YOUTH – La Giovinezza di Paolo Sorrentino – Recensione di Marina Cozzolino

youth-giovinezza-sorrentinoYouth – La giovinezza- del regista Paolo Sorrentino, candidato al Festival di Cannes 2015, era uno dei film più attesi dell’anno. Arrivato sullo schermo a due anni dal successo del precedente lavoro, La Grande Bellezza, insignito del Premio Oscar come migliore film straniero nel 2014, Youth è un film non “facile”, a tratti felliniano e pertanto sospeso tra sogno e realtà; è un mosaico di visioni dentro il quale le immagini e la musica vanno di pari passo costringendo lo spettatore ad un’attenzione costante al fine di poter interpretare da solo molte scene del film. Youth non è un film sulla giovinezza o sulla nostalgia della giovinezza ma non è neppure un film sulla vecchiaia, è semmai un film che indaga sul rapporto tra figli e genitori anziani, sulla musica, sull’amicizia, sull’amore, sul tempo che fugge, sulla vita e i suoi drammi. La vecchiaia è vista nel suo rapporto col futuro quando se ne ha poco davanti rispetto a quello che hanno a disposizione  i figli. I due amici, interpretati da due icone dello star system americano, sono Michael Caine( Fred) e Hervey Keitel (Mick), accompagnati da un cast strepitoso: Jane Fonda, Paul Dano, Rachel Weisz.

La storia si svolge in un lussuoso albergo sulle Alpi svizzere dove Fred e Mick, due amici di lunghissima data, si ritrovano a soggiornare insieme ad una folta schiera di personaggi insoddisfatti della propria vita. Gli ospiti dell’albergo trascorrono le loro giornate impegnati in massaggi, saune, wellness quotidiano, lavaggi d’intestino e passeggiate in una natura incontaminata. Fred Ballinger è un direttore d’orchestra in pensione, dolente e apatico,  che non vuole più suonare neppure quando a chiederglielo è la Regina Elisabetta II, Mick Boyle è un regista ottantenne che vuole fare un film testamento sulla propria vita e si è circondato di un gruppo di giovani sceneggiatori. Mentre Fred sembra essersi arreso alla vecchiaia (ma poi vedremo che cambierà atteggiamento), Mick sembra non volersi arrendere (ma poi vedremo che s’arrenderà). Tutti i personaggi sembrano avere paura della vita, soprattutto sembrano avere paura delle emozioni che la vita inevitabilmente ci impone di dover fronteggiare. Fred è ormai interessato ai soli suoni che produce la natura, allo scampanio delle mucche al pascolo e crea la sua musica stropicciando la carta rossa di una caramella che tiene tra le mani.

I personaggi sembrano distanti l’uno dall’altro, non si toccano mai; solo i massaggiatori e i medici pongono le mani sui loro corpi rugosi e sfatti dagli anni  ma sarà nella quotidianità delle passeggiate, delle chiacchierate, dei battibecchi, che ognuno di loro si accorgerà di essere una risorsa per l’altro, lasciando che l’ emozione non sia più la grande assente. E quando le emozioni saranno finalmente liberate, le vite dei protagonisti avranno una svolta imprevista perché per tutti, a prescindere dall’età, c’è una speranza per il domani. “Tutti siamo inadeguati alla vita, ed è proprio per questo  che non dobbiamo averne paura” dice la bambina, fan dell’attore Jimmy Tree, interpretato magistralmente da Paul Dano, stanco del ruolo di robot nel quale lo ha imprigionato il suo pubblico e l’unica che lo ricordi in un ruolo diverso. ”Le emozioni sono tutto quello che abbiamo”  dice Mick all’amico Fred e lo stesso Sorrentino in una recente intervista rilasciata a Paola Zanuttini di Repubblica ha dichiarato: “ A  ottant’anni non si deve per forza rinunciare a un’idea di domani. Col passato non si è liberi perché è andato, col presente lo si è poco, ma il futuro, anche se breve, è la più grande prospettiva di libertà che abbiamo”

