YOUTH – La Giovinezza di Paolo Sorrentino – Recensione di Marina Cozzolino

youth-giovinezza-sorrentinoYouth – La giovinezza- del regista Paolo Sorrentino, candidato al Festival di Cannes 2015, era uno dei film più attesi dell’anno. Arrivato sullo schermo a due anni dal successo del precedente lavoro, La Grande Bellezza, insignito del Premio Oscar come migliore film straniero nel 2014, Youth è un film non “facile”, a tratti felliniano e pertanto sospeso tra sogno e realtà; è un mosaico di visioni dentro il quale le immagini e la musica vanno di pari passo costringendo lo spettatore ad un’attenzione costante al fine di poter interpretare da solo molte scene del film. Youth non è un film sulla giovinezza o sulla nostalgia della giovinezza ma non è neppure un film sulla vecchiaia, è semmai un film che indaga sul rapporto tra figli e genitori anziani, sulla musica, sull’amicizia, sull’amore, sul tempo che fugge, sulla vita e i suoi drammi. La vecchiaia è vista nel suo rapporto col futuro quando se ne ha poco davanti rispetto a quello che hanno a disposizione  i figli. I due amici, interpretati da due icone dello star system americano, sono Michael Caine( Fred) e Hervey Keitel (Mick), accompagnati da un cast strepitoso: Jane Fonda, Paul Dano, Rachel Weisz.

La storia si svolge in un lussuoso albergo sulle Alpi svizzere dove Fred e Mick, due amici di lunghissima data, si ritrovano a soggiornare insieme ad una folta schiera di personaggi insoddisfatti della propria vita. Gli ospiti dell’albergo trascorrono le loro giornate impegnati in massaggi, saune, wellness quotidiano, lavaggi d’intestino e passeggiate in una natura incontaminata. Fred Ballinger è un direttore d’orchestra in pensione, dolente e apatico,  che non vuole più suonare neppure quando a chiederglielo è la Regina Elisabetta II, Mick Boyle è un regista ottantenne che vuole fare un film testamento sulla propria vita e si è circondato di un gruppo di giovani sceneggiatori. Mentre Fred sembra essersi arreso alla vecchiaia (ma poi vedremo che cambierà atteggiamento), Mick sembra non volersi arrendere (ma poi vedremo che s’arrenderà). Tutti i personaggi sembrano avere paura della vita, soprattutto sembrano avere paura delle emozioni che la vita inevitabilmente ci impone di dover fronteggiare. Fred è ormai interessato ai soli suoni che produce la natura, allo scampanio delle mucche al pascolo e crea la sua musica stropicciando la carta rossa di una caramella che tiene tra le mani.

I personaggi sembrano distanti l’uno dall’altro, non si toccano mai; solo i massaggiatori e i medici pongono le mani sui loro corpi rugosi e sfatti dagli anni  ma sarà nella quotidianità delle passeggiate, delle chiacchierate, dei battibecchi, che ognuno di loro si accorgerà di essere una risorsa per l’altro, lasciando che l’ emozione non sia più la grande assente. E quando le emozioni saranno finalmente liberate, le vite dei protagonisti avranno una svolta imprevista perché per tutti, a prescindere dall’età, c’è una speranza per il domani. “Tutti siamo inadeguati alla vita, ed è proprio per questo  che non dobbiamo averne paura” dice la bambina, fan dell’attore Jimmy Tree, interpretato magistralmente da Paul Dano, stanco del ruolo di robot nel quale lo ha imprigionato il suo pubblico e l’unica che lo ricordi in un ruolo diverso. ”Le emozioni sono tutto quello che abbiamo”  dice Mick all’amico Fred e lo stesso Sorrentino in una recente intervista rilasciata a Paola Zanuttini di Repubblica ha dichiarato: “ A  ottant’anni non si deve per forza rinunciare a un’idea di domani. Col passato non si è liberi perché è andato, col presente lo si è poco, ma il futuro, anche se breve, è la più grande prospettiva di libertà che abbiamo”

Marina Cozzolino

(Dal sito di Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas)

