I grillini, la coerenza e quella strana idea di trasparenza

Conferenza stampa M5SSo bene che esiste una corrente di pensiero che non vuole che si faccia satira o si muova la benché minima critica ai parlamentari del m5s. E la cosa più curiosa è che a pretendere il silenzio sono spesso quegli stessi “opinionisti” che in passato non hanno lesinato critiche, anche feroci e sprezzanti, nei confronti dei politici, sia di destra che di sinistra. E ciò che prima difendevano come sacrosanto diritto di critica e democratica libertà di espressione, ora rivolto ai politici grillini lo bollano come “demonizzazione”. L’evidente incoerenza di queste posizioni suggerisce di non tenerne conto. Pertanto, fermo restando il rispetto che si deve alle persone, finché ci sarà democrazia, non rinuncerò a dire che ho trovato molto preoccupanti certe esternazioni provenienti da quest’area politica sull’esistenza di un presunto “fascismo buono”, che considero poco democratica l’organizzazione interna del Movimento e reazionarie le sue posizioni in merito al superamento dei partiti e dei sindacati, in nome di una vagheggiata (ma assai poco praticata) democrazia diretta.

Così come non rinuncio a dire che ho trovato incoerente la pretesa dei parlamentari grillini di trasmettere in streaming l’incontro con Bersani, incaricato di condurre le consultazioni per la formazione del governo, mentre a se stessi riservano il diritto di discutere privatamente le proprie decisioni. Dello stesso segno la tendenza a sfuggire alle domande dei giornalisti, che non di rado trattano con malcelato disprezzo. Significativo, a questo proposito, l’atteggiamento che la capogruppo alla camera, Roberta Lombardi, ha tenuto ieri nei confronti dei giornalisti presenti alla conferenza stampa seguita all’incontro con Bersani. Quanto fossero fuori luogo il tono usato e certe sue considerazioni (“Non mancano mai le domande!”, “Inizio a pensare che parliamo ma non ci capiamo!”) di fronte alla professionalità e alle appropriate domande dei giornalisti lo abbiamo potuto verificare tutti . Così come abbiamo potuto verificare quanto quelle domande fossero necessarie di fronte alle ambigue e mal formulate affermazioni della capogruppo m5s alla Camera.

E nemmeno si può tacere sulla malintesa idea di trasparenza di cui sembrano essere portatori gli esponenti del M5S. Dopo aver guardato il video dell’incontro con Bersani non ho potuto fare a meno di domandarmi quali valutazioni faranno gli storici, tra trenta/quarant’anni, di questo documento. Non è difficile immaginare che più che come fonte autentica per ricostruire l’avvenimento in sé (formazione del governo 2013) lo utilizzeranno e lo studieranno come testimonianza dello spirito dei tempi, come manifestazione concreta di una democrazia ridotta a talk show. A tutti, quell’incontro è apparso poco spontaneo. Non certo come una vera consultazione in cui le parti mediano per arrivare a una soluzione condivisa. Ai più è sembrato un surreale gioco delle parti dove i copioni erano già stati scritti per essere rappresentati davanti al pubblico.

Gli storici sanno che la segretezza su cui potevano contare le autorità del passato (sovrani e principi) nel prendere le loro decisioni è alla base della grande ricchezza di informazioni presenti nei documenti che si conservano negli archivi storici. Una condizione che oggi permette attendibili ricostruzioni storiche di vari aspetti delle epoche passate. Di contro, l’affermazione del diritto dei cittadini all’accesso agli atti delle pubbliche amministrazioni, potrebbe portare a un progressivo affievolimento della portata informativa dei documenti. E quindi a una corrispondente difficoltà, per gli storici e per i cittadini, a ricostruire i processi decisionali e l’individuazione delle responsabilità e delle azioni. Un paradosso che potrebbe verificarsi non solo per effetto della naturale tendenza del potere a nascondersi, spingendo i detentori ad aggirare leggi e diritti, ma anche in quanto al pari della trasparenza (e in un equilibrato rapporto con essa) la riservatezza è un’esigenza da salvaguardare. Come fa notare Massimo Adinolfi (L’Unità 28/03/2013), “nelle istituzioni di un ordine pubblico liberale” la riservatezza deve essere garantita: “restrizioni della libertà ed esposizione alla visibilità procedono infatti di pari passo”.

