Le cifine sono tornate!

Colazione CAFFE' TORINO 009L’idea è nata un po’ cosi, quasi per sbaglio. Quando ne parla Anna Maria Pintus ancora oggi si spaventa, ‘Ma cosa mi sarà venuto in mente!?’.
Voleva Anna Maria che di questo paese, di Sestu, se ne parlasse altrimenti, che non i soliti articoli di cronaca, che si desse voce a chi, per fortuna, in cronaca non ci finisce, ma ha comunque qualcosa da dire, da raccontare.
Anna Maria pero’ non sapeva come fare tutta sola, aveva questa bella idea che covava nel cuore e diventava sempre più grande.
L’ostinazione delle cifine la conoscono bene i rispettivi mariti e tutti coloro che ci hanno avuto a che fare. Quando hanno un’idea in testa, con garbo e eleganza, vanno avanti come un treno, con la stessa pazienza e garbo e eleganza con cui sfornano dolci sardi e ricamano tovaglie. Caterpillar del savoir-faire. E pure del savoir-être.
Ad Anna Maria vengono in mente due o tre ‘giovani’ donne (uso le “…” che tanto giovane manco io sono!), di cui pero’ non ha né numero né indirizzo. Penserete mica che si sia arresa, vero?!
Eccola dunque, Anna Maria che va a bussare alla porta delle mamme di queste ‘giovani’ donne, mamme che conosce e che sa dove stanno. Le fa chiamare, le fa cercare, si fa dare il numero, l’indirizzo, le cerca, le trova. Insomma le stana!
Quando mia mamma mi ha chiamato, apposta!, e mi ha raccontato la faccenda, mi è talmente piaciuta questa storia di andar a cercare mamme per stanare figlie, che Anna Maria l’ho chiamata io, per ringraziarla, per aiutarla, per far mia un’idea sua, per farla diventare nostra, di tutti.
‘Noi e gli altri’, appunto.
È nato cosi ‘Sestu: noi e gli altri’, il primo concorso letterario per poesie e racconti brevi.
Quest’anno di figlie da stanare ne abbiamo trovato altre. Succede che quando una bella idea cova nel cuore di molti diventa sempre più grande.
Quest’anno il concorso è ancora più grande. Aperto a tutti in Sardegna, aperto ai bambini e ragazzi delle scuole di Sestu, il tema libero per lasciar spazio a tutti. Una giuria competente, composta da persone provenienti da diverse parti della Sardegna: insegnanti, scrittori, giornalisti, impegnati nella promozione e produzione della cultura.
State in campana, che il bando è pronto, si pubblica a giorni. Le cifine son tornate!

Carla Cristofoli

“La cravatta” di Carla Cristofoli

vetrina-copie_thumbL’ho vista che era prima di Natale. Ma per Natale avevo già deciso, non me lo ricordo, ma mi sono detta che forse per il San Valentino poteva essere un’idea.

Mi sono anche detta che per il San Valentino sarebbe stata più accessibile. Mi sono anche detta ‘ma chi cazzo se ne frega di San Valentino’, ma è che uno se l’aspetta una cosa.
Il fatto è che uno si aspetta sempre qualcosa, cosa, non si sa, ma aspetta.
Ma, ma, ma e poi ancora ma.
Il tempo è questo, è una serie di ma e ogni ma è un’attesa. Poi a un certo punto i ma finiscono, perché il tempo finisce. Punto.
Ogni ma ci spinge in avanti. Domani, ma no! Facciamo dopo, ma magari poi…
Poi quando?
La cravatta comunque a febbraio stava ancora là, in vetrina, stava al ribasso, costava 40 prima di Natale, poi ha fatto la muffa e adesso, adesso allora che era febbraio, stava a 28 euro.
Ma! Non è male.
Ma a febbraio era troppo tardi. L’avevo vista prima di Natale e mi sembrava bella, fondo nero e dei pois grigio scuro, che potevano fare l’affare tra l’aldilà e il futuro, era un grigio ottimista, insomma.
Ma tra Natale e febbraio c’è gennaio ed è qui che il ma non trova più spazio. A gennaio fa freddo, piove, la terra si bagna e fa i vermi, quelli che aspettano primavera, aspettano, aspettano, aspettano, i vermi sono come i ma. Aspettano un altro momento, che sia propizio.
Gennaio non lo è. Propizio.

– Questa glie l’avevi regalata tu.

Una cravatta blu, fondo blu, quasi azzurro, ma niente di flash, garbata, insomma, con delle piccole losanghe blu e rosse e gialle, ma un giallo caldo, intenso, onesto.
Non me la ricordo questa cravatta, non me lo ricordo quando gliel’ho regalata a mio padre questa cravatta, certo non era San Valentino, se mai fosse.
Sul suo letto di morte, a gennaio, che non è propizio, mio padre indossa la cravatta che io non ricordo, perché e quando gli ho regalato.
Comunque, tutti quelli che passano davanti al cadavere di mio padre mi dicono:

– Questa glie l’avevi regalata tu.

Ok, ho capito, ci credo, non me lo ricordo, ma se siete tutti lì in fila a dirmi che gliel’ho regalata io, allora, cosa ci posso fare io, ci posso solo credere, è giusto che io non me lo ricordo.

E mio padre, sta là, davanti a me, morto, a gennaio, quando fa freddo, piove e la terra fa i vermi, che aspettano primavera.

– Papà, ma questa te l’ho regalata io?  Ma tu te lo ricordi tu?

Troppo tardi, i ma non hanno più risposta.
Fanno la fila, io sto sempre davanti a mio padre morto, che non risponde, sembra che aspetti che tutti se ne vadano, anch’io aspetto, ma la gente continua ad arrivare e a fare la fila davanti al morto e davanti a me, che guardo la fila che sono si esaurisce mai. Aspetto, in piedi, che lui si alzi, che tutti se ne vadano.

Mio padre morto era un’idea che non avevo mai avuto, che non avevo mai preso in considerazione, che si vestisse poi con la cravatta mia, questa poi non l’avevo mai pensata.

È tutto cosi ridicolo. Penso. Ma che io pensi, non gliene frega niente a nessuno, non ha infatti nessuna importanza, che sulla morte si possa avere un pensiero diverso dalla sofferenza, questo è un fatto di cui nessuno s’interessa.

‘Tu! Figlia! Pensi sia ridicolo che tuo padre indossi, il giorno della sua morte, la cravatta regalata da te? Vergognati! Che figlia sei?’

Non sono più figlia infatti, state tranquilli, il problema non si pone più.

Mia madre piange la sua vedovanza fresca fresca, fatta tutta di primavera, sono fiori nuovi quelli che si aprono, aspetta il bocciolo nuovo che si aprirà a maggio da portargli in cimitero, a questo nuovo innamorato di cui si ritrova fiera. Mia madre ha smesso di essere madre nel momento in cui ha smesso di essere moglie e mi lascia in piedi davanti al cadavere di mio padre, che non è più mio padre e che indossa una cravatta, che io figlia non ricordo di avergli regalato.

Ma chi se ne frega di me, figlia, che non ha più padre a cui regalare cravatte.

Poi arriva una che mi dice:

– Questo non è niente, vedrai dopo.

