“Memorias de contus, cantus, resas”

MemoriasVenerdì 31 ottobre, nella sala del consiglio comunale si è svolta una interessante conferenza dal titolo “Memorias de contus, cantus, resas”. La organizzava l’Associazione folkloristica e culturale San Gemiliano, impegnata quest’anno in una serie di iniziative culturali per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua fondazione. Sighendi is festas de is cinquantannus, iniziate nella tarda primavera, e perseverando nell’impegno di coltivare e divulgare la cultura e le tradizioni della Sardegna, l’Associazione San Gemiliano ha dunque organizzato, nell’ultimo giorno di ottobre, un incontro dedicato alla poesia e al teatro popolare. Ne hanno parlato Gavino Maieli, Ottavio Congiu e Carlo Pillai.

Gavino Maieli

Gavino Maieli

Gavino Maieli, poeta di Siligo e medico di professione, già direttore di importanti riviste culturali sarde, ripercorrendo la storia del teatro ha ricordato che in Sardegna esiste una lunga e nutrita tradizione teatrale che si fa risalire al Seicento. Si contano circa 240 testi per lo più misconosciuti, sepolti nelle biblioteche e solo in parte studiati. Si tratta per lo più di opere riconducibili ad ambito ecclesiastico, scritte da religiosi per evangelizzare ed educare il popolo. Caratteristica di questa produzione letteraria è la varietà linguistica, specchio del plurilinguismo esistente in Sardegna nei secoli passati, talvolta utilizzata in funzione dei diversi registri stilistici. In sardo parlava il popolo, in castigliano e latino i maggiorenti.

Ottavio Congiu

Ottavio Congiu

In Sardegna, accanto a questo genere di rappresentazioni teatrali, esisteva e preesisteva anche una forma di teatro improprio, fatto esclusivamente di gesti, maschere e suoni primitivi ed elementari. Questo tipo di teatro, secondo Gavino Maieli, risalirebbe all’epoca nuragica ed è ancora oggi riconoscibile nelle rappresentazioni carnevalesche dei mamuthones di Mamoiada, nei thurpos di Orotelli, dei boes e merdules  di Ottana , nel giolzi di Bosa. Il teatro – ha precisato Maieli – è una forma d’arte che ha il compito di raccontare ciò che esplode dentro l’anima dell’autore o di una comunità. In questo senso le maschere arcaiche interpretano e rappresentano riti propiziatori e liberatori che valgono a cacciare il male, la carestia e le malattie. Queste antiche forme di teatro condividono con le sacre rappresentazioni di età moderna il carattere comunitario e lo spazio scenico della piazza. A conclusione dell’intervento di Gavino Maieli, l’attore e regista teatrale Ottavio Congiu, ha recitato un brano tratto da Sa passioni de nostru signori Gesu Cristu di Frate Antonio Maria da Esterzili, un testo in sardo campidanese del Seicento.

Carlo Pillai

Carlo Pillai

Carlo Pillai, riprendendo in un limpido sardo campidanese il discorso sull’origine del teatro sardo, ha confermato la sua fama di profondo conoscitore di storia e tradizioni locali. Già docente della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica dell’Archivio di Stato di Cagliari, quindi Sovrintendente archivistico della Sardegna, ha portato a sostegno di ogni sua considerazione documenti e fonti attendibili che ha interpretato con rigore alla luce di una personale e vastissima cultura storica e letteraria. Facendo sua la tesi esposta da Stanis Manca nell’articolo “Le gare poetiche in Sardegna” apparso nel 1909 sulla rivista La lettura, ha sostenuto che in Sardegna non è mai esistito un vero teatro popolare autoctono. Ciò in quanto la sua funzione era svolta dalle gare poetiche. In questo genere di poesia popolare si ritrovano tutti gli elementi tipici del teatro: parola, gesto e canto. I cantadores – ha fatto notare Pillai – si esibivano in formazioni composte anche da 7 elementi, interpretavano ruoli definiti, simili a quelli della commedia dell’arte, e si esprimevano attraverso un’accentuata gestualità che non di rado era sostenuta da una voce potente e armoniosa. Il tratto caratteristico e qualificante delle gare poetiche stava però nell’uso della parola. I versi elaborati, il linguaggio controllato, l’uso di allegorie e metafore lasciano intendere non solo la capacità dei poeti improvvisatori di adattarsi ai regimi politici di tutte le epoche ma l’origine stessa del genere. Secondo Carlo Pillai, nelle gare poetiche la difficoltà del verso, articolato in sterrina e cubertanza che si richiamanono attraverso un complesso sistema di rime, rimanda alla poesia trobadorica medievale. Con la poesia trobadorica condividono peraltro anche il carattere moraleggiante. La presenza di giullari e trombettieri alla corte dei giudici d’Arborea – ha concluso Pillai – lascia credere che, come accadeva in tutte le corti europee, essi fossero il veicolo attraverso i quali anche in Sardegna si diffondeva, si apprezzava e si formava il gusto per la poesia dei trovatori. Nondimeno sono noti i rapporti dei trovatori con le altre corti sarde e i loro rispettivi signori.