Marina Cozzolino

(Dal sito di Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas)

Il sale della terra

serra-peladaÈ  in questi giorni nelle sale lo straordinario e imperdibile film di Wim Wenders e di Juliano Ribeiro Salgado, dedicato a Sebastião Salgado, tra i più grandi fotografi del mondo. “Voi siete il sale della ter­ra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?” (Mt, 5,13- 16). Certamente Wenders, il grande regista tedesco di “Paris, Texas “Il cielo sopra Berlino”, “Così vicino, così lontano”, “Lisbon story”, ”Buena Vista Social Club”, “Pina”(dedicato a Pina Bausch), aveva presente la parabola biblica, quando ha scelto il titolo del suo film “Il sale della terra”, che parla, attraverso il purissimo bianco e nero di Salgado, dell’uomo e degli uomini. Sono gli uomini e le donne il sale della terra, essi la concimano con il loro sudore, con le loro fatiche, con il lavoro, con i loro cadaveri. Il sale è amaro come il dolore, e Salgado se ne fa portavoce con la sua arte fotografica.

In 100 minuti di documentario fatto di immagini e di racconto diretto del protagonista, Wenders e Juliano Salgado seguono il suo percorso di vita, che comincia nel 1973 con una missione da economista in Africa da cui scaturisce un reportage sulla tragedia del Sahel. Da allora in poi, affiancato da Lélia Wanick, eccezionale compagna di vita sin dagli anni di università, con la quale condivide tutti i progetti e gli ideali di vita, per 40 anni Salgado è al centro di tutte le aree calde del mondo, dapprima lavorando per l’agenzia Gamma ed in seguito, dal 1979, per la Magnum Photos, che lascerà nel 1994 per fondare la “Amazonas Images” la sua autonoma agenzia fotografica.  Salgado è testimone del suo tempo, sempre dalla parte degli ultimi, denuncia la guerra, la miseria, le carestie, le ingiustizie sociali: i suoi soggetti sono le persone, soprattutto i loro occhi e i loro volti, e i gruppi umani. Così dalla visione  del film e delle foto di Salgado si esce dalla sala non tanto appagati dall’estetica, che pure ha il suo peso, quanto turbati dalla certezza che “è accaduto”.

Dalle guerre coloniali in Angola e Mozambico, dal Burundi allo Zaire, l’Uganda, il Kenia, il Ruanda, la sua America Latina e il suo Brasile, ai progetti/reportage sul lavoro dell’uomo (“Workers”), sulle Migrazioni, vero calvario contemporaneo (“Exodus” – L’umanità in cammino”), sulla condizione dei bambini nel mondo (“The Children”), la lotta contro la Polio (“The end of Polio”), Salgado tiene fede ad una sua idea “Un’immagine è come un appello a fare qualcosa, non soltanto  a sentirsi turbati o indignati. L’immagine dice: Basta! Intervenite! Agite!” O ancora “non sono un fotografo del nord del mondo, fotografo realtà povere come quella da cui provengo, non ho il senso di colpa dell’uomo occidentale. Ogni fotografia è una scelta , un impegno…”

La tragedia del Ruanda (1994), documentata da Salgado nella sua terribile spietatezza, è stato uno spartiacque nella biografia del grande fotografo brasiliano che nel film di Wenders afferma: «Noi umani siamo terribili animali, la nostra è una storia di guerra, repressione. Non meritiamo di vivere». Eppure in uno degli ultimi suoi lavori, “Genesi”, Salgado dopo un lungo  viaggio Isole Falkland, Isole Sandwich, nelle Galapagos, Madagascar, Sumatra, Nuova Guinea, Papuasia Occidentale, Canada , Alaska, a contatto con tribù indigene che vivono in simbiosi con la Madre Terra, sembra voler prefigurare un nuovo, possibile inizio “non siamo che un passaggio, te ne accorgi attraversando un deserto con pietre tagliate 16000 anni fa, scalando montagne in Venezuela di 6 miliardi di anni. Tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio.” Wenders, che aveva cominciato il film con le terribili immagini della babele rovesciata della Serra Pelada in Brasile dove le “formigas” umane lottano per una pepita d’oro, poiché è il denaro che acceca l’uomo, conclude con il racconto di come Salgado e Lélia abbiano ripiantato 2,5 milioni di alberi, per ricostituire un lembo di foresta della fascia atlantica brasiliana nella fattoria di famiglia che la deforestazione aveva desertificato. Ora quel lembo di paradiso ricostruito è Parco Nazionale.