Dopo cosa? E comunque non ti ho mica chiesto di farmi il pronostico della mia sofferenza, vuoi fare a gara?

– Anch’io ho perso mio padre, non puoi immaginare.

E chi ti ha detto che me lo voglia immaginare? Pensi che non mi basti il mio, che abbia voglia di fantasmare sul tuo dolore? Mi stai provocando, vuoi soffrire più di me? Vuoi fare il calcolo? Non lo so, facciamo il test del palloncino e stabiliamo se il mio tasso di sofferenza è più alto/basso del tuo e cosi vediamo quanto siamo ubriache di dolore.
Ma soprattutto, chi sei? manco ti conosco, come fai a sapere che quella cravatta gliel’ho regalata io? Ma vattene. Ma lei non se ne va:

– Ma lo sai che tuo padre è vestito come il giorno del tuo matrimonio?

Allora guardo mio padre dalla testa ai piedi, sino alla cravatta: ‘ti prego, papà, alzati, cammina, usciamo insieme da questo delirio, accompagnami all’altare, se devi, ma ti prego, prima togliti sta cazzo di cravatta, che mi sta togliendo il respiro’.

Ma lui non si alza, la cravatta resta a togliermi il respiro, ‘perché non svengo?’, tutte le figlie lo fanno, è pure bello, cosi drammatico, ma soprattutto se svenissi mi porterebbero via da qui, stare qui davanti alla cravatta mi sta decisamente affaticando, cominciano a farmi male i reni, a forza di stare in piedi, mi fa male la schiena, tutta la spina dorsale si piega leggermente in avanti, mettendo a fuoco sempre più da vicino le piccole losanghe colorate.
Mentre sto con il naso prossimo all’abisso, ecco che la commessa esce dal negozio:

– È bella! Vero? Lo so che le piace, è già la terza volta che la vedo qui davanti alla vetrina a guardarla, – È la terza volta questa settimana, è chiaro che le piace.
Davvero? Tre volte in una settimana’, penso a voce alta. A parlare è la mia espressione idiota, che dalla cravatta passa alla faccia bionda della commessa. Che sorride.
Tutti sanno tutto di me, io no, io non so niente e lei sorride. Non c’è niente da ridere, ma lei sorride. Adesso mi inviterà a entrare.
– Prego! – Seguo con lo sguardo idiota la sua mano bianca e invitante.
‘Entro?’
– Entri, La prego.
Entro. Caldo, tutto legno, tutto scaffali luccicanti, profumo di lavanda, qualche camicia, cravatte dappertutto. Un uomo mi sorride, anche lui lo sa, che io non so niente. Sceglie con cura diverse cravatte, che una commessa bruna gli propone. Le sfiora e ne sente la morbidezza, per valutarne il giusto contrasto, le appoggia sul braccio, lasciandole mollemene ricadere e quelle, come svenute, penzolano e oscillano e poi si fermano, come morte.
L’uomo si volta a guardarmi ancora, ancora mi sorride:
– Lei quale sceglierebbe? – Mi chiede.
– A cosa le serve una cravatta?
– Per il matrimonio di mia figlia.
– Scelga qualcosa di allegro, un colore forte, vivace, qualcosa che si faccia ricordare, che faccia inorridire sua figlia, che le faccia dire ‘Ma papà, cosa ti sei messo?’
– Perché dovrei farle un dispetto del genere? Proprio il giorno del suo matrimonio. – L’uomo è sorpreso, direi quasi divertito. Continua a sorridere e si aspetta, seriamente, una risposta.
– Proprio perché sarà un giorno felice. Sua figlia se lo ricorderà e quando se lo ricorderà ne sarà felice.

L’uomo aggrotta le sopraciglia, ritorna alle sue cravatte, le soppesa, quelle continuano a pendere morte sul suo braccio, sembra cerchi il colore più pesante, il peso di quella che ha i colori più forti.

– La rossa a strisce gialle e verdi, – gli suggerisco io, per alleviare la difficoltà della sua scelta.
– Seguirò il suo consiglio, non so dirle perché, ma mi sembra sensato, daltr’onde io non ho mai sopportato le cravatte, non le porto mai, a meno di essere obbligato.

Mi dice l’uomo con l’aria sofferente del padre che compie l’ultimo sacrificio per una figlia da lasciare all’altare, l’ultimo gesto di protezione, prima di abbandonarla definitivamente al mondo.

– Ci sono occasioni in cui è proprio necessario portarle. Cosi pare. – Dico sforzandomi di ricordare in quali altri occasioni ho visto mio padre in cravatta. Non mi ricordo.
– Cosi pare. – fa eco lui.

Intanto la commessa ha estratto dalla vetrina la cravatta a sfondo nero con i pois in grigio ottimista.

– Pura seta, la tocchi, è morbidissima, – mi dice.
– Non posso, mi dispiace. È senz’altro molto bella, ma proprio non posso.
– È un ottimo prezzo per un oggetto di cosi gran qualità.
– Le credo, ma non posso.

L’uomo ha pagato, ora al braccio ha un sacchetto con la sua cravatta dentro, saluta, mi sorride e fa per andarsene.
– Mi accompagna fuori, per favore? – Gli chiedo tenendolo per un braccio, con un tono che non gli permette nessun’altra risposta se non:
– Prego! – Mi risponde porgendomi il braccio.
Fuori sul marciapiede si respira l’aria gelida di febbraio. Respiro, respiro, respiro, respiro sempre più profondamente, sento i pensieri gelidi che mi escono dai polmoni, che si trasformano in fumo al contatto con l’inverno.

– Sta bene? – Mi chiede l’uomo preoccupato.
– Sto meglio.
– Vuole che le chiami un taxi per tornare a casa?
– No, grazie, ce la faccio.
– La posso lasciare? – Chiede con un sorriso ironico.
‘Devi proprio andare, papà?’
– Mi dispiace, Signorina, ma devo proprio andare, ma prima mi dica che sta bene e che la posso lasciare.
‘Vai, vai, se proprio devi andare, portati dietro la cravatta che ti ho regalato io e ricordatelo che te l’ho regalata io’.
– Vada pure, non si preoccupi, sto meglio.
– Grazie per la cravatta. Arrivederci.

Sorrido, lui si volta e si allontana, lo guardo di spalle camminare a passo svelto lungo il marciapiede, evitando i passanti che potrebbero impedirgli il passo, si fa più scuro e lontano, gira l’angolo e sparisce.

Carla Cristofoli

Un tempo c’era una corte chiusa

vino-uvaUn tempo c’era una corte chiusa da una lista di stanze a sinistra e di fronte un porticato che proteggeva le stanze buone, a destra un muro con la legna e le fascine per il fuoco e uno stanzino buio di paura dove non entravo perché avevo paura. Un tempo c’era la casa di mia nonna e tutto il resto non conta. Tutto il resto è vita adulta, ragionata, pensata ed organizzata. Prima era il sogno. Il sogno era la corte al centro della casa. la vita era al centro della corte e sotto il barrali che distillava grigniola, fatto di acini oblunghi dolci e polposi, che avevano lo scopo di filtrare il sole, catturarlo e mitigarlo, per poi restituircelo fresco e odoroso.

