“Memorias de contus, cantus, resas”

MemoriasVenerdì 31 ottobre, nella sala del consiglio comunale si è svolta una interessante conferenza dal titolo “Memorias de contus, cantus, resas”. La organizzava l’Associazione folkloristica e culturale San Gemiliano, impegnata quest’anno in una serie di iniziative culturali per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua fondazione. Sighendi is festas de is cinquantannus, iniziate nella tarda primavera, e perseverando nell’impegno di coltivare e divulgare la cultura e le tradizioni della Sardegna, l’Associazione San Gemiliano ha dunque organizzato, nell’ultimo giorno di ottobre, un incontro dedicato alla poesia e al teatro popolare. Ne hanno parlato Gavino Maieli, Ottavio Congiu e Carlo Pillai.

Gavino Maieli

Gavino Maieli

Gavino Maieli, poeta di Siligo e medico di professione, già direttore di importanti riviste culturali sarde, ripercorrendo la storia del teatro ha ricordato che in Sardegna esiste una lunga e nutrita tradizione teatrale che si fa risalire al Seicento. Si contano circa 240 testi per lo più misconosciuti, sepolti nelle biblioteche e solo in parte studiati. Si tratta per lo più di opere riconducibili ad ambito ecclesiastico, scritte da religiosi per evangelizzare ed educare il popolo. Caratteristica di questa produzione letteraria è la varietà linguistica, specchio del plurilinguismo esistente in Sardegna nei secoli passati, talvolta utilizzata in funzione dei diversi registri stilistici. In sardo parlava il popolo, in castigliano e latino i maggiorenti.

Ottavio Congiu

Ottavio Congiu

In Sardegna, accanto a questo genere di rappresentazioni teatrali, esisteva e preesisteva anche una forma di teatro improprio, fatto esclusivamente di gesti, maschere e suoni primitivi ed elementari. Questo tipo di teatro, secondo Gavino Maieli, risalirebbe all’epoca nuragica ed è ancora oggi riconoscibile nelle rappresentazioni carnevalesche dei mamuthones di Mamoiada, nei thurpos di Orotelli, dei boes e merdules  di Ottana , nel giolzi di Bosa. Il teatro – ha precisato Maieli – è una forma d’arte che ha il compito di raccontare ciò che esplode dentro l’anima dell’autore o di una comunità. In questo senso le maschere arcaiche interpretano e rappresentano riti propiziatori e liberatori che valgono a cacciare il male, la carestia e le malattie. Queste antiche forme di teatro condividono con le sacre rappresentazioni di età moderna il carattere comunitario e lo spazio scenico della piazza. A conclusione dell’intervento di Gavino Maieli, l’attore e regista teatrale Ottavio Congiu, ha recitato un brano tratto da Sa passioni de nostru signori Gesu Cristu di Frate Antonio Maria da Esterzili, un testo in sardo campidanese del Seicento.

Carlo Pillai

Carlo Pillai

Carlo Pillai, riprendendo in un limpido sardo campidanese il discorso sull’origine del teatro sardo, ha confermato la sua fama di profondo conoscitore di storia e tradizioni locali. Già docente della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica dell’Archivio di Stato di Cagliari, quindi Sovrintendente archivistico della Sardegna, ha portato a sostegno di ogni sua considerazione documenti e fonti attendibili che ha interpretato con rigore alla luce di una personale e vastissima cultura storica e letteraria. Facendo sua la tesi esposta da Stanis Manca nell’articolo “Le gare poetiche in Sardegna” apparso nel 1909 sulla rivista La lettura, ha sostenuto che in Sardegna non è mai esistito un vero teatro popolare autoctono. Ciò in quanto la sua funzione era svolta dalle gare poetiche. In questo genere di poesia popolare si ritrovano tutti gli elementi tipici del teatro: parola, gesto e canto. I cantadores – ha fatto notare Pillai – si esibivano in formazioni composte anche da 7 elementi, interpretavano ruoli definiti, simili a quelli della commedia dell’arte, e si esprimevano attraverso un’accentuata gestualità che non di rado era sostenuta da una voce potente e armoniosa. Il tratto caratteristico e qualificante delle gare poetiche stava però nell’uso della parola. I versi elaborati, il linguaggio controllato, l’uso di allegorie e metafore lasciano intendere non solo la capacità dei poeti improvvisatori di adattarsi ai regimi politici di tutte le epoche ma l’origine stessa del genere. Secondo Carlo Pillai, nelle gare poetiche la difficoltà del verso, articolato in sterrina e cubertanza che si richiamanono attraverso un complesso sistema di rime, rimanda alla poesia trobadorica medievale. Con la poesia trobadorica condividono peraltro anche il carattere moraleggiante. La presenza di giullari e trombettieri alla corte dei giudici d’Arborea – ha concluso Pillai – lascia credere che, come accadeva in tutte le corti europee, essi fossero il veicolo attraverso i quali anche in Sardegna si diffondeva, si apprezzava e si formava il gusto per la poesia dei trovatori. Nondimeno sono noti i rapporti dei trovatori con le altre corti sarde e i loro rispettivi signori.

Non so se la scelta di far cadere questo appuntamento proprio nella sera in cui nelle vie del paese si aggiravano i fantasmini di Halloween fosse voluta. Certo questa coincidenza ha dato alla conferenza un significato particolare. Contraporsi a una festa importata dall’America che si è sovrapposta alla non meno antica e suggestiva tradizione nostrana legata alla memoria dei morti, con un incontro pubblico di approfondimento che riconosceva e restituiva dignità alla nostra cultura letteraria (scritta e orale), a me è apparso un modo adeguato per resistere all’accettazione acritica di modelli culturali esterni e alla contestuale perdita della nostra memoria culturale.

Il prossimo appuntamento della serie Sighendi is festas de is cinquantannus è previsto per venerdì 14 novembre. Ottavio Congiu reciterà la famosa Scomuniga de predi Antiogu arrettori de Masuddas, un testo satirico scritto da un autore anonimo intorno alla metà dell’Ottocento.

Sandra Mereu

“Chiesa e feste popolari in Sardegna” di Antonio Addis (Edes 2014)

Chiesa e feste popolari in Sardegna_A. AddisNei mesi scorsi, su questo blog, si è parlato approfonditamente di una gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930¹: una cantada che si è tramandata nella memoria popolare dei sestesi, oltre che per il suo valore artistico, anche per motivi di natura politica. Si dice infatti che is cantadoris, conclusa la disputa, vennero fermati e portati in caserma (Pinotto Mura). Ci si domanda oggi: per quale motivo ciò avvenne? Il testo non contiene infatti elementi tali da poter essere interpretati come una critica esplicita al potere politico. Sarebbe stato, questo, un motivo più che plausibile per un’azione di quel genere da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Come è noto, sotto il regime fascista, non era tollerata alcuna forma di contestazione e dissenso. Bastava una battuta irriverente o che potesse suonare come ingiuria verso il Duce e si veniva prontamente arrestati. Accadeva continuamente in quegli anni e accadde anche a Sestu. Nel maggio del 1940 il bracciante Giuseppe Spiga, classe 1910, fu arrestato per “frase oltraggiosa all’indirizzo del Duce” e assegnato al confino per 3 anni. Gli fu poi commutata la pena in ammonizione nel febbraio 1941 (L’antifascismo in Sardegna, a cura di M. Brigaglia, 2. ed. 2008).

Tornando alla gara poetica del 1930, è possibile che un testo che a noi oggi appare innocuo, ai fruitori dell’epoca, che possedevano le chiavi interpretative dei codici propri di quel genere poetico, potesse comunicare sotto metafora messaggi inequivocabili. Nel caso specifico il riferimento all’imperatore Diocleziano sarebbe servito al poeta improvvisatore Loddo per creare un’identificazione con il Duce e quindi per rivolgere a quest’ultimo indirettamente l’accusa di viltà. Una simile interpretazione del verso è verosimile ma allo stesso tempo opinabile. I classici, la Bibbia, personaggi storici del passato, costituivano il repertorio tipico delle cantate sarde. E’ facile immaginare che, su queste basi, qualunque immagine evocata dai poeti improvvisatori avrebbe potuto offrire, all’occorrenza, un pretesto per contestazioni e censure da parte delle autorità. L’interpretazione in un senso o in un altro dipendeva dunque dal contesto politico e sociale.