Tonino Sitzia

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas www.equilibrielmas.it)

What is left?

Come tanti italiani anche Gustav e Luca, i protagonisti-registi di questo documentario e da sempre elettori di sinistra, hanno pensato che il 2013 sarebbe stato l’anno della svolta. La rimonta di Berlusconi e l’entrata in scena di Beppe Grillo hanno cambiato le carte in tavola. Una serie di incontri, manifestazioni e situazioni paradossali li aiuteranno a districarsi nei meandri di un’identità che, se non è smarrita, è sicuramente appannata. Terzo capitolo dopo “Improvvisamente l’inverno scorso” e “Italy Love it or Leave it”, della fortunata trilogia sull’Italia. (http://www.whatisleft.it/)What is left

“Le vite degli altri” e il potere degli archivi

Le vite degil altriIeri sera su Rai 3 è andato in onda il film “Le vite degli altri” del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, vincitore del Premio Oscar come Miglior Film Straniero nel 2006. Un film bello e intenso, ambientato nella Berlino Est negli anni immediatamente precedenti la caduta del muro. Nel 1984 – anno evocativo, non a caso, del celebre romanzo di George Orwell – una copia di artisti, un’attrice e uno scrittore teatrale, vengono spiati da un agente della STASI, la potente e organizzata polizia politica della Germania Est. E’ noto che, per reprimere ogni forma di ribellione e dissenso nei confronti del regime, la STASI fosse arrivata al punto di rendere un cittadino su tre spia o delatore della polizia. Nel film l’agente Wiesler, su preciso incarico del ministro della cultura Bruno Hempfnel, prende a spiare lo scrittore Georg Dreymane e la sua compagna, l’attrice Christa-Maria Sieland. Registra e trascrive meticolosamente tutto ciò che i due si dicono nella loro casa. Il film, come già il romanzo “1984” di George Orwell è una denuncia contro le dittature e il controllo delle coscienze. Ma è anche un omaggio all’arte che è capace, come nel caso di Wiesler, di far riaffiorare sentimenti di umanità e giustizia anche quando sembrano irrimediabilmente soffocati.

Questo film – e non poteva sfuggire a un archivista – mostra inoltre alcuni interessanti aspetti inerenti a quello che viene definito “il potere degli archivi” e al ruolo che questi rivestono per i diritti dei cittadini. In una delle scene finali del film Georg scopre di essere stato spiato, come tanti suoi amici intellettuali. Consulta allora in archivio i corposi fascicoli a lui intestati contenenti le trascrizioni delle registrazioni, accompagnate dai commenti e dalle relazioni dell’agente Wiesler. Grazie alla lettura delle carte riesce finalmente a sciogliere i dubbi che lo arrovellano e a chiarire alcuni punti oscuri della sua vicenda, culminata nella tragica morte della compagna Christa-Maria.

