gozos_San Gemiliano2Il culto tributato a San Gemiliano a Sestu ha la sua più antica testimonianza nella chiesa rurale risalente al XIII secolo. Accanto al monumento di pietra, a raccontare la lunga e mai sopita venerazione di questo santo da parte dei sestesi, concorrono le testimonianze iconografiche, gli ex voto e i gòccius. Tra questi ultimi piace qui segnalare, in occasione della festività che si rinnova la prima domenica di settembre, due gòccius (o gozos in castigliano) contenuti all’interno di un manoscritto settecentesco conservato presso la Biblioteca comunale di Sinnai.

Questo codice è stato segnalato per la prima volta in Manoscritti e Lingua sarda (Regione Autonoma della Sardegna 2003), una pubblicazione scaturita da un progetto regionale finalizzato al Censimento dei manoscritti e dei libri rari conservati nelle biblioteche della Sardegna. In seguito il manoscritto è stato analizzato sotto vari aspetti e recentemente ne è stata pubblicata un’edizione critica, curata da Giovanni Serreli e Maurizio Virdis (Gozos. Componimenti religiosi raccolti nel XVIII secolo da Francesco Maria Marras. Trascrizione critica e studi, Cagliari 2011). Il volume (scaricabile in formato pdf dal sito del comune di Sinnai) contiene la trascrizione dei componimenti e i saggi di qualificati studiosi che li inquadrano nel contesto storico-istituzionale dell’epoca e li commentano dal punto di vista letterario, religioso, linguistico, codicologico e paleografico.

I gòccius / gozoz, come è noto, sono canti religiosi popolari che lodano il Signore, la Vergine o i santi. Generalmente venivano intonati durante le celebrazioni solenni e le processioni ma spesso venivano cantati anche alla fine della messa. Ci sono pervenuti per tradizione orale tramite i catalani, dunque a partire dalla conquista dell’isola da parte di questi ultimi (1323-1326). La tradizione manoscritta e a stampa è invece più tarda, ascrivibile ai secoli XVII-XVIII. Gli elementi degni di interesse riconosciuti a questo manoscritto sono diversi e tra questi emergono quelli di natura linguistica. La raccolta di gozos in esso contenuta è infatti una fotografia del plurilinguismo esistente nell’isola alla fine del XVIII secolo, dato dalla convivenza di catalano, sardo e italiano. Ma nondimeno esso – fa notare Olivetta Schena nel suo contributo in Gozoz cit., pp. 93-104 – registrando un vasto ventaglio di culti “attesta la sedimentazione degli stessi in un ampio arco cronologico, dal tardo antico alla fine del XVIII secolo e pertanto rispecchia le vicende che nel corso dei secoli videro alternarsi sul suolo della nostra isola popoli diversi per storia, cultura, religione: dai romani ai bizantini, dai catalano-aragonesi agli spagnoli”.

Gozoz_San Gemiliano

Componimento dedicato a San Gemiliano (n. 139 del ms, pg. 295)

In questa raccolta di gozos, all’interno dei culti di antica tradizione non mancano ovviamente i santi sardi, e accanto ai martiri Antioco, Gavino, Lussorio, Bardilio, Saturnino, Sisinnio, è presente anche Gemiliano. Questi santi – scrive Mauro Badas in Gozos cit., pp. 159-172  –  sono per la maggior parte avvolti nella leggenda, in assenza di documentazione sicura e attendibile sulla loro vita. Secondo Antonio Francesco Spada¹, Gemiliano sarebbe da identificare con Emilio, patrono di Bosa associato a Priamo. Emilio e Gemiliano hanno in comune il fatto di essere considerati dalla tradizione agiografica martiri e vescovi (della diocesi di Bosa il primo, di quella cagliaritana il secondo).

La leggenda di un san Gemiliano, secondo vescovo di Cagliari, martirizzato presso Sestu, sarebbe dunque assolutamente infondata. Questa fiorì – scrive Antonio Francesco Spada – in seguito al ritrovamento nel 1620 di alcuni resti umani e di un’iscrizione che riportava il nome di Aemilianus. L’iscrizione fu più tardi bollata dal Mommsen come falsa: una valutazione che sinora nessun’altro studioso ha mai smentito. La maggior parte dei Martirologi storici concorda invece sul martirio nell’isola di Emilio insieme al soldato Priamo. Incerta è però l’epoca della sua morte. A questo proposito Spada respinge la convinzione del Bonfant secondo cui Emilio sia un protomartire sardo, ucciso sotto Nerone (I sec. d. C.).

