“Sestu: noi e gli altri”, letture pubbliche

Il CIF, Centro Italiano Femminile di Sestu, presieduto da Anna Maria Pintus, alla fine dello scorso anno ha bandito un concorso letterario intitolato “Sestu: noi e gli altri”. L’idea era nata dalla constatazione che nel nostro comune “sono tanti coloro che amano esprimere le proprie emozioni e raccontarsi attraverso la scrittura”. Non essendo però pervenuto un numero sufficiente di elaborati il CIF non ha ritenuto opportuno stabilire meriti di valore e assegnare i premi previsti dal bando.

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Le donne del CIF Sestu

Gli organizzatori del concorso hanno comunque letto con attenzione i testi ricevuti  e hanno valutato che gli autori avessero risposto appieno al tema del concorso, interpretando ciascuno a suo modo il luogo dove sono nati o dove sono arrivati per caso o per scelta e rappresentandolo come lo ricordano, come lo vivono e come lo vorrebbero.

Ritenendo che i testi fossero tutti degni di essere conosciuti e apprezzati da un pubblico più vasto, giovedì 26 marzo, nella sala consiliare il CIF  ha organizzato la lettura pubblica delle poesie e dei racconti pervenuti. Un folto pubblico ha seguito con attenzione i brani letti da Carla Caboni e commentati da Carla Cristofoli.

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Gli autori. Da sx: Marinella Fois, Ramona Oliviero, Aldo Loru, Aldo Lai, Giorgio Valdes

Per l’occasione è stato distribuito un libretto contenente tutte le poesie e i racconti, con l’introduzione curata da Carla Cristofoli, che potete leggere scaricando il pdf allegato: Sestu, noi e gli altri_CIF

Sandra Mereu

Donna ieri come oggi. Rosa Podda

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Madre, figura femminile, Costantino Nivola

In occasione dell’8 marzo proponiamo un racconto di Tonino Sitzia pubblicato sul sito di Equilibri. La storia è liberamente tratta da un fatto realmente accaduto a Elmas tra il 1853 e il 1854. Ma fatti del genere succedevano a quei tempi in molti paesi della Sardegna. E accadono ancora oggi in tante aree del mondo dove le donne sono private della dignità di persone e considerate alla stregua di oggetti.

Rosa Podda

Appena il tempo, nel dormiveglia dell’agonia, di riconoscere a stento, come tra le brume dell’alba, il visino pallido nel fagottino bianco, e di sentire, in un lontano bisbiglìo, il commento delle donne affannate – Ta bella pipia, parit drommia – Sciadada Rosa, pobirittedda…E poi un’ultima domanda rivolta a Greca: – E sa pipia est istetia battiada?
“Al 31 luglio 1854 è nata una bambina figlia naturale della nubile Rosa Podda, figlia del fu Antonio e della fu Antonia Mua che per l’imminente pericolo di morte in casa, secondo il rito di Santa Romana Chiesa, ha battezzato Greca Casula ostetrica (1) approvata dal sottoscritto; fu poi portata in chiesa e sono state esercitate le sacre cerimonie e imposto il nome di Maria Teresa Sebastiana.” Così nei registri parrocchiali. (2)
Un anno prima della sua morte Rosa ha la felicità dei suoi ventitré anni. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi genitori dei suoi progetti, specchiandosi nei suoi occhi ridenti, e del buon Francesco Cabras, suo cognato che la adottò in quanto orfana e quindi priva di affetti e di sostanze. Avrebbero certo dato il loro assenso e la loro benedizione alla promessa di “sponsorio” che il giovane Antonio Cossu, innamorato di Rosa, aveva fatto a Francesco, con tutti i crismi in uso nel tempo: “sa domanda” da parte del padre del futuro sposo “Est unu bravu piccioccu e tenit intentionis serias…”, la presenza de is testimongius “Est unu grandu traballadori…”, il dono dell’anello o un altro pegno d’amore.
Era il settembre 1853.
Rosa è timorata di Dio, ma più di una volta il diavolo ne veste i panni.
Il parroco, don Giovanni Pilloni, va predicando in pubblico, e a volte dal pulpito, di “quella puttana e concubina che infanga la chiesa e la comunità”. Non fa nomi, ma è chiaro a chi è rivolto il suo disprezzo.
Rosa, ancora più bella di prima per la maternità che non può nascondere, percorre Su Stradoni a passo svelto, è conosciuta dalle 500 anime che fanno il paese, cammina a testa alta a ridosso delle povere case di ladiri, lungo i cortili e gli orti, non si cura delle chiacchiere sul suo conto.
E’ una donna forte, Rosa. come tutte le donne. Mentre i maschi di Elmas “paiono amar l’ozio, e molto si dilettano nel giuoco delle carte” (3), “la donna campidanese, più intelligente del compagno, quando è sposata, spesso attende all’economia domestica e ai lavori campestri. Le giovinette sogliono prendervi parte, dedicandosi alla raccolta dell’uva, delle mandorle, delle olive, più di rado a lavori di coltivazione, come la semina dei cereali, il legamento delle tralci della vite, o qualche zappatura”. (4)
Con l’avanzare della gravidanza, Rosa dialoga con la piccola creatura che ha in grembo, tessendo quel filo misterioso di affetti che lega ogni madre al proprio figlio; intuisce che il bambino, pur protetto nel bagno amniotico, percepisce quanto succede nel mondo esterno, e ha paura che “sa scuminiga de su predi” possa fargli del male.
S’ arràbiu de su predi pare sia dovuto al fatto che in paese si vocifera delle sue frequentazioni di giorno, ma “anche di notte”, della casa di Maddalena Mascia, sa vìuda. Egli pretende che il giovane Cossu sposi una delle sue figlie, con la quale si sarebbe speso con una promessa di futuro matrimonio.
“Quella puttana incinta non si sposerà mai” continua a predicare il prete, e quando il padre di Antonio chiede il permesso per le pubblicazioni di nozze si vide rispondere con “un rimbrotto ingiurioso: dicendogli che dopo avere desso fatto bordello con l’attuale di lui moglie, ora permetteva che altrettanto eseguisse il di lui figlio”. (5)
Rosa si sente pesante, ha l’affanno della gravidanza che avanza, le sue uscite si fanno più rade. Le vecchiette mormorano de cantu Rosa est grai, e quando la incontrano “Inzandus, Rosa, a candu su sgravamentu?”
I maschi la incrociano e abbassano gli occhi, più per un oscuro senso di colpa che per pietà.
Col trascorrere dei mesi Rosa si sente più sola, si chiude in casa, deve proteggere la sua creatura dalle malelingue, dal prete sempre più violento, da qualche fattura che qualcuno può aver fatto ai suoi danni.
Ora che la nascita è imminente non c’è più nessuno tra lei e il suo bambino. Ce la devono fare.
Il parto, doloroso quanto solo le madri sanno, è drammatico per Rosa. Alle richieste pressanti della moribonda e della comunità il prete “invece di avvicinarsi all’ammalata, proferirle parole di sollievo e conforto religioso, si tenne in disparte, e non ostante la moribonda facesse segni di volersi confessare ed esprimesse il desiderio di ricevere gli ultimi conforti di Santa Religione, il Pilloni, duro ed immobile a nulla si prestò, così che con grave scandalo degli astanti, se ne morì senza i sacramenti”. (6)
I registri parrocchiali annotano: “Addì primo di agosto dell’anno milleottocentocinquantaquattro in questo villaggio di Elmas morì Rosa Podda figlia del fu Antonio e fu Antonia Mua di questo villaggio di Elmas in età di anni ventiquattro senza sacramenti, e nel seguente giorno venne seppellita nel piazzale di questa Parrocchiale Chiesa”(7). Nello stesso giorno era morta la piccola, battezzata col nome di Maria Teresa Sebastiana.
Il dramma di Rosa non è finito.
La bambina viene seppellita nel piccolo cimitero attiguo alla chiesa, lei nel piazzale della chiesa, in luogo sconsacrato, “in un piccolo fosso non alto due palmi”. (8)
La comunità e il Consiglio comunale riuscirono solo a imporre che “rifatta la fossa, la fecero seppellire in modo che non potesse essere il cadavere pascolo alle belve e non restasse l’aria infetta con detrimento dell’igiene e della salute pubblica”.
Bai cun Deus, Rosa.