Dopo la caduta del muro (1989) le autorità tedesche, per chiudere definitivamente un difficile capitolo della loro Storia, come si vede nel film, decisero di aprire al pubblico gli sterminati archivi della STASI (11.200 metri lineari). I cittadini che erano stati spiati ebbero così la possibilità di avere accesso alle informazioni raccolte su di loro, scoprire chi li aveva traditi o perché ad un certo punto della loro vita erano stati arrestati, torturati e incarcerati. Inizialmente le autorità tedesche pensarono di tenere aperti gli archivi per un massimo di 10 anni, un tempo stimato sufficiente a dare ai cittadini le risposte di cui avevano bisogno. Ma sino a pochi anni fa, con un picco in corrispondenza del ventennale della caduta del muro, le richieste continuavano ad arrivare a migliaia. Negli anni successivi alla fine della DDR, infatti, molti tedeschi dell’Est che avevano subito le persecuzioni della STASI non se la sentirono di confrontarsi con il passato e preferirono, nell’immediato, lasciarsi alle spalle i fantasmi del regime totalitario. Non tutti i cittadini interessati però hanno potuto consultare i loro fascicoli. La STASI, subito dopo il crollo del regime della Germania Est, iniziò a fare a brandelli i fascicoli, e circa 15.000 sacchi di carte vennero ridotte in striscioline, le quali per poter essere consultate devono prima essere riassemblate.

Comunque sia andata, la storia narrata nel film “Le vite degli altri”, una delle migliaia di storie di cittadini tedeschi vittime della STASI, dimostra quanto imprevedibili e molteplici possano essere le funzioni svolte dagli archivi. Nati come strumento di controllo e di oppressione dei cittadini da parte del potere politico gli archivi della STASI si sono poi rivelati fondamentali per il loro risarcimento morale ed economico. Grazie a quei fascicoli molti cittadini della ex Germania dell’Est hanno potuto provare di essere stati ingiustamente incarcerati e ottenere così un adeguato risarcimento per il tempo che avevano trascorso in galera. E nondimeno quegli archivi nati per finalità pratiche hanno svolto successivamente un importante funzione culturale consentendo di valutare in modo critico la Storia della Germania Est. Scoprire quale sofisticatissima rete di paura e di tradimenti fosse stata messa in piedi dal regime, accompagnata da intimidazioni e imprigionamenti di massa, ha permesso di capire la ragione per cui milioni di persone in quarant’anni di dittatura non avessero mai opposto una seria resistenza al sistema.

 Sandra Mereu

Su Re

Su RePiù che una recensione intendo esporre solo alcune mie impressioni su “Su Re”, straordinario e sorprendente film di Giovanni Columbu. Nel film la montagna scabra – il Corrasi pietroso – è il Golgota (o Monte Calvo) della passione di Gesù. Una Sardegna aspra, dissecata sotto un cielo incupito dove continuo rotola il tuono. I costumi austeri, una sorta di sai scuri, vestono una gente arcaica…

Un Gesù caravaggesco, così come caravaggesca la luce nei volti dei discepoli, attorno al Maestro, che contende spazio alle ombre. Il Gesù deposto dalla croce è quello drammatico del Mantegna, schiacciato nella sua orizzontalità, la grande testa impressionante. E la luce che percorre il corpo è quella fredda e irrigidita dalla morte.

Non il Gesù predicatore, non il Gesù delle parabole è quello di Columbu, ma un Gesù silenzioso; un silenzio indotto dall’angoscia. Un uomo sofferente, tutto rattenuto nei dialoghi: rade le parole, che escono, con gran fatica dalla sua bocca; parlano di più gli occhi che si posano con pietà sui persecutori e l’affanno del suo respiro…

Giuda è un giovinetto, smarrito, che induce alla pietà; il suo sentimento è sincero, il rimorso così atroce e insopportabile che lo porta al suicidio. Andrebbe, cristianamente, tolto dall’inferno in cui la tradizione lo ha condannato senza appello…

Il Getsèmani del film non è un podere d’ulivi. E’ un luogo incolto di vegetazione forte e spontanea, un pascolo brado. Qui Gesù, rimasto solo a pregare, è preso da un’angoscia estrema: gli apostoli, vinti dal sonno, dormono.