A me viene in mente, ad esempio, che una sana applicazione del principio della riservatezza, in questi tempi incerti, costituirebbe un argine contro impropri condizionamenti esterni a garanzia del diritto dei parlamentari, riconosciuto dalla Costituzione, ad esercitare le proprie funzioni senza vincolo di mandato.

Sandra Mereu

Analisi del voto: da Cagliari a Sestu

Propongo di seguito l’interessante analisi del voto fatta da Giulio Cherchi, componente della direzione cittadina del PD di Cagliari, a partire dal confronto degli elettori, distribuiti per fasce d’età, che hanno partecipato alle primarie del 2012 e alle elezioni del 2013. In questa analisi, accompagnata da riflessioni serie e profonde, trova posto anche il caso di Sestu. (S. M.)

Primarie 2012 - elettori 2013

I dati relativi all’età dei votanti alle primarie per la scelta del candidato premier a Cagliari confrontati con le fasce elettorali dell’intero corpo elettorale cagliaritano.

Di fronte al voto del febbraio 2013 credo sia poco produttivo concentrarsi sugli ultimi mesi della campagna elettorale o dell’ultimo anno e mezzo. Non si può fare un’analisi di questa ultima fase separata da quella dell’ultimo ventennio. L’elaborazione curata da Cristano Montis che confronta le fasce di etá, per quanto riguarda il comune di Cagliari, di quelli che hanno partecipato alle primarie di Italia Bene Comune (IBC) e le incrocia con la totalità degli aventi diritto di voto alle elezioni, mi aiuta nel ragionamento. Come vediamo le due linee si incrociano proprio sull’etá degli elettori 45enni. Da una parte ci sono fasce di età maggiormente presenti alle primarie, dall’altra quelle che lo sono decisamente meno.

Il primo triangolo (A), formato dall’intersecarsi della linea rossa con la linea blu, individua gli elettori che nella rottura del ’92-’94 avevano almeno 20 anni, e una maturità politica già raggiunta. Sono quegli elettori che il centrosinistra riesce ancora a mobilitare in maniera significativa. Il secondo triangolo (B) rappresenta invece quegli elettori che hanno visto all’opera i partiti della seconda repubblica nel loro perenne arrancare alla rincorsa del nuovo, della partecipazione, hanno vissuto soltanto la politica post democratica e post partitica, specchio troppo fedele dei mali della società civile. Questi elettori si sono formati dopo l’entrata in vigore della riforma Berlinguer, sono i figli della televisione berlusconiana, sono quelli meno attratti dal centrosinistra e dalle sue primarie. Primarie che in teoria erano state costruite proprio per loro, dopo aver predicato per anni che il maggioritario era un rimedio dei problemi italici. Dopo che per 20 anni ci si è concentrati sui processi comunicativi e partecipativi, trascurando la costruzione di comunità politiche più forti e l’elaborazione dei contenuti.

Il primo triangolo è l’immenso debito morale e politico, la montagna su cui stiamo ancora seduti, costruito dai vecchi partiti, dalla vecchia scuola pubblica, dalla vecchia Repubblica. Ma piano piano sta scomparendo. Questa forbice sarebbe ancora più larga, considerando che la città di Cagliari vede una presenza di giovani residenti molto più bassa del normale, frutto di politiche della casa delle destre e di affitti proibitivi, e che quindi la linea degli elettori a livello provinciale dovrebbe essere ritoccata verso l’alto. Non è un caso che a Cagliari IBC ha tenuto, mentre nell’hinterland è crollato. Il risultato del M5S di Sestu del 41% è fortemente significativo.

