Costituzione: articolo 9

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

A quasi due anni dalle riflessioni sul ruolo culturale e civile della storia dell’arte, condivise su queste stesse pagine, non mi pare superfluo rischiare di essere ripetitiva, sebbene ripetere spesso non giovi. Così sembra, a giudicare dalle sempre più fosche notizie sulla sparizione della disciplina in questione dalle scuole italiane.
Riprendo la riflessione, in verità mai interrotta, citando nuovamente Tomaso Montanari, in un recente post del blog che cura sul Fatto Quotidiano.
Montanari (nel corso dell’anno impegnato nei lavori, conclusi nel mese di ottobre, della Commissione per la Riforma del Ministero dei Beni Culturali)  affronta un tema caldo nel dibattito nazionale, in un momento in cui a livello ministeriale si prendono decisioni fondamentali, direi capitali (nel senso di “pena capitale”) per il patrimonio storico-artistico, archeologico e dei beni culturali in genere. Condivido in particolare un passaggio che cito testualmente:

“Ogni anno le nostre università laureano e dottorano un numero impressionante di storici dell’arte e della letteratura, filosofi, archeologi, architetti, archivisti e bibliotecari: e lo stesso fanno i conservatori con i musicisti, le scuole specializzate e le accademie con i restauratori, i danzatori, gli scenografi, i giornalisti, i traduttori ecc. Tuttavia, come in un assurdo e corale supplizio di Tantalo, il patrimonio non riesce a incontrare coloro che lo potrebbero curare amorevolmente, e tutti costoro non riescono a lavorare nel patrimonio: e così distruggiamo intere generazioni, e al tempo stesso condanniamo a morte ciò che di più prezioso ha il nostro Paese.”

L’immagine del supplizio di Tantalo è emblematica di quanto si vive ogni giorno nella realtà italiana: “Studiate, prendetevi una laurea e avrete il mondo in tasca!”.
Era questo, più o meno, il ritornello costante che alla fine degli anni ’80 sentivo ripetere in continuazione dai professori del liceo: incitamento nel quale ho creduto insieme a tanti. Scegliere di studiare Storia dell’Arte non è stata una scelta di ripiego, ma dettata da convinta passione e da assoluta certezza dell’importanza di questa disciplina. Gran parte della mia generazione (ma soprattutto quelle successive) si riconosce nel povero Tantalo: possiede tutte le conoscenze giuste per collaborare a una corretta tutela e soprattutto per formare correttamente le generazioni dei più giovani (e chiunque altro, invero) perché possano conoscere, capire, parlare questa lingua e proteggere, preservare, vivendola nel quotidiano, una ricchezza che il semplice calcolo economico svilisce.  Nessuno di quegli strumenti permette di accedere ai diversi lavori che concorrono alla loro tutela, promozione e valorizzazione. Non sempre e quasi mai con la giusta retribuzione conseguente al riconoscimento della professionalità.

Il supplizio di Tantalo (dal blog KAIROS & KRONOS)

Il supplizio di Tantalo
(dal blog KAIROS & KRONOS)

Se penso ai principi e ai monarchi rinascimentali, illuminati (e forse anche furbi… chissà) dalla meraviglia del genio umano, che favorivano la produzione artistica di pari passo con il dibattito filosofico e letterario dei cenacoli, e se penso che invece oggi i “cenacoli” di cui più si parla sono incentrati su disquisizioni più o meno tamarre sui tatuaggi nei bicipiti dei calciatori o nell’inguine di qualche modella, sul cane Dudù e sui problemi che ruotano intorno all’ombelico di pochi ricchi e potenti… beh, non posso fare a meno di guardare con orrore al baratro che ci si spalanca davanti e unirmi al coro della protesta di chi vuole ridare alla Cultura la sua iniziale maiuscola, iniziando a insegnare la differenza tra questa e quella minuscola proprio partendo dalle scuole. E se proprio vogliamo esagerare, incoraggiando giovani e meno giovani a scriverla, questa parola, a tutte maiuscole: ognuno con il proprio stile e la propria sensibilità.
E allora, sempre a proposito di governi illuminati, mutatis mutandis mi vengono in mente alcune parole del primo capitolo di un libro di architettura medievale che ho studiato qualche anno fa: “Il cantiere è sempre il frutto di un’attività collettiva” (*). Sembra banale pensare al collettivo cui l’affermazione fa riferimento come al “semplice” (che semplice non è) cantiere e a tutte le professionalità necessarie a erigere un’architettura. In realtà un ruolo non secondario lo aveva la società intera in seno alla quale il committente viveva ed espletava incarichi: in essa si riconosceva e con essa costruiva un dialogo necessario al riconoscimento dei ruoli, al fine di veicolare dei messaggi attraverso le opere (architettoniche o scultoree o pittoriche o altro… non fa differenza alcuna). Senza la volontà di dialogo non si dava possibilità di comunicare realmente rendendo cosciente la comunità intera dei contenuti e del senso delle opere. E senza la co(no)scienza del bene culturale comune non si restituisce al futuro la storia che abbiamo prodotto: nel senso fisico e in quello funzionale, permettendone la fruizione naturale e continuata in tutti i casi in cui sia possibile senza danno. L’uso e l’interesse collettivo per un bene, ne permettono la conservazione e ne preservano il valore culturale. 
Non si può fare a meno di constatare che le vicende generali e le catastrofi naturali stiano ingoiando i buoni propositi della Costituzione insieme ai beni da tutelare, e non ci sono soluzioni immediate, facili, consolatorie: solo l’idea che siano proprio i momenti di crisi e confusione quelli durante i quali è necessario esserci e partecipare pienamente alla vita civile del nostro paese.