In quel cubo di vita c’eravamo noi, tutte, e tutti i pomeriggi eravamo chiamate alla riunione. C’era gioco di bambine grandi che disprezzavano il gioco delle bambine piccole, c’era la preghiera delle bambine piccole ad entrare nel gioco delle grandi ed il gridato rifiuto, gridato era anche il rimprovero, sdegnoso il rifiuto, rassegnata l’accettazione che sempre ne conseguiva.

Una volta c’erano tutte e due le mie nonne, una dal nord l’altra dal sud e tutte si sforzavano di parlare l’italiano della buona educazione, quello che si deve agli stranieri, che sono quelli che parlano altre lingue e possono fraintendere i suoni bruschi del sardo e fraintendere inviti per insulti. La nonna del nord aveva comunque vissuto diversi anni nell’isola, ma aveva imparato pochissime parole. Non riusciva a pronunciare i nomi delle famiglie, non ne veniva a capo di quelle consonanti incastrate, di quei suoni scivolati. Il mio nome non è difficile dice una delle zie ‘cemûd al è?’ chiede la nonna dal nord, nella sua lingua, che fa chick, perché somiglia al francese.

‘Vacca’ risponde la zia. ‘La vache! Que s’est brut!’ esclama quell’altra lasciando la zia in silenzio e tutte nell’imbarazzo.

‘Leggiu est leggiu’ chiosa mia nonna dal sud. Bello non era di sicuro. Ma del bello e del brutto nessuno si cura e la conversazione riprende sotto il sole carico di grigniola.

Carla Cristofoli

Dio è in ferie

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Fin che Atahualpa o qualque altro dio

non ti dica: descansate niño, che continuo io.

