“Rinvenuti dipinti murali nella chiesa del Rosario a Sedini (SS)”

Si apprende in questi giorni della “scoperta” (nel senso letterale del termine) di alcuni lacerti di un ciclo pittorico (che si spera il più completo possibile) nella chiesa del Rosario a Sedini.
La notizia è rimbalzata solo su alcuni media regionali, per quanto mi è dato verificare, ed è di quelle destinate ad aprire un felice momento di approfondimento sulla storia sedinese nel particolare, ma sarda in generale.
Da un punto di vista materiale il fatto che si tratti di dipinti murali a secco e non di affreschi li rende più fragili e deperibili, se non si attua una corretta manutenzione dopo il loro recupero, che ne consenta un’adeguata conservazione assicurando che possano essere studiati, goduti da appassionati e curiosi e restituiti alla devozione dei sedinesi.
Un secondo aspetto è di carattere storico-artistico e l’analisi che faranno gli storici dell’arte contribuirà a stabilire in quale modo questo ciclo si inserisca nel panorama della pittura murale sarda tra il 1500 e il 1600 (questo l’arco cronologico di massima cui si fa riferimento  in attesa di approfondimenti, per cui sembrerebbe siano stati realizzati proprio a consclusione dei lavori di costruzione della chiesa ad opera dei reduci della battaglia di Lepanto): quali i caratteri stilistici, quali le eventuali novità in termini figurativi e tematici e quali i possibili confronti, a partire dall’ambito locale. Può essere interessante ricordare, a questo proposito, che sono presenti nel Duomo della vicina Castelsardo alcuni dipinti murali datati tra il 1595 e il 1605 e attribuiti da Maria Grazia Scano ad Andrea Lusso, pittore attivo in quegli anni tra la Sardegna centrale e quella settentrionale: egli interpretava con un linguaggio schietto e popolare il filone della  pittura tosco-romana (*).
Ma oltre all’analisi diretta sui dipinti sarà utile la ricognizione negli archivi locali alla ricerca di qualche traccia documentaria che ne agevoli quanto meno la definizione cronologica, se non renda possibile stabilirne la paternità certa: archivio parrocchiale, archivio storico comunale, archivio diocesano di riferimento…. solo per indicarne alcuni.
È sorprendente infatti, per chi non è abituato a frequentare gli archivi o lo faccia in modo casuale o estemporaneo, rendersi conto di quante risposte sia lecito aspettarsi dalla documentazione amministrativa nella quale, se correttamente tenuta, venivano segnati i conti relativi ad entrate e spese di tutti i generi, comprese quelle per manovali, pittori e scultori eventualmente investiti del compito di realizzare opere artistiche per le chiese.
Ci si augura che al più presto questi dipinti siano fruibili per tutti e si è certi fin d’ora che i sedinesi sapranno custodire e valorizzare questo tesoro “ritrovato”.

(*) Per un quadro sulla pittura dell’inizio del Seicento nella Sardegna settentrionale si veda M. G. Scano, Pittura e scultura del ‘600 e del ‘700,  Nuoro, 1991, in particolare pp. 131-133, dove si argomenta anche sull’attività del Lusso.

Glossario:
affresco
: con questa particolare tecnica pittorica, il colore viene steso direttamente sull’intonaco fresco. In questo modo i pigmenti penetrano nell’intonaco e asciugandosi con esso acquisiscono durevolezza e resistenza nel tempo.
dipinto murale a secco
: rispetto all’affresco la pittura viene stesa sull’intonaco asciutto, non penetra che in minima parte in esso e vi aderisce come una sorta di pellicola, più delicata ed esposta al deterioramento per distacco.

Fonte immagine: La NuovaSardegna online

La notizia sui media regionali:
http://lanuovasardegna.gelocal.it/cultura/2011/10/25/news/a-sedini-i-misteriosi-dipinti-della-chiesa-del-rosario-5189672
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-83b3a398-e34e-4660-b510-e938ddd10aaf-tgr.html#p=0 (la notizia inizia dal seguente punto: 15 minuti e 7 secondi)
http://www.videolina.it/view/servizi/21995.html