In questa solitudine arriva, scandito come da una lontananza, il canto malinconico dell’assiolo. Questo canto così delicato, così limpido nel silenzio del Getsèmani, rimarrà poi e risuonerà nel cuore dello spettatore come un’impronta sonora, indimenticabile…

La lingua parlata è prevalentemente la variante barbaricina del sardo, ma con importanti interventi del sardo campidanese che forse appare meno “austero”, meno “nobile”, ma con un timbro, un suono, un ritmo più colloquiali, come dire, alla mano (e anche con sfumature ironiche) che smuove un sorriso in chi ascolta.

Dialoghi asciutti, secchi, essenziali, così come i volti intensi, scolpiti dei parlanti. Parole atroci di disprezzo, sferzanti, beffarde, ma anche parole d’amore, di pietà. Il bel suono della nostra lingua accompagna le frasi tradotte in italiano a piè dello schermo…

Columbu fugge da ogni stereotipo, da ogni possibile adagiamento, da trite e tradizionali iconografie. Il volto che egli sceglie per il suo Gesù, in film vuoti e agiografici, l’avremo visto nella parte di Barabba o di Giuda. Un ribaltamento da salutare con l’applauso.

Gabriele Soro

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

“L’AMORE E LA FOLLIA” di Giuseppe Casu

L'amore e la folliaDopo l’anteprima mondiale al Torino Film Festival, “L’AMORE E LA FOLLIA” di Giuseppe Casu sarà presentato anche in Sardegna, a cura dell’Associazione Tratti Documentari, nei seguenti giorni:

CAGLIARI: venerdì 25 gennaio 2013 – ore 20,00 Cineteca Sarda – Società Umanitaria (Cagliari, Viale Trieste 126)

IGLESIAS: sabato 26 gennaio 2013 – ore 19,00 Arci Iglesias – Sala ex-mattatoio (Iglesias, Via Crocifisso snc).

Ambientato nel Sulcis Iglesiente, in questo film le vite dei protagonisti, Manlio e Silvestro, si alternano intrecciandosi sempre più, fino a unirsi nella miniera di San Giovanni, dove nel 1992 si barricano per mesi, minando l’ingresso con l’esplosivo per scongiurare la chiusura. Nei ricordi della rivolta i loro spiriti da combattenti fanno rivivere il trauma della fine delle miniere.

Giuseppe Casu sarà presente in sala insieme ai due protagonisti del film, Manlio Massole e Silvestro Papinuto.

Per informazioni: www.tratti.org    mail: info@tratti.org

Dai Lumière a Sonetaula, Gianni Olla (Cuec 2008)

Dai Lumière a Sonetala“Dai Lumière a Sonetaula” è una sorta di enciclopedia, un immenso data base ragionato, un repertorio, un manuale, scritto da uno dei massimi conoscitori e studiosi di cinema in Sardegna. Tra i tanti che si peritano di essere “esperti” di cinema, Olla, attualmente critico cinematografico de “La Nuova Sardegna” e già docente di Storia e Critica del cinema presso le due Università di Cagliari e Sassari, è uno dei pochi che era in grado di scrivere un’opera come questa, frutto di un trentennale lavoro di ricerca (dal 1987 al 2007) negli archivi RAI di via Teulada, in quelli dell’Istituto LUCE, di Enti pubblici (per esempio di quello dell’EFTAS oggi ERSAT), nei labirintici e polverosi corridoi della Regione sarda, presso autori, produttori, critici del cinema.