Ci troviamo davanti una società sempre più chiusa nell’individualismo, più liquida, più piatta. In un Paese dove, quando c’è disoccupazione e i salari sono bassi, si chiede non di alzarli e di creare lavoro, ma di tagliare o eliminare quelli pubblici (dagli eletti a quelli dei lavoratori), non si risponde a nessun principio di logica elementare. Non ci si accorge che quando si saranno tagliati gli stipendi dei nostri rappresentanti, questi ultimi non avranno neanche il senso di colpa nel tagliare sanità e welfare. Come è successo al sobrissimo Mario Monti.

Il sentimento dominante è quello della vendetta, e non è un caso che il film di riferimento della galassia grillina porti proprio questo titolo. Di fronte ad una crisi che ha bruciato più ricchezza di quella del ’29 si può uscire anche vendicandosi contro un capro espiatorio, e non collaborando, solidarizzando, unendosi, lottando insieme. Sulla necessità di vendicarsi sono nati tutti i movimenti reazionari europei degli anni ’20 e ’30 (la vittoria mutilata, la pugnalata alla schiena, la lobby plutogiudaica massonica, l’antinazionalismo dei socialisti). Di fronte a tutto questo la coalizione IBC ha riproposto solo la propria buona amministrazione e la buona politica. C’era bisogno di altro. Di fronte ad una richiesta confusa di rivoluzione, azzeramento, ricostruzione, c’era bisogno di Grande Politica, di ascoltare la società ma anche di saperle parlare, e guidare.

Incapaci di ogni ipotesi di trascendenza della realtà economica e culturale attuale, noi ci facciamo piccoli amministratori di un mondo che rovina su sé stesso, non riusciamo ad ipotizzare un più-che-mondo per cui valga veramente la pena di credere, e quindi, di combattere. L’umile riformismo, il piccolo cabotaggio del quotidiano senza la visione di un nuovo sole dell’avvenire che tenga insieme intellettuali e popolo, razionalità ed emotività, non basta più. E’ infatti solo con una promessa di un nuovo mondo possibile e la costruzione di una comunità solidale e unita che si combatte l’angoscia individuale, che con la crisi si trasforma sempre più in paura. Sentimento sempre ricercato da chi vorrebbe imporre, in situazioni di caos, soluzioni autoritarie e reazionarie.

Il Pd, nonostante la svolta imposta da Bersani, non ha mai effettuato un congresso fondativo, non ha mai discusso di cosa volesse essere, ha solo fatto elezioni primarie a ripetizione, sempre apertissime e partecipatissime, per scegliere cariche istituzionali e di partito. Sperando, come dicevo prima, che i processi nascondessero la mancanza di contenuti consolidati e riconosciuti da tutti. Il segretario, pur avvertendo questi problemi, non ha cambiato nulla della struttura del Partito, che oggi è uguale e identica a quella veltroniana con cui è nato. Situazione sintetizzabile nel ruolo dei circoli, che non contano nulla, e degli eletti alle cariche istituzionali che decidono tutto, e che hanno la possibilità di utilizzare le risorse economiche per i propri interessi personali e di corrente. Starebbe qui la questione dei costi della politica: nello spostarli e non nel tagliarli.

L’analisi sulla società italiana della segreteria Bersani era giusta e aveva compreso la debolezza della Repubblica. Purtroppo questa comprensione avrebbe avuto bisogno di maggior coraggio, qualcosa di più dell’ ”un po’ ”, perché l’accelerazione della crisi, che nel mese di gennaio espelleva dal mercato del lavoro 110 mila persone, non lo permetteva piú. Bisognava avere il coraggio di guardare l’abisso su cui sta per sprofondare l’Italia, con il coraggio e la disperazione di chi vuole salvare il tanto che ha da perdere.