A prescindere da cosa accadde veramente a Sestu, in quel lontano 23 aprile del 1930 ai tre cantadoris, è certo che in quegli anni il clima nei confronti delle gare poetiche fosse tutt’altro che favorevole. Lo dimostra un recente libro di Antonio Addis, Chiesa e feste popolari in Sardegna – 1924-1945 (Edes 2014), che contiene un’indagine basata quasi esclusivamente su documenti inediti conservati in archivi ecclesiastici e su articoli pubblicati in giornali cattolici dell’epoca. Il libro offre dunque una ricostruzione di parte, come di parte è lo stesso autore, un sacerdote di Nulvi. Ma proprio per questo rappresenta sul tema una testimonianza inedita di estremo interesse.

Nel 1926 entrarono in vigore in tutta l’isola le leggi del Concilio Plenario Sardo. Tra gli obiettivi vi era quello di favorire il rinnovamento e l’aggiornamento dello stile di vita cristiano. L’assemblea dei vescovi sardi vedeva infatti nella religiosità popolare sarda il persistere di elementi paganeggianti, grumi di superstizione e forme di culto esteriore che nelle feste religiose avevano la loro più diretta manifestazione. Vennero pertanto adottate una serie di misure tese a riportare le feste religiose sotto il diretto e stretto controllo della Chiesa. Si trattava infatti di norme che limitavano fortemente l’autonomia dei comitati e individuavano nelle gare poetiche (art. 9) una delle forme della cultura popolare da colpire più duramente. Queste leggi rappresentavano il punto di approdo di un atteggiamento ostile verso le feste popolari che già negli anni precedenti aveva avuto modo di palesarsi attraverso i giornali cattolici. In ultima istanza i vescovi puntavano alla riduzione delle feste religiose e parallelamente all’imposizione di un programma esclusivamente religioso.

Per far accettare ai sardi il nuovo corso, improntato al rigorismo e all’autoritarismo, i vescovi ricorrevano al sempre attuale argomento della “sobrietà“, giustificato dalla necessità di porre un freno alle spese superflue e di “concorrere al risanamento della patria economia” stremata dalla guerra. Gli argomenti erano quelli tipici dei pauperisti di tutti i tempi: “Il fatto che mentre da un lato migliaia e migliaia di disoccupati (basta consultare le statistiche ufficiali) attendono ansiosamente che il lavoro ritorni, apportatore di benessere e di letizia – scriveva L’Ortobene nel novembre del 1931, dall’altro migliaia e migliaia di cittadini sembrano invasati dalla mania godereccia (siamo ancora nell’epoca delle feste, delle sagre, delle gite e dei balli)“. Si chiedeva cioè alla maggioranza dei sardi, che già conduceva una vita grama, di fatica e privazioni, di rinunciare anche a un po’ di evasione e svago, “alla possibilità – scrive Antonio Addis – di godere di qualche giornata ricreativa e spensierata, di trovare momenti di sollievo e di distrazione, di socializzare in allegria per interrompere di tanto in tanto la penosa situazione di solitudine e di sofferenza che accompagnava l’esistenza quotidiana“. Secondo questa logica, gli strati sociali più poveri devono farsi carico, con ulteriori sacrifici e rinunce, di crisi economiche non hanno certo provocato loro, mentre più in alto pochi privilegiati danzano, banchettano, bevono e ballano al riparo da contraccolpi e fiduciosi per il futuro.

 Le feste dei santi – riconosce Antonio Addis –  rappresentavano, a quei tempi, per le popolazioni sarde, soprattutto dei paesi, le rare e quasi uniche occasioni comunitarie di un diversivo. L’associazione del divertimento alle festività religiose non era in Sardegna una coincidenza casuale, e tantomeno un abbinamento forzato. Era, se vogliamo, da tempi assai remoti, il frutto di una connessione naturale, di un legame intoccabile, quasi sacro perché proveniente, anche se alterato, dall’originaria concezione cristiana di festa.” Nondimeno le gare poetiche, che costituivano l’attrattiva principale della festa, erano una tradizione molto radicata nel popolo. La gara era – scrive Addis – una “vera e, per molti del volgo illetterato, unica scuola popolare” e nel contempo “un intrattenimento completo, ricco anche di colpi di scena… Le masse si entusiasmavano, gustando l’erudizione dei cantori e la melodia del canto, la musicalità dei vocalizzi corali del contra, del mesu oghe e del basciu, che in sottofondo dettavano il ritmo e gli intervalli nella composizione dei versi, l’arte e la bellezza, il gioco e l’abilità dialettica“. A quei tempi la Chiesa sarda la pensava però in modo diametralmente opposto. In vari passaggi delle lettere dei vescovi sardi riportate nel libro, i poeti improvvisatori venivano considerati ignoranti e rozzi e le gare poetiche giudicate blasfeme, immorali e licenziose. Per questa ragione, dopo aver inutilmente tentato di disciplinarle, nel 1932 adottano l’estrema decisione di proibirle.

Non sempre e non dappertutto questo grave provvedimento – inviso all’opinione pubblica e avversato in vario modo – venne applicato. Ma le testimonianze contenute nel libro dimostrano con quanta determinazione la Chiesa sarda, prima e più fermamente del potere politico fascista, cercò di estirpare, per motivi legati alla morale religiosa, antiche e radicate forme della cultura popolare quali erano appunto le gare poetiche.

Sandra Mereu

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1. Vedi sull’argomento i contributi di Vittoriano Pili: “IL LIBRETTO RITROVATO”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – ANALISI DEL TESTO (1° GIRO)”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – ANALISI DEL TESTO (2° E 3°GIRO)”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – “COMMENTO AL 3° GIRO E DIALOGO SULLA “COBERTANTZA”.

 

Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso in merito alla “cobertantza”, ovvero al rapporto tra verità e poesia nella Cantada svoltasi a Sestu nell’aprile del 1930.

Nel mese di aprile a Sestu abbiamo festeggiato il santo Patrono, San Giorgio Martire e Cavaliere. Ma quest’anno non c’è stata la Cantada, ossia la Gara Poetica che una volta non poteva mancare nella celebrazione delle feste paesane. Come si può spiegare questa assenza? Forse la Cantada non è più di moda? La risposta, che ordinariamente viene data, a mio avviso un po’ banale, è che si tratta di “cosa incomprensibile, d’altri tempi!”. Con questa mentalità, che è in gran parte frutto dell’ignoranza, è caduto ogni interesse per questa forma di cultura. Che era popolare e che rappresentava una bella tradizione, nonché un inestimabile patrimonio. Le cose sono andate così, ed è inutile ora domandarsi su chi debba ricadere la colpa del decadimento, o meglio della scomparsa di questa manifestazione della cultura popolare tradizionale. Personalmente lo considero uno dei più gravi errori – purtroppo non il solo – commessi dalla nostra società. Un errore che si continua a commettere anche per altri aspetti del passato, senza comprendere quanto grande ed irreparabile sia la perdita per la nostra cultura.

gara_poetica_8In compenso è arrivata puntuale la pubblicazione del terzo articolo dell’amico Vittoriano Pili, dedicato alla Gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930 per la festa del Patrono San Giorgio. In questo articolo l’autore si sofferma a trattare il rapporto fra “POESIA E VERITA’ – IN COBERTANTZA”. Lo fa ricorrendo a un espediente molto simpatico e al tempo stesso intelligente: quello di trattare l’argomento discutendo con il suo vecchio amico e poeta Tomaso. Il dialogo riportato da Vittoriano ha suscitato in me una serie di riflessioni. In un articolo che è stato pubblicata in questo blog (“E alla fine “is cantadoris” vennero portati In caserma…”) ho ragionato intorno ad alcuni fatti che sarebbero seguiti all’esecuzione della celebre cantada. In particolare ho dato credito alla tesi della veridicità di quei fatti – di cui a Sestu esiste solo una tradizione orale – a partire dalla considerazione del contesto politico-sociale dell’epoca. Alle stesse conclusioni sono arrivato seguendo il filo dell’analisi poetica e filosofica, a partire dagli spunti offerti dal dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso. Con quest’ultimo sostanzialmente concordo. Nel pdf allegato, che vi invito a leggere, spiego perché. Clicca sul link: Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso“.

Pinotto Mura

E alla fine “is cantadoris” vennero portati in caserma…

Chiesa di San Giorgio - SestuHo letto con vero interesse gli articoli a firma del dottor Vittoriano Pili, apparsi in questo blog, relativi al libretto che riproduce la famosa Cantada tenuta a Sestu il 23 aprile 1930, in occasione della festa del santo Patrono san Giorgio Martire e Cavaliere. Vittoriano Pili, nel trattare l’argomento, dimostra di essere, oltreché profondo conoscitore e appassionato cultore della materia, persona dotta perché possiede la capacità di porgere le sue conoscenze con competenza e allo stesso tempo con semplicità e immediatezza anche a chi, come me, ne è completamente digiuno. Cun scannus e cadiras o banghitus, il primo articolo della serie, che ha evidentemente una funzione di introduzione, è particolarmente suggestivo. Qui Vittoriano Pili riesce a ricreare l’atmosfera che era propria e tipica di queste manifestazioni paesane, in cui l’allegria e la felicità si potevano cogliere nei volti di tutti i partecipanti, non foss’altro che per la straordinarietà e novità degli avvenimenti che erano sul punto di accadere. Era una giornata di festa e in quanto tale doveva presentarsi come diversa da tutte le altre, vissute nel grigiore e nella noia della vita quotidiana.