La struttura di quello che può considerarsi il “libro di una vita” si articola in una introduzione, poi un “racconto “ di 107 pagine della Storia del Cinema in Sardegna in 9 capitoli tra contesti, tendenze e autori, dai Lumière ai nuovi registi sardi, con una precisa distinzione tra film di finzione di matrice deleddiana, fino a quelli del dopoguerra che dovranno fare i conti con la Deledda pur volendosene liberare; l’articolazione del volume comprende il filone documentaristico del periodo fascista (documentari LUCE dal 1925 al 1942) e del dopoguerra (cinegiornali con sequenze sarde dal 1955 al 1974). Al “racconto” fanno poi seguito 472 schede, con dettaglio di cast, regia, anno di uscita sugli schermi, produzione, breve sunto e note critiche, relative a 113 film a soggetto dal 1905 al 2008, a 237 documentari e inchieste televisive dal 1953 al 1983 e 59 produzioni della Sede Regionale RAI Sardegna; il tutto è accompagnato da un ricchissimo apparato iconografico: 174 foto in bianco e nero, tutte bellissime, alcune rare, di locandine di film, di scene e sequenze, di primi piani di attori e registi (molte dall’archivio di Sergio Naitza).

Questa enorme mole di materiali, che pone certo un punto fermo nello studio del cinema in Sardegna, ma che Olla stesso non considera definitivo né esaustivo, appellandosi ai giovani studiosi che vorranno portare avanti tale lavoro, consente di rispondere ad alcune domande:

  1. Come nel tempo, nell’arco di 109 anni, il cinema ha rappresentato la Sardegna;
  2. Come il Potere ha usato il cinema per i suoi scopi (per esempio come il filone della modernità ha attraversato la storia del cinema in Sardegna, dal fascismo al dopoguerra, quella rappresentazione di un’eterna e mai risolta transizione tra l’arcaico e il moderno);
  3. Come i sardi si sono visti rappresentati nel cinema. La risposta al lettore e a chi ama il cinema…

Certo è che i sardi faticano a riconoscersi nella finzione filmica, e quel “noi non siamo così” rivela la stessa diffidenza e paura che aveva Grazia Deledda quando non si riconobbe nella sceneggiatura di Eleonora Duse di Cenere, unico film della grande attrice, girato nel 1916 e tratto liberamente dall’omonimo romanzo della scrittrice nuorese, e dunque con l’implicito riconoscimento della enorme importanza del cinema, che crea l’immaginario pur non essendo esattamente il reale. Nota di speranza, alla fine del libro, per i nuovi registi sardi: il futuro è per le grandi e piccole periferie del mondo. Dopo il centralismo romano e quello di Hollywood, con i nuovi e più agili mezzi di produzione, forse è da lì che nasceranno nuove storie per immagini rappresentative di un mondo non più eurocentrico e americano centrico.

A proposito della necessità di ammazzare la Deledda, e il canone interpretativo del mondo sardo che da lei sarebbe derivato, bisogna riconoscere che forse c’è stato un certo narcisismo dell’esotico da cui noi sardi non siamo immuni e che a volte assecondiamo, e una certa pigrizia da parte degli autori che ne hanno utilizzato i materiali narrativi senza rinnovarli per adattarli ai tempi che cambiano. In occasione della presentazione del suo libro a Pisa il 7 dicembre scorso, alla fine del dibattito, Gianni Olla, che ha pubblicato articoli sulla Deledda e un importante saggio della AIPSA nel 2000 (“Scenari sardi, Grazia Deledda tra cinema e televisione”), in una privata battuta mi fa: “te lo immagini un film tratto dal romanzo La madre, con regia di Kurosawa o di Almodovar? L’uno sarebbe drammatico e l’altro surreale…”

Certo sarebbe spiazzante per i deleddiani di ferro e per gli antideleddiani convinti.

P.S: per chi vuole fare un regalo intelligente per Natale il libro di Gianni Olla è un’ottima idea!