Non so se la scelta di far cadere questo appuntamento proprio nella sera in cui nelle vie del paese si aggiravano i fantasmini di Halloween fosse voluta. Certo questa coincidenza ha dato alla conferenza un significato particolare. Contraporsi a una festa importata dall’America che si è sovrapposta alla non meno antica e suggestiva tradizione nostrana legata alla memoria dei morti, con un incontro pubblico di approfondimento che riconosceva e restituiva dignità alla nostra cultura letteraria (scritta e orale), a me è apparso un modo adeguato per resistere all’accettazione acritica di modelli culturali esterni e alla contestuale perdita della nostra memoria culturale.

Il prossimo appuntamento della serie Sighendi is festas de is cinquantannus è previsto per venerdì 14 novembre. Ottavio Congiu reciterà la famosa Scomuniga de predi Antiogu arrettori de Masuddas, un testo satirico scritto da un autore anonimo intorno alla metà dell’Ottocento.

Sandra Mereu

Sighendi is festas de is cinquantannus…

L’Associazione Folkloristica e Culturale “San Gemiliano” per festeggiare il cinquantennale della sua attività (1964-2014), ha organizzato una serie di iniziative di spettacolo e culturali incentrate sulle tradizioni e la lingua sarda. I prossimi appuntamenti sono previsti per venerdì 31 ottobre e venerdì 14 novembre.

Il primo dei due incontri (31 ottobre) è dedicato al tema della memoria. A tottus cussus chi olint arrègordai Carlo Pillai, Gavino Manca, Ottavio Congiu, introdotti da Camillo Pili, parleranno di contus e cantus.

Nel secondo incontro (14 novembre) tottus cussus chi si olint ispssiai potranno assistere a “Sa scomuniga de predi Antiogu“, la famosa predica del rettore di Masullas, recitata da Ottavio Congiu.

Gli incontri si svolgeranno nella sala consiliare del comune di Sestu:

Memorias sa scomuniga

Bacco e Venere esistono ancora!

F. C. Marinelli

Flavio Marinelli 2014 – Ispirato al racconto di un viaggiatore francese  dell’Ottocento

Associazione Folk Culturale San Gemiliano, Comune di Sestu Assessorati Cultura e Turismo, Ass.ne Turistica Pro Loco Sestu, Regione Autonoma della Sardegna – Presidenza del Consiglio Regionale – Assessorato Regionale P. I.

Con il patrocinio del Comune di Sestu l’Associazione Folkloristica Culturale S. Gemiliano… pensando al suo Cinquantennale organizza “Una serata per conoscere e per non dimenticare poesia e poetica in Sardegna: in musica, in canto, in rima, in versi e in ballo”.

Con la partecipazione di: Gavino Maieli, Direttore delle Riviste “S’Ischiglia” e “Nur”, Vittoriano Pili, cultore di espressioni diverse in Lingua Sarda, Carlo Pillai, studioso e scrittore di Lingua e Poesia Sarda, Luciana Onnis, Fondazione Faustino Onnis Selargius.

1964 -2014. Venerdì 27 Giugno – ore 20,00 Casa Ofelia Marras – Via Parrocchia – Sestu.