Anna Pistuddi

(*) Carlo Tosco,  Il castello, la casa, la chiesa. Architettura e società nel medioevo, Einaudi 2003

Incontro con i candidati del centrosinistra: Ignazio Angioni (PD)

Le elezioni sono ormai alle porte, dopo l’intervista a Lello Di Gioia (PSI) e a Lilli Pruna (SEL) concludiamo la serie di conversazioni con i candidati del centrosinistra che ci rappresenteranno in Parlamento nella prossima legislatura con Ignazio Angioni. Arrivato secondo alle primarie del Partito Democratico nella provincia di Cagliari, Ignazio Angioni è tra i candidati che verranno sicuramente eletti al Senato. A lui Sandra Mereu ha rivolto alcune domande sulle vere emergenze del Paese: il lavoro e la cultura.

Ignaio Angioni

“Se non lavoro non ho dignità”: sono le parole che Giuseppe Burgarella ha annotato su un foglietto lasciato tra le pagine della Costituzione italiana, prima di togliersi la vita, ultimo tra i tanti, perché aveva perso il lavoro. La mancanza del lavoro oggi in Italia, e in Sardegna in particolare, è una vera emergenza. Tutto il resto appare secondario e marginale quando manca il lavoro. Sei d’accordo?

Sono più che d’accordo. Il lavoro è lo strumento che dà dignità alle persone e non soltanto perché lo dice la nostra Costituzione. Lo sperimentiamo tutti i giorni nella realtà: con il lavoro ciascuno può sforzarsi di realizzare ciò che sa fare. Per questo è inconcepibile che la più grande industria italiana dopo essere stata costretta a riammettere 18 lavoratori li paghi poi per non lavorare. Questo rappresenta uno degli  attacchi più subdoli al diritto al lavoro e alla dignità della persona.

Affrontare concretamente il tema del lavoro è la sfida più importante per chiunque oggi si candida a governare il Paese. Ma come si passa dai proclami ai fatti?

Entrare nel merito del lavoro significa prima di tutto porsi il problema di quale tipo di sviluppo l’Italia si vuole dare. Noi a differenza di gran parte dei paesi europei più avanzati (Francia, Germania, Inghilterra), soprattutto negli ultimi decenni, non abbiamo avuto la benché minima capacità di progettare il nostro futuro. Mentre gli altri facevano investimenti in energia alternativa, in un tipo di industria diversa da quella altamente inquinante, noi siamo stati a guardare. Bisogna fare autocritica e ripartire dagli errori commessi in passato se vogliamo davvero dare all’Italia un destino diverso. Parlare di lavoro e di produzione oggi significa parlare di ricerca e innovazione, di formazione scolastica ed extrascolastica di qualità. Questi concetti nelle “agende” di Berlusconi e di Monti figurano nelle ultime righe. Noi abbiamo invece un ordine di priorità che li mette in testa a tutti gli altri punti, perché riteniamo che siano la chiave per cambiare realmente regime e aprire una fase nuova.

Si può creare lavoro senza comprimere i diritti che i lavoratori italiani si sono conquistati con decenni di battaglie? Voglio dire, era davvero necessario correggere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?