Il ricorso presentato da Francesco Cabras contro i comportamenti del parroco venne respinto dal Tribunale Penale di Cagliari con decisione del 26 settembre 1854.

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(1) S’opera sa prus preziosa, chi podit fai una Llevadora est finalmenti su salvai s’anima de un’innozzenti, cun amministraiddi su battisimu, candu conosciat chi s’esistenzia sua est in perigulu, e non si pozzat salvai sa vida temporali…narendu po ex Deu ti battiu in nomini de su Babbu, e de su Su Fillu, e de su Spiritu Santu. E’ quanto si legge nel prezioso manualetto, stampato a Cagliari nel 1827 “Brevis Lezionis de Ostetricia po usu de Is Llevadoras de su Regnu de su dottori chirurgu collegiali Efis Nonnis, supplidori de sa Cattedra de Chirurgia”. La singolarità del libretto è data dall’uso del Sardo in argomento scientifico e dal suo intento didattico e divulgativo ad uso de is Levadoras, che a quei tempi avevano un ruolo importantissimo nelle fasi decisive del parto. Il “Manuale di Ostetricia” è stato ristampato a Cagliari nel 1981 a cura del grande linguista Antonio Sanna, ordinario di Linguistica sarda all’Università di Cagliari.
(2) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(3) Dizionario Angius – Casalis, Cagliari 1833, pag.344, alla voce El mas
(4) “Le condizioni economico- sociali di una zona rurale della Provincia di Cagliari”. Tesi di laurea di Don Filippo Asquer, Cagliari 1909
(5) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(6) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(7) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(8) Nel 1777 il canonico Francesco Maria Corongiu, facente dell’Arcivescovo di Cagliari, avviò un’inchiesta in forma di questionario (preguntas e respuestas) a tutti i parroci della diocesi, da cui si ricavano notizie “di prima mano” della vita delle comunità locali. Per quanto riguarda le sepolture a Elmas si legge “La maggior parte delle sepolture sono collocate nel corpo della chiesa in linea diritta cominciando presso l’altare maggiore fino alla porta della chiesa, nella forma usata in altre parrocchie; i sepolcri sono ben chiusi e sigillati e non traspira nessun olezzo perché si sono poste nuove lastre nelle sepolture secondo le disposizioni precise del molto reverendo Monsignor Canonico Prebendato” .
In “Elmas paese di Sardegna” di Antonio Asunis, pag 148.
Prima della costruzione dell’attuale cimitero, dunque, le sepolture avvenivano in chiesa, in un piccolo camposanto attiguo, e, a volte, per le famiglie benestanti a Santa Caterina.

Tonino Sitzia

Un sindaco donna? Certo. Ma di sinistra.

sondaggio AblativIl profilo del nuovo sindaco. L’Unione sarda ha riportato nei giorni scorsi il parzialissimo risultato di un sondaggio lanciato sul sito di una nota società di informatica che opera nel nostro comune. Il sondaggio mira a definire il profilo del nuovo sindaco. Il risultato che il quotidiano proponeva all’attenzione dei lettori si basava però sulle risposte di una cinquantina di persone, o forse anche meno dato che una stessa persona può votare da diversi apparecchi, pc tablet smartphone. Un campione troppo limitato per considerare i suoi desiderata come la proiezione di ciò che vogliono realmente gli elettori di Sestu. Evidentemente il sondaggio era un pretesto per attirare l’attenzione di un ampio pubblico sul più generale tema delle elezioni comunali. Gettare il sasso nello stagno può essere un modo per stimolare il dibattito e far scaturire nuove e più concrete notizie in proposito.

Parliamone, dunque. Dal sondaggio emergeva il profilo di un sindaco di genere femminile con laurea. Non si conoscono le ragioni che hanno spinto i votanti a fare questa scelta. Forse avevano in mente qualcuno. Ma è più probabile che volessero semplicemente indicare in astratto le qualità più importanti del sindaco ideale per Sestu. Lo dimostra il fatto che la caratteristica a mio avviso più significativa, cioè la collocazione politica, è passata in subordine.

Perché una donna laureata? L’elezione di un sindaco donna sarebbe effettivamente una grande novità. Sarebbe la prima donna sindaco nella storia del comune. Il riconoscimento e la conferma anche nelle istituzioni del ruolo paritario che le donne rivestono in una società democratica. Un segno di progresso. Il fatto però che la si voglia anche laureata lascia perplessi. Si intravede una riserva mentale che contrasta con l’immagine di una comunità di elettori capace di fare una scelta evoluta e libera da pregiudizi. Nasce insomma il sospetto che proprio perché donna le venga richiesto un surplus di garanzie.

Riconosciuta la piena parità di diritti e di doveri alle donne, occorrerebbe però smetterla di spacciare come verità scientifica la favola della diversità delle donne in politica. Secondo questa teoria le donne sarebbero portatrici di un valore aggiunto, conseguenza di doti innate proprie del genere femminile, riconoscibili nella dolcezza e gentilezza che si esaltano nel ruolo di moglie e madre. Questa concezione risente di forti venature maschiliste ma soprattutto è priva di ogni attinenza con la realtà. Per capire quanto sia infondata basterebbe considerare che in Europa le più brutali e assai poco compassionevoli misure liberiste che hanno portato al licenziamento di migliaia di lavoratori, ridotto in povertà le loro famiglie e fatto piangere i loro bambini sono state portate avanti da capi di stato donne. La Tatcher era una gentile e garbata signora che la sera raccontava le favole ai nipotini eppure non si è fatta intenerire dalla disperazione dei minatori del Galles. La stessa triste sorte è toccata più di recente ai greci, baciati dalla “sensibilità femminile” di Angela Merkel.

Un sindaco donna a Sestu io certo lo vorrei. Purché di sinistra. In questo schieramento negli ultimi anni sono emerse diverse personalità che potrebbero egregiamente ricoprire questo ruolo. Alcune di loro, penso ad Anna Crisponi e a Stefania Manunza, oltre all’esperienza come amministratori del comune hanno maturato anche una più ampia esperienza politica come delegate nelle assemblee nazionali dei rispettivi partiti di appartenenza. I tempi dunque a Sestu sono maturi non solo per avere una donna sindaco ma anche per sceglierla tra diverse donne di notevole spessore politico.