Anna Pistuddi

La chiesa di San Gemiliano: tra storia e devozione

La prima volta che ho visitato la chiesa di Santu Millanu risale a tantissimi anni fa, e ne ignoravo le peculiarità, la storia, le vicende. Ma mi affascinò da subito il suo tranquillo isolamento, che, paradossalmente, costituisce un singolare motivo di attrazione.
Per tutti è una meta, un luogo di refrigerio per l’anima, per incontrarsi con amici e parenti nella pineta nelle belle giornate primaverili o per difendersi dalle calure dell’estate. Ma è soprattutto il fulcro della festa che celebra il santo e rinnova la devozione dei sestesi.
Si arriva a destinazione dopo un tragitto di pochi minuti in macchina, o una passeggiata corroborante a piedi, e l’ingresso che preferisco è quello dalla pineta, in corrispondenza del chiosco. Non è una questione bucolica o romantica, ma scegliere questa soglia permette di percorrere lo spazio esterno ricalcando idealmente le fasi storiche dell’edificio.
Anche in questo caso, ad accoglierci sono superfici nitide, dal colore caldo del calcare, così comune nel Campidano da far sentire (ai campidanesi, s’intende) quell’inconfondibile “aria di casa”. Così come per un abitante della Gallura il richiamo naturale alle proprie radici si evidenzia dall’uso del granito.
Si. Perché il panorama dell’architettura medievale sarda, e in particolare quella relativa al periodo inquadrabile tra i secoli XI e XIV (1000-1300), nel quale nasce e si sviluppa l’architettura romanica grazie all’opera di monaci benedettini chiamati (a partire dal 1065) dai giudici locali, sovrani dei quattro regni (Cagliari, Gallura, Arborea, Torres) in cui allora era ripartita amministrativamente l’Isola, si caratterizza proprio per il colore. Dislocate in tutto il territorio isolano, le chiese erano costruite con materiali locali offerti dalla natura dei luoghi (basalti, calcare, trachiti…) e marmo (d’importazione, derivato dallo smontaggio di edifici di età romana). Da questo derivano i tanti diversi colori che in determinati momenti si combinarono, volutamente, in funzione decorativa.

L’edificio e le pertinenze: datazione e struttura architettonica.

La chiesa fu edificata nella seconda metà del secolo XIII, fulcro religioso di una villa (Susue) documentata fin dal 1316-22.
Iniziando l’ideale passeggiata dall’ingresso al parco di cui si diceva poco sopra, ci si trova immediatamente di fronte alla parete del fianco meridionale, che si offre al nostro sguardo delimitata in verticale da alcuni elementi caratteristici, le lesene a soffietto (o a fisarmonica) il cui effetto visivo risalta maggiormente con la luce di mezzogiorno, quando, osservandole da vicino e spostando lo sguardo dal basso verso l’alto, si può cogliere l’alternanza di luce e leggere ombre proiettate dalle parti sporgenti di questa superficie “ondulata”. Lesene siffatte caratterizzano questo momento storico, insieme alle forme degli archetti pensili dal sesto acuto. Le mensoline che sorreggono questi ultimi corrono lungo i fianchi e delimitano le pareti dell’edificio segnando l’origine delle coperture e seguendone l’andamento. Oggi molto rovinate, le mensoline che reggono gli archetti pensili porgevano all’occhio dei fedeli una molteplicità di raffigurazioni simboliche: solitamente motivi vegetali, volti umani, teste di leoni, animali fantastici, arieti, ecc…
Sul fianco meridionale è presente un ingresso, la cui struttura è quella canonica dei portali romanici.
Dalla posizione in cui siamo, dirigendoci verso destra, quindi verso est, si svolta fino ad apprezzare la muratura di fondo. Da una semplice osservazione ci accorgiamo della peculiarità della pianta di questa chiesa. Infatti non possiede un’abside soltanto, ma due, che sporgono con le loro murature semicircolari, quella di destra (dal nostro punto di osservazione) più ampia di quella sinistra.
Sulla funzione della doppia abside non si è ancora arrivati a una risposta definitiva, ma non è una novità, essendo presente in Sardegna fin dall’inizio del XII secolo (più precisamente questa pianta si sviluppa tra il 1100 e il 1125). La muratura settentrionale è nascosta da strutture posteriori, così come la facciata originaria, in parte utilizzata per accostarvi il portico, realizzato nel corso del 1500.
Quest’ultimo è suddiviso in tre navate: quella centrale in larghezza ripropone l’ampiezza totale della chiesa stessa. Frontalmente ha una facciata piana, che ospita un ampio portale a sesto acuto e che culmina al centro con un piccolo campanile a due luci, una per ogni campana.
Stando comodamente all’ombra del portico, nella sua zona più ampia, notiamo che ciascun portale, la cui struttura ripete quanto visto nel portale meridionale, rimanda alla suddivisione interna in due navate, che terminano con le absidi.
All’interno si apprezza la solidità dei pilastri che reggono le arcate che dividono le navate, dalla sagoma a tutto sesto che si ripete anche nelle volte a botte semicircolari. A raccordare arcate e pilastri stretti capitelli ripropongono un motivo decorativo a foglie aguzze.
All’esterno un giardino ben curato e ordinato separa la chiesa dalle cumbessias, che si animano nei giorni della festa, grazie alla presenza dei devoti del santo, a testimonianza di un’ininterrotta frequentazione del santuario, che si qualifica, nel suo genere, tra i più grandi del meridione isolano.

Anna Pistuddi

Glossario:

lesèna: elemento architettonico addossato alle murature di un edificio. La sua funzione è decorativa e la forma può essere quella della semicolonna o del pilastro. La superficie può essere liscia o presentare l’aspetto “a soffietto”.

Per approfondire:

D. Scano, Storia dell’arte in Sardegna dal XI al XIV secolo, Cagliari-Sassari, 1907, p. 330;
R. Delogu, L’architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, 1953, pp. 188-189;
R. Serra, La Sardegna, collana “Italia romanica”, Milano, 1989, p. 349;
R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Nuoro, 1993, scheda n. 140.

Dal web:

“Festeggiamenti in onore di San Gemiliano” (settembre 1994)

http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=159994