Seguendo la liturgia che nei giorni scorsi ha portato all’elezione di Papa Francesco, liturgia che si ripete quasi identica da un migliaio di anni, quello che mi ha colpito maggiormente è il misticismo e il messianesimo che ha suscitato. Che contribuisce a dare il segno emotivo, ad essere il simbolo dello stare nel mondo e affrontare le sue debolezze e le sue complessità, senza però starci completamente, consapevoli che un altro mondo esiste e si può raggiungere. Noi invece le liturgie le abbiamo buttate, la nostra storia e le nostre emozioni riposte con le vecchie bandiere, come fossero inutili, perché pensavamo avessimo bisogno solo di manuali diritto pubblico e privato e di ingegneria (edile, ambientale, comunicativa, etc. etc.). E con loro abbiamo riposto le nostre emozioni e speranze. I totem, simbolo di lotte-vittorie-sconfitte, che, da che mondo é mondo, rendono una somma di uomini, una comunità.

La domanda dell’ “avere come se non si avesse” del passo della Lettera di San Paolo ai Corinzi (come ci ricorda Pasquale Serra in Trascendenza e politica) non è solo una questione propria dei credenti, è una domanda cui una risposta laica, da parte di chi come me è agnostico, è necessaria. Per rispondere, però – devo dirlo – ci vorrebbe un Partito molto differente. Un partito capace di condurre analisi più profonde, di ribaltare gli strumenti ideologici degli ultimi 20 anni, di non farsi guidare da discipline usurate come la sociologia o la comunicazione. Capace di affrontare l’emergenza antropologica, su cui si è arreso l’ultimo pontefice, che vive l’uomo occidentale. Che non riesce a comprendere che la crisi è figlia di una cultura che ogni individuo ha ormai introiettato, tanto da non riconoscerne le matrici ideologiche: quelle di un naturalismo consumistico schiacciato sul presente, senza passato e senza futuro.

Giulio Cherchi

A Sestu boom del M5S. Ma chi sono i grillini di casa nostra?

Elezioni 2013I risultati elettorali sono ormai noti e hanno spazzato via le previsioni dei sondaggi. Per non parlare di quelle di un noto “giornalista” che invitava a votare per Grillo o Ingroia perché la rimonta di Berlusconi sarebbe stata “improbabile”. Non ci resta ora che attendere di vedere come andrà a finire, sperando che il senso di responsabilità e la freddezza prevalgano.

Nel frattempo lo sguardo si posa sulla situazione locale. A Sestu il movimento 5 stelle ha esaltato il successo nazionale raggiungendo alla Camera il 43% (4800 voti). Sono certamente risultati clamorosi che portano a domandarsi chi siano i grillini a Sestu e da dove provengano. Se si confrontano i dati attuali con quelli delle elezioni comunali del 2010 emerge innanzitutto che non sono elettori del centro sinistra in fuga. Il PD e SEL hanno mantenuto sostanzialmente le stesse percentuali del 2010 (che per quanto riguarda il PD erano già al di sotto delle medie regionali).

Il PDL conferma il suo consenso tra i sestesi, e addirittura lo rinforza. Sui grillini sono confluiti con molta probabilità i voti dell’ex IDV (circa 400 voti), ma questi non bastano a spiegare il boom. La lista Monti, sostenuta dai riformatori, dall’UDC e da Futuro e Libertà, ha raccolto 650 voti circa. Un amico mi ha fatto notare che un numero analogo di voti li prese Antonio Mura come sindaco, oggi sostenitore di Monti con Futuro e Libertà. Potrebbe essere una coincidenza ma non va sottovalutata. Nel 2010 i riformatori da soli raggiunsero 1815 voti, l’UDC 198, le altre forze di centro-destra (liste civiche e altri partiti minori) mettevano insieme nel complesso circa 2250 voti.