Sandra Mereu

“E…state a Casa Ofelia” si conclude con lo spettacolo teatrale “Unghie e Crisi”

Unghie e crisiDomenica 21 settembre si conclude “E…state a Casa Ofelia” il programma di spettacoli estivi organizzat0 dal comune di Sestu in collaborazione con la Pro Loco. A chiudere la stagione 2014 sarà la rappresentazione teatrale della compagnia “L’Aquilione di Viviana” (ore 21).

Lo spettacolo. Sonia, mamma single ed estetista, durante una seduta di nail art le clienti esorta “a tirare fuori le unghie”. Almeno per farsele ricostruire. Un modo diretto, tragico e ironico, per riflettere insieme sulla condizione lavorativa della donna e sulla sua “traversata” in solitario, nella società contemporanea. Scritto e diretto dalla drammaturga Ilaria Nina Zedda, “Unghie&Crisi” è frutto di una ricerca sul campo nella periferia cagliaritana e vede anche l’uso delle nuove tecnologie: il video-mapping è una tecnica che prevede la proiezione su zone specifiche della ribalta, che vengono animate da immagini funzionali alla vicenda teatrale. Lo spettacolo ha vinto il Primo premio di drammaturgia al Concorso indetto dalla Provincia di Cagliari, Assessorato alle Pari Opportunità e dall’Associazione Culturale L’Eccezione, avente come tema “Donne e lavoro, donne a lavoro” ed è stato scelto dal sito nazionale FEMMINILE AL PLURALE: http://www.femminilealplurale.it/category/diritti.

Improvvide dichiarazioni e drammatici silenzi

Tra i tanti commenti letti su fb, seguiti alle dichiarazioni improvvide (è solo l’aggettivo meno compromettente che ho trovato!) del prefetto di Perugia, mi ha colpito in modo particolare quello di Ines Loddo. Capace, come pochi altri, di mettere a fuoco il dramma (e l’ipocrisia) che si nasconde dietro la girandola di reazioni indignate dell’ultim’ora. (S.M.)

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Alcuni mesi fa lo scandalo a luci rosse del quartiere Parioli coinvolse due minorenni (direi due bambine) e diversi maggiorenni, uomini che avrebbero potuto essere loro nonni ancor prima che padri. Coinvolse anche una figura femminile adulta, la madre di una delle due bambine. Fu su quest’ultima che, dall’alto del palco (di Milano?) il candidato segretario del PD puntò lo sguardo e a lei rivolse la sua severa critica. Come tollerare che una madre offra in cambio di denaro il corpo della propria bambina? Quanto immondo questo peccato? Nessun cenno a quegli altri, quelli con la bava alla bocca della propria impotenza, quelli che cento euro li guadagnano in un quarto d’ora pronti da reinvestire in carezze proibite, magari per un’ora intera. E’ il mercato, baby.

Alcuni giorni dopo seguii in tv un’intervista alla zia della bambina. Raccontò, dall’angolo buio di uno studio, di sua sorella. Di quella madre incriminata. Disse della sua malattia. Dei suoi incubi. Di una cura che non finisce mai. Disse degli abusi sessuali che sua sorella, la mamma incriminata, aveva subìto da bambina. In famiglia.

Alcuni mesi dopo, lo scandalo avrebbe mostrato il volto di professionisti, frequentatori di salotti buoni. Buonissimi. E di minorenni. Coinvolti. Nessun commento su questi consumatori. Nessuna “analisi”. Nessuna istituzionale, almeno.

Ieri il prefetto di Perugia avrebbe invitato le madri di figli drogati a suicidarsi. Forse il prefetto non lo sa, ma è proprio quello il primo pensiero di una madre che scopre che il suo ragazzo si droga. Le reazioni sono immediate. Si rimuova il prefetto. A rimuoverlo sarà il ministro che ieri l’altro ha esultato per l’arresto dell’assassino di una bambina. Lo stesso che ignorava il caso Shalabayeva. A richiederlo con veemenza il premier indignato per la gravità della dichiarazione del prefetto. Quello che mesi fa condannava la madre dello scandalo Parioli. So che per molti sarà difficile trovare i collegamenti.

Essere donna, madre, aver vissuto il dramma di un ex ragazzo incappato nell’eroina, durato anni anni e anni, non mi consente indifferenza di fronte a una dichiarazione come quella del prefetto di Perugia. Quello che vorrei dire, con tutta l’umiltà di cui vorrei essere capace, ma anche con tutta la rabbia che ho dentro, è che sta diventando tragico. Qualcuno riprenda a parlare di cosa sta accadendo. Una volta sapeva farlo bene Luigi Ciotti, una volta lo faceva anche la politica. Non so se sono davvero le mamme l’anello fragile della catena della cura e della protezione della nostra infanzia. Non so se sono davvero le mamme le responsabili delle tragedie che incombono sul futuro dei nostri figliuoli.

Ma dove si trovano gli uomini, i padri, gli adulti maschi mentre noi “sbagliamo”? Prefetti, ministri, vip compresi? Nel caso dei Parioli una mamma sbaglia mentre un padre (di altre più protette adolescenti) consuma a pagamento il sesso con una bambina. Tacere sulla grande menzogna di questo dramma ci aiuta?

Ines Loddo

Il programma del centrosinistra: servizi sociali e parità di genere, crisi economica e disagio sociale.

Silvia Pusceddu_Incontro con Pigliari_SestuFrancesco Pigliaru all’incontro tenutosi a Sestu, sollecitato dall’intervento di Silvia Pusceddu, ha affermato che un efficace sistema di servizi sociali è la condizione necessaria perché si realizzi una vera parità di genere. E parallelamente, esperti di rilevanza internazionale, ci dicono che la crisi economica, la mancanza di lavoro, l’inasprirsi delle disuguaglianze sta provocando un aumento del disagio sociale e psicologico delle persone e una mortalità più alta, a cui si cerca di far fronte con un sistema del Welfare sempre più debole a causa dei tagli alla spesa pubblica. Silvia Pusceddu è l’unica candidata della coalizione del centro sinistra di Sestu (Rosso Mori). A lei, psicologa e psicoterapeuta, abbiamo chiesto qual è al riguardo la situazione in Sardegna e come si prevede di affrontare questo genere di problemi.

Silvia, i dati dicono che siamo la maggioranza della popolazione, più istruite degli uomini, eppure meno della metà delle donne oggi in Sardegna ha un lavoro. Secondo te c’è un nesso con il fatto che la quota destinata dal bilancio regionale ai servizi sociali (infanzia, cura di anziani e disabili) è addirittura inferiore a quella, non invidiabile, delle altre regioni del Meridione?