 Tonino Sitzia

(Equilibri, Circolo dei lettori e Presidio del libro di Elmas)

Rot’Art 2012 & In progress…special edition

Dal 14 al 22 dicembre si svolgerà a Sestu “ROT’ART” 2012. Proseguendo nel solco delle precedenti edizioni la manifestazione sarà incentrata sulle arti visive (disegno, pittura, design), proponendosi come vetrina del lavoro artistico delle nuove generazioni, occasione di sperimentazione interdisciplinare e insieme opportunità di confronto e scambio tra gli artisti. Nell’edizione 2012 Rot’Art si apre invero anche alla contaminazione di altre forme artistiche: la musica e il cinema. All’interno di Rot’Art 2012, inoltre, un particolare spazio sarà dedicato alla musica progressive, nell’estremo tentativo di salvare, a dispetto dei tagli imposti dalla crisi economica, l’appuntamento annuale con questo genere musicale che, dopo cinque edizioni, era ormai diventato una attesa e partecipata consuetudine. A partire da venerdì 14 dicembre, dunque, tra il teatro Facin (locali Pro Loco) e gli spazi di Casa Ofelia si terranno mostre e laboratori artistici, concerti e proiezioni cinematografiche. La manifestazione è organizzata dall’Associazione MeditEuropa con i finanziamenti della Provincia di Cagliari. Il comune di Sestu e la Pro Loco sostengono l’iniziativa mettendo a disposizione locali e supporto logistico.

Rot'Art 2012

Bellas Mariposas nel film di Salvatore Mereu

Chi conosce Cagliari e indugia a coglierne la sua luce, questa luce la ritrova in Bellas mariposas il film di Salvatore Mereu. E chi conosce certi quartieri della città e si aspetta una trasposizione “realistica” nel film, storce il naso ed è fuori strada. Altri, ancora, visto il film, si adombreranno, o magari si sentiranno offesi: s’è esagerato a dipingere così la città, a parlarne così, diranno forse…

D’altronde Bellas mariposas il “racconto” di Sergio Atzeni – scrittura dal ritmo originale – ha tratti favolistici, pagine fantastiche che trascendono la realtà. Come la coga che legge nella mano i destini della gente del quartiere, accorsa al suo arrivo. La maga entra in scena circondata da otto gatti neri con una macchia bianca attorno all’occhio sinistro. I gatti fanno danze strane, gettano i dadi e la aiutano nei responsi, mentre un gatto più vecchio le sta intorno al collo, a mo’ di collana, tenendosi la coda tra i denti. Ricorda Il maestro e Margherita: l’apparizione di Voland preceduto dal suo terribile e mirabolante gatto. Così nel racconto di Sergio Atzeni dove i felini umanizzati danzano in una dimensione magico-onirica.

Il film non si discosta dal racconto scritto, segue il suo svolgimento e ne prende i dialoghi. Caterina e Luna le belle mariposas, si rivolgono a noi “pubblico” guardandoci diritto negli occhi ed oltre – Cate (anche voce narrante) e Luna che come farfalle passano sulla città. Amiche inseparabili che si scoprono anche sorelle. E quando al mare venendosi incontro, nuotando sott’acqua, si scambiano una carezza sul viso, è parentesi di autentica felicità. Qui la sequenza è condotta con mano lieve e cuore gentile. Silenzio e poesia, opposti al frastuono del mondo… Immergersi nell’acqua, nuotare (non ha importanza lo stile), poi asciugarsi al sole, è come un rito che lascia un alone difensivo, una forza protettrice che dura…

Ecco: un racconto è un racconto; un film è un film, non la cronaca d’una giornata di quartiere. E allora attraverso l’occhio e il sentire del regista si potrà cogliere l’anima, la realtà d’un quartiere duro in cui viverci è prova quotidiana aspra e difficile. Ma la violenza non è esibita, non è messa in mostra: essa è insita nel luogo e la si avverte. Lo sguardo si fa implacabile sullo squallore tutt’attorno al quartiere e nei rapporti familiari costretti in alloggi disagevoli, dentro famiglie sgangherate.

E uno si chiede: ma chi è quell’amministratore che ha avuto l’idea di concepire una tale bruttura; e chi il progettista e perché con slancio s’è buttato a realizzarla? C’è una genesi e nomi e cognomi: chi avesse curiosità può andare a cercarseli.

Gabriele Soro

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)