Altro aspetto che si può cogliere è dato dalla descrizione della partecipazione degli spettatori per seguire e godere dei pezzi di bravura di questo o di quel poeta estemporaneo, del quale già si conoscono le notevoli capacità per averne in passato avuto modo di apprezzarne personalmente il valore, o perché arrivava preceduto da una fama meritata. Ma ciò che emerge con vivezza dall’articolo è soprattutto quel senso di ansia e l’impegno degli organizzatori e di quanti in qualche modo si considerano “addetti ai lavori”, che si affaticano e prodigano per far si che niente e nessuno possano creare difficoltà od ostacoli, e perché la manifestazione abbia il maggior successo possibile. gara_poetica_6Credo che anche in quel famoso 23 aprile 1930 si respirasse un’atmosfera identica, o quantomeno simile, a quella che viene dipinta come in quadretto nel racconto di Vittoriano Pili. Molto interessanti appaiono anche gli altri due articoli sulla Gara Poetica, nei quali l’autore si dilunga in una serie di puntuali osservazioni e di pregevoli rilievi di carattere linguistico-formali; ed espone in modo piano ed accessibile le regole tecniche alle quali devono far riferimento quanti ambiscano a salire nei palchi e cimentarsi in questa forma di poesia estemporanea.

Dopo aver letto questi articoli, non ho potuto fare a meno di pormi una domanda. Questa gara poetica, mi sono detto, tutto sommato non è né migliore né peggiore di tante altre. E, allora, se questo giudizio è corretto, per quale motivo è rimasta famosa? Vittoriano Pili non ha precisato; o forse non ha deliberatamente voluto o ritenuto di precisare i motivi per cui essa è rimasta famosa. Ma non mi sento neppure di escludere che si debba addebitare a me l’incapacità di cogliere questi motivi. gara poeticaMentre facevo queste considerazioni tra me e me, dicevo, mi sono ricordato di averne sentito accennare dall’amico dottor Gianni Mereu, persona particolarmente versata in questa materia, oltreché ugualmente colta e dotta. E, alla prima occasione in cui mi è capitato di rincontrarlo, gli ho raccontato degli articoli di Vittoriano Pili e del loro contenuto. Da persona gentile e disponibile quale è, Gianni Mereu è stato allora prodigo di notizie e di informazioni. Concludendo la chiacchierata mi ha riferito di aver illustrato i motivi che avevano reso famosa quella Gara in un articolo scritto tempo addietro per il giornale Il Caffé Sestese, dove era stato puntualmente pubblicato col titolo “Sa Cantada de su 1930 po sa Festa de Santu Giorgi”. E, facendo seguire alle parole immediatamente i fatti, mi ha dato in prestito un esemplare del famoso libretto, perché potessi leggerlo con tutto comodo, e una copia del suo scritto.

Nell’articolo pubblicato su Il Caffé sestese, Gianni Mereu senza por tempo in mezzo, affronta l’argomento utilizzando registri di natura politico-sociale. La gara poetica – afferma – “esti passada a sa storia po su significau politicu de certas sterrinas e de medas rimas”. Subito dopo fa una succinta ma precisa analisi circa la cattiva considerazione che queste manifestazioni popolari avevano presso le Autorità sia civili che religiose, attribuendone i motivi al contesto politico-sociale: “seus in prena era fascista”. Una puntualizzazione, quest’ultima, quanto mai opportuna e condivisibile. E’ infatti il caso di ricordare che l’anno prima, cioè nel 1929 – appunto “in prena era fascista” –, era stato firmato il “Concordato”, che lo Stato Italiano aveva stipulato con la Santa Sede. Perciò, proprio in forza di questa intervenuta riconciliazione fra i due poteri – quello civile e quello religioso – era più che naturale che i medesimi, quando sollecitati da motivi e da interessi diversi ma non confligenti, si presentassero uniti a sanzionare comportamenti o atteggiamenti considerati non idonei.

Le gare poetiche dialettali – spiega Gianni Mereu nell’articolo – erano avversate dalle autorità civili, che consentivano unicamente l’uso della lingua italiana vietando quello delle lingue straniere. Gli insegnanti, a cominciare da quelli delle scuole elementari, punivano severamente i trasgressori. Io stesso, che pure sono nato quando il regime fascista era caduto, ho fatto personale esperienza di questa severità. Specularmente, le medesime autorità civili avversavano le autonomie linguistiche – i dialetti – e il dialetto sardo non andava esente da questa valutazione negativa. La Cantada, oltre ad essere una gara poetica in lingua sarda, scontava il fatto di essere giudicata aprioristicamente di scarso valore artistico: “is Autoridadis civilis – precisa Gianni Mereu – consideranta is cantadoris genti ignoranti, incolta, de basciu livellu artisticu”. Un giudizio, quest’ultimo, evidentemente falso, dettato solo da preconcetto, cattiveria e malanimo, come può verificare chiunque vuol prendersi la briga di leggere le risultanze trascritte dagli affezionati cultori del genere. Di riconosciuta bravura erano certamente is cantadoris che presero parte alla gara poetica svoltasi a Sestu il 23/04/1930. Alcuni di loro eseguirono anche un’altra celebre esibizione, svoltasi a Monserrato qualche anno prima (1926), conosciuta appunto come “sa cantada de is dottus” (vedi foto).

Nella foto sono ritratti alcuni dei cantadores che presero parte alla cantada svoltasi a Sestu il 23/04/1930. Da sinistra: Pasquale Loddo, Efisio Loni, Francesco Farci, Luigi Maxia, Antioco Marras (Monserrato 1926). Fonte: Giovannino Piseddu, Poeti e Cantadores della Sardegna, Edes 2008.

Monserrato 1926 –  Da sinistra: Pasquale Loddo, Efisio Loni, Francesco Farci, Luigi Maxia, Antioco Marras – Fonte: Giovannino Piseddu, Poeti e Cantadores della Sardegna, Edes 2008.

Quanto poi alle Autorità religiose, esse non vedevano di buon occhio le gare poetiche – si legge ancora nell’articolo de Il Caffè sestese – perché “medas sterrinas fadiant riferimentu a argumentus de sa Bibbia, de su Vangelu e a is precettus e regulas de sa Cresia no sempiri in manera rigorosa”. Accadeva cioè che is cantadoris assai di frequente si richiamavano a episodi biblici, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, per comprovare e dar forza alle loro idee, con interpretazioni non sempre conformi a quelle ordinariamente proposte dalla gerarchia ecclesiastica. Se poi capitava che mettessero in discussione gli insegnamenti e i precetti impartiti dai pulpiti, allora venivano tacciati di falsità o accusati di riproporli alterati o in modo non fedele.

A comprovare quanto detto sopra, si potrebbero citare numerosi casi. Ma ritengo sia sufficiente quello, che si può considerare emblematico, citato da Gianni Mereu, riguardante la pubblicazione de Sa Mundana Cumedia di Bore Poddighe. E’ noto che quando questa composizione poetica apparve, nel 1924, scatenò un putiferio, creando non pochi fastidi al suo autore che per ciò cadde in depressione e fini per suicidarsi. Sa Mundana Cumedia contiene infatti una denuncia sociale, in generale dello sfruttamento del lavoro, e in particolare dei poveri che prestavano la loro opera nelle miniere del Sulcis-Iglesiante. Non mancavano in quest’opera anche forti tratti anticlericali. Per queste ragioni il componimento e il suo autore furono oggetto di aspre critiche ma anche di appassionata difesa. Fra coloro che non risparmiarono strali si può ricordare Salvatorangelo Vidili di Aidomaggiore, il quale accusò Poddighe di aver usato “toni troppo aspri e diffamatori nei confronti della Chiesa (Critica a sa Mundana Cummedia). Tra i più sinceri difensori va invece senz’altro ricordato Pitane Morette (Difesa a sa Mundana Cumedia).