“Alle prese con una verde milonga”, Paolo Conte

Non arrivo mai in ritardo. Non ci riesco. Mio padre era molto severo a questo proposito, non che gli abbia mai dato motivo di rimproverami di qualche mio grave ritardo. I traumi infantili si ripercuotono sull’età adulta, hanno un’eco lunghissima. Ma soprattutto si nascondono. Qualcosa sarà successo, io non me lo ricordo, ma certo è che non posso arrivare in ritardo.
Dunque?
Ora, dunque, arrivo in anticipo.
Sono in anticipo, oltre mezz’ora di anticipo. Ma santa donna, ma non lo sai che ci vogliono solo 15 minuti da casa tua a qui, a quest’ora poi non c’è nemmeno traffico. E poi che faccio io qui, come lo perdo tutto questo tempo. Quartiere super chic. Grandi viali si aprono a raggiera davanti a me. Mi sento persa: ‘Dove vado?’. Non posso entrare in questi negozi, sono tutti bellissimi, costosissimi, non c’è nemmeno uno Zara o un H&M, dove buttarsi dentro senza che nessuno ti noti nel vortice di magliette e gonne tutte uguali, con clienti tutte uguali, stesso colore stessa taglia. Vado a vedere dove sta il posto. Vado e torno, due minuti, sta a due minuti dalla fermata, ma Santa Donna, ma non lo sai che è vicino alla fermata. Non lo sapessi. Sulla piazza c’è un’edicola, cerco una rivista, me la compro, ho guadagnato altri 5 minuti.
Altro problema: dove mi siedo a leggerla. Non c’è l’ombra di un giardino, chissà in quale petite ruelle de merde sarà infilato il giardinetto del cavolo, dominio di clochards e alcolisti.
E poi?
E poi fa freddo, comincia già l’inverno, anche lui sempre in anticipo.
Vedo una chiesa davanti a me dall’altro lato della strada. La facciata è protetta da un’inferriata, che la delimita dal marciapiede.
‘Sarà mica chiusa?’ Mi dispero. Attraverso e vado a controllare. Un clochard galante con una mano chiede, con l’altra tiene il cancelletto dell’inferriata.
– È aperta la chiesa? – Gli chiedo e davvero non lo so perché glielo chiedo. I clochards hanno su di me un fascino carismatico, non riesco a trattenermi da dirgli due parole, come se mi dovessero un favore per quei centesimi che offro a sollievo del mio imbarazzo. Mille volte ho provato il desiderio di chiedere ‘Ma lei come si chiama?’. Ma come si fa a chiedere il nome a questi angeli neri che occupano tutti gli angoli della città, illuminandone le ombre più nascoste. Eppure ci dev’essere stato un tempo in cui qualcuno li ha chiamati con un nome, che con il nome, si sa, ci viene dato corpo e sangue, diventiamo concreti, materiali, riconoscibili.
– Le chiese sono sempre aperte, Madame, proprio come me, non chiudono mai – risponde dal profondo della mia riflessione.
– Grazie, molto gentile – Rispondo io tra imbarazzo e disgusto per quella crosta di miseria che gli copre il viso.
– E lei? Oltre che graziosa, è pure gentile? – Chiede rauco il clochard.
Le mie due parole sono già finite, la domanda è troppo difficile e non so rispondere, apro la borsa, frugo nel portamonete. Un biglietto da cinque. È troppo! Una moneta da cinquanta. È poco! Un euro e cinquanta?
– Lei è bella e gentile, Madame – Accetta con un sorriso pieno di denti sorprendentemente bianchi.
Pagato l’obolo, apre il cancello, entro. La chiesa è scura e circolare, senza percorsi facili da decifrare. Il silenzio è accompagnato da un brusio elettrico, che non è luce. Viene da un’aspirapolvere tenuta da una donna sulla cinquantina, vestita dignitosamente, che solleva la testa per guardarmi. Non avevo mai pensato che si facessero le pulizie in chiesa.
Mi siedo in fondo, lontano dall’altare, all’estremo opposto, sull’ultimo banco.
‘Che faccio ora?’
Mi ricordo che ho un libro in borsa, ma non sta bene leggere in chiesa, non sei mica in metro!
Già mi sono pentita di essere entrata. Mi rendo conto che non posso fare niente qui dentro, posso stare seduta e ferma e in muta meditazione e la cosa mi mette in agitazione, come quando sei in certe feste dove tutti chiacchierano e dicono cose divertenti e intelligenti e tu sorridi divertita, manifesti di aver capito la finezza della battuta intelligente e cerchi in testa una cosa intelligente e divertente da dire. Sicura che non la troverai.
Mentre l’ansia sale, la signora distinta dell’aspirapolvere mi viene alle spalle e mi dice:
– Madame ?
Mi spavento, faccio per alzarmi, ma lei sorride con tono severo.
– Madame – Insiste – Devo assolutamente finire di fare il pavimento qui dietro – Sorride e non c’è spazio di replica.
– Ma non vorrei disturbare la sua preghiera – Rassicura.
– No, io guardi non stavo… voglio giusto… sono io che non vorrei disturbare.
– Madame! – M’interrompe assertiva – Potrebbe andare davanti, li ho già fatto, non la disturberei.
– Davanti?
Mi sento come a scuola, quando beccata a fare una marachella la maestra ti spedisce davanti, cosi da controllarti meglio.
Mi alzo rassegnata e vado avanti, a metà navata mi volto e lei è lì che mi guarda e mi sorride severa e sventolando l’aria con una mano mi invita ad andare avanti.
– Avanti, avanti.
– Ancora più avanti.
– Ancora?
– Ancora un po’. Ecco lì va bene. Dice la sua mano, che si blocca di scatto.
Primo banco. Mi siedo composta, sono a tre metri dall’altare, appoggio la borsa al lato. Testa bassa.
Ora dovrei pregare mi dico, cos’altro mi resta da fare?
Non ho la più pallida idea di come funzioni, conosco giusto le preghierine che mia nonna m’insegnava da bambina, ma mica sono a letto, che mi devo addormentare. Ho quaranta minuti di preghiera davanti a me. Tutta una civiltà da inventare.
Ci provo. Inizio.
– Buongiorno, sono qui assolutamente per caso e non vorrei assolutamente disturbare.
– …..
Zero risposta, riprovo.
– Come le dicevo, non vorrei disturbare, sono qui perché ho un appuntamento di lavoro non lontano, ma sono in anticipo e….
– Possiamo evitare le formalità – M’interrompe – Puoi darmi del tu.
– Come preferisce, preferisci. Le, Ti dico subito, che dovrei pregare ma non ho idea di cosa voglia dire esattamente, Lei, tu! tu! Puoi aiutarmi forse.
– Ma! Due su tre hanno richieste del tutto personali, chiedono per sé, per la famiglia, per gli amici, il lavoro da trovare, da cambiare, la salute, il mutuo da pagare, i debiti che non arrivano a saldare, tutte cose molto pratiche.
– Niente di mistico dunque.
– Rarissimo – Conferma – Mi arrivano spesso richieste riguardo al sesso.
– Starai scherzando? – Inorridisco.
– Ah no! ti garantisco che mi arrivano le richieste più diverse, non hai idea di cosa sento.
– Tipo? fammi un esempio? – M’incuriosisco.
– Bé! adesso non mi sembra il caso di scendere nel dettaglio, sono cose personali ed io sarei tenuto ad un certo segreto professionale, se cosi posso esprimermi.
– Dai su! Una cosa semplice – Insisto.
– Proprio ieri – Comincia Lui, senza farsi troppo pregare – È arrivata una donna sulla cinquantina e mi racconta che con il marito da un anno non fanno più sesso.
– Un anno è molto, per una coppia di sposati – Osservo.
– Un anno è molto per tutti. Comunque, il loro problema era che lei non ne ha più voglia, pare sia in menopausa.
– E il marito?
– Il marito va altrove, dove la menopausa non è ancora arrivata – Risponde, ridendoci sopra.
– E tu ridi? – Mi scandalizzo.
– E cosa dovrei fare?
– Ma, non lo so? Sei tu Dio, dovresti dare un consiglio.
– Non sono mica un ginecologo. Sono problemi che esulano dalle mie competenze.
– Quella poveretta era disperata e tu non le hai detto niente per consolarla. È orribile!
– Cosa avrei dovuto dirle?
– Ma, non lo so io! Una cosa tipo di andare dal ginecologo o dallo psicologo.
– Bé, sì, in effetti. Magari se torna, le riferisco.
– ….
– Che c’è?
– Sono delusa.
– Di cosa? Di Me?
– Ti trovo molto superficiale.
– Senti, ragazza mia, io non sono né un esperto contabile, né un consultorio familiare e neanche un ufficio di collocamento. Ognuno ha i problemi suoi, ognuno se li risolve come meglio crede e può.
– E allora tutta sta gente che viene a consultarti, come si spiega?
– Sbagliano domande, richieste, affrontano con me gli argomenti sbagliati. Che cosa diavolo ne posso sapere io di debiti o di problemi di sesso? Sono le loro richieste superficiali. Io sono Dio! Santo Cielo! Come si fa a non capirlo!
– E di cosa ti dovrebbero parlare! Dei massimi sistemi? Che cosa vuoi che gliene freghi alla povera gente dei grandi perché dell’universo?
– Loro sono parte dell’universo, se lo sono scordato. Sono presi da loro stessi, dalle loro miserabili questioni quotidiane.
– Ci trovi noiosi?
– Pedanti.
– Tu sei odioso.
– Questa è un’accusa gratuita, non mi tocca.
– Anche la tua lo è. Tu ci hai creati, mi sembra di ricordare, a tua immagine e somiglianza.
– Mi sa che lo specchio ha smesso di funzionarvi. Mi sembra di capire, da tutto quello che mi raccontate ogni santo giorno, che abbiate largamente perso il senso del divino. Venite qui dentro a scassarmi le orecchie con le vostre cosucce del cavolo e fuori c’è tutto un mondo di cui non ve ne frega un bel niente!
– Bé, non è che tu intervenga ogni cinque secondi. Di bassezze e ingiustizie è pieno questo tuo mistico mondo e non mi pare che tu stia sempre lì a reagire per punire i responsabili.
– L’uomo è libero di agire, libertà è responsabilità, ognuno si assuma le sue. Avete voluto la bicicletta e allora: pedalate!
– È troppo facile questa storia del libero arbitrio, tutti fanno quello che vogliono e poi se tu hai creato l’uomo, l’hai creato capace delle più basse azioni ed allora per logica tu ne sei responsabile.
– Gli ho dato coscienza, non sempre la usa o lo vuole, usarla o no è altro segno di libertà.
– Sei tu che scarichi il barile. E comunque l’uomo, permettimi di dirtelo, l’hai fatto proprio male. T’è venuto malissimo! Nella tua opera c’è un difetto di meccanica estremamente grave.
– È la tua opinione. Io lo trovo perfetto, nel bene e nel male. È la cosa migliore che abbia fatto. Magari un po’ scassa balle, non lo nego. Qualcosina certo si sarebbe potuta aggiustare meglio, forse ho esagerato con il dosaggio di ambizione, ma in fondo pure quella non è per forza un difetto, se non ci fosse, stareste ancora a raccogliere bacche sotto gli alberi, cosa credi?!
– Sembra merito tuo il progresso, sembra che invece la chiesa non abbia fatto di tutto per impedirlo, il progresso, come se i roghi non li abbiano accesi gli uomini di chiesa.
– E che c’entro io con la chiesa? Mica faccio associazionismo io, non scherziamo! E per quanto riguarda i roghi, sono gli uomini, non io ad averli accesi, io i roghi li ho spenti.
– Li ha spenti il pensiero illuminato, non tu.
– Appunto, io illumino le coscienze.
– Madonna santa! Che egocentrico: io, io, io, tutto io. E poi cosi non non se ne esce: se non va bene è colpa dell’uomo, se va bene è merito tuo, ma chi ti credi di essere?
– Dio!
– …
– Non vuoi che ti racconti un’altra storia di sesso? – Cerca di rabbonirmi.
– Non m’interessano le storie di sesso, sono noiose, banalissime – Faccio offesa.
– Hai ragione il sesso si fa, non si racconta.
– Non ti facevo cosi spiritoso, sai?! – Dico ironica.
– Non vorrai mica litigare? siamo mica fidanzati.
– …
– Dai su! Non fare l’offesa, raccontamela tu una storia. Si vede che ti piace raccontare storie.
– E da cosa si vede? – Chiedo stizzosa.
– Dallo sguardo – Sorride malizioso.
– Guarda! Mi fai proprio schiantare dalle risate. Un Dio cosi patetico non me l’aspettavo.
– …
– …
– Ricominciamo? – Chiedo.
– Riproviamo – Risponde.
– Ce l’avrei una storia da raccontarti – Dico con calma.
– Ne ero sicuro, ti conosco troppo bene.
– Ma che ne sai tu di me? Sono qui da dieci minuti, abbiamo già litigato tre volte e non siamo d’accordo su niente. E non dirmi io ti ho creato!
– …
– Non ti permettere! Perché mi alzo e me ne vado, io lo so benissimo chi mi ha creato. Sono persone serie, che lavorano, mica se ne stanno sullo scanno a sparare sentenze.
– Ci calmiamo? – Mi chiede buio.
– Scusa, ho esagerato, però falla finita con le tue sentenze, non le sopporto le persone saccenti, quelle che quando parli ti dicono ‘Eh! lo so, lo so’ e allora se lo sai che me lo chiedi a fare?
– Hai ragione, ci sto attento, è la forza dell’abitudine, una deformazione professionale, non lo faccio per cattiveria – Si giustifica.
– …
– Allora me la racconti la tua storia?
– È una vecchia leggenda indù.
– Sempre piaciuto lo yoga.
– …
– Sto scherzando! Ma sei permalosa! Madonna Santa! Dai su racconta, vorrai mica essere pregata?
– C’era un tempo in cui tutti gli uomini erano simili agli dei.
– C’è stato questo tempo, me lo ricordo.
– Ma abusarono talmente della loro divinità che Brahma, Dio supremo…
– Chi? – Chiede sospettoso.
– Lo saprai tu chi è Brahma, è Dio, sei tu, un nome vale l’altro, o no?
– Scusa, sì, hai ragione, continua pure.
– E poi saremmo noi umani quelli pedanti!
– …
– Allora questo Dio, Brahma o come ti pare, decise di togliere loro la potenza divina e di nasconderla dove non avrebbero mai potuto trovarla. Dove nasconderla divenne quindi un grande problema.
– E me lo immagino, ti voglio proprio vedere a trovare il posto giusto.
– Se mi fai finire, magari te lo dico.
– Sì, sì, piano però, non anticipare.
– Dicevo, il problema era grosso e allora gli Dei minori si riunirono a consiglio per trovare una soluzione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra”. Ma Brahma rispose: “No, questo non basta perché l’uomo scaverà e la troverà”.
– Ovvio – Approva.
– Allora gli dei minori dicono: “Bene, allora affonderemo la divinità nell’oceano più profondo”. Allora Brahma rispose ancora: “Prima o poi l’uomo esplorerà le profondità dei mari la troverà e la riporterà in superficie”.
– Lo vedi? Te lo dicevo io prima a proposito dell’ambizione, del progresso.
– Sì, in effetti di belle scoperte ne abbiamo fatte tante, che si possa parlare di progresso, poi non saprei – Rispondo io.
– Non farmi la sindacalista!
– Ma guarda che sei proprio odioso!
– Eh allora! Cos’hanno deciso questi politicanti, racconta – Se la ride lui sotto la barba bianca.
– Allora gli Dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nascondere la divinità dell’uomo. Sembra che non ci sia un posto né sulla terra né nel mare”.
– I soliti pessimisti, disfattisti. E Brahma cos’ha detto? Tanto poi alla fine, sempre tutto io devo fare.
– Allora Brahma disse: “Ecco cosa faremo della divinità dell’uomo. La nasconderemo profondamente dentro l’uomo stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio là!”.
– Grande! – Se la canta Lui – Che pensata geniale! – Si compiace senza ritegno.
– Che vanaglorioso! E allora sai anche com’è finita? Dimmela tu la fine, allora.
– No, dimmelo tu, che mi piace di più, dai su, bambina mia, com’è finita?
– È finita che non è mai finita perché da allora l’uomo va su e giù per la terra esplorando, arrampicandosi, tuffandosi, scavando, cercando qualche cosa che è già dentro di lui.
– Amen! – Fa lui.
– Amen! – Faccio eco io.
Silenzio. La signora ha finito di passare l’aspirapolvere. In questo silenzio assoluto ci sembra di sentire la risacca del mare. Sarà senz’altro colpa di qualcuno, ma, in questo momento, l’odore della vacanza si fa più forte.
Stiamo lì, io e Lui, mastichiamo piano piano tutti i possibili significati apparenti e nascosti di questa graziosa storiella.
Ce lo guardiamo questo conclave divino, là lontano nelle profondità del tempo.
Questo Dio perfetto, saggio e generoso, che sa cosa ci vuole, che decide per noi, al posto nostro e ci lascia tranquilli godere del tempo che ci resta.
Ci godiamo questo riposo, l’abbandono di ogni responsabilità.
Chiudiamo gli occhi e siamo là, sulla spiaggia, in mano un cocktail colorato di ombrellino e di cannuccia, e guardiamo il mare che ondeggia eternamente lento davanti a noi.
Lei anche è lì, la nostra divinità, custodita, al riparo da ogni corruzione, così che noi possiamo stare tranquilli, serenamente sorseggiare il nostro “Piña Colada” e ascoltare la milonga che suona dal juke box.
– Fantastico! – Dice lui rilassato.
– Già! – Confermo e prendo un altro sorso in silenzio.
– Alla tua salute, fratello – Dico alzando il bicchiere.
– Alla tua, sorella.