Nella discussione sulla riforma del lavoro il ministro Fornero ha posto la questione della modifica dell’articolo 18 come nodo centrale da sciogliere per favorire gli investimenti stranieri in Italia e dunque la nascita di nuovo lavoro. Tre mesi di discussione intorno a una questione che nessuno, neanche Confindustria, considerava utile allo scopo. Avremmo potuto utilizzare quel tempo per entrare davvero nel merito dei reali motivi che impediscono al nostro sistema economico di funzionare meglio e produrre di più e cioè: burocrazia; leggi che inanellano percorsi dall’esito mai certo; amministrazioni che non aiutano i cittadini ad affermare la propria idea imprenditoriale; sistema di credito primitivo che ha della finanza un bieco concetto di rendita, non strumentale all’investimento in attività produttive; diffusa corruzione; infiltrazione della criminalità organizzata. Dunque i diritti dei lavoratori non c’entrano assolutamente niente.

Hai fatto un’analisi puntuale della situazione e dei mali del sistema. Ci dici ora quali azioni si possono mettere subito in campo per invertire la rotta e risollevare l’economia ovvero creare lavoro e migliorare oggi le condizioni di vita delle persone giacché, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti?

Colgo il riferimento a Keynes, prima di parlare di specifiche  ricette di sviluppo, per dire che se toccherà a noi governare Bersani si attiverà da subito con l’Europa per ristabilire gli “aiuti di Stato”, superando tutti quei pregiudizi ideologici di stampo liberista che li frenano. In Europa, e quindi in Italia, non sarebbe possibile fare come si è fatto negli Stati Uniti (i campioni del capitalismo!) per rilanciare l’economia. Qui l’amministrazione Obama –  applicando quei principi keynesiani che negli anni trenta permisero all’America di superare la grande depressione – ha accordato alle imprese ingenti prestiti di denaro pubblico permettendo a importanti settori produttivi in crisi, come il settore dell’auto, di risollevarsi e rilanciare l’occupazione.

Ti riporto alle ricette. Cosa si può fare in attesa che il quadro internazionale di riferimento cambi?

Possiamo agire sulle leve fiscali rimodulando il carico di tasse a favore del lavoro – includendo in questo concetto sia i lavoratori che le imprese –  chiedendo a chi ha di più di contribuire di più. Possiamo reintrodurre il credito d’imposta, già adottato dal centrosinistra e cancellato da Berlusconi: uno strumento che piaceva molto alle imprese e che aveva dato buona prova anche in campo occupazionale. Possiamo restituire alle imprese, nei prossimi 5 anni, almeno il 50% dei crediti nei confronti  delle pubbliche amministrazioni con l’emissione di buoni ordinari del tesoro. Una modalità non traumatica per le finanze statali che permetterebbe di immettere nel sistema quella liquidità la cui assenza oggi sta strangolando le imprese. Si può allentare il patto di stabilità, strumento in sé serio e positivo perché obbliga le amministrazioni a non ricorrere in maniera indiscriminata all’indebitamento, ma che oggi sta mortificando ogni ipotesi di investimento delle amministrazioni pubbliche nel proprio territorio, anche di quelle virtuose. Si può rilanciare l’edilizia con un connubio pubblico-privato per realizzare opere di ristrutturazione urbana compatibili con l’ambiente…

Dopo il lavoro c’è in Italia un’altra grande emergenza: la Cultura. Il patrimonio culturale italiano è stato abbandonato al degrado, gli istituti culturali (musei, archivi e biblioteche) sono al collasso per i progressivi tagli ai finanziamenti, e per di più il decreto sulla spending review ha cancellato la cultura dalle funzioni fondamentali dei comuni da finanziare obbligatoriamente. Per questo le più importanti associazioni italiane del settore, consapevoli che cancellare la “Cultura” significa rinunciare al futuro e alla propria identità, hanno lanciato un appello per chiedere a chi si candida a governare l’Italia di “Ripartire dalla Cultura”. Lo sottoscriveresti?

Senza alcun dubbio. Ne condivido i principi ispiratori e gran parte delle proposte. Sono pienamente convinto che occorra superare quella perversa idea che è prevalsa nel dibattito degli ultimi vent’anni secondo cui la “Cultura è il nostro petrolio”. Un’idea fuorviante che ha prodotto una serie di conseguenze pratiche negative per la tutela e la salvaguardia dei beni culturali. Questa idea in generale porta a considerare la cultura in funzione di un immediato ritorno economico. Diffusa è ad esempio l’opinione che la cultura debba servire allo sviluppo del turismo. Va da sé che si finisce per trascurare tutti quei beni poco visibili o spendibili in questo senso. La cultura costituisce in sé un fattore di sviluppo e innovazione, deve essere considerata un diritto fondamentale dei cittadini e da ciò deve discendere la responsabilità pubblica di sostenerne lo sviluppo e la diffusione e di garantire a tutti i cittadini l’accesso.

Quello che dici porta a pensare che un governo di centrosinistra riprenderà a finanziare la Cultura. In che misura?