All’epoca della famosa Gara poetica di Sestu, accadde dunque qualcosa di simile a ciò che successe con la Mundana Commedia di Bore Poddighe. Spacciada sa cantada – prosegue Gianni Mereu -, is applausus no teniant studa, ma su maresciallu invitat is cantadoris in caserma po fai craresa a riguardu de certas sterrinas. Ita si siant naus in caserma, nisciunus ddu scit cun siguresa. Si scit però ca funti abarraus discutendi cun su maresciallu prus de tres oras; e candu funti bessius de caserma, is cantadoris no potànta cara bella. E quindi conclude: “Nanta ca is tres amigus, a Pasquali Loddu, ndi dd’hanti nau de donnia colori; e dd’hanti puru minacciau de no arziai prus in palcu cun issu”. Il che non è strano, considerando che le due manifestazioni artistiche si collocano a breve distanza temporale l’una dall’altra e quindi risentono dello stesso clima politico. Era quello un periodo di grande confusione e particolare sconcerto fra i diversi ceti della popolazione nazionale. Era dunque più che naturale che singoli avvenimenti ed espressioni artistico-letterarie venissero variamente interpretati e valutati.

Pinotto Mura

Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Commento al 3° giro e dialogo sulla “COBERTANTZA” di Vittoriano Pili

Il ritrovamento di un libretto nel fondo Sardegna della Biblioteca regionale, contenente il testo di una celebre cantada campidanesa svoltasi a Sestu nell’aprile di 84 anni fa, in piena epoca fascista, ha offerto a Vittoriano Pili l’occasione per scrivere una serie di interessanti e dotti articoli sull’argomento (Cun scannus e cadiras o banghittusIl libretto ritrovato, Analisi del testo, 1° giro, Analisi del testo, 2 e 3° giro). Seguendo il filo della memoria storica e personale ci ha spiegato la complessa struttura dei componimenti, il repertorio di temi e motivi da cui attingevano i cantadores, e quindi il valore letterario di una delle più antiche espressioni della poesia popolare sarda, erroneamente ritenuta rozza e priva di valenza poetica. Con il commento al terzo giro poetico e con la successiva rievocazione di un dialogo con il compianto poeta sestese Tomaso Cara, si conclude il discorso sviluppato sul tema da Vittoriano Pili. Su questo blog ve lo abbiamo presentato in capitoli separati ma esso era stato pensato dal suo autore come un corpo di scritti unitario intitolato Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione”. 

3° GIRO POETICO: AMORI – SANTIDADI – GHERRA – PAXI.

Pasquale Loddo porge all’attento popolo sestese un delicato canto d’amore. Lei si chiama Speranza ed ha gli occhi e la grazia di un angelo mandato dal cielo per far sospirare il suo cuore. Il poeta non è del tutto convincente, ma piace questo mutetu a 8 peis, specie ai giovani che stanno preparando la “domanda” per la loro “Speranza”. Nella Rima invita gli altri poeti in gara ad ampliare il volo sui quattro punti cardinali.

Francesco Farci ricorda invece la santità di Gregorio I detto anche Magno. Un Papa famoso per aver edificato ben 7 conventi. Poiché il “dotto” Farci ci ricorda anche l’anno della sua morte, il 604 (esatto), siamo disposti a credere anche al resto, Preidi Sanna presente consentendo. Nella torrada de su mutetu a 8 peis l’andirivieni delle rondinelle è paragonato al volo dei pensieri dei poeti.

Efisio Loni interviene con un mutetu sèmpiri a 8 peis, ma con la sterrina che descrive abbastanza fedelmente una scena di guerra. Ricorda l’ultima battaglia contro s’Austriàcu che, sconfitto, è costretto ad arrendersi. Motivo ancora caro ai poeti ed al popolo (specie quello d’Eroi). Nella torrada, invece, chiede a se stesso ed ai suoi compagni che cosa possano mai fare, se non restare in attesa del ritorno delle colombe mandate in volo.

Luigi Taccori, il poeta di Sestu emigrato a Dolianova, chiude il 3° giro, a sorpresa, con un mutetu a 10 peis (ma ne ho trovato persino di 20), che riporta – udite, udite – una notizia che da un anno a questa a parte suscita (ancora) un gran clamore: il Concordato tra Stato (fascista) e Chiesa (cattolica) firmato (l’11 Febbraio 1929) dal Ministro Mussolini (per il Re Vittorio Emanuele III) e dal Cardinale Gasparri (per il Papa Pio XI). I due “non si camorrano” e il fatto resti “memorando” per una pace duratura (“infinita”). È una parola grossa. Comunque, sia pure con qualche ritocchino di craxiana memoria, ancor dura. Nella torrada il nostro Taccori considera già un trionfo il ritorno delle colombe al punto di partenza. Concordiamo. Quasi.

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POESIA E VERITÀ – IN COBERTANTZA

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Venne a trovarmi Tomaso, una sera di tanti anni fa. Sereno, come sempre. Pochi convenevoli, come s’usa tra vecchi amici. Era d’estate. Si alzò e si sfilò dal colletto della maglia leggera, frugando con la mano nel petto, una busta azzurrina che posò sul tavolo, prima di sedersi: «Ti piace ancora la poesia? – apriva la busta – Quella sarda, dico». Aveva sparso sul tavolo tre o quattro libretti sgualciti ed un quaderno a righe (per la Va elementare) con la copertina nera lucida. «Certo – risposi –, ma è un po’ che non viene a trovarmi». Mi guardò severo: «Siamo noi che dobbiamo cercarla, se la vogliamo incontrare. Vedi, in questi libretti ci sono dei versi di vari uomini che amavano così tanto la poesia da volerla come professione. Loro aspiravano ad essere poeti. C’è chi vende musica e chi vende parole, chi vende erba e chi vende carne. In questo quaderno invece non c’è scritto niente. Facciamo così, come loro, scegliamo un argomento, un titolo, “un fine” ben accetto a noi due e lo cantiamo, cioè lo scriviamo, prima tu o prima io, in un sonetto, sul quaderno. Lo conosci il Padre nostro in Sardo? Ti va di metterlo in poesia?». L’idea mi piaceva: «Su Babbu nostu? Benissimo, però inizia tu, Tomaso». Fu così che accettai la sfida, chiedendogli: «E chi è che perde?». Allargò le mani grandi: «Perde chi si ritira». Disse. E fu così che mi permise di sporcargli qualche pagina di quel suo prezioso quaderno a righe. E vinse, anche. Quindi aprì un libretto dalla copertina grigia con la scritta GARA POETICA, gemello, credo, di questo appena “ritrovato” dalla più che attenta e gentile, abilla e donosa, Sandra Mereu«Leggi Loddo al n. 21 (sesto giro) e spiegami questo mutetu». Conoscevo questa cantada, famosa ed esemplare, benché grondante di “licenze” linguistiche, ortografiche e tipografiche, ma sapevo che con Tomaso c’era sempre da imparare sulla poesia sarda. Non era mai salito sul palco, ma era un cantadori di rispetto. Per me un maestro. Lessi:

21 – Loddo

A dirigibili e Areoplanu

Oi si viagiat in America

Po su Sud e de su Brasili

Si girat sa terra rotonda

Armau de paracaduttu

Comenti fiat Depinedu po fortuna

Girai Asia America e Oceania

E girai tottu su globu terresti

Continuamenti esplorendi

Senza à terra tenni addobu.

Rima

 Su Crobu est ind’una sponda teverica

Picchiendi su Graniu bruttu a Vili Diocresianu.