Nel programma del centro sinistra viene affrontato, fra gli altri, anche il problema di garantire la parità di genere. Partendo appunto dalla constatazione che, nonostante le donne costituiscano la maggioranza e la parte più istruita della popolazione, soltanto poco più di 4 donne su 10 ha oggi un lavoro, si comprende quanto pesantemente incida il problema quotidiano di non riuscire a conciliare il lavoro e i compiti di cura familiare, a causa della carenza di servizi di supporto alla famiglia. Nella nostra isola, solo il 13,5% dei bambini fino a tre anni viene preso in carico dai servizi, contro il 30% in regioni come l’Emilia Romagna e a fronte di un obiettivo Europeo del 33%. E’ necessario, pertanto, ed è parte del nostro programma, incrementare fondi utili per creare servizi a sostegno delle famiglie.

Alle carenze di tipo strutturale si sommano i limiti culturali. La scarsissima rappresentanza femminile nelle istituzioni, in primis nel consiglio regionale è, secondo alcuni, una delle più evidenti e preoccupanti conseguenze di questo fatto. Tu come la vedi?

La scarsa presenza delle donne nelle istituzioni,  conferma una disparità evidente e penso anche io che ai problemi a cui abbiamo accennato prima si vadano a sommare difficoltà di altro tipo. C’è la fatica di acquisire visibilità e di candidarsi se già non si possiede una posizione economica e sociale di vantaggio, ma soprattutto ci sono gli ostacoli  per superare quei pregiudizi culturali, ancora profondamente radicati nei vari strati sociali, che  precludono alle donne la possibilità di occupare posizioni di rilievo nelle istituzioni e nella società in generale.

In che modo si può invertire questa non più accettabile situazione?

Ritengo che l’idea di introdurre la doppia preferenza di genere nella legge elettorale  possa essere, in via temporanea, uno strumento utile. Infatti, non possiamo pensare  di tutelare le donne con metodi che comunque sono calati dall’alto. Cominciando dall’educazione dei nostri giovani, dobbiamo fare in modo che si crei la consapevolezza del valore aggiunto che le donne competenti possono offrire alla collettività. Solo quando si raggiungerà questo traguardo, gli unici  criteri che determineranno l’attribuzione o il diritto a ruoli di vertice saranno la capacità, la competenza e l’onesta delle persone. Inoltre, sento il dovere di sottolineare che il dramma dei femminicidi in Italia è l’esempio più evidente di quanto sia diffusa una cultura maschile del possesso. Ed è pertanto nostro dovere intervenire affinché si investa sulla prevenzione, attraverso l’informazione e la formazione e sull’educazione alla parità dei sessi.

In Sardegna la crisi morde più che in altre regioni d’Italia. La disoccupazione è a livelli da record (1 sardo su 3 non lavora) e c’è una diffusa povertà. C’è da credere che tutto questo non sia privo di effetti negativi sul benessere generale delle persone. Cosa puoi dirci al riguardo?

E’ evidente che la crisi economica e le sue conseguenze stiano generando un diffuso senso di disagio nella popolazione. La disoccupazione e l’instabilità lavorativa mettono in discussione le certezze esistenziali delle persone. La perdita del lavoro comporta nella persona la perdita della propria identità. Ognuno di noi, infatti, costruisce la propria rappresentazione di sé in base al ruolo che occupa nella società: il lavoro dà sicurezza, migliora l’autostima e garantisce una stabilità emotiva. La mancanza di prospettive economiche e occupazionali e l’inattività predispongono, quindi, allo sviluppo di varie forme di disagio emotivo o aggravano situazioni di malessere già presenti. Recenti studi hanno mostrato come ad un aumento del tasso di disoccupazione sia correlato un aumento dei casi di depressione. I dati presentati al congresso della Società Italiana di Psichiatria parlano di un aumento del 30% dei disturbi d’ansia e del 15% di disturbi depressivi.

Per non parlare delle nuove forme di dipendenza dal gioco…

Sembra paradossale, ma è proprio così. Le nuove forme di dipendenza colpiscono soprattutto i ceti economicamente più deboli. In una società dove manca una prospettiva di miglioramento del proprio status economico e sociale, le persone affidano le loro speranze alla fortuna. Nella mia esperienza professionale, ho osservato un aumento delle richieste d’aiuto per il trattamento dei disturbi d’ansia e per nuove forme di dipendenza patologica dal gioco d’azzardo ma anche da Internet, soprattutto nei giovani e nelle donne. Ritengo inoltre che non debba essere sottovalutato il malessere sotteso che, per difficoltà culturali, non viene espresso con richieste d’aiuto. Negli ultimi anni, in altre Regioni del centro Italia, organizzazioni sindacali ed enti locali, hanno attivato sportelli psicologici dedicati al sostegno di problemi legati al lavoro e alla crisi economica. Queste esperienze dovrebbero essere da stimolo per le nostre istituzioni.

I Rosso Mori si definiscono “sovranisti”. Ci spieghi brevemente cosa significa?

Diceva Emilio Lussu: “ La storia dei sardi sarà quella che essi sapranno scrivere”. Sovranismo  è innanzitutto assunzione di responsabilità di determinare un modello di sviluppo endogeno in un contesto di pari dignità con gli altri popoli. Europei. Sovranismo non è contro qualcuno o qualcosa, ma a favore di. Rosso Mori è innanzitutto un partito socialmente progressista, di sinistra e nazionalmente sardo, attualizza oggi i postulati politici del sardismo, del socialismo e dell’azionismo. E’ movimento identitario, solidale, ambientalista, antifascista, popolare che pratica la democrazia… come recita  l’art . 1 dello Statuto.

Sandra Mereu

Femminicidio: un problema culturale

Oggi, 25 novembre, ricorre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Contribuiamo alla riflessione, richiamata dalla ricorrenza, con il resoconto dell’incontro che dieci giorni fa è stato organizzato dal Circolo SEL di Sestu per discutere appunto sul tema del femminicidio.

loc femminicidio A5Il giorno 15 novembre si è svolto a Sestu, presso i locali del Centro Sociale, un interessante dibattito sul tema del femminicidio. Ai saluti di Elena Argiolas, portavoce del Circolo SEL di Sestu intitolato a Margherita Hack, che ha organizzato la serata, sono seguiti quelli del Sindaco Aldo Pili. Si sono poi avvicendati al microfono Anna Crisponi, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Sestu, Rosanna Mura, Presidente del Comitato per le Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Cagliari, Sabrina Perra, docente di Sociologia generale all’Università di Cagliari e Michele Piras, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà.
Dai diversi interventi si è potuto comprendere pienamente che il femminicidio, più correttamente inquadrabile nella più ampia questione della violenza di genere (come meglio precisato da Sabrina Perra), è prima di tutto un fatto culturale, e che la distorsione di partenza nell’approccio al problema risiede nel puntare i riflettori più sulle vittime che sull’aggressore.
Sebbene la donna sarda abbia avuto in certe circostanze e in certe realtà una relativa e precoce autonomia, questo fatto non l’ha mai portata all’emancipazione dalle figure che, nella famiglia e nella società, hanno sempre detenuto e esercitato il potere economico.