Lo sforzo dovrà essere necessariamente quello di avvicinare progressivamente la spesa pubblica ai livelli europei, partendo dall’assunto che quello in cultura è un investimento. La natura di investimento pubblico è peraltro la condizione che garantisce l’autonomia del mondo della cultura.

Sandra Mereu

Cari amministratori, non dimenticate la lezione dei padri costituenti

Tagliare i fondi per la cultura e l’istruzione è stata una delle scelte più praticate nell’Italia negli ultimi anni. Governi e amministrazioni locali per mantenere in pareggio i bilanci, in un contesto di forte debito pubblico, politiche di austerità e crisi economica, non hanno esitato a ridurre drasticamente le spese destinate a questo fine. Una scelta che generalmente viene giustificata sulla base di una gerarchia di priorità che considera gli investimenti in cultura meno urgenti di quelli rivolti alla soddisfazione di bisogni contingenti più concreti. In tempi in cui le persone perdono il lavoro, i giovani non hanno prospettive di averne uno e in generale le famiglie diventano sempre più povere sembra quasi scontato agire in questo modo. Benigni_La più bella del mondoEppure non è affatto così. Ce lo ha ricordato Benigni qualche settimana fa nel suo esemplare commento alla “piu bella del mondo”, cioè alla nostra Costituzione. In un momento storico in cui l’Italia era appena uscita da una rovinosa guerra, la maggioranza della popolazione versava in condizioni di estrema miseria e il pane scarseggiava tanto da essere venduto a prezzo politico, i padri costituenti ebbero la capacità di guardare lontano, inserendo tra i principi fondamentali della carta costituzionale la tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione e del paesaggio (art. 9). Questi sapevano – ha spiegato Benigni  con una efficace metafora – che “è meglio un popolo con un po’ di fame ma ben vestito piuttosto che uno sazio ma tutto unto e con tutto devastato intorno”. E quelle poche lire che avevano a disposizione le investirono a questo fine. Allo stesso tempo stabilirono il principio dell’assoluta parità tra i bisogni materiali e spirituali della società (art. 3).

Calandoci nella realtà del nostro paese, Sestu, dove l’amministrazione non meno di quelle di altri comuni fatica a far quadrare i conti senza operare tagli ai vari capitoli del bilancio, va riconosciuto che molti sforzi si stanno facendo per tentare di opporsi al rischio della desertificazione culturale, una prospettiva che la crisi economica sta rendendo sempre più reale. I cittadini infatti possono ancora fruire gratuitamente, in diversi momenti dell’anno, di musica di qualità e occasioni di svago e intrattenimento all’insegna della cultura. Molto apprezzati e partecipati dalla popolazione sono stati, ad esempio, gli appuntamenti di “Natale Insieme” che si sono svolti nel mese di dicembre appena trascorso. Non va però dimenticato che gli investimenti in cultura per poter essere produttivi e duraturi nel lungo periodo non possono limitarsi a singoli eventi e sporadici spettacoli. Perché ci sia una effettiva crescita culturale della popolazione occorre investire sulle infrastrutture della conoscenza. Per questo Scuola e Biblioteca devono godere, oggi più che mai, della massima attenzione da parte dell’amministrazione comunale. E a questo proposito c’è da augurarsi che si realizzi quanto prima il progetto per il trasferimento della Biblioteca comunale in locali più ampi e adatti allo svolgimento delle attività ad essa connesse.

Biblioteca comunale di SestuI dati più recenti indicano che in Italia è in atto una forte rivalutazione delle biblioteche di pubblica lettura (vedi Repubblica, La rivincita delle piccole biblioteche, 27/12/2012), mentre calano le vendite nelle librerie. In linea con la tendenza nazionale, nella biblioteca comunale di Sestu nell’ultimo anno sono aumentati prestiti e iscrizioni e le sale di studio sono sempre più affollate. Nel periodo novembre 2011-novembre 2012 i nuovi utenti sono cresciuti del 41,4% e parallelamente i prestiti sono aumentati del 17%, passando da 17.100 a quasi 20.000. Nondimeno è aumentata la partecipazione alle attività laboratoriali e di promozione alla lettura rivolte a bambini e adulti, tanto che regolarmente le richieste superano il numero massimo di iscrizioni previste. Degno di attenzione è anche il ritorno di vecchi utenti, ascrivibili alla classe media e di età varia, che non si vedevano da molti anni. Si sta registrando inoltre una discreta presenza di adolescenti, generalmente poco inclini in questa fase della loro vita, fatte salve alcune eccezioni, a frequentare la biblioteca. La crisi sta costringendo a tagliare le spese per l’acquisto dei libri e i lettori medi e forti ricorrono sempre di più ai servizi gratuiti delle biblioteche. E in questo contesto la biblioteca comunale di Sestu rivela e conferma il suo fondamentale ruolo di struttura del welfare, presidio irrinunciabile per frenare il declino culturale e spirituale della nostra comunità.