Espressi quindi il mio parere su questo mutetu a dexi peis: «Per me Loni nella sterrina ha voluto comporre un breve inno al progresso, che specialmente in campo aeronautico effettivamente in quegli anni c’è stato. Era l’orgoglio dell’Italia e del Fascismo. È nominato Depinedo, ma non si può dimenticare Italo Balbo, audacissimo trasvolatore atlantico (nonché volontario del ‘15-‘18, irredentista repubblicano, squadrista, Quadrumviro Marcia su Roma, capo della MVSN nel ‘24, Ministro Aeronautica ‘29-‘33, Crociera Roma-New York-Roma 1934, Maresciallo dell’Aria e Governatore della Libia, più fascista di Mussolini ma contrario alla politica filo-tedesca ed alle leggi razziali, morì per un tragico errore della nostra contraerea sul cielo di Tobruch, nel 1940). Nella Rima, o meglio Torrada, ritorna su fini, argomento o tema proposto nella gara poetica. Il Corvo su una sponda del Tevere becca l’orrido cranio del vile Diocleziano (l’imperatore romano)». Tomaso ascolta, ma dissente: «Queste sono le parole, cantate e scritte, in poesia, in figura e in rima. Io voglio sapere quello che intende dire veramente il poeta, come si dice, fuor di metafora». Ho capito. Tomaso vuole l’interpretazione del sogno, la verità implicita nella profezia. Resto pensieroso. In Sardo molti usano la parola cobertantza come sinonimo di Torrada, cioè la Rima, la parte che chiude il mutetu dopo sa Sterrina. Se questa è la “stesura”, la cobertantza è la “copertura” o “chiusura”. Significa però anche “metafora” e “allegoria”, che sono la veste usuale del poetare sardo, come delle sentenze e dei proverbi. Si dice in cobertantza per “velatamente”. Tomaso mi viene incontro: «Tra gli appassionati delle gare poetiche sta girando questa interpretazione: il Corvo (che ha fama e fame di morte) si trova oltre Tevere, a Roma, dove becca insistentemente il cranio orribile del vile imperatore Diocleziano del tempo (1930), cioè Benito Mussolini. Si dice anche che Loddo, sceso dal palco, sia stato convocato in caserma per spiegazioni. Tu che ne dici?». Abbiamo discusso di molte cose, Tomaso ed io. Di religione e di politica, di pace e di guerra, di povertà e di ricchezza, di vita e di morte. Cercavamo la verità, assieme, senza inganni e senza paure. Ora mi sentivo più tranquillo: «Sinceramente questa interpretazione mi pare più un artificio di matrice politica tardiva di qualche decennio, piuttosto che una cobertantza finalmente svelata. La sterrina di Loddo, come tante altre di Taccori, di Loni e di Farci, si può considerare almeno in buona sintonia con lo spirito del regime fascista, se non anche di plauso. Che la Torrada o Rima uscisse in contraddizione fuori dal seminato sarebbe strano. E, fatto più grave, contro ogni regola della poesia sarda nelle “gare”, che perdesse di vista il tema preposto, su fini, affidato dal comitato dei festeggiamenti proprio a Loddo. Fini che riguardava la figura di san Giorgio Martire, come sarà rivelato al pubblico da tutti i quattro poeti nell’ultimo giro. Che c’entra Mussolini e a che proposito una tale cobertantza di carattere politico su un palco di poesia popolare allestito per la festa del santo patrono? L’interpretazione data non sta in piedi, come la convocazione in caserma… O no?». Tomaso sorride : «La poesia è fatta di parole e di pensieri che volano e a volte ti sfuggono, convieni?». Il ferro è caldo: «Si, ma la verità c’è, anche nella poesia» e «Quale sarebbe?». Riprendo il libretto e leggo: «Su Crobu a vili Diocresianu. Il carnivoro nero demoniaco affamato che ossessiona il crudele imperatore romano per mettere a morte i tanti martiri cristiani, come il nostro S. Giorgio». Tomaso consente: «Può sfuggire anche la verità, alle volte». Parlammo ancora di poesia, con rima e senza rima. E dissentimmo ancora: «Hai ragione tu», «No, hai ragione tu». Basciu e contra. È stato bello cantare insieme, Tomaso.

Vittoriano Pili

Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Analisi del testo (2° e 3°giro) di Vittoriano Pili

Proseguiamo con la pubblicazione dell’analisi del testo (2° e 3° giro) della celebre Cantada eseguita a Sestu nel 1930 (vedi anche analisi del testo, 1° giro), curata da Vittoriano Pili in seguito al ritrovamento nella Biblioteca regionale di un esemplare coevo dell’edizione a stampa (Il libretto ritrovato). Come lo stesso Vittoriano ci ha spiegato, la cantada è un componimento poetico “cui partecipano di solito tre o quattro cantadoris, è composta da una sequenza di composizioni spontanee, cantate alternamente da ogni singolo poeta chiamate mutetus, con un saltuario e breve intervento di un coro a due voci, bàsciu e contra o semplicemente contra, alla fine di ogni strofa.” Generalmente – scrive Vittoriano Pili – per l’esecuzione di questi componimenti estemporanei i cantadores prediligevano tipologie di mutetus complessi e difficili, detti appunto “de cantadas” o “longus a praxeri”,de ses, otu o dexi peis o prus”. Questi ultimi si caratterizzano per  lo schema a “skina de pisci” nella costruzione della sterrina, cioè della strofa stesa nei più versi d’apertura. In pratica: l’ultima parola del 1° verso della sterrina deve far rima con l’ultima parola del 2° verso della torrada (rima); l’ultima parola del 2° verso della sterrina deve far rima con l’ultima parola del 1° verso della torrada (rima); l’ultima parola del 3° verso della sterrina deve far rima con la penultima parola del 2° verso della torrada (rima); l’ultima parola del 4° verso della sterrina deve far rima con la penultima parola del 1° verso della torrada (rima), e così via. (S. M.)

gara_poetica_3Su contra, il coro a due voci che esplode improvviso ad ogni mutetu, ha sempre un fascino particolare, perché, oltre alla sua funzione tecnica, richiama un sentire ancora primordiale, primitivo, ancestrale. Quasi un’eco vibra anche tra le viscere e il cuore. Accompagna a tratti il poeta, lo precede, lo segue. E, così come è iniziato, cessa d’un colpo: “Bo-o-oh!

Pascali Loddo, che un attimo prima sedeva pensoso, è già in piedi, proteso verso il pubblico sestese (ma non mancano gli ospiti, is istranjus), che si è appena concesso un brevissimo scambio di pareri sulla bravura dei quattro cantori, sulla sestesità dell’ultimo di questi e sulle difficoltà del tema segreto, a fini serrau. Il silenzio è immobile, assoluto. Inizia il 2° giro dei cantadoris e dei loro mutetus, a otu, noi o dexi peis.

5 – LODDO (sterrina)
Note linguistiche
Ligendi sa Gerusalemi gosu
1
– il poema “Gerusalemme Liberata”
De su famosu Tarquatu
2
– possibile pronuncia, intendi Torquato Tasso
Poema de is imortalaus
3
Chi ha ddu ligi’ è consolu
4
– errore dello scrivano o tipografico, a; inoltre meglio est
Poita parit intendi’ rispundi’
5
– meglio respundi’/arrespundi’
Su Sepulclu Santu librau
6
– errori dello scrivano o tipografici, spec. liberai
Cun amori e Santa paxi
7
Sonendi de argentu is trumbas
8
Rima
– meglio Torrada
          8         6            4          2
Columbas pigai su bolu in atu
– come da pronuncia per la rima, ma artu
       7        5            3         1
E baxi aundi pensaus nosu
6 – FARCI (sterrina)
Note linguistiche
A Giorgiu Santu mi invocu
1
– brutta forma italianizzante per Jorgi; meglio m’intregu
E andu e is peis ddi basu
2
Po cristianu doveri miu
3
– meglio lei, dépiu o simili
Preghendi chi spargiat su mantu
4
Genuflessu m’aturu però
5
– agg. italiano per injenugau
E cun su corpus digiunu
6
– sost. italiano per jaunu
Pregu a su Deus venerandu
7
– per la rima, ma de alabai o de alabança
ltretantu fei o bona genti
8
– per àtturu e tantu, ma meglio sìmbili etc.
Osservendi is Santas dotrinas
9
– meglio sighendi
Fei comenti fazzu deu
10
– meglio fatzu
Rima
– meglio Torrada
   10         8          6        4          2
Seu comenti a unu Santu Tomasu
 
      9            7    5     3        1
Finas a candu no biu e tocu
7 – LONI (sterrina)
Note linguistiche
A cassa manna a chini est gràcili
1
– per la rima, meglio débili
No dd’affidant importantis scalas
2
– meglio donant a castiu o intregant
Po sparai pegus aresti
3
Prus a prestu fazzat truba
4
– meglio fatzat
Si bolit tenni’ prus pro
5
E pongadinci dogna impegnu
6
– meglio inci pongat, dónnia e ismeru/coidau
Po papai sirboni moddi
7
Lessit a s’àteru sparai
8
Cussu chi prezzit una lenza
9
– meglio partzit e lentza
Rima
– meglio Torrada
      8            6           4               2
A fai’ assegnu a suba de is alas
– meglio a donai fidi o cunfiai
      9         7        5      3      1
Penza Loddi ca no est fàcili.
– meglio pensa (pron. pentsa); Loddi/Loddo; esti in rima
8 – TACCORI (sterrina)
Note linguistiche
Dante fiat su Poeta…
1
– in Sardo Danti
De precisa classica rima
2
– meglio primori o justa, preçisu significa “urgente”
Divina dd’hant dèpiu aggiungi’
3
– meglio acciunji’
Poesias suas ‘nd’hapu lìgiu
4
Senza de difetu trumba
5
– meglio sena/kena e farta
Anzis cosa meda de cumentai
6
– meglio intàmini/intamu e de nai a pitzus o a suba
Cun classica poesia giusta
7
De is Poetas su capu
8
– per la rima, ma ghia
Rima
– meglio Torrada
             8       6             4        2
 
 
Mi dd’hapu giai predígiu prima
– dall’italiano “predetto”, in Sardo nau in antis
       7            5                3            1
 
 
Custa columba raggiungi sa meta
– dall’Italiano, in Sardo lompit a su fini/cabidu

Fine del 2° giro di mutetus della cantada

gara_poetica_5Commento. Pascali Loddo è un cantadori di una certa cultura, quindi può permettersi di citare il famoso Torquato (Tasso) e tra i poemi immortali la Gerusalemme (Liberata), godimento e consolazione nella sua lettura, perché sembra di sentirsi rispondere: «liberate il Santo Sepolcro, suonando le trombe d’argento con amore e santa pace». Nella rima o torrada ribadisce la metafora biblica delle colombe, invitandole a volare alto verso la sospirata meta.