Più verosimilmente il martirio è avvenuto in un’epoca successiva al III secolo d. C., quando la Chiesa era già ben impiantata nell’isola. Nemmeno esistono testimonianze sull’esistenza della sede vescovile di Bosa nel primo Millennio di storia della Chiesa. L’attribuzione del titolo di vescovo a Emilio martire (e quindi a Gemiliano) potrebbe spiegarsi con il saldarsi in una stessa figura di due tradizioni diverse e successive. Stando a quanto scrive Sofia Boesch Gajano², nei primi secoli della Chiesa il temine sanctus, come attestano alcuni testi epigrafici, veniva usato “per indicare i martiri e più propriamente i corpi dei martiri presso i quali si desiderava essere sepolti come garanzia di benefici per l’anima; nel V e VI secolo il titolo di santo diventa appannaggio dei vescovi, per giungere infine all’accezione di titolo riservato a coloro cui la Chiesa rende un culto pubblico”.

La forza dei martiri. Il manoscritto di Sinnai registra la persistenza degli antichi culti dei martiri sardi accanto a quelli, divenuti prevalenti, introdotti nell’isola alla fine del Cinquecento dagli spagnoli in ossequio ai dettami e ai principi della Controriforma. Sotto questo aspetto il codice conferma la grande vitalità e produttività del modello martiriale nel corso di tutta la bimillenaria storia della Chiesa. Ai vecchi martiri, il cui culto è stato rivitalizzato e riattualizzato in corrispondenza di specifiche congiunture politiche, se ne sono aggiunti nel tempo numerosi altri. Questo si spiega – scrive Sofia Boesch Gajano – con il fatto che l’esperienza del martirio, la morte subita testimoniando la propria fede, risponde a un vero e proprio modello antropologico. Il culto dei martiri si ritrova infatti anche in altre religioni (compresa quella protestante che della critica ai santi aveva fatto uno dei motivi fondanti della polemica contro il cattolicesimo), così come nell’ambito di comunità politiche.

Gozos_San Gemiliano 1b

Componimento dedicato a San Gemiliano (n. 139 del ms, pg. 298)

I gozos dedicati a san Gemiliano. All’interno di questa raccolta sono due i componimenti dedicati al santo venerato a Sestu. Sono scritti in castigliano e contengono tutti gli elementi tipici dei gozos. Di san Gemiliano, chiamato Emillo calaritano nel componimento n. 139 (numerazione del ms.), vengono dette e lodate le virtù, le sue azioni mirabili e i miracoli. I gozos sono per questo definiti da Maurizio Virdis (Gozoz cit., pp. 105-124) “un’agiografia in miniatura”. L’evocazione degli aspetti salienti della vita del santo servono a “innescare, oppure a ribadire e rafforzare nel fedele la conoscenza del Santo” per proporlo come modello da imitare oltre che ammirare. A conclusione della narrazione si inserisce l’elemento che per Maurizio Virdis è fondamentale per comprendere e valutare questo genere di poesia devozionale: l’invocazione finale al santo perché aiuti e protegga i suoi devoti.

Sandra Mereu

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¹ Antonio Francesco Spada, Storia della Sardegna cristiana e dei suoi santi. Il primo millennio, S’Alvure, Oristano 1994.

² Sofia Boesch Gajano, La Santità, Laterza, Roma-Bari 1999.

Incontro con la poesia

La Biblioteca comunale di Sestu

con la collaborazione della Consulta Giovanile

invita a partecipare a:Incontro con la poesia 2

Mercoledì 10 luglio alle ore 18  

Centro di Aggregazione sociale – Vico I Pacinotti, Sestu

Saranno presenti gli autori:

Angela Teresa Corronca, Daniela Pia, Anna Pistuddi, Giorgio Valdes

Presenteranno e leggeranno le poesie insieme agli autori:

Katia Debora Melis, Silvia Serafi, Massimo Steri

GOZOS

GozosSINNAI – SABATO 20 APRILE 2013, ore 17,00, Biblioteca comunale. Presentazione del libro “Gozos. Componimenti religiosi raccolti nel XVIII sec. da Francesco Maria Marras”. Trascrizione critica e studi a cura di Giovanni Serreli e Maurizio Virdis.

Intervengono: Maria Eugenia Cadeddu, Istituto per il lessico intellettuale Europeo e Storia delle Idee, CNR; Duilio Caocci, Università di Cagliari; Marco Lutzu, Sapienza Università di Roma e Conservatorio G.P. da Palestrina di Cagliari.