Una nuova Biblioteca a Sestu, dotata di ampi spazi per potenziare e conservare al meglio le raccolte librarie e multimediali (cd e dvd di musica e cinema) e insieme l’archivio storico comunale dove si conserva la memoria storica della comunità, è pertanto una priorità assoluta. Una biblioteca ampia e articolata in ambienti diversi permetterebbe l’erogazione di maggiori servizi e quindi la sua frequentazione da parte di fasce sempre più larghe di popolazione. Aumentando il numero dei frequentatori, peraltro, si abbasserebbe il costo medio unitario per utente e si renderebbe così il servizio più sostenibile ed efficace per l’intera collettività. Speriamo dunque che, nonostante le crescenti difficoltà economiche, i nostri amministratori continuino a tenere presente l’esempio dei padri costituenti e a compiere di conseguenza, nelle scelte che faranno, un’analogo sforzo di lungimiranza, evitando di prestare ascolto a chi dice che le biblioteche nell’era di google non servono più.

Sandra Mereu

Volevamo un’Italia migliore

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

(Salvatore Quasimodo)

Di  fronte alla barbarie e alla violenza della guerra, le cetre dei poeti oscillano lievi e tristi, mute e impotenti. Non è tempo di poesia quello che i condannati a morte della Resistenza raccontano ai loro cari, attraverso le proprie lettere, in quei seicento giorni che vanno dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45. É tempo invece di azione, come scrisse Franco Antonicelli nella prefazione alle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana,  8 settembre 1943-25 aprile 1945” a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi (ultima ristampa con introduzione di Gustavo Zagrebelsky, 2005)  “sono azioni che ne aprono altre, che si trasferiscono dai morenti ai superstiti, con la loro eccezionale elevatezza morale, con il loro complesso significato politico e storico, col peso stesso, grave, delle sofferenze umane.”  Quelle lettere sono scritte da persone di diversa età, uomini e donne di diverso orientamento politico, lavoratori, studenti, operai, intellettuali, casalinghe, chiamati ad una scelta in un momento tra i più drammatici della storia d’Italia. Sono lettere rivolte a genitori, fratelli, sorelle, fidanzate, amici, scritte  da chi sapeva della propria condanna a morte. Una volta che esse da private sono diventate pubbliche, hanno acquisito la forza della testimonianza, e dunque sono rivolte a noi, facendoci superare il ritegno e il pudore che ci ponevano domande quali “perché  entrare nei loro affetti? Con quale  diritto si rendono pubblici i loro sentimenti?” Le lettere, pur nei diversi accenti, e oltre la commozione, ci parlano di libertà, giustizia, uguaglianza, democrazia, fratellanza, amore, beni insopprimibili per i quali si può rischiare tutto, anche la vita; da esse trapela un ansia per un’Italia migliore, che si manifesta sia in quelli che erano animati da forte tempra morale e ideologica, sia in quelli meno preparati politicamente. I valori a cui si richiamano sono alla base della Repubblica e della Costituzione, e, opportunamente richiamati, sono più che mai attuali in un Italia dalla fragile memoria e in stato di profonda crisi morale.

(Da Frammenti dalle lettere di condannati a morte della Resistenza a cura di Tonino Sitzia di EquiLibri )

A cosa serve la storia dell’arte?

Roma, rovine sul Palatino

In questi giorni ho comprato dopo tanto tempo una rivista d’arte alla quale ero abbonata durante gli anni dell’università, grazie alla quale ho potuto approfondire i temi proposti dalla materia che avevo scelto come principale nel mio corso di studi. Si tratta di Artedossier, edita dalla Giunti di Firenze e diretta attualmente da Philippe Daverio.

Ho acquistato il numero di gennaio 2012 attirata da un richiamo di copertina, che annuncia un tema decisamente interessante,  che recita “MATERIALI, NATURA E IMPEGNO POLITICO DAL QUATTROCENTO AL CONTEMPORANEO”. Mi sono seduta sul divano, ho sistemato i cuscini e inforcato gli occhiali, ho tolto il cellophane, tagliandolo pazientemente in un angolo e facendolo frusciare via, presa dalla frenesia della curiosità. Uno sguardo al sommario e una sfogliata veloce, una “sniffatina” al profumo delle pagine… finchè la mia attenzione non è stata catturata letteralmente dal pezzo a p. 16.