Così potevamo leggere nella locandina attaccata al vetro del bar a fine Giugno in paese e, a dirla tutta, la cosa sembrava parecchio interessante. “Ma dai – mi disse Gianni – è la solita serata di pseudo professoroni so-tutto-io, la solita palla”. “Più che altro – ribatté Franco col suo solito risolino beffardo da simpatica canaglia – sarà noiosa perché pivelle non ce ne sono… minimo solo gente seria e vecchia… e musica antica… e se ci vanno sono vestite in costume, che o se la tirano o non possono lasciarsi andare… e poi alcuni di questi mi sembra di conoscerli, si creint meda”. “La scorsa volta ci sono andato e alla fine c’era roba da mangiare e da bere, lo fanno sempre…” – gettai l’esca. “Vino o birra?” “Vino bianco e nero e roba tipo salame, prosciutto, formaggio e dolci”. “Boh… vediamo…” “Ita vediamo, andiamo verso la fine, dai retta a me, mai che me lo perdo il cumbido… e poi a fine serata le ballerine se lo tolgono il gesso…” Fu così che non sfumò la mia idea di andarci in cricca, sapevo che sarebbe stato inutile cercare di convincerli parlando di poesia.

Arrivò il venerdì, andai al Comune, ci eravamo dati appuntamento lì per le sette e mezza: una birra, una sigaretta e via, come facciamo sempre, quella volta direzione casa di Tzia Ofelia. Franco e Gianni erano già lì, in piedi vicino alla nostra panchina… che cosa è successo? – pensai vedendoli. “Mi sa che andiamo”, disse Gianni ammiccando verso il compare. Mancavano venti minuti: Bacco e Venere esistono ancora.

Entrammo nel vecchio cortile valicando il grande portone di legno, c’era già gente che aspettava di prender posto nella sala conferenze, in fondo a destra, non erano tanti, ma si vedeva un certo movimento e sembravano socievoli. Ormai le otto erano passate, decisero di iniziare. Occupammo una fila a mezza sala, le file di sedie erano da tre, sembrava fatto apposta per noi. Il Presidente del gruppo folk San Gemiliano, Camillo Pili, un tipo simpatico coi baffetti e un bel sorriso, salutò i convenuti e presentò i relatori, poi lesse una poesia scritta da lui la mattina, ispirata al tema della conferenza, parlava del suono che arriva da ciò che ci sta intorno, dalle foglie di un albero o dal cammino di un’onda, tutto ha suono e musica e poesia, basta trovare il silenzio dal rumore e ascoltare. Ci mise a nostro agio, il ghiaccio era rotto e bene direi. Poi prese la parola il fratello, Vittoriano (“lo sapevo io – borbottò Gianni seduto alla mia destra -, tutto in famiglia, la solita mafia”), parlò degli emigrati sardi degli anni sessanta, gli anni della nascita del gruppo folk, e poi lesse un racconto di un francese del 1800, tradotto da lui, la descrizione di un ballo tondo a launeddas della zona di Pirri, mi pare, una scena ricca di particolari, quasi una foto o un film girato da uno che di cinepresa e tecnica della comunicazione ne sa.

Anche Vittoriano era molto simpatico, era serio, ma “alla fidata ne tzaccava battute” – come mi disse qualche giorno dopo Franco (quella sera seduto all’altra estremità della nostra fila di tres scannus, con un occhio al tavolo intarsiato dei relatori e l’altro, invisibile a tutti tranne che chi conosceva la sua missione, alle ragazze sedute in fondo alla sala) – e a volte gli scappava il sorriso… e nel frattempo che le nostre orecchie ascoltavano cose nuove che ci diceva, i nostri occhi e i nostri corpi erano ancora in mezzo a quei ballerini ancestrali di duecento anni fa. Quando il microfono passò alla postazione di Gavino Maieli, senza abbandonare il XIX secolo lasciammo il ballo e la musica e cademmo come d’incanto nel grembo della poesia. Il direttore dei due periodici di cultura della terra dei nuraghi ci prese affabilmente per mano e con lui ripercorremmo le vie dei versificatori sardi della fine del 1800 e del 1900, sentieri magici, misteriosi, affascinanti… come il suono della più piccola delle campanelle appese al collo delle pecore, sa ischiglia. Dopo averci svelato il significato di quel nome, lesse due belle poesie senza svelarci l’autore, ma capimmo alla fine – tranne Gianni, ovvio – che erano sue: logudorese sketu. Altri applausi sonori, la serata era calda.

