Costituzione: articolo 9

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

A quasi due anni dalle riflessioni sul ruolo culturale e civile della storia dell’arte, condivise su queste stesse pagine, non mi pare superfluo rischiare di essere ripetitiva, sebbene ripetere spesso non giovi. Così sembra, a giudicare dalle sempre più fosche notizie sulla sparizione della disciplina in questione dalle scuole italiane.
Riprendo la riflessione, in verità mai interrotta, citando nuovamente Tomaso Montanari, in un recente post del blog che cura sul Fatto Quotidiano.
Montanari (nel corso dell’anno impegnato nei lavori, conclusi nel mese di ottobre, della Commissione per la Riforma del Ministero dei Beni Culturali)  affronta un tema caldo nel dibattito nazionale, in un momento in cui a livello ministeriale si prendono decisioni fondamentali, direi capitali (nel senso di “pena capitale”) per il patrimonio storico-artistico, archeologico e dei beni culturali in genere. Condivido in particolare un passaggio che cito testualmente:

“Ogni anno le nostre università laureano e dottorano un numero impressionante di storici dell’arte e della letteratura, filosofi, archeologi, architetti, archivisti e bibliotecari: e lo stesso fanno i conservatori con i musicisti, le scuole specializzate e le accademie con i restauratori, i danzatori, gli scenografi, i giornalisti, i traduttori ecc. Tuttavia, come in un assurdo e corale supplizio di Tantalo, il patrimonio non riesce a incontrare coloro che lo potrebbero curare amorevolmente, e tutti costoro non riescono a lavorare nel patrimonio: e così distruggiamo intere generazioni, e al tempo stesso condanniamo a morte ciò che di più prezioso ha il nostro Paese.”

L’immagine del supplizio di Tantalo è emblematica di quanto si vive ogni giorno nella realtà italiana: “Studiate, prendetevi una laurea e avrete il mondo in tasca!”.
Era questo, più o meno, il ritornello costante che alla fine degli anni ’80 sentivo ripetere in continuazione dai professori del liceo: incitamento nel quale ho creduto insieme a tanti. Scegliere di studiare Storia dell’Arte non è stata una scelta di ripiego, ma dettata da convinta passione e da assoluta certezza dell’importanza di questa disciplina. Gran parte della mia generazione (ma soprattutto quelle successive) si riconosce nel povero Tantalo: possiede tutte le conoscenze giuste per collaborare a una corretta tutela e soprattutto per formare correttamente le generazioni dei più giovani (e chiunque altro, invero) perché possano conoscere, capire, parlare questa lingua e proteggere, preservare, vivendola nel quotidiano, una ricchezza che il semplice calcolo economico svilisce.  Nessuno di quegli strumenti permette di accedere ai diversi lavori che concorrono alla loro tutela, promozione e valorizzazione. Non sempre e quasi mai con la giusta retribuzione conseguente al riconoscimento della professionalità.

Il supplizio di Tantalo (dal blog KAIROS & KRONOS)

Il supplizio di Tantalo
(dal blog KAIROS & KRONOS)

Se penso ai principi e ai monarchi rinascimentali, illuminati (e forse anche furbi… chissà) dalla meraviglia del genio umano, che favorivano la produzione artistica di pari passo con il dibattito filosofico e letterario dei cenacoli, e se penso che invece oggi i “cenacoli” di cui più si parla sono incentrati su disquisizioni più o meno tamarre sui tatuaggi nei bicipiti dei calciatori o nell’inguine di qualche modella, sul cane Dudù e sui problemi che ruotano intorno all’ombelico di pochi ricchi e potenti… beh, non posso fare a meno di guardare con orrore al baratro che ci si spalanca davanti e unirmi al coro della protesta di chi vuole ridare alla Cultura la sua iniziale maiuscola, iniziando a insegnare la differenza tra questa e quella minuscola proprio partendo dalle scuole. E se proprio vogliamo esagerare, incoraggiando giovani e meno giovani a scriverla, questa parola, a tutte maiuscole: ognuno con il proprio stile e la propria sensibilità.
E allora, sempre a proposito di governi illuminati, mutatis mutandis mi vengono in mente alcune parole del primo capitolo di un libro di architettura medievale che ho studiato qualche anno fa: “Il cantiere è sempre il frutto di un’attività collettiva” (*). Sembra banale pensare al collettivo cui l’affermazione fa riferimento come al “semplice” (che semplice non è) cantiere e a tutte le professionalità necessarie a erigere un’architettura. In realtà un ruolo non secondario lo aveva la società intera in seno alla quale il committente viveva ed espletava incarichi: in essa si riconosceva e con essa costruiva un dialogo necessario al riconoscimento dei ruoli, al fine di veicolare dei messaggi attraverso le opere (architettoniche o scultoree o pittoriche o altro… non fa differenza alcuna). Senza la volontà di dialogo non si dava possibilità di comunicare realmente rendendo cosciente la comunità intera dei contenuti e del senso delle opere. E senza la co(no)scienza del bene culturale comune non si restituisce al futuro la storia che abbiamo prodotto: nel senso fisico e in quello funzionale, permettendone la fruizione naturale e continuata in tutti i casi in cui sia possibile senza danno. L’uso e l’interesse collettivo per un bene, ne permettono la conservazione e ne preservano il valore culturale. 
Non si può fare a meno di constatare che le vicende generali e le catastrofi naturali stiano ingoiando i buoni propositi della Costituzione insieme ai beni da tutelare, e non ci sono soluzioni immediate, facili, consolatorie: solo l’idea che siano proprio i momenti di crisi e confusione quelli durante i quali è necessario esserci e partecipare pienamente alla vita civile del nostro paese.