Non sembra dunque azzardato pensare che la fonte più copiosa del successo di M5S a Sestu si trovi nell’area di centro, e in particolare in quella sinora controllata dai riformatori. Se è vero che il movimento 5 stelle si caratterizza per essere un contenitore di istanze politiche e culturali eterogenee, i grillini sestesi non dovrebbero essere dunque quei pericolosi estremisti di sinistra, “no tav” e frequentatori di  centri sociali, come li voleva Berlusconi. Ma basterà questo a farci stare tranquilli?

(S. M.)

I risultati elettorali di Sestu:

Elezioni 2013 – Camera

Elezioni 2013 – Senato

Elezioni comunali 2010

Incontro con i candidati del centrosinistra: Ignazio Angioni (PD)

Le elezioni sono ormai alle porte, dopo l’intervista a Lello Di Gioia (PSI) e a Lilli Pruna (SEL) concludiamo la serie di conversazioni con i candidati del centrosinistra che ci rappresenteranno in Parlamento nella prossima legislatura con Ignazio Angioni. Arrivato secondo alle primarie del Partito Democratico nella provincia di Cagliari, Ignazio Angioni è tra i candidati che verranno sicuramente eletti al Senato. A lui Sandra Mereu ha rivolto alcune domande sulle vere emergenze del Paese: il lavoro e la cultura.

Ignaio Angioni

“Se non lavoro non ho dignità”: sono le parole che Giuseppe Burgarella ha annotato su un foglietto lasciato tra le pagine della Costituzione italiana, prima di togliersi la vita, ultimo tra i tanti, perché aveva perso il lavoro. La mancanza del lavoro oggi in Italia, e in Sardegna in particolare, è una vera emergenza. Tutto il resto appare secondario e marginale quando manca il lavoro. Sei d’accordo?

Sono più che d’accordo. Il lavoro è lo strumento che dà dignità alle persone e non soltanto perché lo dice la nostra Costituzione. Lo sperimentiamo tutti i giorni nella realtà: con il lavoro ciascuno può sforzarsi di realizzare ciò che sa fare. Per questo è inconcepibile che la più grande industria italiana dopo essere stata costretta a riammettere 18 lavoratori li paghi poi per non lavorare. Questo rappresenta uno degli  attacchi più subdoli al diritto al lavoro e alla dignità della persona.

Affrontare concretamente il tema del lavoro è la sfida più importante per chiunque oggi si candida a governare il Paese. Ma come si passa dai proclami ai fatti?

Entrare nel merito del lavoro significa prima di tutto porsi il problema di quale tipo di sviluppo l’Italia si vuole dare. Noi a differenza di gran parte dei paesi europei più avanzati (Francia, Germania, Inghilterra), soprattutto negli ultimi decenni, non abbiamo avuto la benché minima capacità di progettare il nostro futuro. Mentre gli altri facevano investimenti in energia alternativa, in un tipo di industria diversa da quella altamente inquinante, noi siamo stati a guardare. Bisogna fare autocritica e ripartire dagli errori commessi in passato se vogliamo davvero dare all’Italia un destino diverso. Parlare di lavoro e di produzione oggi significa parlare di ricerca e innovazione, di formazione scolastica ed extrascolastica di qualità. Questi concetti nelle “agende” di Berlusconi e di Monti figurano nelle ultime righe. Noi abbiamo invece un ordine di priorità che li mette in testa a tutti gli altri punti, perché riteniamo che siano la chiave per cambiare realmente regime e aprire una fase nuova.

Si può creare lavoro senza comprimere i diritti che i lavoratori italiani si sono conquistati con decenni di battaglie? Voglio dire, era davvero necessario correggere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?