Voglio ora parlare in libertà lasciando uscire dallo stomaco le reazioni che mi ha provocato (perché mi sono proprio sentita provocata) la lettura dell’articolo. E lo faccio consapevole che magari cadrò anche in qualche banalità. Correrò il rischio e, nel caso ciò accadesse, me ne scuso fin d’ora.
Ma voglio partire da una premessa/auspicio, virgolettando l’affermazione di Tomaso Montanari che chiude il pezzo:

“Se, nonostante le mille difficoltà, la scuola pubblica italiana insegnerà ai nostri figli che in Italia c’è anche un’altra lingua – una lingua fatta di palazzi, chiese, quadri e statue che appartengono a tutti -, e insegnerà che quella lingua non serve a divertire i ricchi, ma serve a farci tutti eguali, allora non solo salveremo il nostro patrimonio storico-artistico: forse riusciremo a salvare anche il nostro paese”.

E nonostante si tratti di un vero e proprio grido di dolore di chi è pienamente consapevole dello stato dell’arte in Italia, leggere le righe finali ha fatto si che la pressione tendesse a ritornarmi a livelli più normali, dopo l’altalenare di forti sensazioni che mi hanno attraversato durante la lettura. Tranquilli, non ve le racconterò tutte: mi soffermerò brevemente solo su due di queste.

Il primo pugno nello stomaco l’ho ricevuto dall’impatto col titolo del pezzo: “L’eclissi della storia dell’arte”. Da ottimo oratore Montanari mi ha fatto cadere nella sua trappola, attirando “violentemente” la mia attenzione di lettrice interessata con l’apparente e subitanea demolizione di quelli che erano e rimangono le ragioni fondamentali per cui ho investito nello studio della Storia dell’Arte la mia vita universitaria e continuo a farlo, in altra forma, oggi. Mi sono chiesta, di pancia, senza ragionarci troppo, mi sono chiesta se tutte le mie ragioni, tutta la fatica, tutto l’impegno e la passione profusi nello studio di questa meravigliosa disciplina non siano divenuti improvvisamente, chiaramente vani. Perché il vero dramma è il rischio della scomparsa dell’insegnamento della storia dell’arte dai programmi ministeriali di tutti gli indirizzi scolastici della Repubblica, e quindi una voragine nella formazione delle future generazioni. La perdita, a mio avviso, di un’importante chiave di lettura di noi stessi e di una “lingua” con la quale esprimersi.

Il secondo pugno nello stomaco, e lì proprio mi sono ribellata definitivamente, è arrivato nell’istante in cui ho letto la lucida esposizione di alcuni dei motivi di questa eclissi:

  • l’autoreferenzialità che rende il mondo di chi studia Storia dell’Arte un universo per eletti e impenetrabile ai più;
  • il ruolo assunto dalla disciplina, che è diventata “industria dell’intrattenimento culturale”, riducendo alle ragioni del puro marketing il senso originario della valorizzazione dell’arte;
  • l’analfabetismo figurativo della classe dirigente.

E io tutto questo proprio non posso accettarlo, nella misura in cui ho sempre creduto (e continuo a farlo) nel valore della divulgazione seria, del coinvolgimento delle persone-cittadini in iniziative utili ad accrescere in tutti il grado di consapevolezza della ricchezza culturale che abbiamo ereditato e che in parte ancora (nonostante tutto) produciamo. Non posso accettare quelle affermazioni, per un processo del tutto umano che coglie tutti noi quando ci scopriamo “corresponsabili” (seppure involontariamente) di qualcosa che ci sembrava, invece, di subire. Quella dura presa di coscienza dei limiti evidenziati (riferiti ovviamente a tutto il mondo della storia dell’arte italiana nel suo insieme) è difficile da accettare perché sono limiti dolorosamente e spesso veri. Veri anche e soprattutto in quanto permettiamo che vengano sottaciute realtà che invece a questa crescita collettiva (democratica, quindi, nel pieno rispetto dei dettami costituzionali) mirano con impegno ogni santo giorno, lottando contro continui tagli di bilancio, contro l’incomprensione e anche contro la tentazione della disillusione e del conseguente disimpegno. E parlo soprattutto delle scuole, delle università, delle tante associazioni (anche giovanili), di molte istituzioni pubbliche e private, insomma, di tutti quelli che si sforzano costantemente di comunicare l’arte e di farne un patrimonio del nostro quotidiano.