Anna Pistuddi

(*) Carlo Tosco,  Il castello, la casa, la chiesa. Architettura e società nel medioevo, Einaudi 2003

Incontro con i candidati del centrosinistra: Ignazio Angioni (PD)

Le elezioni sono ormai alle porte, dopo l’intervista a Lello Di Gioia (PSI) e a Lilli Pruna (SEL) concludiamo la serie di conversazioni con i candidati del centrosinistra che ci rappresenteranno in Parlamento nella prossima legislatura con Ignazio Angioni. Arrivato secondo alle primarie del Partito Democratico nella provincia di Cagliari, Ignazio Angioni è tra i candidati che verranno sicuramente eletti al Senato. A lui Sandra Mereu ha rivolto alcune domande sulle vere emergenze del Paese: il lavoro e la cultura.

Ignaio Angioni

“Se non lavoro non ho dignità”: sono le parole che Giuseppe Burgarella ha annotato su un foglietto lasciato tra le pagine della Costituzione italiana, prima di togliersi la vita, ultimo tra i tanti, perché aveva perso il lavoro. La mancanza del lavoro oggi in Italia, e in Sardegna in particolare, è una vera emergenza. Tutto il resto appare secondario e marginale quando manca il lavoro. Sei d’accordo?

Sono più che d’accordo. Il lavoro è lo strumento che dà dignità alle persone e non soltanto perché lo dice la nostra Costituzione. Lo sperimentiamo tutti i giorni nella realtà: con il lavoro ciascuno può sforzarsi di realizzare ciò che sa fare. Per questo è inconcepibile che la più grande industria italiana dopo essere stata costretta a riammettere 18 lavoratori li paghi poi per non lavorare. Questo rappresenta uno degli  attacchi più subdoli al diritto al lavoro e alla dignità della persona.

Affrontare concretamente il tema del lavoro è la sfida più importante per chiunque oggi si candida a governare il Paese. Ma come si passa dai proclami ai fatti?

Entrare nel merito del lavoro significa prima di tutto porsi il problema di quale tipo di sviluppo l’Italia si vuole dare. Noi a differenza di gran parte dei paesi europei più avanzati (Francia, Germania, Inghilterra), soprattutto negli ultimi decenni, non abbiamo avuto la benché minima capacità di progettare il nostro futuro. Mentre gli altri facevano investimenti in energia alternativa, in un tipo di industria diversa da quella altamente inquinante, noi siamo stati a guardare. Bisogna fare autocritica e ripartire dagli errori commessi in passato se vogliamo davvero dare all’Italia un destino diverso. Parlare di lavoro e di produzione oggi significa parlare di ricerca e innovazione, di formazione scolastica ed extrascolastica di qualità. Questi concetti nelle “agende” di Berlusconi e di Monti figurano nelle ultime righe. Noi abbiamo invece un ordine di priorità che li mette in testa a tutti gli altri punti, perché riteniamo che siano la chiave per cambiare realmente regime e aprire una fase nuova.

Si può creare lavoro senza comprimere i diritti che i lavoratori italiani si sono conquistati con decenni di battaglie? Voglio dire, era davvero necessario correggere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?

Nella discussione sulla riforma del lavoro il ministro Fornero ha posto la questione della modifica dell’articolo 18 come nodo centrale da sciogliere per favorire gli investimenti stranieri in Italia e dunque la nascita di nuovo lavoro. Tre mesi di discussione intorno a una questione che nessuno, neanche Confindustria, considerava utile allo scopo. Avremmo potuto utilizzare quel tempo per entrare davvero nel merito dei reali motivi che impediscono al nostro sistema economico di funzionare meglio e produrre di più e cioè: burocrazia; leggi che inanellano percorsi dall’esito mai certo; amministrazioni che non aiutano i cittadini ad affermare la propria idea imprenditoriale; sistema di credito primitivo che ha della finanza un bieco concetto di rendita, non strumentale all’investimento in attività produttive; diffusa corruzione; infiltrazione della criminalità organizzata. Dunque i diritti dei lavoratori non c’entrano assolutamente niente.