Carla Cristofoli

Le torri di Kar El: dal testo al contesto.

Quando Carla Cristofoli mi ha chiesto di intervenire alla presentazione del suo libro, Le Torri di Kar El, mi sono posta il problema di quale taglio dare all’incontro, a partire dalla considerazione che la Biblioteca comunale, che lo organizzava, non è un “presentificio” di libri al servizio dell’editoria locale, ma un’istituzione culturale che seleziona i libri da proporre ai lettori  e promuove la lettura nel territorio. Ho pensato dunque che la presenza dell’editore accanto all’autore (fatto non scontato quando si presenta un libro) potesse diventare l’occasione per riflettere e discutere non solo sul libro ma anche intorno al libro. Che si potesse cioè parlare del testo e del suo contesto. Che insomma l’occasione non fosse solo uno spot promozionale ma un vero incontro culturale, da cui uscire arricchiti e con la voglia di approfondire. Il discorso si è dunque sostanzialmente annodato intorno alle due caratteristiche fondamentali del libro, e cioè al fatto di essere un ebook e di rivolgersi ai bambini.

«E’ un ebook»

Kar El 1Le Torri di Kar El, non è un libro come quelli che siamo stati abituati a leggere fin da bambini, un libro di carta che si sfoglia. Non è un oggetto dove il testo, le parole che compongono la storia sono impresse su fogli di carta e tutti insieme questi elementi compongono un oggetto fisico che a casa riponiamo nelle librerie e in biblioteca troviamo negli scaffali. L’ebook è un libro elettronico. E’ qualcosa di immateriale che non possiamo tenere in mano ma che possiamo leggere soltanto attraverso un dispositivo di lettura (e-reader, tablet, smartphone). Dove la pagina è sostituita da uno schermo e i caratteri stampati sono stati sostituiti dai bit. Il dispositivo di lettura ha la consistenza e la leggerezza di una tavoletta che ci possiamo trasportare comodamente in borsa e oltre ad essere il supporto del testo è allo stesso tempo un contenitore capace di contenere moltissimi libri. Un’intera libreria.