Coordina: Francesco Casu, regista multimediale

Saranno presenti: il direttore dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del CNR, i curatori e gli autori del volume.

Le biblioteche e i ragazzi venuti da lontano

La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontanoMolti avevano sperato che con un nuovo governo finalmente i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia avrebbero ottenuto la cittadinanza. Le forze politiche che sostengono la necessità si modificare la legislazione vigente sono però una minoranza. Non vogliono una riforma i partiti di destra, non la vuole il movimento di Beppe Grillo che ha giudicato lo ius soli (principio sulla base del quale si diventa cittadini del paese dove si nasce) un’idea che serve solo a “distrarre gli italiani dai problemi reali”, frutto dei sentimenti “buonisti” della sinistra.

Queste posizioni denunciano chiaramente come in Italia prevalga e venga incoraggiata una mentalità chiusa, respingente e per certi versi arcaica. Concedere la cittadinanza agli stranieri, ai bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, parlano italiano (e spesso anche i nostri dialetti), conoscono la nostra storia e la nostra cultura, e i cui genitori pagano le tasse nel nostro paese, è prima di tutto una questione di civiltà.

I minori, figli di stranieri in Italia sono circa 750.000, di oltre centonovanta nazionalità diverse, un decimo dell’intera popolazione minorile. I nuovi nati in Italia rappresentano il 12,6 % del totale delle nascite. Accogliere i figli degli immigrati, favorire la loro integrazione e una buona convivenza con gli italiani d’origine significa anche scommettere sul nostro futuro. Soprattutto in Sardegna dove, secondo una recente stima dell’Università di Sassari, entro il 2050, si perderà 1/3 della popolazione attuale.

La vigente legislazione sulla cittadinanza, basata sullo ius sangunis (si diventa automaticamente cittadini solo se si discende da italiani), appare oggi ingiustificata e contraddittoria rispetto al nostro passato di popolo di migranti. Poteva infatti avere un senso fintanto che permetteva agli emigrati italiani di tenere un legame con la propria nazione d’origine, con la terra da cui a malincuore, in tempi non tanto lontani, erano dovuti andare via alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli o semplicemente per sfuggire a un destino di povertà e miseria. Ma non più oggi che da terra di migranti siamo diventati un paese verso cui si emigra. Ogni anno, per le stesse motivazioni che spingevano i migranti italiani del passato a partire, arrivano in Italia romeni, marocchini, senegalesi, albanesi, cinesi.

Conoscere la nostra storia di migranti può aiutare a vedere la realtà sotto una diversa prospettiva e a fare scelte non solo meno egoistiche ma anche più intelligenti. Questa storia la si può raccontare in vari modi e da molte angolature. Cecilia Cognigni in un saggio, pubblicato da Editrice Bibliografica (2012), lo ha fatto dal punto di vista dei libri e delle biblioteche. Attraverso questo libro, intitolato “La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontano”, l’autrice spiega a una giovane diciassettenne nata in Italia da genitori stranieri, quindi non in possesso della cittadinanza italiana, le opportunità che le biblioteche pubbliche offrono ai giovani stranieri e l’importante ruolo che svolgono nel favorire la multiculturalità.

Contemporaneamente, Cecilia Cognigni ci ricorda quanta sofferenza, solitudine e nostalgia patirono i nostri avi che emigravano nelle Americhe e come le biblioteche pubbliche delle nazioni ospitanti svolsero un ruolo molto importante nel farli sentire meno soli, offrendo corsi di lingua, libri e giornali anche nelle lingue madri dei paesi di provenienza. E così facendo favorivano l’integrazione degli italiani e degli altri migranti nella società.

Anche gli stranieri che arrivano oggi in Italia hanno necessità di imparare la nostra lingua, ma allo stesso tempo sentono il bisogno di poter continuare a parlare e leggere nella propria lingua “madre”, la lingua con cui hanno imparato ad esprimere i loro sentimenti e le loro emozioni più profonde. “Poter leggere nella propria lingua i propri autori, i libri classici del paese di provenienza – spiega la Cognigni – aiuta a sentirsi a casa propria”.