Hai fatto un’analisi puntuale della situazione e dei mali del sistema. Ci dici ora quali azioni si possono mettere subito in campo per invertire la rotta e risollevare l’economia ovvero creare lavoro e migliorare oggi le condizioni di vita delle persone giacché, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti?

Colgo il riferimento a Keynes, prima di parlare di specifiche  ricette di sviluppo, per dire che se toccherà a noi governare Bersani si attiverà da subito con l’Europa per ristabilire gli “aiuti di Stato”, superando tutti quei pregiudizi ideologici di stampo liberista che li frenano. In Europa, e quindi in Italia, non sarebbe possibile fare come si è fatto negli Stati Uniti (i campioni del capitalismo!) per rilanciare l’economia. Qui l’amministrazione Obama –  applicando quei principi keynesiani che negli anni trenta permisero all’America di superare la grande depressione – ha accordato alle imprese ingenti prestiti di denaro pubblico permettendo a importanti settori produttivi in crisi, come il settore dell’auto, di risollevarsi e rilanciare l’occupazione.

Ti riporto alle ricette. Cosa si può fare in attesa che il quadro internazionale di riferimento cambi?

Possiamo agire sulle leve fiscali rimodulando il carico di tasse a favore del lavoro – includendo in questo concetto sia i lavoratori che le imprese –  chiedendo a chi ha di più di contribuire di più. Possiamo reintrodurre il credito d’imposta, già adottato dal centrosinistra e cancellato da Berlusconi: uno strumento che piaceva molto alle imprese e che aveva dato buona prova anche in campo occupazionale. Possiamo restituire alle imprese, nei prossimi 5 anni, almeno il 50% dei crediti nei confronti  delle pubbliche amministrazioni con l’emissione di buoni ordinari del tesoro. Una modalità non traumatica per le finanze statali che permetterebbe di immettere nel sistema quella liquidità la cui assenza oggi sta strangolando le imprese. Si può allentare il patto di stabilità, strumento in sé serio e positivo perché obbliga le amministrazioni a non ricorrere in maniera indiscriminata all’indebitamento, ma che oggi sta mortificando ogni ipotesi di investimento delle amministrazioni pubbliche nel proprio territorio, anche di quelle virtuose. Si può rilanciare l’edilizia con un connubio pubblico-privato per realizzare opere di ristrutturazione urbana compatibili con l’ambiente…

Dopo il lavoro c’è in Italia un’altra grande emergenza: la Cultura. Il patrimonio culturale italiano è stato abbandonato al degrado, gli istituti culturali (musei, archivi e biblioteche) sono al collasso per i progressivi tagli ai finanziamenti, e per di più il decreto sulla spending review ha cancellato la cultura dalle funzioni fondamentali dei comuni da finanziare obbligatoriamente. Per questo le più importanti associazioni italiane del settore, consapevoli che cancellare la “Cultura” significa rinunciare al futuro e alla propria identità, hanno lanciato un appello per chiedere a chi si candida a governare l’Italia di “Ripartire dalla Cultura”. Lo sottoscriveresti?

Senza alcun dubbio. Ne condivido i principi ispiratori e gran parte delle proposte. Sono pienamente convinto che occorra superare quella perversa idea che è prevalsa nel dibattito degli ultimi vent’anni secondo cui la “Cultura è il nostro petrolio”. Un’idea fuorviante che ha prodotto una serie di conseguenze pratiche negative per la tutela e la salvaguardia dei beni culturali. Questa idea in generale porta a considerare la cultura in funzione di un immediato ritorno economico. Diffusa è ad esempio l’opinione che la cultura debba servire allo sviluppo del turismo. Va da sé che si finisce per trascurare tutti quei beni poco visibili o spendibili in questo senso. La cultura costituisce in sé un fattore di sviluppo e innovazione, deve essere considerata un diritto fondamentale dei cittadini e da ciò deve discendere la responsabilità pubblica di sostenerne lo sviluppo e la diffusione e di garantire a tutti i cittadini l’accesso.

Quello che dici porta a pensare che un governo di centrosinistra riprenderà a finanziare la Cultura. In che misura?

Lo sforzo dovrà essere necessariamente quello di avvicinare progressivamente la spesa pubblica ai livelli europei, partendo dall’assunto che quello in cultura è un investimento. La natura di investimento pubblico è peraltro la condizione che garantisce l’autonomia del mondo della cultura.

Sandra Mereu