E si scopre quindi che il fattore dell’emancipazione economica è il punto focale attorno al quale ruotano diverse questioni, che, in casi limite, possono sfociare anche nel femminicidio. Dalla testimonianza dell’Assessore Crisponi, che ha citato statistiche locali e ha raccontato all’attento uditorio i diversi aspetti della violenza subita dalle donne anche nel comune di Sestu, e dall’illuminante intervento di Rosanna Mura, si è potuto comprendere quanto un gran numero di donne, in caso di violenza subita personalmente o dai propri figli, siano vittime in prima battuta dell’impossibilità di sostenersi con risorse proprie e badare ai figli. Secondariamente subentra l’inadeguatezza delle risposte dello Stato: sul territorio non esiste che uno sparuto numero di luoghi protetti per l’accoglienza di chi vuol sottrarsi alle violenze di un familiare, con un numero limitato di posti disponibili. I Servizi Sociali che sono in prima linea nei territori si ritrovano a far fronte alle richieste quasi senza mezzi.
D’altro canto, ha sottolineato ancora Rosanna Mura, il vero tallone d’Achille è la pressoché totale mancanza di prevenzione e incapacità di gestire un fenomeno che prima di sfociare in violenze fisiche, a volte mortali, si manifesta con diversi segnali da parte del molestatore: episodi di stalking e violenze psicologiche, atteggiamenti aggressivi, per i quali spesso le vittime si sono rivolte all’esterno per chiedere aiuto. La cultura italiana, ancorata a una sorta di pudore nell’ingerire nelle faccende di famiglia, ha rallentato enormemente la presa di coscienza dell’esistenza del reato da parte delle vittime e rende in parte ancora farraginosa ed episodica la risposta delle istituzioni.

La sottoscrizione della Convenzione di Istanbul, quadro di riferimento della recente normativa, paradossalmente rappresenterebbe, secondo l’opinione di molti esperti, un vero e proprio passo indietro per l’Italia. La Convenzione infatti, concepita per paesi la cui legislazione su questi temi era arretrata o inesistente, rischia di introdurre in paesi a democrazia avanzata come l’Italia (che possiede già dall’89 una legislazione adeguata) pericolose deviazioni del diritto costituzionale. La recentissima conversione in Legge del noto “Decreto sul femmincidio”, il cui iter parlamentare è stato illustrato da Michele Piras (che ha anche esposto le posizioni di SEL in proposito) è infatti strutturato in maniera tale che potrebbe condurre al rischio di agire pesantemente sulla sfera dei diritti, spostando il femminicidio dal piano del diritto personale a quello del diritto collettivo. Uno degli esempi che è stato citato per dare il senso di queste preoccupazioni è quello della violenza sessuale: ottenere che fosse riconosciuta non più come un reato contro la morale, che attiene appunto al diritto collettivo, ma come un reato contro la persona ha comportato per le donne lunghe e dure battaglie.

Sempre secondo la Mura, colpisce come, all’apparente recrudescenza del fenomeno (non esistono infatti statistiche nazionali che dimostrino che i reati di questo tipo siano aumentati), secondo i giornali, sia corrisposta una risposta in termini di rafforzamento delle pene. Il che denuncia in partenza un fallimento su tutti i fronti delle politiche di prevenzione.

Sulla stessa linea si è espressa Sabrina Perra, che ha sottolineato i dati di una statistica Istat (2006), secondo la quale alle stesse donne non è ben chiaro quale sia il confine tra la legittimità di certi comportamenti e la violenza, più o meno evidente, più o meno sottile, sebbene nella maggioranza dei casi, non estrema. La Perra, citando un’indagine storica che ricostruisce i pochi dati esistenti partendo dal XVII secolo, ha constatato come il fenomeno fosse distribuito su tutto il territorio e interessasse in modo trasversale i diversi strati sociali. Quindi, a sfatare un mito ricorrente, il femminicidio non è legato di necessità e sempre a momenti di crisi economica, che coinvolge in maniera più massiccia gli strati economicamente deboli della popolazione, ma è piuttosto un fenomeno culturale che attiene alla concezione dei generi e del loro ruolo sociale. Il fatto è evidente anche sui luoghi di lavoro, dove ad essere più colpite sono le donne e soprattutto quelle che svolgono mansioni ad alta specializzazione.

Pare quindi urgente un lavoro alla radice della nostra cultura che agisca su diversi fronti: prima di tutto la prevenzione, che deve vedere in prima linea la famiglia e la scuola per un’educazione dei giovani alla diversità di genere, da inquadrare, sottolinea Rosanna Mura, come fonte di arricchimento interpersonale e sociale in generale. In secondo luogo un intervento statale che attraverso una normativa non solo penale, favorisca e sostenga tutte quelle strutture del territorio che possono agire prima che la violenza si esplichi in modo irreversibile. A questo proposito è intervenuto anche Michele Piras che ha sottolineato quanto sia importante il ruolo della politica, che deve riappropriarsi della capacità di vedere lontano nel rispondere ai problemi, studiandoli e programmando azioni e interventi a lungo termine, concentrati, appunto, più sulla prevenzione e sulle soluzioni reali che sul ritorno di immagine immediato di provvedimenti restrittivi che nulla risolvono.1459098_621464821228872_146976293_nLa serata ha visto la presenza di un pubblico numeroso e attento, che ha partecipato attivamente al dibattito dimostrando un concreto interesse per un tema che è stato affrontato da diversi angoli di visuale, contribuendo a colmare quei vuoti su aspetti che  la cronaca spicciola lascia non di rado in ombra, e che risultano invece necessari per favorire una crescita della consapevolezza collettiva.

Anna Pistuddi

La rivoluzione della luna, Andrea Camilleri (Sellerio 2013)

La-rivoluzione-della-lunaCon le sue attesissime storie della serie del commissario Montalbano o con i suoi avvincenti romanzi storici Andrea Camilleri è uno degli autori più letti dagli italiani. Certamente imperdibile è una delle sue ultime pubblicazioni: “La rivoluzione della luna”. Una storia ambientata nella Sicilia del Seicento il cui personaggio principale è rappresentato da una donna, doña Leonor de Moura y Moncada. Come spiega lo stesso autore, si tratta di un personaggio realmente esistito la cui vicenda si intreccia in qualche modo anche con la storia della Sardegna.

Donna Eleonora e la Sardegna. In un articolo apparso sulla pagina culturale dell’Unione Sarda del 21/06/2013, la studiosa di storia moderna Rafaella Pilo rivela che doña Leonor era la figlia del viceré di Sardegna Francisco de Moura y Corterreal, marchese di Castel Rodrigo. A questo viceré – riferisce Rafaella Pilo –, che governò l’isola dal 1658 al 1661, dunque nei difficili anni successivi alla grande peste, sono legati giudizi lusinghieri sul suo operato nei diversi campi dell’amministrazione. Altrettanto bene pare abbia operato la figlia Leonor, nel brevissimo periodo in cui si trovò a ricoprire una carica di grande responsabilità tradizionalmente riservata agli uomini.

La damnatio memoriae. La maggior parte delle cronologie ufficiali dei Viceré di Spagna in Sicilia – scrive Camilleri nella nota finale del libro – non fa menzione del mandato conferito a donna Eleonora dopo la morte del marito, il viceré don Angel de Guzmán. Solo in alcuni studi recenti – specifica Camilleri – se ne trova qualche minimo accenno. Tanto è bastato però all’autore per interessarsene. A partire dagli scarsi elementi a disposizione Camilleri ha ricostruito, romanzandola, la vicenda di questa straordinaria figura di donna e ciò che fece nei ventisette giorni in cui governò la Sicilia in qualità di viceré ad interim. Sono pochi i provvedimenti storicamente attestati riconducibili a donna Eleonora di Mora, ma sufficienti a spiegare la damnatio memoriae a cui fu condannata dalla storiografia ufficiale.