Tutte queste caratteristiche tecniche ci aiutano a capire che ci troviamo a vivere in un’epoca di passaggio per il libro, inteso come veicolo fondamentale di trasmissione della cultura, della conoscenza e della memoria. Un passaggio che Gino Roncaglia¹ ha definito “La quarta rivoluzione”. Le precedenti rivoluzioni nella storia dei supporti e delle forme di trasmissione della conoscenza sono quelle che hanno riguardato il passaggio dall’oralità alla scrittura e poi il passaggio dal volumen al codex, cioè dalla forma rotolo alla forma libro (paginato e rilegato). La terza rivoluzione è quella rappresentata dall’invenzione della stampa (1455) le cui conseguenze per la diffusione della cultura su larga scala sono ben note. Qualcuno considera il passaggio all’ebook più dirompente, perché i cambiamenti interessano non solo la tecnica di riproduzione del testo ma anche le strutture e le forme del supporto che comunicano il testo al lettore. Un fatto, questo, destinato ad avere conseguenze importanti nei modi e nelle forme della lettura. Conseguenze che oggi non è facile prevedere fino in fondo.

«E’ un libro per bambini»

FenicotteroLa biblioteca comunale di Sestu è stata una delle prime biblioteche della Sardegna a creare la sezione per bambini. Simonetta Mura, la direttrice, da anni dedica particolare attenzione, impegno, studio e moltissime energie, alla promozione della lettura fin dalla prima infanzia convinta che questo abbia effetti di lungo termine nello sviluppo cognitivo del bambino e nella sua capacità di capire e rielaborare il mondo. Una missione che oggi, in un Italia dove meno della metà degli italiani legge almeno un libro all’anno e in una Sardegna che vanta il triste record dell’abbandono scolastico, risulta di fondamentale e prioritaria importanza.

«E’ una scrittrice che legge»

Carla CristoforiL’autrice del libro, Carla Cristofoli, come è stato rimarcato più volte nel corso dell’incontro, è nata e cresciuta a Sestu. Si è laureata in lettere e da qualche anno vive a Parigi dove insegna italiano. E dove, accanto al suo lavoro, ha iniziato a coltivare anche la sua passione per la scrittura. A Parigi ha anche cominciato a raccogliere i primi riconoscimenti. Di recente ha partecipato con alcuni suoi racconti al Festival delle arti della Sardegna. E Francesco Abate, in trasferta a Parigi per un tour di presentazioni, l’ha voluta al suo fianco per la presentazione di “Chiedo Scusa”.

Ciò che mi è piaciuto evidenziare di Carla Cristofoli è il fatto che la sua passione per la scrittura deriva da quella per la lettura. Dire che uno scrittore è anche un lettore non è scontato. Ci sono infatti scrittori che dichiarano che quando scrivono non leggono, perché non vogliono essere influenzati e plagiati da ciò che leggono. Un fatto che valuto come un implicito riconoscimento della potenza della lettura. Ma c’è anche chi tra gli scrittori non legge in generale.

Carla invece è una scrittrice che legge. E per me questo è ancora ciò che fa la differenza tra scrittori veri e presunti tali. Nella sua formazione di lettore – mi ha raccontato – proprio la Biblioteca comunale di Sestu ha giocato un ruolo fondamentale. La biblioteca era per lei un luogo accogliente, ricco di nutrimento, di quel cibo necessario a soddisfare la curiosità del mondo che è tipica di un bambino e di un adolescente. Un luogo dove una bibliotecaria, competente sui libri e sulla lettura, sapeva ascoltare e consigliare. Questo racconto mi fa ha fatto venire in mente quello che Andrea Camilleri dice sulla Biblioteca comunale di Enna frequentata negli anni dell’adolescenza. Un’esperienza che, insieme all’incontro con il bibliotecario (l’avvocato Fontanazza), Camilleri considera all’origine della sua vocazione di scrittore. L’augurio è naturalmente che anche Carla, come il grande Camilleri, possa trarre dalla sua passione e dal suo impegno per la scrittura tante soddisfazioni anche per il futuro.

«E’ un editore digitale»

Umberto Eco sostiene che il libro di carta è uno di quegli strumenti che una volta inventati non possono più essere migliorati. Uno di quegli strumenti come la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio e la bicicletta. Ciò in riferimento alla facilità di lettura, di trasporto, all’economicità, la resistenza all’uso, alla comodità della forma per l’immagazzinamento negli scaffali, alla funzionalità dell’impaginazione numerata nel consentire la costruzione di indici. Va detto che l’e-reader ha riprodotto molti degli elementi che hanno decretato il successo del libro cartaceo. Ma – almeno finora – non sembra che le potenzialità proprie del libro elettronico siano state esplorate sino in fondo. Giovanni Solimine² ha osservato – a questo proposito – che come è accaduto a metà del XV secolo con i primi libri a stampa rispetto al manoscritto, sembra quasi che l’ebook, forse per farsi accettare più facilmente, tenda a mimetizzarsi e a imitare il più possibile il libro su carta.

Le tecnologie di cui si dispone oggi potrebbero favorire l’elaborazione di nuove forme di organizzazione e presentazione dei contenuti. Un possibile esito è il libro a strati immaginato da Robert Darnton per i libri di storia. Cioè di un libro dove i contenuti sono strutturati per strati e livelli successivi. Il vantaggio, rispetto al libro di carta, si avrebbe nel fatto che, senza ingrossare troppo il libro, il lettore avrebbe a disposizione una pluralità di contenuti per fruire dei quali dovrebbe altrimenti passare da un supporto all’altro e collegarsi a internet. Un libro del genere inoltre offrirebbe al lettore percorsi di lettura alternativi: dalla narrazione di superficie a quella verticale e più approfondita (con la lettura di saggi e documentazione di supporto, commenti dei lettori, etc.), passando attraverso personali associazioni legate agli interessi di ciascuno.

Si capisce così che la saggistica e la manualistica sono le tipologie di pubblicazione che potrebbero maggiormente avvantaggiarsi del passaggio dal cartaceo al digitale. Ed è facile immaginare che anche altri settori dell’editoria (guide turistiche, scuola) potrebbero trarre vantaggio dalle potenzialità del libro elettronico.

Più difficile è invece immaginare in che modo l’editoria per bambini, che nel cartaceo ha raggiunto alti livelli di elaborazione teorica e concettuale insieme a soluzioni espressive di notevole qualità, potrebbe trarre vantaggio dall’evoluzione dell’ebook. E soprattutto in che modo i lettori bambini ne verrebbero influenzati.

La Logus Mondi Interattivi di Pier Luigi Lai, una casa editrice che pubblica solo in digitale, ha raccolto la sfida e accanto alla versione standard di Le Torri di Kar El, fatta di testo e immagini, ha creato anche una versione multimediale con l’inserimento di sonoro, video e strumenti interattivi. Il tempo ci dirà se siamo all’alba di una nuova rivoluzione anche in questo campo e se davvero il digitale potrà soppiantare i meravigliosi libri per bambini su cui, come dicono i dati istat, si regge gran parte dell’editoria italiana.