Le biblioteche pubbliche sono le istituzioni più adatte a rispondere a questa esigenza. Da sempre infatti sono il luogo della multiculturalità per eccellenza. Per loro stessa funzione – fa notare l’autrice – le biblioteche ambiscono a raccogliere testi e documenti di paesi, culture e lingue diverse. La biblioteca di Alessandria è l’esempio più famoso. Inoltre la biblioteca pubblica – come è scritto nel Manifesto dell’Unesco del 1995 – è aperta a tutti e offre gratuitamente pari opportunità di accesso, senza distinzioni di età, sesso, lingua, religione o condizione sociale. Anche chi non ha sufficienti risorse economiche dunque può “prendere in prestito un libro, leggere un giornale, navigare in Internet da un PC, fare una ricerca, consultare un antico manoscritto, vedere un film, ascoltare musica, partecipare a un incontro, frequentare un corso di lingua italiana, di lingua inglese o di computer”.

Così come in America nell’Ottocento, anche in Europa oggi esistono molte biblioteche pubbliche multilingue che accompagnano il processo di integrazione degli immigrati. Per l’Italia l’autrice si sofferma in modo particolare sulla biblioteca comunale “Lazzerini” di Prato, dove risiede la comunità cinese più grande d’Europa. Questa biblioteca “da molti anni mette a disposizione della cittadinanza un ricco catalogo di libri in lingua cinese e oggi costituisce un punto di riferimento in Italia”. Inoltre ha istituito gli scaffali multilingue circolanti, raccolte di libri e altri materiali in più lingue che vengono messi a disposizione di altre biblioteche, ma anche di scuole e associazioni del territorio regionale. A Torino invece, come avveniva a New York, Boston, Cleveland, dove gli immigrati italiani imparavano l’inglese, si tengono corsi di italiano per stranieri, spesso collegati a corsi di cittadinanza.

Ci sono inoltre molti altri modi attraverso i quali le biblioteche aiutano il processo di integrazione degli immigrati. In biblioteca – ci dice l’autrice – si fa controinformazione rispetto ai tanti luoghi comuni che circolano sul conto dei migranti extracomunitari, non molto diversi da quelli che un tempo circolavano sugli italiani che emigravano in America o in Australia.

Ma soprattutto in biblioteca ci sono i libri, che favoriscono la conoscenza reciproca e l’accettazione del pluralismo culturale. Si trovano storie che raccontano di mondi, lingue e culture diverse, ma anche di personaggi che rivelano molti punti in comune tra popoli diversi. Così può capitare di scoprire che il Giufà, lo sciocco delle fiabe arabe, è il “fratello gemello” del nostro Basuccu. E a rendere possibile questa condivisione sono state proprio le migrazioni degli uomini che trasferendo elementi della loro cultura dall’oriente in occidente, e viceversa, hanno contribuito a migliorare, trasformandole, le civiltà. In biblioteca poi – ci segnala Cecilia Cognigni – tutti possono leggere romanzi come quello di Paolo Capriolo Io come te. Una storia dove si impara che “per comprendere fino in fondo cosa significa essere straniero e clandestino” bisogna mettersi nei panni degli altri.

Sandra Mereu

“Italia reloaded. Ripartire con la cultura” di Christian Caliandro e Pierluigi Sacco (Collana Il Mulino contemporanea)

italia-reloadedIl libro di Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco ha la forza di un pamphlet corrosivo. È breve e sintetico, ma ricco di riflessioni critiche, di relative proposte e un imponente apparato di note e riferimenti bibliografici di grande utilità, attorno al dibattuto tema della Cultura in Italia e di come farla ripartire.

La “pars destruens” del libro è tutta nei primi due capitoli, già dai titoli assai significativi, il primo “Zombie  culturali. L’Italia dei Morti viventi”; il secondo, quello centrale e più importante, “Il petrolio dell’Italia: il patrimonio  culturale italiano e le sue rendite “.

E’ noto come Bacone, nel suo Novum Organum (1620), intenda nella costruzione del suo metodo per “pars destruens” quella della distruzione degli “idola”,  cioè di quegli errori della mente umana, ad essa connaturati, che lui chiama “volantes fantasiae”, e che per semplificare potremmo definire “convinzioni”, “pregiudizi”, che limitano la conoscenza oggettiva della realtà. L’Italia dei morti viventi è la risultanza appunto di un pregiudizio diffuso, la convinzione che rinchiudere i beni culturali e le opere d’arte del passato in uno scrigno tomba, senza metterli in relazione viva col presente, ne garantisca la  corretta fruizione culturale e la salvaguardia.