Cicitu Farci nel suo mutetu a dexi peis tenta la sua carta giocando d’astuzia. Infatti nella sterrina, strofe di dieci versi, cambas, mostra tutta la sua devozione verso S. Giorgio, restando però genuflesso e digiuno a pregare il vero Dio ed invitando il buon popolo a fare altrettanto, osservando i santi insegnamenti, «fate – dice – come faccio io», lasciando ipotizzare di aver scoperto su fini, il tema assegnato. Ma subito fa un passo indietro, dichiarandosi incredulo, fino a prova contraria, come San Tommaso.

Efisinu Loni propone una sterrina sulla caccia, in competizione con quella di Loddo al primo giro. Nella torrada del mutetu a noi peis ricorda a questo le difficoltà di affidarsi alle sole ali della poesia.

Luisu Taccori, in concorrenza con Loddo, che godeva e si consolava leggendo Torquato, fa suo il capo dei poeti, il sommo Dante, per l’opera perfetta, chiamata poi Divina. Nella torrada confida di aver già predetto a se stesso che la sua colomba avrebbe raggiunto la meta, cioè su fini.

Ora il terzo giro, a otu o dexi peis.

gara_poetica_6

9 – LODDO (sterrina)
 Note linguistiche
Candu ti biu Speranza
1
– meglio Sperantza
Cun cussus angelicus ogus
2
– meglio de anjelu o simili
Paris mandada de Gesus
3
Deu gei non pensu àtturu
4
Ca ses serafica aggiunti
5
– meglio santesa o simili e acciunti
E de prus ancora ti miru
6
Po sa grazia tua infinita
7
– meglio gratzia e istremada/stremada
A su coru narendi suspirus
8
– errore dello scrivano o tipografico per suspireus
Rima
– meglio Torrada
     8          6              4         2
Feus su giru a quàturu logus
       7      5      3                     1
Poita sunti prus de importanza
– meglio bàlida o pesu
10 – FARCI (sterrina)
 Note linguistiche
Po edificai chiostrus
1
– meglio fraigai (o pesai) moristenis
A Gregoriu Magnu nomenint
2
– meglio Gregori Mannu
Chi edificau hat seti guventus
3
– meglio fraigau o pesau
Custu santu chi venerant
4
– meglio alabant
Is credentis si ‘ndi consolant
5
– meglio creentis
Chi est de is Santas figuras bellas
6
– meglio ca
In su sexentus quàturu morinti
7
– errore dello scrivano o tipografico, leggi morenti
Partiat a su Regnu Celesti
8
– per la rima, ma rennu de su Celu o Santa Groria
Rima
– meglio Torrada
         8              6                    4             2
‘nc’esti rondinellas chi andant e benint
– per la rima, meglio (ar)rundileddas; andant è assonante
         5                                    3             1
Comenti bolant is pensamentus nostrus
11 – LONI (sterrina)
 Note linguistiche
A su signali de is trumbas
1
– meglio sinnali
Is ballas sighiant a proi’
2
A is direzionis giustas
3
– meglio bias o deretas
Is nostrus sparaant ansiosus
4
– meglio speddiosus o simili
E a furia de bombardai
5
– meglio a fortza
A s’Austriacu beniat sa peus
6
Finalmenti s’est dèpiu arrendi’
7
– meglio a sa fini
E tentu hat sa grandu sconfitta
8
– per la rima, meglio sderruta
Rima
– meglio Torrada
         8     6        4         2
Ma ita feus nosus innoi?
per la rima, ma nosu
            7             5          3              1
Aspetendi a torrai custas columbas
meglio abetendi
12 – TACCORI (sterrina)
Note linguistiche
Is chistionis si sunti risolvias
1
Tra Guvernu e Stadu Papali
2
– meglio Pabali
Mussolini hat dèpiu aggiunti
3
– per la rima, ma il verbo è acciuntai/acciunji
E benni’ a unu Concordau
4
– per la rima avrà cantato Concordatu
Senza de si cunfundi
5
– meglio sena o kena
Cun Gasparri tra issus dusu
6
– meglio duus, anche per la rima
Is duas partis no si camorrant
7
– neologismo, verbo derivato dal sost. it. “camorra”
Ca sunti cun sinceru zelu
8
– per la rima pronunciando zellu, meglio còidu sintzillu
E custu fatu memorandu
9
– per la rima, meglio de tennì’ a nodu
Siat po paxi infinita
10
– per la rima, meglio estremada o sena fini/acabu
Rima
– meglio Torrada
10     6      8       4          2
Ita prus bellu atu trionfali
– meglio triunfali. La regola 10-8-6 non è rispettata
    9         7            5        3          1
Candu torrant aundi sunti mòvias

Fine del 3° giro di mutetus della cantada

(continua)

Vittoriano Pili

Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Analisi del testo (1° giro) di Vittoriano Pili

Nel 1930, in occasione della festività di San Giorgio, si svolse a Sestu una cantada, cioè una gara poetica tra poeti improvvisatori in lingua sarda, che è rimasta a lungo nella memoria dei sestesi. Vittoriano Pili, profondo conoscitore di questo genere poetico, oltreché esperto di lingua sarda, in un racconto che ha voluto regalare a Sestu Reloaded ha tracciato un affresco della Sestu dei primi decenni del Novecento sullo sfondo del quale si tenne quella celebre gara poetica. Erano anni in cui i sestesi, portandosi dietro “scannus e cadiras o banghitus”, seguivano con grande interesse le dispute poetiche. In quegli stessi anni inoltre queste estemporanee, la cui trasmissione fino ad allora era stata affidata all’oralità, cominciarono ad essere pubblicate sotto forma di agili libretti per la commercializzazione. Nella Biblioteca regionale di Cagliari si conserva un esemplare dell’edizione originale contenente la trascrizione della celebre cantada svoltasi a Sestu nella primavera del 1930. Vittoriano Pili lo ha puntualmente studiato (vedi anche “Il libretto ritrovato“). Di seguito vi proponiamo l’analisi del testo relativa al primo giro della gara poetica.

gara_poetica_2

1 – LODDO (sterrina) Note linguistiche
Sa tàcula a lazzu e lobu 1 – meglio latzu
Si pigat in su parenti 2 – meglio padenti, che significa “foresta”, “bosco”
Merlu andas pei pei 3 – meglio Meurra
Ma si in su lazzu attumbas 4 – meglio latzu
Merlu o trudu beneis cassaus 5 – meglio Meurra
Poita pigat s’unu e s’àtturu 6
E is tàculas a sa firma 7 – per la rima leggi frima
Sezius nanta spinnieus 8 – meglio Sétzius
Rima – meglio Torrada
      8             6           4                     2
Mandeus quàturu columbas in su continenti
         7                    5             3         1
Ma prima ‘nci mandaus che Noei su crobu
2 – FARCI (sterrina) Note linguistiche
Messàiu candu aras 1  
De speranza ses nutriu 2 – per la rima, meglio spera (o abetu) e nurdiau
Po arregolli’ is frutus tuus 3
Su serbidori e su meri 4
Ma in annadas disastrosas 5 – meglio destrossas
Su segundu e su primu 6
Est costrintu a sunfriri 7 – meglio custrintu
Senza de ‘ndi tenni’ pro’ 8 – per la rima, meglio sena e proi
Si sa campagna tenit rovinas 9 – per la rima, meglio sartu e scalabru o sciacu
Rima – meglio Torrada
  8       6              4     2
No esprimu su pareri miu – per la rima, meglio espongu/amostu/dongu eparri
  9          7      5      3     1
Finas a biri cosas prus craras                       
3 – LONI (sterrina) Note linguistiche
Su dolori de sa morti est tropu 1  
E si prangit cun discunsolu 2
Indossendi niedda vesti 3 – meglio ponendi (a suba) e besti
E solamenti a biri is tumbas 4 – meglio scéti o feti
Est unu straziu fatali 5 – meglio sorti penosa o similmente
Chi çertu fait lagrimai 6 – meglio de seguru o de siguru
Senza quasi si citiri 7 – meglio sena e casi
E po personi tenta in istima 8
Deu puru làgrimas sciollu 9  
Rima – meglio Torrada
   8           6         4                 2
Prima de mandai columbas a bolu  
   9     7     5    3         1
Bollu sciri cali esti su scopu
4 – TACCORI (sterrina) Note linguistiche
Si boleis paesanas 1 – forse intende un tipo di quartine semplici, così chiamate
No si dongu unu contrariu 2
E tui caru pópulu ‘nd’ afferras 3
Su cantu nostru brillanti 4 – per la rima, meglio luxenti
E a chini è ananti e a palas 5 – meglio est, come tra l’altro qui deve essere anchepronunciato
E totus ddus saludu deu 6  
E imoi mi bollu cumpraxi’ 7  
Cun su paisu natiu ca ‘nci so 8 – meglio bidda nadia o logu nadiu, paisu si addice aPaese sinonimo di Stato
Rima – meglio Torrada
  8          6     4          2       
No ddu creu tanti necessariu – per la rima, meglio preçisu/ministeri/de apretu
     7          5        3           1    
Spraxi’ is alas in terras lontanas – per la rima, meglio a tesu/a illargu