Tra storia e invenzione. E’ sicuramente ascrivibile al governo di Eleonora di Mora l’abbassamento del prezzo del pane, una misura che presumibilmente dovette assicurarle un largo favore popolare. Allo stesso modo è accertato che fu sua la scelta di rifinanziare e rimettere in attività il Conservatorio per le vergini pericolanti e quello per le vecchie prostitute. Due istituti finalizzati a combattere lo sfruttamento delle donne che, per questo, ci piace immaginare come frutto della sua sensibilità femminile. Sullo sfondo di questi fatti storicamente accertati si sviluppano e si intrecciano vicende di corruzione di parlamentari, vizi privati finanziati con denaro pubblico, festini con belle e disponibili ragazze in succinti abiti da suora, squallide storie di pedofilia ecclesiastica. La tentazione di riconoscere in un’epoca lontana fatti della storia recente è forte. E siamo sicuri che Camilleri ci perdonerà se gli attribuiamo la precisa volontà di indurre il lettore a instaurare un parallelismo tra passato e presente. Da Manzoni in poi, proiettare nel passato il degrado morale e politico degli uomini di governo, incapaci e profittatori, è uno stratagemma spesso utilizzato dagli scrittori per poterlo giudicare liberamente, al riparo dalle ritorsioni del potere.

Il miscuglio linguistico. Elemento fondamentale di questo romanzo è il miscuglio linguistico, tipico della scrittura di Camilleri. Declinato nei vari registri stilistici connota situazioni e personaggi e conferisce vivezza al racconto. In un limpido e perspicuo spagnolo italianizzato si esprime donna Eleonora. L’italiano è invece utilizzato nelle situazioni ufficiali e solenni: in italiano ci si rivolge all’autorità e in italiano è letta la lettera con cui il sovrano ordina a Eleonora l’immediato rientro in Spagna e contestualmente conferma la validità di tutti i suoi atti di governo. Il siciliano di registro medio è la lingua del narratore, atta a definire l’ambiente e il contesto. In un siciliano colloquiale e basso si esprime invece il clero e l’aristocrazia corrotta. Ma il siciliano è anche la lingua della poesia e dei sentimenti più sinceri. In ossequio a una lunga tradizione letteraria, sono scritti in siciliano i versi aulici di commiato di “Peppi Gangitano, poeta di taverna e di strada”, dedicati a donna Eleonora e destinati a tramandarne per sempre il ricordo.

Bella e intelligente. Camilleri rappresenta Eleonora de Mora come una donna molto bella e intelligente, dotata di grande fermezza e determinazione. Eleonora in poco tempo riesce infatti ad azzerare il Parlamento i cui membri, approfittando della malattia e della morte del viceré Angel Guzmán, suo marito e predecessore, si erano assicurati privilegi di tutti i tipi ai danni dell’Erario. «Todos lo que han ofendido a mi esposo – dirà a conclusione della vicenda – ya han pagado. Ahora Angel puede reposar en paz. Lo he vendicado». Le parole di donna Leonor non rendono merito al suo vero carattere e alle ragioni profonde del suo agire politico. Queste si colgono invece nella replica del devoto e innamorato don Serafino: «Voi non siete una donna che si vendica, non è nella vostra natura, nella vostra natura c’è solo la giustizia».

Rafaella Pilo coglie nel romanzo di Camilleri un messaggio beneaugurante. A suo dire questa storia “ci fa sognare e ci induce a confidare nell’arrivo di una rediviva doña Leonor la cui saggezza riporti ordine e giustizia in un momento difficile, allora come oggi”. Sarebbe davvero bello se ciò accadesse davvero. Ma è difficile riconoscere nelle aspiranti viceregine che si profilano all’orizzonte virtù appena paragonabili a quelle dell’eroina di Camilleri, che fu governatrice di Sicilia il tempo del moto di “rivoluzione della luna”.

Sandra Mereu

La violenza sulle donne… è una questione maschile.

Jackson Katz

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Il presidente della Camera, Laura Boldrini, intervenendo a un convegno sulla violenza sulle donne si è rallegrata per la decisione della Rai di rinunciare a Miss Italia, considerandola una “scelta moderna e civile”. Così facendo la Boldrini ha messo in relazione una certa rappresentazione della donna, esposta mezzo nuda e muta, con la sopraffazione e la violenza perpetrata dagli uomini ai danni delle donne, sino alla soluzione finale che oggi si usa definire “femminicidio”. La cancellazione di manifestazioni come Miss Italia è stata dunque inquadrata da Laura Boldrini tra le azioni da compiere sul piano culturale per avviare quel “profondo cambiamento del nostro modo di pensare, parlare, guardare” che stanno alla base della violenza sulle donne.

E’ fuori di dubbio che serva un cambiamento culturale, accanto a seri e decisi interventi istituzionali, per affrontare un problema che sta assumendo dimensioni impressionanti, in Italia così come in altre parti del mondo. L’impostazione della Bolbrini rischia però di risultare poco efficace nella risoluzione del problema, perché tende a focalizzare l’attenzione sulla donna, sulla vittima. Secondo Jackson Kats il problema della violenza sulle donne variamente declinata (abusi sessuali, violenza domestica, maltrattamenti affettivi, abusi sui minori) va invece affrontato ribaltando il paradigma, ovvero spostando l’accento dalle vittime ai perpetratori di violenze. In questa recente TED Conference che vi proponiamo, Jackson Kats dimostra che la violenza sulle donne, definita genericamente “questione femminile” è invece e innanzitutto un problema degli uomini.

Sandra Mereu

Basta femminicidio!

Sestu Reloaded aderisce alla petizione lanciata da Serena Dandini per chiedere al Governo di convocare con massima urgenza gli Stati Generali contro la violenza sulle donne. Invitiamo tutti i nostri lettori a leggere e firmare l’appello.
Ferite a morte

A volte le cose sono più semplici di quello che sembrano. Non servono investimenti mastodontici e non c’è bisogno di chiamare l’esercito o invocare la pena di morte. In Italia ci sono già leggi, esempi virtuosi, energie locali e esperienze professionali che lavorano da anni contro la violenza alle donne: vanno ascoltate, coordinate, finanziate e collegate in un nuovo piano nazionale.

Una donna maltrattata, minacciata, molestata, umiliata da violenze fisiche o psicologiche è un dramma e un danno per la società intera, non un trascurabile effetto collaterale di una storia d’amore andata a male.

Siamo tutti coinvolti e responsabili, anche se non direttamente violenti, perché abbiamo comunque ignorato o avallato comportamenti considerati bonariamente scontati, endemici della nostra cultura mediterranea, simpatici machismi che fanno folklore e nessun danno. E invece anche le parole sono delle armi taglienti. Non possiamo più sentire negli articoli di cronaca frasi come «Delitto passionale» o «Raptus improvviso di follia». Che raptus può essere un gesto annunciato da anni di violenze, minacce e ricatti?