Il sale della terra

serra-peladaÈ  in questi giorni nelle sale lo straordinario e imperdibile film di Wim Wenders e di Juliano Ribeiro Salgado, dedicato a Sebastião Salgado, tra i più grandi fotografi del mondo. “Voi siete il sale della ter­ra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?” (Mt, 5,13- 16). Certamente Wenders, il grande regista tedesco di “Paris, Texas “Il cielo sopra Berlino”, “Così vicino, così lontano”, “Lisbon story”, ”Buena Vista Social Club”, “Pina”(dedicato a Pina Bausch), aveva presente la parabola biblica, quando ha scelto il titolo del suo film “Il sale della terra”, che parla, attraverso il purissimo bianco e nero di Salgado, dell’uomo e degli uomini. Sono gli uomini e le donne il sale della terra, essi la concimano con il loro sudore, con le loro fatiche, con il lavoro, con i loro cadaveri. Il sale è amaro come il dolore, e Salgado se ne fa portavoce con la sua arte fotografica.

In 100 minuti di documentario fatto di immagini e di racconto diretto del protagonista, Wenders e Juliano Salgado seguono il suo percorso di vita, che comincia nel 1973 con una missione da economista in Africa da cui scaturisce un reportage sulla tragedia del Sahel. Da allora in poi, affiancato da Lélia Wanick, eccezionale compagna di vita sin dagli anni di università, con la quale condivide tutti i progetti e gli ideali di vita, per 40 anni Salgado è al centro di tutte le aree calde del mondo, dapprima lavorando per l’agenzia Gamma ed in seguito, dal 1979, per la Magnum Photos, che lascerà nel 1994 per fondare la “Amazonas Images” la sua autonoma agenzia fotografica.  Salgado è testimone del suo tempo, sempre dalla parte degli ultimi, denuncia la guerra, la miseria, le carestie, le ingiustizie sociali: i suoi soggetti sono le persone, soprattutto i loro occhi e i loro volti, e i gruppi umani. Così dalla visione  del film e delle foto di Salgado si esce dalla sala non tanto appagati dall’estetica, che pure ha il suo peso, quanto turbati dalla certezza che “è accaduto”.

Dalle guerre coloniali in Angola e Mozambico, dal Burundi allo Zaire, l’Uganda, il Kenia, il Ruanda, la sua America Latina e il suo Brasile, ai progetti/reportage sul lavoro dell’uomo (“Workers”), sulle Migrazioni, vero calvario contemporaneo (“Exodus” – L’umanità in cammino”), sulla condizione dei bambini nel mondo (“The Children”), la lotta contro la Polio (“The end of Polio”), Salgado tiene fede ad una sua idea “Un’immagine è come un appello a fare qualcosa, non soltanto  a sentirsi turbati o indignati. L’immagine dice: Basta! Intervenite! Agite!” O ancora “non sono un fotografo del nord del mondo, fotografo realtà povere come quella da cui provengo, non ho il senso di colpa dell’uomo occidentale. Ogni fotografia è una scelta , un impegno…”

La tragedia del Ruanda (1994), documentata da Salgado nella sua terribile spietatezza, è stato uno spartiacque nella biografia del grande fotografo brasiliano che nel film di Wenders afferma: «Noi umani siamo terribili animali, la nostra è una storia di guerra, repressione. Non meritiamo di vivere». Eppure in uno degli ultimi suoi lavori, “Genesi”, Salgado dopo un lungo  viaggio Isole Falkland, Isole Sandwich, nelle Galapagos, Madagascar, Sumatra, Nuova Guinea, Papuasia Occidentale, Canada , Alaska, a contatto con tribù indigene che vivono in simbiosi con la Madre Terra, sembra voler prefigurare un nuovo, possibile inizio “non siamo che un passaggio, te ne accorgi attraversando un deserto con pietre tagliate 16000 anni fa, scalando montagne in Venezuela di 6 miliardi di anni. Tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio.” Wenders, che aveva cominciato il film con le terribili immagini della babele rovesciata della Serra Pelada in Brasile dove le “formigas” umane lottano per una pepita d’oro, poiché è il denaro che acceca l’uomo, conclude con il racconto di come Salgado e Lélia abbiano ripiantato 2,5 milioni di alberi, per ricostituire un lembo di foresta della fascia atlantica brasiliana nella fattoria di famiglia che la deforestazione aveva desertificato. Ora quel lembo di paradiso ricostruito è Parco Nazionale.

Tonino Sitzia

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas www.equilibrielmas.it)