Carlo Pillai, con un dialetto campidanese molto attuale e chiaro e un caratteristico fare vivace, schietto, spontaneo, espressivo e accattivante e i suoi occhialini sul naso, approfondì il tema della serata, presentando ai nostri orecchi, nei quali il tintinnio di un gregge transumante risuonava ancora dolce e selvatico come il miele di corbezzolo, le varie e numerose occasioni della poesia e del canto sardo: e questo e quello e poi il lavoro, i goccius, le cantadas… lesse pure versi di Dante, su babbu Dante, sapeva tante cose e sapeva dirle, tant’è che Gianni immobile con le braccia conserte e le gambe incrociate sotto il sedile sbottò: “Questo di cose ne sa molte davvero, è un attore!”, mentre Franco guardava oltre le vetrate che davano sullo stretto cortile transennato di canne alla nostra destra sperando che qualche gonnella passasse diretta verso la sala.

Prese la parola Luciana Onnis, figlia del famoso poeta Faustino. Fu breve e gentile. Ardì leggere per la prima volta in pubblico un componimento del padre… e ricevette calorosi consensi, poi chiamò a sé un tipo eccentrico seduto in prima fila, un tipo col cappello bianco, gli occhiali giganti e i pantaloni gialli larghi larghi. Questi in piedi accanto al muro cominciò a leggere poesie di Faustino Onnis, era bravissimo, rimanemmo a bocca aperta. Ci dissero che era l’attore Ottavio Congiu. A sorpresa Camillo chiese a Ottavio di leggere una poesia di Vittorio dedicata al gruppo folk San Gemiliano scritta tanti e tanti anni fa: su gioghista. Ci fece ridere, era una poesiabarzelletta! Ottavio raccontò un’altra barzelletta simile a quella, su lioni, la serata aveva improvvisamente aveva preso una piega ilare, “tropu togu – disse Franco – dai che si mangia!”. E come una premonizione che inattesa si avvera, fummo invitati a uscire nel loggiato per un graditissimo ristoro sotto le stelle, tra simpaticissimi poeti, professoroni e intellettuali, mancavano soltanto ballerine con e senza gesso, costumi e un solitario, magico suonatore di launeddas¹.

M. F. P.

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1. Questo racconto è stato pubblicato nel numero unico del giornale che l’Associazione San Gemiliano ha curato in occasione del Cinquantennale della sua attività. Vi si possono leggere, tra gli altri, i contributi di Camillo Pili, Flavio Marinelli, Dionisio Pinna, Gavino Maieli. Di seguito alleghiamo il pdf:

Cinquatennale – Numero unico dell’Associazione San Gemiliano per i cinquantanni di attività

Is paraulas de santu Martinu

Greca Ferru

Greca Ferru, 1900-2001

C’è una novella popolare diffusa in tutta l’Europa e molto nota anche in Sardegna e nel Campidano di Cagliari. Oggi la leggiamo nei libri di tradizioni popolari ma sino a non molto tempo fa le nostre nonne e bisnonne, a cui era giunta per tradizione orale, la recitavano a memoria. E’ la novella de Is paraulas bonas de santu Martinu, il santo originario della Gallia che fu vescovo di Tours nel IV secolo. Conosciuto come eremita taumaturgo, soprattutto in epoche in cui la scienza medica era poco sviluppata, san Martino ha goduto di una forte presa sulle plebi rurali a causa del gran numero di miracoli e guarigioni che gli furono attribuiti. La fama di questo santo è però legata anche ad un’altra sua caratteristica: la capacità di scacciare il demonio e di riconoscerlo e scoprirlo sotto ogni travestimento. A queste sue doti fanno appunto riferimento le Paraulas bonas. Carlo Pillai nel suo pregevole lavoro “Il tempo dei Santi” (AM&D Edizioni, 1994) inquadra la novella e la sua capillare diffusione nella società dei secoli passati tra le narrazioni funzionali alla conservazione di un ordine sociale classista. Scoperto il diavolo dietro il facoltoso signore che vuole sposare una contadina giovane e bella ma povera, Martino manda a monte l’imminente matrimonio e insieme ogni velleità di ascesa sociale della giovane donna. Dietro un apparente buon affare – è la morale di questa novella – si possono nascondere terribili insidie. Ai giovani delle classi sociali più basse – scrive Carlo Pillai – si doveva togliere l’illusione che l’amore-passione o la bellezza fisica potessero rappresentare una via d’uscita dalla povertà per spingerli ad accettare la condizione che il destino riservava loro alla nascita. Un obiettivo, questo, perseguito anche attraverso la legislazione in vigore sino all’Ottocento che, in vario modo, mirava a impedire i matrimoni tra persone appartenenti a classi sociali diverse.