Nella discussione sulla riforma del lavoro il ministro Fornero ha posto la questione della modifica dell’articolo 18 come nodo centrale da sciogliere per favorire gli investimenti stranieri in Italia e dunque la nascita di nuovo lavoro. Tre mesi di discussione intorno a una questione che nessuno, neanche Confindustria, considerava utile allo scopo. Avremmo potuto utilizzare quel tempo per entrare davvero nel merito dei reali motivi che impediscono al nostro sistema economico di funzionare meglio e produrre di più e cioè: burocrazia; leggi che inanellano percorsi dall’esito mai certo; amministrazioni che non aiutano i cittadini ad affermare la propria idea imprenditoriale; sistema di credito primitivo che ha della finanza un bieco concetto di rendita, non strumentale all’investimento in attività produttive; diffusa corruzione; infiltrazione della criminalità organizzata. Dunque i diritti dei lavoratori non c’entrano assolutamente niente.

Hai fatto un’analisi puntuale della situazione e dei mali del sistema. Ci dici ora quali azioni si possono mettere subito in campo per invertire la rotta e risollevare l’economia ovvero creare lavoro e migliorare oggi le condizioni di vita delle persone giacché, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti?

Colgo il riferimento a Keynes, prima di parlare di specifiche  ricette di sviluppo, per dire che se toccherà a noi governare Bersani si attiverà da subito con l’Europa per ristabilire gli “aiuti di Stato”, superando tutti quei pregiudizi ideologici di stampo liberista che li frenano. In Europa, e quindi in Italia, non sarebbe possibile fare come si è fatto negli Stati Uniti (i campioni del capitalismo!) per rilanciare l’economia. Qui l’amministrazione Obama –  applicando quei principi keynesiani che negli anni trenta permisero all’America di superare la grande depressione – ha accordato alle imprese ingenti prestiti di denaro pubblico permettendo a importanti settori produttivi in crisi, come il settore dell’auto, di risollevarsi e rilanciare l’occupazione.

Ti riporto alle ricette. Cosa si può fare in attesa che il quadro internazionale di riferimento cambi?

Possiamo agire sulle leve fiscali rimodulando il carico di tasse a favore del lavoro – includendo in questo concetto sia i lavoratori che le imprese –  chiedendo a chi ha di più di contribuire di più. Possiamo reintrodurre il credito d’imposta, già adottato dal centrosinistra e cancellato da Berlusconi: uno strumento che piaceva molto alle imprese e che aveva dato buona prova anche in campo occupazionale. Possiamo restituire alle imprese, nei prossimi 5 anni, almeno il 50% dei crediti nei confronti  delle pubbliche amministrazioni con l’emissione di buoni ordinari del tesoro. Una modalità non traumatica per le finanze statali che permetterebbe di immettere nel sistema quella liquidità la cui assenza oggi sta strangolando le imprese. Si può allentare il patto di stabilità, strumento in sé serio e positivo perché obbliga le amministrazioni a non ricorrere in maniera indiscriminata all’indebitamento, ma che oggi sta mortificando ogni ipotesi di investimento delle amministrazioni pubbliche nel proprio territorio, anche di quelle virtuose. Si può rilanciare l’edilizia con un connubio pubblico-privato per realizzare opere di ristrutturazione urbana compatibili con l’ambiente…

Dopo il lavoro c’è in Italia un’altra grande emergenza: la Cultura. Il patrimonio culturale italiano è stato abbandonato al degrado, gli istituti culturali (musei, archivi e biblioteche) sono al collasso per i progressivi tagli ai finanziamenti, e per di più il decreto sulla spending review ha cancellato la cultura dalle funzioni fondamentali dei comuni da finanziare obbligatoriamente. Per questo le più importanti associazioni italiane del settore, consapevoli che cancellare la “Cultura” significa rinunciare al futuro e alla propria identità, hanno lanciato un appello per chiedere a chi si candida a governare l’Italia di “Ripartire dalla Cultura”. Lo sottoscriveresti?