Fine del 1° giro di mutetus della cantada.

gara_poetica_3Commento – Con una bella immagine di caccia ha aperto le schermaglie Pascali Loddo, che nella Rima invita al volo i versi dei 4 poeti (columbas) per scoprire il tema nonostante il contrasto (su crobu). Si noti la metafora biblica sottintendendo un argomento religioso. Il 2° poeta è Franciscu Farci di Cagliari, che sottolinea i problemi del mondo contadino. In quanto al tema sta sulle sue. Il 3° è Efis Loni, anche lui mannu (anche di età, non di statura). La sterrina è funebre, forse motivata, nella Rima fa il volpone. L’ultimo, il 4°, è Luisu Taccori, il più giovane dei quattro (ma canta già dal 1920). È di Sestu, cui dedica la sua sterrina. Nella Torrada si dichiara restio a voli arditi se non necessari per riconoscere l’oggetto della disputa poetica.

Vittoriano Pili

IL LIBRETTO RITROVATO

gara poetica

Quando ho letto il racconto di Vittoriano Pili, “Cun scannus e cadiras o banghitus – Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione”, mi è tornato in mente un libretto che qualche mese fa casualmente mi è passato per le mani sulla scorta delle ricerche di un appassionato cultore di poesia sarda, interessato alle composizioni di Francesco Farci. Avevo notato quella pubblicazione proprio per il suo riferimento a Sestu. Una breve ricerca sull’opac e il libretto è di nuovo sulla mia scrivania. Per una di quelle fortunate combinazioni che fanno la gioia dei bibliofili, il libretto contiene proprio la trascrizione della celebre gara poetica di cui parla Vittoriano Pili, tenutasi a Sestu il 23.04.1930 in occasione della festività di San Giorgio. Peraltro è un raro esemplare dell’edizione originale, presente solo nella Biblioteca regionale. Ho pensato che il fortunato ritrovamento meritasse la giusta attenzione di un esperto. Così ho mostrato il libretto a Vittoriano Pili che con la competenza e la perizia che lo contraddistinguono ne ha  studiato e analizzato il contenuto. Di seguito vi proponiamo la prima parte del suo pregevole lavoro. (Sandra Mereu)

***

GARA POETICA. È chiamata così la poesia estemporanea orale e cantata che mette in pubblica competizione più poeti improvvisatori riuniti e che si alternano secondo l’ordine e il tema assegnato dalla giuria competente. Tralasciamo qui le supposte origini e ricordiamo appena che alcuni studiosi hanno attribuito al poeta-improvvisatore Antonio Cubeddu di Ozieri (SS) l’idea e l’attuazione della prima GARA POETICA con premio in palio al vincitore, in occasione della festa di N. S. del Rimedio a Ozieri il 15 settembre del 1896. In un secondo momento egli si prodigò nel convincere i comitati che volevano inserire negli spettacoli delle sagre e feste locali questa disputa tra poeti estemporanei a ricompensare tutti gli sfidanti equamente, premio a parte. I poeti-improvvisatori che cantano sul palco i loro componimenti in versi diventano così dei veri e propri professionisti e maestri d’arte. In lingua sarda-campidanese sono chiamati cantadoris e le loro gare o sfide o competizioni, in versi e rime, cantadas.

Una cantada può essere a tema segreto, a fini serrau (o cobertu), oppure a tema noto, a fini connotu (o scobertu). Il tema o argomento da svolgere è comunque dato ai cantadoris in gara dal comitato organizzativo o da una giuria preposta. Ogni cantada, cui partecipano di solito tre o quattro cantadoris, è composta da una sequenza di composizioni spontanee, cantate alternamente da ogni singolo poeta e chiamate mutetus, con un saltuario e breve intervento di un coro a due voci, bàsciu e contra o semplicemente contra, alla fine di ogni strofa. Il mutetu tradizionale nelle cantadas non è quello più semplice, detto mutetu a duus peis, formato da un’apertura, in sardo sterrina, di due soli versi seguita da una chiusura, in sardo torrada, di altrettanti versi in rima con quelli dell’apertura. In sardo il verso è chiamato camba, ma anche pei, termine quest’ultimo che indica propriamente la parte del verso attinente alla rima (v. ad es. pei de casu); il mutetu a duus peis, quello più semplice, è reputato anche il più facile da eseguire e quindi è escluso nelle gare poetiche, preferendo i poeti cimentarsi con i più complessi e difficili, detti appunto  “de cantadas” o “longus a praxeri”,de ses, otu o dexi peis o prus”.

Questi ultimi hanno in aggiunta nella costruzione della sterrina, cioè della strofa stesa nei più versi d’apertura, uno schema ordinato e preciso in corrispondenza delle parole predisposte nella torrada o rima, costituita sempre da un distico, ossia due versi. Una régula o scala, così è chiamato questo schema a skina de pisci, cioè a lisca di pesce, per l’ordine di rima rappresentato. In breve:

– l’ultima parola del 1° verso della sterrina deve far rima con l’ultima parola del 2° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 2° verso della sterrina deve far rima con l’ultima parola del 1° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 3° verso della sterrina deve far rima con la penultima parola del 2° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 4° verso della sterrina deve far rima con la penultima parola del 1° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 5° verso della sterrina deve far rima con la terzultima parola del 2° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 6° verso della sterrina deve far rima con la terzultima parola del 1° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola del 7° verso della sterrina deve far rima con la quartultima parola del 2° verso della torrada (rima);

– l’ultima parola dell’ 8° verso della sterrina deve far rima con la quartultima parola del 1° verso della torrada (rima).

E così via, quanto può essere lunga la sterrina e… buona la memoria o retentiva del poeta. Secondo alcuni questo “sciogli-memoria” sarebbe da attribuirsi (o addebitare) a Pascali Loddo (cantadori mannu, de Pauli, nàsciu in su 1871 e mortu in su 1949, presente anche in questa “gara” svolta a Sestu nel 1930), secondo altri a Giuseppe Nonnoi (pure questo di Monserrato, partecipante a una gara svolta ad Assemini nel 1860, dove osserva già la scala). A proposito della gran varietà dei mutetus vi è da aggiungere che in tutti vi si riscontra, comunque, la famosa “incongruenza” del senso tra la strofa di stesura iniziale, la sterrina appunto, ed il distico di chiusura a rima, la torrada o coberimentu o cobertantza.

Vittoriano Pili

“Cun scannus e cadiras o banghitus” – Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione – Di Vittoriano Pili

Chiesa San Giorgio Martire Sestu

Sestu – Chiesa di S. Giorgio (Foto di Vittoriano Pili)

Sestu nel 1930 era un paese relativamente tranquillo. Gli abitanti, circa 3500, erano dediti per lo più all’agricoltura o ad attività in relazione con questa. Il lavoro in campagna era faticoso e durava mediamente dall’alba alle tre-quattro pomeridiane d’autunno e in inverno e sino alle cinque-sei pomeridiane in primavera e d’estate. Ovviamente non vi era incluso il tempo necessario per l’andata e il ritorno, mentre era concessa una breve pausa per una frugalissima colazione per lo più vegetariana. Il pasto vero e proprio, quanto meno più abbondante, era infatti previsto al rientro a casa, quindi a sera.