Lo sapevano tutti che prima o poi qualcosa sarebbe successo: i vicini, il quartiere intero, persino al pronto soccorso e al commissariato di zona dove fioccano a volte denunce inascoltate. L’Italia è stata severamente redarguita dalle Nazioni Unite nella relazione di Rashida Manjoo, Rapporteur speciale del 2012 che dopo gli insulti al presidente della Camera avrebbe forse rincarato la dose:

«La maggior parte delle manifestazioni di violenza in Italia sono sotto-denunciate nel contesto di una società patriarcale dove la violenza domestica non è sempre vissuta come un crimine… e persiste la percezione che le risposte dello Stato non saranno appropriate o utili».

Parole pesanti, gravissime, che avrebbero dovuto almeno stimolare un dibattito e che invece sono scivolate via nei cestini dei ministeri. Se ci sgridano per il debito pubblico o lo spread che s’innalza, corriamo come bambini impauriti a giustificarci mentre davanti a queste «vergogne» i governi fanno spallucce.

La violenza maschile sulle donne non è una questione privata, ma politica.

Ecco perché vi chiedo di firmare l’appello di «Ferite a morte» che chiede al Governo e al Parlamento di convocare senza indugi gli Stati Generali contro questa violenza. Servono interventi immediati, è necessario riconoscere l’urgenza e istituire finalmente un Osservatorio Nazionale che segua il fenomeno.

Grazie,

Serena Dandini

“La ragazza con il violino” di Giulia Mafai (Edizioni SKIRA 2012)

La ragazza con il violinoNell’aprile 2011, nel recensire per il sito di Equilibri la biografia di Eva Mameli Calvino di Elena Macellari (“ali&no editrice 2010), facevo una riflessione sul ruolo spesso misconosciuto o sottovalutato delle donne in tante vicende pubbliche e private di tanti personaggi del 900. Le “madri di”, le mogli di”, le “sorelle di”, sono protagoniste di autonome e a volte straordinarie vicende che uniscono il personale e il contesto storico, spesso tormentato, che hanno attraversato.

Così in questi giorni, alla notizia della morte di Stephane Hessel (l’autore del famoso “Indignez vous!”, pubblicato in Italia da ADD nel 2011, con il quale, lui novantaduenne, invitava i giovani ad un motto di ribellione per una società migliore), ripensavo alla sua biografia, alle figure mitiche del padre Franz, scrittore e critico di origine ebraica, traduttore in tedesco assieme a Walter Benjamin della Recherche di Marcel Proust, e soprattutto della madre, la pittirce Helen complessa e affascinante ispiratrice del romanzo autobiografico “Jules e Jim” di Henry-Pierre Roché (1953, in Italia pubblicato da Adelphi) e dell’omonimo film di Francois Truffaut (1962).

In questo contesto di biografie al femminilie, segnato dall’emigrazione alla ricerca del senso di sé nell’arco dei primi, “tumuoltosi e terribili” 50 anni del ‘900, è di particolare interesse il libro di Giulia Mafai dedicato alla madre Antonietta Raphael. Giulia è la terza delle tre sorelle Mafai, dopo Miriam e Simona, figlie di Mario Mafai, tra i più grandi pittori del primo ‘900 italiano, e di Antonietta Raphael, anch’essa pittrice e scultrice, fondatrice assieme al marito della “Scuola romana”, detta anche “Scuola di via Cavour”, l’appartamento-studio dei coniugi Mafai crocevia di tanti artisti del periodo.

Nata a Kovo, villaggio lituano nei pressi di Vilnius, dal rabbino Simon e da sua moglie Kaja Horowtiz il 25 luglio 1895, Antonietta è segnata dai tratti della diversità ebraica, “yddsh-mama” come la madre di Elias Canetti, di Stefan Zweig, di Isaac B. Singer, di Andy Wharol o Woody Allen. Dopo la morte di rabbi Simon, per sfuggire ai pogrom contro gli ebrei orientali scatenatisi nella Russia zarista del tempo, nel 1905 Kaja e Antonietta emigrano a Londra. Nella capitale inglese, dove vivrà per circa vent’anni in una modesta casa dell’East End, la ragazza con il violino studia alla Royal Academy of Music e si diploma in pianoforte.

Irrequieta e ribelle, libera da ogni convenzione, femminista per natura, dopo pochi mesi è a Roma dove incontrerà l’uomo della sua vita, il pittore Mario Mafai, a cui sarà legata con alterne vicende per tutta la vita. Da allora in poi in un continuo confronto/scontro in cui si intrecciano vicende artistiche, famigliari e politiche la Raphael orienta la sua autonoma ricerca nel campo della pittura e soprattutto della scultura, in cui lascia una traccia originalissima e indelebile.

Giulia Mafai ne accompagna le vicende, ricostruisce il contesto storico in cui la madre si trovò ad agire, la vita con padre, con lei e le sorelle nella Roma imperiale e fascista, la fuga a Genova per sfuggire alle leggi razziali del ’38, la guerra e il ritorno a Roma, l’8 settembre ’43, l’antifascismo militante nella Roma città aperta, l’amicizia e la condivisione di progetti e speranze con la migliore intellighenzia del tempo (Guttuso, le sorelle Rodano, Maria Antonietta Macciocchi, Maurizio Ferrara, Marisa Musu, Citto Maselli, Trombadori. Forges Davanzati…), il dopoguerra, gli anni ’60 e ’70 con i successi nelle varie mostre in tante parti del mondo.

Può il ritratto vivo e affettuoso di una figlia rendere la complessità di una madre speciale quale fu Antonietta Raphael? Al lettore la risposta poiché l’autrice, già dalle prime pagine del libro, mette le mani avanti… “Mia madre era una strega, ho sempre pensato che lo fosse, profumava di latte borotalco e arancio come una bimba, ma sotto quell’aspetto di latte zucchero e miele nascondeva un’armatura d’acciaio brunito degna di un guerriero vichingo. Misteriosa e affascinante, dura, inflessibile e al tempo stesso lontana e distante, invincibile”.

Tonino Sitzia

(Da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

Cambio alla guida dell’assessorato all’ambiente del comune di Sestu

Stefania ManunzaE’ Stefania Manunza il nuovo assessore all’ambiente e ai servizi tecnologici del comune di Sestu. La nomina è seguita alle dimissioni presentate da Maria Fedela Meloni che ha ricoperto l’incarico negli ultimi due anni e mezzo, cioè dall’avvio della consiliatura. Dietro l’avvicendamento c’è l’impegno assunto dal sindaco Aldo Pili, all’indomani della sua rielezione, di dare rappresentanza politica anche a quell’area della Sinistra che alle ultime elezioni ha eletto tra le sue fila il consigliere Abrahamo Cara.

Stefania Manunza non aderisce formalmente a nessun partito politico ma non è stato difficile, per chi la conosce, intuire le motivazioni che hanno indotto il sindaco a conferirle l’incarico. La sensibilità e il forte interesse per i temi dell’ambiente sono infatti le sue più note caratteristiche, a cui si aggiungono rinnovabili le specifiche competenze: lavora in proprio da molti anni nel campo delle energie e in particolare del fotovoltaico.