La nostalgica retorica del “come eravamo” finisce per diventare un alibi alla rimozione della memoria del proprio passato, e alle responsabilità del fare nel presente, che richiederebbe una adeguata politica di investimenti statali e conseguenti risorse. Non è un caso che negli ultimi 5 anni l’entità dell’ intervento statale nella cultura è diminuita del 30 per cento, e l’Italia destina alla cultura lo 0,21 per cento del Pil, a fronte di una media europea dell’ 1,4%. Tale rimozione, a detta degli autori, riguarda anche un passato più recente, quello degli anni ’70, bollati come anni di piombo, rimossi di tutte quelle istanze innovative di cui pure furono portatori.

Un’altra fantasia, strettamente connessa alla precedente, come idolo da combattere, è quella legata all’idea (cap. II) che il patrimonio culturale italiano sia “il petrolio” dell’Italia. Su questa parola d’ordine gli  italiani, ai vari livelli di responsabilità pubblica, si sono esercitati negli ultimi anni in quei fenomeni di retorica parolaia, diventati una vera e propria moda: la convegnistica culturale, con la buffa e ripetitiva passerella di politici, portaborse, intellettuali più o meno esperti che disquisiscono del “valore economico” della cultura e dell’importanza di essa per lo sviluppo del Paese; oppure dei salvifici Piani Strategici per la cultura, elenco di buone intenzioni mai realizzate; oppure ancora il ripetuto refrain dell’Italia che deterrebbe dal 50 al 75% del patrimonio culturale mondiale, e la più alta concentrazione di siti Unesco, peraltro analoga a quella di altri paesi quali Francia, Germania, Spagna o Cina.

Ora se il petrolio è una merce che non richiede tutto sommato grandi investimenti, la cultura, che merce non è, ne richiede moltissimi e con ritorni di lungo periodo.

Una visione petrolifera della cultura vive di rendita e si accontenta  della paccottiglia in vendita nelle tante città d’arte italiane, come nei siti d’interesse culturale, ormai vere e proprie Disneyland per turisti distratti. Una visione non mercantile ma lungimirante della cultura, prepara percorsi,  mette le valenze culturali in relazione col territorio, per attrarre turisti attenti e intelligenti, elabora progetti, investe risorse, e non fa chiudere archivi, non riduce i fondi alle biblioteche, combatte il precariato culturale, non fa fuggire i propri ricercatori all’estero.

La “pars costruens” del libro (cap.III) contiene i suggerimenti per ripartire con la cultura: nessuna visione economicistica, innovazione, creatività, divergenza, rapporto dialettico e non mortuario col proprio passato, valorizzazione delle competenze, superamento della logica del grande evento e dell’audience, atteggiamento proattivo, per anticipare i bisogni, cogliere le tendenze in atto, piena consapevolezza della centralità della cultura verso una nuova e più moderna identità.

Tonino Sitzia

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

 

Il nuovo sito “Sardegna Biblioteche”

Biblioteca regionale

E’ online il nuovo sito SardegnaBiblioteche, il portale istituzionale dedicato alle biblioteche che operano sul territorio regionale e ai servizi bibliotecari, alle attività legate al mondo del libro e della lettura, nonché alle linee di attività sostenute e portate avanti dal Servizio beni librari, biblioteca e archivio storico regionali. 

Tra le novità a disposizione segnaliamo: 

– la ricerca e localizzazione delle singole strutture tramite la combinazione di più chiavi di ricerca o sulla mappa territoriale suddivisa per province;
– la possibilità di effettuare ricerche mirate sugli eventi di promozione del libro e della lettura e sulle notizie attraverso un canale dedicato e un apposito calendario;
– la ricerca su tutti i cataloghi regionali e su una selezione di cataloghi on-line nazionali ed esteri;
– la sezione dedicata agli strumenti di lavoro per professionisti e operatori del settore, con una selezione della normativa di riferimento e dei principali documenti di lavoro sulle tematiche professionali e una vetrina delle attività di formazione organizzate nel territorio regionale;
– le notizie e gli approfondimenti sulle attività del Servizio beni librari, biblioteca e archivio storico regionali.