Sandra Mereu

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1. Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Editori Laterza 2010.

2. Giovanni Solimine, Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza 2014.

Anche un po’ di Sestu a “Les arts florissants de la Sardaigne”

pieghevoleparigiesternoDal 12 al 22 maggio a Parigi si svolge Les Arts Florissants de la Sardaigne, il festival delle arti in cui la Sardegna esprime la sua cultura con mostre, reading letterari, cinema d’essai, musica ed esplorazioni visive. Ospitato alla Cité Universitarie di Parigi, il festival, giunto quest’anno alla sua dodicesima edizione, è diventato un atteso appuntamento di scambi e riflessioni di carattere culturale e non solo. Una vetrina di proposte e produzioni artistiche e al contempo un punto di osservazione sul mondo. Quest’anno (ma non è la prima volta che succede) a Les Arts Florissants de la Sardaigne c’è anche un po’ di Sestu. Abbiamo chiesto a Irma Toudjian, la musicista cagliaritana di origini armene, promotrice della manifestazione, di parlarci di questo interessante progetto culturale.

***

Irma Toudjian, come è successo che un’affermata musicista cagliaritana da oltre dieci anni organizza un festival a Parigi per parlare di Sardegna?

Il Festival “Les Arts Florissants de la Sardaigne” è alla dodicesima edizione. Lo organizzo a Parigi perché ci ho studiato, lavorato e vissuto; e trovo molto interessante far conoscere e dialogare la cultura sarda con la cultura internazionale.

Les Arts Florissants de la Sardaigne è un festival in cui trovano spazio arti e linguaggi diversi e distanti tra loro. Qual è, se c’è, il filo conduttore?

Il filo conduttore è costituito dall’incontro delle diverse forme d’arte e dalla loro interazione. Come si può vedere dal programma il video, la musica e la letteratura sono sempre presenti durante tutte le serate. Possiamo intrecciare più forme d’arte. Il dialogo è arricchito dall’incontro tra artisti che operano in Sardegna e in Francia.

Chi saranno, in questa edizione del festival, i protagonisti del confronto/interazione tra le arti?

L’intreccio tra il video, la musica, la letteratura e la danza trovano la loro massima espressione in “Navigare i confini” (giovedì 15 maggio), un progetto realizzato grazie alla collaborazione delle associazioni Spaziomusica (Fabrizio Casti e Alessandra Seggi) e Carovana (Ornella d’Agostino). Il concerto di pianoforte di Samuel Tanca, attraverso un programma di musica colta dei compositori Oppo, Porrino e Silesu, traccerà invece un ritratto del mondo musicale sardo che sarà poi ripreso e ampliato dal film documentario Lia: music non stop, dedicato all’artista sarda Lia Origoni. Il film sarà proiettato al festival in prima assoluta, alla presenza del regista Tore Manca. In generale il cinema sardo è rappresentato attraverso le produzioni cinematografiche più attuali. Ogni anno propongo registi diversi e film di grande interesse per un pubblico internazionale. L’anno scorso avevamo proiettato il film di Giovanni Coda “Il Rosa Nudo”. Quest’anno, lo stesso Giovanni Coda è presente con “Il Rosa Nudo – Redux”, un video-concerto con le musiche di Arnaldo Pontis (musica elettronica) e le mie composizioni. Saranno inoltre presentati, grazie alla collaborazione con la Cineteca Sarda di Cagliari, i due corti vincitori del concorso Il cinema racconta il lavoro: “Tu ridi” di Chiara Sulis e “Culurzones” di Francesco Giusiani.

A proposito di Giovanni Coda, il suo film  “Il Rosa nudo” è stato pluripremiato all’estero e ora è candidato per i David di Donatello. Un successo internazionale che però non sembra avere riscontro in Sardegna. E’ un caso isolato o la conferma della scarsa attenzione che qui da noi si  riserva alla Cultura?

Giovanni Coda è un grande artista, ho collaborato con lui fin da quando ci siamo conosciuti. Il suo lavoro è molto interessante, dal punto di visto artistico ma anche sociale. Giovanni è una persona che s’impegna molto per il riconoscimento dei diritti umani. Non direi che è sottovalutato in Sardegna, visto che è molto seguito e apprezzato dal pubblico sardo e in generale dal mondo della cultura sarda. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda le istituzioni e la politica.

Quest’anno tra gli ospiti invitati a partecipare al festival figura anche una scrittrice di Sestu, Carla Cristofoli. Quale sarà il suo contributo?

Carla Cristofoli, insieme a Maria Luisa Massa (anche lei una sarda che vive a Parigi) e a Patricia Bourcillier (una scrittrice francese che invece vive in Sardegna), rappresenta al festival la letteratura. Partecipa con due racconti, “Risveglio Blu” e “Il viaggio del salmone”. Circa un anno fa le ho chiesto di farmi avere i suoi scritti. Li ho letti subito e mi sono piaciuti molto: propongono tematiche interessanti e sono scritti molto bene. Faccio però notare che non è la prima volta che un vostro concittadino, un Sestese, partecipa a Les Arts Florissants de la Sardaigne. Qualche anno fa vi prese parte anche Pierpaolo Meloni con il progetto musicale “Akroasis – Racconti del mare”.

Sandra Mereu

Programma_Les Arts Florissants de la Sardaigne

101 tesori nascosti della Sardegna nella guida di Antonio Maccioni.

101 tesori nascosti della SardegnaPer caso, in Biblioteca mi è capitato di imbattermi in una originale guida della Sardegna, curata da Antonio Maccioni per la Newton Compton Editori (2012)*. Ho sempre pensato che le guide turistiche fossero uno strumento pratico per conoscere e orientarsi nei luoghi da visitare, e per molto tempo ho ritenuto esaustiva quella classica e pregevole del Touring Club. Recentemente ho scoperto e apprezzato anche un altro genere di “guide”, che raccontano la Sardegna e i suoi luoghi guardandoli da angolazioni insolite. Penso a “Nuraghe beach” di Flavio Soriga, a “Forse non fa” di Celestino Tabasso, e alla recente serie dei racconti per bambini inaugurata, con le “Le torri di Kar El“, da Carla Cristofoli per la Logus Mondi Interattivi. In queste guide i luoghi si scoprono e si apprezzano attraverso le suggestioni che esalano dalla storia degli uomini, dalle loro tradizioni e dalle leggende che fioriscono intorno. Una torre, una spiaggia, un monumento, una città non ti parlano veramente se ti avvicini ad essi con la superficialità del turista d’assalto. Puoi immortalarli con la macchina digitale per dimostrare a tutti di averli visti, ma rapidamente svaniscono dalla memoria. Se però hai letto una storia come “La Cattedrale del Mare” di Ildefonso Falcones, che ti ha anche coinvolto emotivamente, può capitare che a Santa Maria ci torni più e più volte durante il tempo del soggiorno a Barcellona. E quel monumento lo guardi e non solo lo vedi. Lo comprendi e lo trattieni.