Nel 1997 il cantautore sardo di Tuili Franco Madau, abbinando al ritmo delle Paraulas bonas quello musicale del ballo sardo, ha inciso il brano che di seguito vi proponiamo. Lo dedichiamo alla memoria di Greca (Arega) Ferru, una donna sestese di lontane origini contadine, morta nell’ottobre di dodici anni fa. Questo brano ne immortala la voce di centenaria giacché, spinta dal nipote, si prestò a recitare la tredicesima delle paraulas, ovvero l’esorcismo finale con cui Martino scaccia definitivamente il diavolo.

Sandra Mereu

Sant’Isidoro, una tradizione che resiste

Sant'Isidoro 2012 - Foto di R. Bullita

Festa di Sant’Isidoro, “Bois mudaus” (Foto di R. Bullita)

Come da tradizione, nel mese di maggio si celebra a Sestu la festa di Sant’Isidoro, il patrono dei contadini. Festa che quest’anno è attesa per sabato 11 maggio. Roberto Bullita in un articolo pubblicato su questo stesso blog (La festa di Sant’Isidoro a Sestu, ieri e oggi) ci ha raccontato che essa è strettamente legata all’attività agricola, ancora oggi, nonostante l’avanzare del terziario, uno dei settori prevalenti dell’economia locale. Si conoscono – sostiene Roberto Bullita – poche testimonianze scritte sull’origine del culto di Sant’Isidoro a Sestu. Tuttavia è verosimile che, come in moltissimi paesi del Campidano, anche a Sestu questo culto abbia preso piede a partire dalla sua introduzione in Sardegna ad opera degli spagnoli, nel corso del Seicento. Sant’Isidoro è dunque un santo di recente diffusione che – stando agli studi di Carlo Pillai (Il tempo dei santi, 1994) – si è sostituito a precedenti culti legati ai riti agrari, pagani prima e cristiani poi, perché funzionale alle politiche agrarie dell’epoca. La stessa agiografia e iconografia ne sarebbero una conferma. Emblematico a questo proposito – scrive Pillai – l’episodio, sottolineato anche nei goccius e nelle canzoni sarde, del santo-contadino che viene sorpreso a oziare. Un comportamento che in Isidoro, generalmente rappresentato come scrupoloso esecutore degli ordini del padrone e indefesso lavoratore, può essere tollerato – è questo il messaggio – solo in quanto ad arare i campi al suo posto avevano provveduto i buoi guidati dagli angeli, “dus beatissimus ispiritus purissimus benius po d’aggiudai”. A partire dalla seconda metà del Seicento, parallelamente alla diffusione del culto di questo santo in Sardegna, si registrano appunto una serie di provvedimenti viceregi a favore dell’agricoltura. Dello stesso segno è anche l’istituzione, per iniziativa della Chiesa, dei Monti granatici, finalizzati a sottrarre i contadini alla piaga dell’usura. Le autorità quindi si adoperavano per evitare il collasso delle attività agricole e a questo fine Sant’Isidoro veniva indicato ai contadini come modello perfetto a cui tendere per sopportare le fatiche che il duro lavoro dei campi comportava. Nel secolo successivo il culto di Sant’Isidoro si diffonde ulteriormente e ciò avviene – fa notare ancora Pillai – in stretta correlazione con la capillare diffusione nelle aree cerealicole del meridione dell’isola, a partire dalla Marmilla, delle banche del grano per i poveri, quali erano appunto i Monti frummentari o granatici.