Proposte, suggerimenti, segnalazioni di eventi o notizie sul mondo del libro e della lettura o richieste di informazioni potranno essere inviate al seguente indirizzo e-mail:
sardegnabiblioteche@regione.sardegna.it

Fonte: Sardegna Biblioteche_ Online il nuovo portale

Cari amministratori, non dimenticate la lezione dei padri costituenti

Tagliare i fondi per la cultura e l’istruzione è stata una delle scelte più praticate nell’Italia negli ultimi anni. Governi e amministrazioni locali per mantenere in pareggio i bilanci, in un contesto di forte debito pubblico, politiche di austerità e crisi economica, non hanno esitato a ridurre drasticamente le spese destinate a questo fine. Una scelta che generalmente viene giustificata sulla base di una gerarchia di priorità che considera gli investimenti in cultura meno urgenti di quelli rivolti alla soddisfazione di bisogni contingenti più concreti. In tempi in cui le persone perdono il lavoro, i giovani non hanno prospettive di averne uno e in generale le famiglie diventano sempre più povere sembra quasi scontato agire in questo modo. Benigni_La più bella del mondoEppure non è affatto così. Ce lo ha ricordato Benigni qualche settimana fa nel suo esemplare commento alla “piu bella del mondo”, cioè alla nostra Costituzione. In un momento storico in cui l’Italia era appena uscita da una rovinosa guerra, la maggioranza della popolazione versava in condizioni di estrema miseria e il pane scarseggiava tanto da essere venduto a prezzo politico, i padri costituenti ebbero la capacità di guardare lontano, inserendo tra i principi fondamentali della carta costituzionale la tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione e del paesaggio (art. 9). Questi sapevano – ha spiegato Benigni  con una efficace metafora – che “è meglio un popolo con un po’ di fame ma ben vestito piuttosto che uno sazio ma tutto unto e con tutto devastato intorno”. E quelle poche lire che avevano a disposizione le investirono a questo fine. Allo stesso tempo stabilirono il principio dell’assoluta parità tra i bisogni materiali e spirituali della società (art. 3).

Calandoci nella realtà del nostro paese, Sestu, dove l’amministrazione non meno di quelle di altri comuni fatica a far quadrare i conti senza operare tagli ai vari capitoli del bilancio, va riconosciuto che molti sforzi si stanno facendo per tentare di opporsi al rischio della desertificazione culturale, una prospettiva che la crisi economica sta rendendo sempre più reale. I cittadini infatti possono ancora fruire gratuitamente, in diversi momenti dell’anno, di musica di qualità e occasioni di svago e intrattenimento all’insegna della cultura. Molto apprezzati e partecipati dalla popolazione sono stati, ad esempio, gli appuntamenti di “Natale Insieme” che si sono svolti nel mese di dicembre appena trascorso. Non va però dimenticato che gli investimenti in cultura per poter essere produttivi e duraturi nel lungo periodo non possono limitarsi a singoli eventi e sporadici spettacoli. Perché ci sia una effettiva crescita culturale della popolazione occorre investire sulle infrastrutture della conoscenza. Per questo Scuola e Biblioteca devono godere, oggi più che mai, della massima attenzione da parte dell’amministrazione comunale. E a questo proposito c’è da augurarsi che si realizzi quanto prima il progetto per il trasferimento della Biblioteca comunale in locali più ampi e adatti allo svolgimento delle attività ad essa connesse.

Biblioteca comunale di SestuI dati più recenti indicano che in Italia è in atto una forte rivalutazione delle biblioteche di pubblica lettura (vedi Repubblica, La rivincita delle piccole biblioteche, 27/12/2012), mentre calano le vendite nelle librerie. In linea con la tendenza nazionale, nella biblioteca comunale di Sestu nell’ultimo anno sono aumentati prestiti e iscrizioni e le sale di studio sono sempre più affollate. Nel periodo novembre 2011-novembre 2012 i nuovi utenti sono cresciuti del 41,4% e parallelamente i prestiti sono aumentati del 17%, passando da 17.100 a quasi 20.000. Nondimeno è aumentata la partecipazione alle attività laboratoriali e di promozione alla lettura rivolte a bambini e adulti, tanto che regolarmente le richieste superano il numero massimo di iscrizioni previste. Degno di attenzione è anche il ritorno di vecchi utenti, ascrivibili alla classe media e di età varia, che non si vedevano da molti anni. Si sta registrando inoltre una discreta presenza di adolescenti, generalmente poco inclini in questa fase della loro vita, fatte salve alcune eccezioni, a frequentare la biblioteca. La crisi sta costringendo a tagliare le spese per l’acquisto dei libri e i lettori medi e forti ricorrono sempre di più ai servizi gratuiti delle biblioteche. E in questo contesto la biblioteca comunale di Sestu rivela e conferma il suo fondamentale ruolo di struttura del welfare, presidio irrinunciabile per frenare il declino culturale e spirituale della nostra comunità.