Vigeva il nuovo ordine sociale che si definiva Rivoluzione fascista, con a capo il figlio di un fabbro, che picchiava più duro del padre ora a destra (liberal-capitalisti), ora a sinistra (compagni-comunisti), Duce di un movimento che rifiutava la pace dove non ci fosse giustizia. Quindi “meglio un ora da leoni – che cento anni da pecora”, “aratro e spada”, “libro e moschetto” et cetera et cetera. L’ordine è ovviamente imposto e controllato, in monarchia e repubblica. In dittatura è il fiore all’occhiello, in democrazia il punto debole. Questo concetto o semplice constatazione di fatto era chiaro a tutti, nel 1930, anche a Sestu , dove ormai da tempo, da quando cioè il grosso dei sardisti si era “fuso” con i fascisti, tramite gli ex combattenti del ’15-18 (restava titubante persino Emilio Lussu che si tirò indietro all’ultima ora), nel 1923. Nello stesso anno, dopo la “fusione”, è eletto Sindaco del Comune di Sestu l’ex combattente e fondatore della locale Associazione, nonché fautore della “fusione” e nuovo Segretario politico, Stanislao Caboni.

Era l’anno II° dell’Era Fascista, il 28 Ottobre 1923, 1° anniversario della Marcia su Roma. E poiché allora Duce faceva rima con luce anche di fatto, lo stesso fausto giorno si accendeva per la prima volta quella elettrica nel Municipio in via Roma di Sestu a illuminare un’aula prima “sorda e grigia” e le bocche aperte degli astanti in elegante camicia nera e festanti tricolori. Forse anche per questo il successivo 22 Maggio 1924 verrà conferita dal Comune di Sestu la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, che la tenne cara conservandola anche post-mortem, quindi in eterno. La sera del 23 Aprile 1930 si notava per le strade di Sestu quello strano movimento che si ripeteva tradizionalmente per ogni festa nodia.

Dopo cena la gente usciva ancora di casa, portandosi dietro scannus e cadiras o banghitus (o bangheddus) per recarsi nuovamente nei pressi della Crésia manna, dove era stato allestito alla buona un palco di legno ornato de fronjas de murta. Il Sindaco… no… il Podestà Valeriano Mereu, di nomina governativa come il Commissario Prefettizio al decadimento di Stanislao Caboni nel 1926 (il quale si dimise anche da Segretario politico della Sezione di Sestu del Partito Nazionale Fascista per tentare nuove avventure e ottenere ancora sventure) – e già egli stesso Commissario Prefettizio nel 1928 – rilasciò tutte le autorizzazioni richieste dal Comitato per i festeggiamenti del Patrono di Sestu San Giorgio Martire e Cavaliere.

Così, alle prime ombre della sera, una lampadina orfana e sola dondolava fioca, alta sul palco inghirlandato di frasche e arredato appena di una mesedda, che sopra ostentava sa safata cun sa carrafina e dòixi lantias jai allutas e sotto malcelava una brocca d’acqua. Ai lati duus scannus bàscius pe’ parti color di cielo e con i fregi di fiamma, e dietro di queste seggiole alcune altre vicine predisposte per il coro del basciu e contra e per il chitarrista finale. Ai piedi del palco Preidi Sanna passeggiava confabulando con il Comitato e controllando tutto e tutti con familiarità e semplicità disarmanti. Figlio di contadini, nativo di Sanluri, era ormai cittadino sestese di nome e di fatto, nonché di massima considerazione e autorità. Ex combattente volontario della grande guerra, fascista e membro autorevole del Direttorio della Pentarchia, faceva un po’ da paciere tra le famiglie rivali dicendo sempre: «meglio il purgatorio in questo mondo piuttosto che nell’altro». E i più ci credevano. Non molto distanti dal palco le lampade a carburo delle bancarelle, is paradas, illuminavano di luce verde-azzurra i torroni marmorei di Tonara, mandorle tostate, nughe e nughedda, cíxiri e faa, guevus o guefus dai mille colori e…

Ma ecco, un brusio si accende tra la folla composta. I più giovani che riescono a trovare uno spazio vuoto tra gli anziani comodamente seduti si accovacciano alla sarda, cioè per terra a gambe incrociate; gli altri stanno in fondo, ritti e addossati al muro, bisbigliando tra loro e lanciando sguardi imploranti a qualche bella figliola di famiglia che ricambia con compiaciuta indifferenza. Parlano tutti in sardo: il Podestà e su Vicariu, su meri e su sotzu, su poburu e s′arriccu, su socialistu e su fascistu, s′aré(di)gu framasoni e su santicu, su literau o iscìpiu e su scienti o tzaracu e dìsimparau. E amano la poesia, specialmente di questo genere, improvvisata e cantata, a gara. Sul palco un obreri del Comitato sta bisbigliando qualcosa, a iscusi, all’orecchio di Pascali Loddo de Pauli (Monserrato), il più anziano dei quattro poeti improvvisatori sul palco. Sta assegnandogli su fini, cioè il tema, l’argomento che dovrà essere scoperto e trattato da tutti i cantadoris de sa cantada a mutetus.

Una specie di indovinello che sarà svelato solo a su sellu o su ségliu o sélliu, cioè all’ultimo giro di chiusura, coinvolgendo ovviamente tutto l’attentissimo uditorio. Loddo, chiamato talvolta anche Loddi, annuisce, quindi resta qualche minuto pensoso. Tutti trattengono il respiro. Una mamma mette la mano alla bocca del suo bambino che ancora non capisce l’importanza del silenzio. Finalmente Pascali Loddo solleva la testa e rivolge lo sguardo agli occhi muti degli altri poeti in gara. A un loro impercettibile cenno di assenso si alza e, fatto qualche passo verso il pubblico, da l’avvio alla cantada, forse la più famosa a Sestu dell’intero Ventennio: un mutetu a otu peis, cioè una sterrina a otu cambas cun sa torrada a duas cambas e a otu peis.

Vittoriano Pili

A lezione di “Cantada sarda”

Cantada CampidanesaLa “Cantada sarda campidanesa” è una delle più antiche espressioni della poesia popolare sarda. In passato la maggior parte degli studiosi considerava questo genere estemporaneo una modalità espressiva rozza e priva di valenza poetica. Si deve a Raffa Garzia prima e poi a F. Alziator e A.M. Cirese la sua rivalutazione e nobilitazione come poesia popolare dotata di un suo peculiare valore letterario. Le prime testimonianze sulla cantada sarda risalgono al sedicesimo secolo. Si racconta di cantate che si svolgevano nella forma tipica delle gare poetiche tra improvvisatori, in occasione di sagre campestri e paesane, dalla fine del Settecento. Ma solo nell’Ottocento si iniziò a trascriverle. Prima di allora la trasmissione dei componimenti da una generazione all’altra era quasi esclusivamente affidata all’oralità. Le prime pubblicazioni di gare poetiche compaiono nei primi decenni del Novecento. In quegli anni erano molti i sardi campidanesi che seguivano puntualmente le gare poetiche estemporanee, spostandosi nei vari paesi in cui queste si svolgevano. Tra questi c’era chi, particolarmente appassionato, le trascriveva in contemporanea e poi ne curava la stampa in forma di libretti. In tempi più recenti è invalso l’uso di registrarle su nastri magnetici. Le audio-cassette che venivano prodotte e commercializzate a partire dalle registrazioni sonore hanno favorito, insieme a una più ampia diffusione delle gare poetiche, la valorizzazione, accanto al testo scritto, degli aspetti musicali e della voce cantata. Negli ultimi decenni si è assistito a una vera e propria riscoperta di questo genere poetico-musicale anche da parte dei giovani e oggi la cantata campidanese vanta tra i suoi estimatori diversi interpreti di un certo valore.

CONFERENZA SULLA CANTADA CAMPIDANESA – Venerdì, 15 novembre 2013 si terrà a Sestu (Casa Ofelia, h 19) una speciale conferenza dedicata a questo genere di poesia. L’incontro si inserisce nel ciclo di seminari promossi sull’argomento dall’assessorato alla Cultura e Tradizioni popolari in collaborazione con la Pro Loco. Come le precedenti edizioni, anche questa conferenza avrà uno specifico carattere didattico-pratico. Interverranno: Marco Melis, Antonello Orrù, Paolo Zedda, Roberto Zoncheddu, accompagnati dalle voci gutturali di Michele Deiana e Stefano Cara (basciu e contra) e dalla chitarra di Mariano Melis.

Sandra Mereu