Sant'Isidoro 2012 - Foto di R. BullitaLa festa di Sant’Isidoro a Sestu (come pure negli altri paesi) si caratterizzava per la sfilata de is bois mudaus, cioè i gioghi di buoi agghindati con fiori colorati e addobbatti di tutto punto con nastri e campanacci. Nei festeggiamenti moderni, come vediamo da qualche anno a questa parte, i maestosi buoi, forza motrice dell’economia agricola del passato, sono accompagnati dai moderni mezzi meccanici, trattori e trattrici, anch’essi addobbati a festa. E in questo straniante accostamento di antico e moderno si afferma la forza di una tradizione a cui i contadini sestesi sembrano proprio non voler rinunciare.

Sandra Mereu

Appuntamenti di fine aprile

Pedalata per la Liberazione_2013PEDALATA DELLA LIBERAZIONE 2013, giovedì 25 aprile − Il comune di Sestu per il 25 aprile organizza una pedalata ecologica che prevede una sosta presso la zona umida nota come “Su stangiu saliu” dove da qualche anno, nelle belle giornate di primavera, si riunisce un folto gruppo di fenicotteri. Si proseguirà poi sino alla località di San Gemiliano dove è previsto il pranzo al sacco. Nella giornata in cui si ricorda la Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista, una tappa fondamentale della passeggiata è rappresentata dalla sosta presso la lapide che rende omaggio a Pietro Meloni, medaglia d’oro al valore per la Resistenza. La pedalata di domenica 25 aprile sarà anche l’occasione per consegnare agli alunni della scuola media Anna Frank che hanno partecipato al corso di mobilità sostenibile “A, bici…” il patentino del ciclista. 

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Sa die de sa Sardigna_2013SA DIE DE SA SARDIGNA 2013, domenica 28 aprile, ore 17 – Centro di aggregazione sociale di vico Pacinotti – In occasione del 28 aprile, data in cui si commemora la rivolta popolare avvenuta nel 1794 che portò alla cacciata dei Piemontesi dalla Sardegna, vicerè e funzionari in testa, si svolgerà a Sestu un incontro di storia e poesia. Carlo Pillai, ricercatore e studioso di storia locale, ricostruirà le vicende storiche del cosiddetto triennio rivoluzionario sardo (1793-1796), culminato con la cacciata dei piemontesi. Seguirà un reading di poesie accompagnato e intercalato dai suoni dell’arpa delle allieve della maestra Tiziana Loi. Aldo Lai leggerà le sue poesie in limba, mentre i ragazzi che frequentano il corso di dizione organizzato dalla consulta giovanile, presenteranno e  interpreteranno “Giovani parole d’amore e d’accordo” di Mamù (La Riflessione 2011). L’incontro è organizzato dalla Consulta degli anziani e dalla Consulta giovanile, con il sostegno del comune di Sestu.

Presentazione del libro “Folklore in Sardegna” di Andrea Locci

Venerdì 22 giugno alle ore 19 presso i locali della Pro Loco, via Roma n. 26, sarà presentato il libro di Andrea Locci Il Folklore in Sardegna, Dessì Edizioni 2011. L’iniziativa è promossa dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione, Cultura, Spettacolo e Tradizioni Popolari con la collaborazione delle associazioni folk “I Nuraghi” e “San Gemiliano”, unitamente all’associazione amatoriale di ballo sardo di Sestu “Amore e Tradizioni”. Presenterà il libro Carlo Pillai, ex sovrintendente archivistico regionale e attualmente presidente  del Centro sardo di studi genealogici e Storia Locale.

Il libro contiene informazioni storico-letterarie sul ballo, il canto e la musica in Sardegna dal Paleolitico all’Ottocento. L’autore analizza la nascita del fenomeno folklore nella nostra Isola e attraverso una metodica ragionata restituisce l’immagine di un folklore credibile ed onesto, offrendo nel contempo un valido strumento di informazione, confronto e verifica per chiunque – amministratori, appassionati, operatori culturali – si occupi di folklore in Sardegna.

S. M.