Una nuova Biblioteca a Sestu, dotata di ampi spazi per potenziare e conservare al meglio le raccolte librarie e multimediali (cd e dvd di musica e cinema) e insieme l’archivio storico comunale dove si conserva la memoria storica della comunità, è pertanto una priorità assoluta. Una biblioteca ampia e articolata in ambienti diversi permetterebbe l’erogazione di maggiori servizi e quindi la sua frequentazione da parte di fasce sempre più larghe di popolazione. Aumentando il numero dei frequentatori, peraltro, si abbasserebbe il costo medio unitario per utente e si renderebbe così il servizio più sostenibile ed efficace per l’intera collettività. Speriamo dunque che, nonostante le crescenti difficoltà economiche, i nostri amministratori continuino a tenere presente l’esempio dei padri costituenti e a compiere di conseguenza, nelle scelte che faranno, un’analogo sforzo di lungimiranza, evitando di prestare ascolto a chi dice che le biblioteche nell’era di google non servono più.

Sandra Mereu

La biblioteca regionale apre la “Sala Sardegna”

Mercoledì 19 dicembre, alle ore 11, sarà inaugurata e resa accessibile al pubblico la “Sala Sardegna” della Biblioteca regionale (viale Trieste 137, Cagliari) . A partire da domani dunque gli utenti avranno libero e diretto accesso ai circa 30.000 volumi che costituiscono questa sezione della Biblioteca regionale, riguardanti gli aspetti economici, sociali, artistici, ambientali e storico culturali della Sardegna. Per l’occasione sarà inoltre  inaugurata una mostra di cartoline etno-antropologiche selezionate dalla collezione di cartoline antiche in possesso della Biblioteca regionale. La mostra ha come tema l’abbigliamento tradizionale maschile e femminile dei paesi della Sardegna tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del ’900. A margine della mostra sarà possibile visionare il materiale audiovisivo recuperato nell’ambito del progetto “La tua memoria è la nostra storia” curato dalla Società Umanitaria. La mostra sarà visitabile sino al 28 febbraio 2013.

Mostra_Biblioteca Regionale

Fonte: Sardegna Biblioteche | Novità

“Carte di Natale 2012”

Domenica 16 dicembre, apertura straordinaria degli Archivi di Stato e delle Biblioteche pubbliche Statali.

La cultura è aperturaBiblioteche e Archivi si raccontano. Dalle 9.00 alle 20.00 visite guidate, esposizioni ed eventi per rendere davvero avvincente il viaggio nel cuore della cultura che ha fatto grande il nostro paese.

In provincia di Cagliari si segnalano i seguenti appuntamenti:

“Le nostre carte di Natale” presso la Biblioteca Universitaria di Cagliari (Via Università 32, Cagliari). Mostra bibliografica di materiale raro e di pregio della Biblioteca Universitaria di Cagliari sul tema del Natale. Aperta dal 16 dicembre al 5 gennaio.

“Archivi e Musica”  presso la Soprintendenza Archivistica per la Sardegna (via Marche 17, Cagliari). L’iniziativa si inquadra nell’ambito dell’attività di tutela e valorizzazione  degli archivi musicali del ‘900. Per l’occasione, avvalendosi della collaborazione dell’Ente Lirico e del Conservatorio di Cagliari, oltre che di diversi musicisti, la Soprintendenza Archivistica per la Sardegna organizza un evento così articolato:
illustrazione dell’attività dell’Istituto, comprensiva  dell’intervento di due giovani professionisti che attualmente collaborano con esso;
◊ illustrazione dei “tesori” della Biblioteca del Conservatorio;
◊ esposizione di immagini relative a spettacoli teatrali e di musica jazz ed esposizione di pubblicazioni di argomento musicale;
◊ esecuzione di  brani tratti dal repertorio classico.

Fonte:  sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, www.beniculturali.it 

“Caro sindaco, parliamo di biblioteche”

Oggi (13 ottobre 2012) a Napoli si svolge il BiblioPride, la prima giornata nazionale delle biblioteche promossa dall’AIB (Associazione Nazionale delle Biblioteche) per “ribadire l’importanza del sistema bibliotecario nazionale per la crescita culturale, economica e sociale del nostro Paese” e sensibilizzare al riguardo i cittadini e chi oggi, occupando posti di responsabilità, ha il potere di prendere decisioni. In occasione di questa giornata in tutta Italia sono in atto iniziative promosse da biblioteche pubbliche, associazioni culturali e mezzi di informazione, che in vario modo si occupano di libri e promozione della lettura, per rimarcare e divulgare il messaggio lanciato dal Biblio Pride. Su Sestu Reloaded lo facciamo con una recensione del libro di Antonella Agnoli “Caro sindaco, parliamo di Biblioteche”, curata da Tonino Sitzia, presidente di Equilibri, uno dei più attivi e vivaci circoli di lettori dell’area vasta di Cagliari.