Allora, forse questa provocazione è stata salutare per me e mi auguro che lo sia per tutti, perchè a volte chiamare le cose col loro nome è il modo più corretto, più giusto ed efficace di correggere i propri errori. Nelle poche pagine dell’articolo (che riassume l’intervento il cui link si inserisce qui in calce: ascoltatelo, perchè ne vale davvero la pena!) Tomaso Montanari, docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università Federico II di Napoli, con passione a volte ironica e arguta, sempre consapevole e dotta pur senza rivestirsi di linguaggio per pochi, disegna un percorso che spiega in modo esemplare, critico, caustico e disarmante, quali siano i presupposti civili, politici e sociali dell’attuale stato dei Beni Culturali in Italia, segnatamente in riferimento al patrimonio storico-artistico. Ripercorre in poche battute il senso che a quest’ultimo ha dato l’Assemblea costituente nell’immediato secondo dopoguerra; ci spiega perché la conoscenza dell’arte ci renda cittadini più consapevoli; ci dice (caso mai ci fosse bisogno di ribadirlo) che il patrimonio artistico del nostro Paese è proprietà dello Stato e quindi di tutti e di ognuno di noi e che la sua conoscenza è al contempo un dovere e un diritto irrinunciabile.

Anna Pistuddi

Dal web:

“L’eclissi della storia dell’arte”  (intervento di T. Montanari al convegno “Conoscere l’arte per difenderla meglio”, Firenze – 11 novembre 2011)

La Costituzione Italiana secondo Maria Lai

E’ di questi giorni la notizia dell’attribuzione del Premio Camera dei Deputati all’artista sarda Maria Lai, conferito all’opera intitolata “Orme di Leggi” nell’ambito dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Ho conosciuto Maria Lai diversi anni fa e fui da lei coinvolta, insieme a un piccolo gruppo di amici, nel suo “Gioco dell’arte”, che durò qualche ora di un pomeriggio fresco e assolato nella sua casa di Cardedu, circondati dai gatti e da un’atmosfera serena di un tranquillo quotidiano.
Sembra stridere tutta questa normalità se pensiamo alla realtà di questa splendida e giovane 92enne che ha fatto della sua ispirazione artistica un rivoluzionario messaggio di vita, rompendo spesso gli schemi e parlando un linguaggio al tempo stesso vivace e profondo, intimo e politico in quanto universale. E mentre quella sera si parlava di vita e di arte, ricordo il suo volto illuminarsi più volte di passione, dell’urgenza di comunicare e condividere, coinvolgendo tutti nel suo meraviglioso mondo a misura di bambino… dove per “bambino” si intende, a mio giudizio, l’ingenua e positiva apertura dei bambini verso il mondo che li circonda e la curiosità di scoprire i mezzi per rappresentarlo.

E Maria Lai, con la sua lunghissima carriera artistica, ha espresso ed esprime nuovi modi di parlare del legame con la terra, intesa come natura e come tradizione nella quale affondare le proprie radici, trampolino di lancio per espressività e sensibilità nuove.
Lo spartiacque della sua ricerca, tutt’ora in movimento (e non potrebbe essere diversamente: chi ha avuto la fortuna di conoscerla e parlarci anche solo per una sera non faticherà a riconoscerlo), è avvenuto a partire dagli anni ’60, quando si confrontò con l’uso di materiali diversi, combinandoli e plasmandoli: tele, fili, terracotta, tra gli altri, attraverso un percorso che l’ha portata nel tempo a collaborare con artisti di diversi generi, uno su tutti il teatro, e a partecipare a diverse e stimolanti mostre collettive.

Una poetica così essenziale esprime uno sguardo capace di vedere legami che altri non vedono – è il privilegio degli artisti veri – e di evidenziare alla coscienza collettiva connessioni tra cose, materie, anima, terra, luce, oblìo… che ai più non saltano agli occhi: materiali o metafisici che li si voglia intendere.
Questo mondo interiore viene comunicato anche nell’opera vincitrice del premio di cui si parla, e non mi pare ardito quanto sostenuto da Maria Paola Masala in prima pagina sull’Unione Sarda del 18 novembre scorso, quando intitola il suo pezzo “La poetica Costituzione di Maria Lai”. Mi sembra un’interpretazione azzeccatissima e al contempo la accolgo come un invito a “sfruttare” l’opera di Maria Lai come tramite per rileggere in chiave poetica la nostra Costituzione.
Mi corre l’obbligo di avvisare che intendo questa rilettura scevra di melensaggine, la quale farebbe torto sia all’artista che al testo della Costituzione (quale migliore espressione del compimento dell’Unità che si festeggia?), ma nella convinzione che oggi solo questo particolare angolo di visuale può mettere nuovamente in evidenza il valore civile della nostra Carta, perché concepita (con un’impronta assolutamente d’avanguardia per i tempi) tenendo al centro l’uomo/cittadino e i suoi bisogni/diritti.