La guida di Antonio Maccioni, giovane ricercatore specializzato in Letterature comparate, con interessi che spaziano dalla filosofia alla storia delle religioni, ha il merito di farti scoprire luoghi poco noti, non inclusi negli itinerari delle guide turistiche tradizionali, mostrandoteli sotto una luce insolita che permette di coglierne l’essenza profonda. L’autore divide luoghi e monumenti in quattro gruppi, ciascuno dei quali è tenuto insieme dal filo di un elemento naturale. Così da secoli si prega intorno all’acqua liberata dalle “sette fontane” di San Leonardo, perché “l’acqua è maghiargia” e “ci fa le magie”. Il cuore liquido della terra nella laguna di Santa Giusta copre per 2400 anni un satiro dai tratti “negrodi”, mentre i morsi del mare di Bosa divora le storie e la balena di pietra a Torre del pozzo d’estate prende vita al tramonto e il suo occhio si illumina di una luce serena. E la terra nasconde i tesori: ceramiche e calici sotto la cattedrale di Iglesias; scheletri antichi nella Marina di Arbus; madonne nuragiche nella casa dell’orco a Urzulei; incisioni rupestri nelle tombe di Anela. E poi c’è il fuoco… e quindi l’aria. E ad essi si aggiunge “il cielo dell’arte, misto a quello dell’anima”.

Dietro questa guida, si intravede un lungo e meticoloso lavoro di ricerca. Articoli di giornale, riviste specializzate, racconti letterari e i segreti “di chi questa terra la conosce sul serio” sono la materia di cui si compone. Il risultato è godibile, alternativo e utile. Anche a noi sardi, che quei luoghi ce li abbiamo sotto gli occhi ma raramente li comprendiamo e più spesso ne ignoriamo il significato nascosto. E poiché non li apprezziamo capita anche che non li proteggiamo. Sono in tutto “centouno tesori da vedere almeno una volta nella vita”, suggerisce l’autore. Chi resta e non parte per mete esotiche e città lontane, nei ponti tra Pasqua e il primo maggio potrebbe iniziare…

Sandra Mereu

*A Cagliari il libro si può trovare: Biblioteca regionale (viale Trieste 137), MEM (via Mameli 164), Biblioteca comunale di Pirri.

“Le torri di Kar El”: ciò che lega Cagliari a Parigi.

le-torri-di-kar-elChe nesso c’è tra “Kar El”, luogo evocato dal titolo, e l’immagine della torre Eiffel che introduce il libro? Facile: Carla Cristofoli, nostra concittadina nonché assidua lettrice e collaboratrice di Sestu Reloaded. Carla da diversi anni vive e lavora nella capitale francese, insegna italiano e ha una grande passione: scrivere storie. Sono suoi i testi di Le Torri di Kar El, il primo racconto di una trilogia edita da Logus Mondi Interattivi. Saperlo in anticipo non mi rende però meno curiosa. Anche perché Carla è molto attenta a disseminare il percorso di indizi che spingono alla scoperta. “Io non sono un libro di favole!” suggerisce nell’incipit. Allora sfoglio, o meglio scorro una dopo l’altra le prime pagine di questo ebook, e scopro così che il nesso può essere anche un altro: l’eroe della rivoluzione sarda che nel 1796 riparò in Francia per sfuggire all’arresto e a morte sicura. Dunque è un libro di Storia! Continuo, e capisco che la rivoluzione sarda e Giò Maria Angioy sono solo uno dei diversi fili dell’intreccio. Ma in questo primo snodo del libro sta una delle tante trovate originali di cui Carla punteggia la sua storia. Il giovane protagonista del racconto è niente meno che un discendente di Madame Dupont, la vedova parigina che ospitò e diede amicizia all’Angioy durante alinal’esilio. Inventiva e trama intrigante sono dunque ingredienti fondamentali di questo racconto. Ma non i soli. Sulle tracce delle memorie familiari il piccolo Alban giunge a Cagliari. Ad accoglierlo affettuosamente c’è la sua amica di penna Alina, una simpatica bambina dalla vivida chioma corvina che ne interpreta e sottolinea i sentimenti. L’amicizia tra i due bambini, l’alone magico che sembra circondare Alina, mi richiamano alla mente le storie di Lavinia di Bianca Pitzorno che leggevo a mia figlia quando era piccola. Tanto che, senza neanche rendermene conto, prendo a leggere a voce alta, proprio come si fa quando si raccontano storie ai bambini, per coinvolgerli e catturarne l’attenzione. L’avventurosa scoperta del golfo di Kar El a bordo di un fenicottero rosa, accompagnata dalle bellissime illustrazioni dell’anima grafica di Pigi Rimica (l’autore collettivo della trilogia), è davvero un episodio che avvince. Questa non è una favola, ci aveva avvertito l’autrice all’inizio. Ed è vero. Le Torri di Kar El è molto di più. E’ una storia dalle molteplici sfaccettature, dove si intrecciano generi diversi. Carla li ha sapientemente dosati per creare una gustosa miscela. Chi ha ancora la possibilità di poterla somministrare ai propri piccoli, non si perda l’occasione di goderne con loro.

Sandra Mereu

“Le Torri di Kar El” di Pigi Rimica (ebook)

Le Torri di Kar El
In principio era il mare. Il Mediterraneo, il nostro mare, il mare di tutti. Al centro c’e un’isola. L’isola è un mare di terra, di sole, di gente radicata alla terra, di gente che guarda il sole dritto negli occhi. La Sardegna è un mare di storia ed è di questa terra che ti racconterò. Ti racconterò della sua regina più bella, bianca come la luna, nera come l’ossidiana. Ti parlerò di Kar El, la città di dio, delle sue torri austere e sévère, che svettano nel cielo che si confonde con il mare. Ti parlerò di eroi coraggiosi, pronti a combattere per la libertà. Ti parlerò delle loro fughe attraverso boschi oscuri, inseguiti da eserciti di arroganti. Ti parlerò di uccelli rossi di fuoco, che dall’Africa attraversano il mare per raggiungere l’isola e le sue vaste montagne di sale. Ti parlerò di rivoluzioni, di angeli guerrieri e di demoni malvagi. Ti parlerò di Alina, la giovane dai capelli stregati. Ti parlerò del suo amico straniero Alban, venuto dall’antica Francia, dalla bella Parigi, per conoscere l’incanto di Kar El.
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‘Le Torri di Kar El’ è il primo di tre episodi sulla storia di Cagliari, capoluogo della Sardegna. È un libro interattivo, con il quale il lettore può comunicare ed interagire. Questo primo episodio mostrerà i grandi spazi in cui Cagliari si trova: la spiaggia del Poetto e la ‘Sella del Diavolo’, il Golfo degli angeli, lo stagno del Molentargius ed i fantastici fenicotteri rosa che lo abitano. Leggende e storie fantastiche animeranno il centro della città, in cui si sono svolti gli avvenimenti che hanno determinato la storia di Cagliari e della Sardegna. Due guide di eccezione accompagnano il lettore in questo primo viaggio: Alina, una ragazza sarda dai capelli stregati ed il suo amico francese Alban, venuto da Parigi per conoscere l’antica Regina della Sardegna: Kar El. I testi di questo primo episodio sono di Carla Cristofoli. 

Le torri di Kar El -Logus Mondi Interattivi