E’ stata tra i promotori e dirigenti del “Cantiere civico”, un’associazione che fra le sue finalità vedeva la promozione della cittadinanza attiva e del senso civico. Fra gli interventi di maggior valore si ricordano la campagna informativa ed educativa in occasione della partenza della raccolta differenziata dei rifiuti a Sestu e il programma di promozione europea nel Consiglio Comunale dei Ragazzi.

Anche le attività culturali trovano spazio nelle sue passioni: ha rivestito il ruolo di presidente dell’Associazione SAMSA, contribuendo all’organizzazione di eventi culturali di vario tipo, incluse letture pubbliche, dibattiti su temi diversi, rassegne cinematografiche e presentazioni di libri.

Il suo acuto spirito critico e la sua spiccata autonomia di pensiero completano il quadro. Chi la conosce sa che fa solo quello che le sembra giusto e non quello che le conviene.

Si intravedono diversi elementi positivi nella scelta di nominare un assessore con un profilo come quello di Stefania Manunza. Primo fra tutti l’attenzione di questa amministrazione verso temi inderogabili come la salvaguardia dell’ambiente. Quindi la volontà di proseguire nell’intento di valorizzare l’impegno delle donne in politica. Un fatto non scontato se si pensa a quante volte l’occasione del rimpasto, da molte amministrazioni (di destra così come di sinistra), è stata sfruttata per restaurare il controllo del genere maschile sui ruoli di potere.

E infine va apprezzata la lezione di civismo insita nella scelta di Stefania di assumersi la responsabilità che l’incarico comporta, di mettere il suo impegno e la sua esperienza al servizio della comunità, di fare qualcosa di concreto per migliorare la nostra cittadina. Una scelta non così scontata in un momento in cui sembra prevalere una cultura infantile e un po’ paranoica che vanta a Sestu non pochi seguaci. La riconosciamo, questa cultura, in quelli che attribuiscono sempre e comunque a qualcun altro la colpa di ciò che non funziona, possibilmente a una “casta” oscura e impenetrabile che trama per il male di tutti e con cui non ci si deve in alcun modo compromettere.

Al neo assessore dunque i migliori auguri di buon lavoro!

Sandra Mereu

 

Donne a Sestu e nel mondo, ieri e oggi

La giornata della donna quest’anno si è svolta a Sestu in modo inedito e originale. Grazie alla collaborazione tra le due consulte, quella dei giovani e quella degli anziani, si è realizzato un interessante confronto intergenerazionale e culturale tra donne sestesi e donne provenienti da paesi extraeuropei, che negli ultimi anni hanno scelto Sestu come loro comune di residenza. Cosa significava essere giovane donna sessanta/settant’anni fa e cosa significa esserlo oggi, quali conquiste sono state fatte e cosa resta ancora da fare per raggiungere la completa parità tra i generi, come si vive l’8 marzo in Italia e come invece intendono questa giornata all’estero: sono stati in sintesi i temi trattati. Tra i vari interventi della serata – conclusasi tra canti, balli e l’offerta del pane della festa da parte delle donne più anziane – vi proponiamo quello di Giulietta Lai, componente del direttivo della Consulta giovanile di Sestu. (S. M.)

Giornata della donna

«Quando mi è stato proposto di fare quest’intervento ho avuto un attimo di titubanza, perché non ho mai creduto in una singola giornata all’anno che celebri il genere femminile. Essere donna, a Sestu e nel mondo, significa essere donna ogni giorno, andare a scuola, al lavoro, dedicarsi alla famiglia e alla casa, e nessuno ritiene che queste siano mansioni o qualità per le quali essere celebrate o per le quali si debba addirittura istituire una festa. Eppure sono le cose più semplici e quotidiane quelle che mi fanno pensare a cosa significhi essere donna a Sestu.

Mamme, zie, nonne e sorelle sono i primi esempi femminili che compongono la nostra vita, e sono sempre loro che ci hanno insegnato, spesso anche involontariamente, le lezioni di vita più importanti.

Giornata della donna 2Le donne della mia famiglia sono state una parte essenziale nella mia crescita e lo sono ancora, perchè posso avere giorno per giorno un modello e un esempio al quale riferirmi nelle mie scelte personali. Essere donna a Sestu e nel mondo significa quindi fornire un esempio positivo e costruttivo per tutte coloro che poi donne lo diventeranno, e per coloro che le donne dovranno imparare a rispettarle e amarle.

Vorrei quindi che tutti e tutte facessimo lo sforzo di ricordarci che la donna non va celebrata solo l’8 Marzo, ma ogni giorno, e dobbiamo fare questo condividendo esperienze, scambiando consigli, avendo rispetto di noi stesse e educando gli altri ad avere rispetto di noi.

Prima di venire qui ho fatto un piccolo sondaggio, ho chiesto a una decina di ragazze dai 20 ai 30 anni cosa avesse significato per loro essere donna a Sestu; la maggior parte mi hanno risposto quasi perplesse, dicendomi che non hanno mai potuto veramente vivere Sestu, perché in effetti la città non offre molti spazi di ritrovo o molte occasioni di aggregazione. Qualcuna, me compresa, ha indicato la biblioteca comunale come luogo estremamente importante per la propria crescita personale, ma la verità è che Sestu non offre molto.

Giornata della donna 3Da alcuni mesi però è cambiato qualcosa: giovani ragazzi e ragazze INSIEME, attraverso assemblee, riunioni, eventi in piazza e momenti di sensibilizzazione hanno collaborato in maniera spontanea e partecipe e siamo finalmente riusciti ad ottenere l’apertura del Centro di Aggregazione Sociale di Vico Pacinotti, un luogo che come dice il nome stesso, serve per favorire l’incontro tra le varie fasce sociali, e in particolar modo speriamo possa riempire quel vuoto che hanno indicato sia le ragazze che ho intervistato, sia in generale i giovani sestesi.

Spero anche che questa sia la prima di una serie di collaborazioni con la consulta degli anziani, che rappresentano una risorsa fondamentale per la storia e l’identità di un paese.

Auguro a tutti noi di poter finalmente iniziare a vivere la nostra città e a renderla migliore, e per concludere, mi auguro che in ogni giornata d’ora in poi, ci ricordiamo delle donne che sono accanto a noi e che riempiono le nostre giornate, ringraziandole ogni volta che se ne presenta l’occasione, senza aspettare l’8 marzo.»

Giulietta Lai

Le donne e l’Italia Repubblicana dagli anni settanta a oggi

Le donne e l'Italia repubblicana

Mercoledì 13 marzo 2013 a Cagliari, dalle  ore 17, presso l’Aula Magna B. R. Motzo, Facoltà di Studi Umanistici Via Is Mirrionis, 1 – II piano, si  terrà la conferenza dal titolo

“Le donne e l’Italia repubblicana dagli anni settanta a oggi”

L’iniziativa è organizzata dalla “Solidarietà e Diritti – Fondazione Luca Raggio” con la collaborazione del Dipartimento di Storia, Beni culturali e Territorio e il Dipartimento di Scienze sociali e delle Istituzioni dell’Università degli Studi di Cagliari.

Intervengono: Anna Tonelli, Paola Piras, Silvia Benussi, Francesco Atzeni e Gianluca Scroccu.

Vedi la locandina