Che l’arte, nella sua libertà poetica, possa farci riscoprire il messaggio dirompente del fondamento del nostro vivere comune? È di questo legame tra noi e la Legge, tra cittadino e cittadino, persona e persona, che vuol parlare quella grandissima tela intessuta di pagine collegate da fili che mettono insieme la storia e il presente?

Anna Pistuddi

Per approfondire:
http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=25002&v=2&c=2678&c1=2818&visb=1&t=1
http://www.stazionedellarte.it/

Rassegna stampa:
http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_146_20111118083130.pdf
http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_146_20111118091338.pdf
http://lanuovasardegna.gelocal.it/cronaca/2011/11/18/news/unita-d-italia-il-premio-a-maria-lai-5303362
http://www.sardegna24.net/cultura/la-camera-premia-maria-lai-1.40167
http://museopopolare.blogspot.com/2011/10/orme-di-leggi.html (anche fonte per l’immagine di apertura)

Montesquieu, Rousseau, la Costituzione e le corbellerie del leghista Reguzzoni

Le dichiarazioni volgari, razziste ed eversive di Bossi e dei suoi ministri e parlamentari vengono regolarmente minimizzate dai politici del centro-destra come espedienti per attirare l’attenzione dei media. Né sembrano preoccupare granché gli osservatori e gli analisti della politica italiana che, per lo più, considerano le affermazioni leghiste  sull’urgenza della secessione come una trovata tattica a cui il leader ricorre soprattutto nei momenti di difficoltà per ricomporre le divisioni che attraversano i dirigenti del suo partito e per distrarre gli elettori dal crescente malessere nei confronti della politica economica del governo. Lo stesso Presidente della Repubblica ieri ha definito “fuori dalla Storia” chi invoca la secessione. Evidente, nelle parole di Napolitano, il riferimento alle ultime esternazioni di Bossi che dal palco di Venezia è arrivato persino a ipotizzare la possibilità raggiungere la secessione attraverso un Referendum. Il vero pericolo rappresentato dai leghisti, sembrerebbe piuttosto essere un’altro: la profonda ignoranza sugli ordinamenti della nostra Repubblica e sul loro funzionamento che caratterizza gran parte dei rappresentanti del partito di Bossi in Parlamento. A questo proposito pubblichiamo di seguito una nota di Guido Melis, attivissimo deputato del PD nonché studioso di storia delle istituzioni e autore di un fondamentale saggio dal titolo “Storia dell’Amministrazione italiana”.  (S. M.)

Ha scritto una volta Sabino Cassese, uno dei migliori giuristi italiani: o si sta con Rousseau o si sta con Montesquieu. Ci ho ripensato (si parva licet…) leggendo oggi le dichiarazioni del capogruppo leghista alla Camera Reguzzoni (http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20110921_115013.shtml), che contesta Napolitano sulla base della considerazione che “il popolo è sovrano” e che dunque il potere del capo dello Stato deve soggiacere a quello del popolo. Detto così è Monsieur de Lapalisse. Basta leggere la Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”). Senonché un conto è ritenere che il potere espressione diretta del popolo (quindi quello politico, espresso attraverso il voto) sia un potere assolutamente prevalente, esorbitante sugli altri; un altro è essere consapevoli che nella nostra Costituzione, come in tutte le carte costituzionali di democrazia liberale, l’esercizio del potere in nome del popolo è temperato dall’azione di altri poteri, di diversa matrice, che concorrono appunto a bilanciarlo. Il capo dello Stato, eletto dalle Camere riunite con la partecipazione dei rappresentanti delle regioni, ha anch’egli una legittimazione popolare, né più né meno come il governo (eletto dalla maggioranza delle camere, a loro volta espressione del voto popolare). Il suo ruolo è, per Costituzione, quello di agire come bilanciamento ed è definito dalla Costituzione stessa  e dalla prassi costituzionale. E’ questo il modello di democrazia che si trova negli scritti di Montesquieu, nei quali è possibile anche rinvenire un preciso ruolo del potere giudiziario. Naturalmente sperare che l’on. Reguzzoni, un vispo ragazzotto padano cresciuto in camicia verde, sappia di Montesquieu e di Rousseau, sarebbe eccessivo. Ma che un parlamentare della Repubblica abbia almeno letto la Costituzione potremmo pretenderlo. E che se ne ricordi prima di lanciarsi in corbellerie sesquipedali anche. O no?

Guido Melis