La crisi della cultura in Italia è parte della più generale crisi economica e sociale del paese. I dati sono oggettivi ed allarmanti. Sul fronte scuola: nella classe di età tra i 20 e 24 anni solo il 6% dei giovani è laureato, il 64% è diplomato. Dunque il 30% (un giovane su tre) non arriva alla maturità, con percentuali più alte al Sud. Sul fronte letture: nonostante il proliferare di festival ed eventi letterari, non solo si conferma il dato strutturale dell’Italia come paese che legge poco, se si confronta con gli altri paesi dell’Unione, ma si assiste al calo dei così detti lettori forti, termine un po’ ambiguo per definire coloro i quali leggono almeno 12 libri all’anno (dati istat: nel 2011 mancano all’appello 723.000 di essi). Analfabetismo: è ancora molto alto, compreso quello di ritorno, tanto che Tullio De Mauro afferma che “Il 71% della popolazione si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà: il 5% non è neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33%  sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello”.

Non ci può essere rinascita economica senza rinascita culturale e i tagli alla cultura del governo Berlusconi e ora del governo Monti, non fanno bene all’Italia. Antonella Agnoli, una della massime autorità nel campo delle politiche delle biblioteche pubbliche in Italia, va oltre il piagnisteo consolatorio dei dati. Nel libro “Caro Sindaco, parliamo di biblioteche”, agile manuale pubblicato da Laterza nel 2011, individua nelle biblioteche uno dei presidi della nuova socialità, un pronto soccorso culturale fondamentale nel nuovo welfare che si dovrà affermare. Il modello è quello del public library di stampo anglosassone (in Danimarca le Living Library, a Helsinky la Information Gas Station, in Inghilterra gli Idea Store…, ma anche in Italia si avviano i primi esperimenti). Le biblioteche come luoghi non solo di conservazione dunque, ma, dice la Agnoli (Repubblica Cultura, 30 giugno 2012) dovranno evolversi in spazio civico “flessibile e neutrale dove si incontrano italiani ed immigrati, studenti e professori, casalinghe e pensionati, riceve tutti su basi di uguaglianza, e si rende utile a tutti, servizio universale che potrebbe reinventarsi fondendosi con altre istituzioni culturali in fondazioni che siano fuori dalle pastoie del pubblico impiego”. Per tale carattere di universalismo le biblioteche, sono più necessarie delle librerie, dei musei, dei festival. In questi luoghi si devono trovare le informazioni, si ampliano le occasioni di incontro, si organizzano esperimenti di partecipazione condivisi, si lavora per un processo culturale duraturo che nell’immediato affronti l’emergenza, aiutando i cittadini in situazioni di difficoltà (spesso semplicemente nel fare una domanda alla P.A…) e nel lungo periodo contribuisca a costruire una cittadinanza informata e competente.

L’invito agli amministratori è quello di non tagliare i bilanci delle biblioteche, al contrario di investire in esse, ripensarne il ruolo, valutare forme di organizzazione e finanziamenti diversi, migliorare la formazione del personale addetto in senso relazionale e progettuale, così che siano coscienti del loro ruolo sociale più che di “custodi” di beni culturali, valorizzare il ruolo del volontariato culturale. Nel prologo al suo libro la Agnoli consiglia la lettura, a noi e agli amministratori, di un romanzo di Ian Sansom (Edizioni TEA), Galeotto fu il libro. Nello scambio di battute tra due adolescenti e Israel Amstrong, il bibliotecario protagonista del romanzo, uno dei ragazzi afferma “Non sapevo che ne esistessero ancora di bibliotecari…pensavo che fossero finiti tutti con Google”. E Israel “lottiamo per sopravvivere”. “Dovresti pensare a riqualificarti, amico”, “Si – disse Israel – probabilmente lo farò”…

Sta a vedere, che molti politici e amministratori la pensano proprio come quel ragazzo, e che il senso comune che Google possa sostituire le biblioteche abbia convinto pure loro?

Tonino Sitzia

(Tratto dal sito di Equilibri, il circolo dei lettori di Elmas)