Senza alcun dubbio. Ne condivido i principi ispiratori e gran parte delle proposte. Sono pienamente convinto che occorra superare quella perversa idea che è prevalsa nel dibattito degli ultimi vent’anni secondo cui la “Cultura è il nostro petrolio”. Un’idea fuorviante che ha prodotto una serie di conseguenze pratiche negative per la tutela e la salvaguardia dei beni culturali. Questa idea in generale porta a considerare la cultura in funzione di un immediato ritorno economico. Diffusa è ad esempio l’opinione che la cultura debba servire allo sviluppo del turismo. Va da sé che si finisce per trascurare tutti quei beni poco visibili o spendibili in questo senso. La cultura costituisce in sé un fattore di sviluppo e innovazione, deve essere considerata un diritto fondamentale dei cittadini e da ciò deve discendere la responsabilità pubblica di sostenerne lo sviluppo e la diffusione e di garantire a tutti i cittadini l’accesso.

Quello che dici porta a pensare che un governo di centrosinistra riprenderà a finanziare la Cultura. In che misura?

Lo sforzo dovrà essere necessariamente quello di avvicinare progressivamente la spesa pubblica ai livelli europei, partendo dall’assunto che quello in cultura è un investimento. La natura di investimento pubblico è peraltro la condizione che garantisce l’autonomia del mondo della cultura.

Sandra Mereu

Assemblea pubblica con i candidati del PD: lavoro e moralità nella politica

Sestu pluraleMartedì 19 febbraio alle ore 18:30 si svolgerà il secondo appuntamento elettorale organizzato dal Circolo tematico PD “Sestu plurale”. L’incontro verterà sui temi del lavoro e della moralità nella politica. Interverranno i candidati Paolo Fadda e Maria Grazia Dessì. Modera Aldo Pili, sindaco di Sestu. 

L’appuntamento è in via Gramsci 7, I piano, Sestu.

(Guarda la locandina L’Italia Giusta_Lavoro per la Sardegna e Moralità nella politica)

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Circolo tematico PD “Sestu Plurale”

Incontro con i candidati del centrosinistra: Lilli Pruna (SEL)

Pubblichiamo di seguito la seconda delle interviste con i candidati del centrosinistra che alcuni collaboratori di Sestu Reloaded stanno curando in vista delle elezioni del 24-25 febbraio. Qui Lilli Pruna, candidata al Senato nelle liste di Sinistra Ecologia e Libertà, risponde alle domande di Pier Giorgio Serra su temi di fondamentale importanza come il lavoro, la disuguaglianza, l’istruzione, il ruolo delle donne nella società.

Lilli PrunaProfessoressa Pruna iniziamo dal primo dei suoi interessi, il lavoro. E’ recente la sua presa di posizione, non tanto accomodante, sui tirocini formativi della Regione sarda. Ma lei ha capito la politica del lavoro della Giunta Capellacci in Sardegna e quella degli ultimi governi, intendo quelli di Silvio Berlusconi e di Mario Monti, che si sono succeduti in Italia?

Va cambiato  questo mercato del lavoro, l’istituzione più iniqua e inefficiente che governa la nostra vita e che con le politiche attuali regionali e nazionali, ha incrementato la disoccupazione giovanile e adulta, la precarietà, gli infortuni e le morti sul lavoro. Ha fatto aumentare le malattie professionali da una parte, e dall’altra ha reso le retribuzioni insufficienti, ha cancellato le tutele e ha perpetuato l’esclusione di una larga parte della popolazione femminile. Tutto questo non è semplicemente il sintomo di un cattivo funzionamento del mercato del lavoro, ma il segno evidente dell’iniquità dell’economia e della società, a cui non ci si può rassegnare. Bisogna ridare dignità al lavoro e assicurare a tutti e tutte la possibilità di avere un lavoro come si deve. E va garantito il reddito di cittadinanza per tutti coloro che non riescono a trovare un lavoro decente o perdono l’occupazione.

Ma che fa, mi parla di lotta di classe?

No, la mia non è riproposizione di vecchi schemi ottocenteschi, bensì la consapevolezza che anche nel terzo millennio c’è chi vorrebbe il nostro destino segnato dalla nascita: chi nasce in una famiglia povera ha molte probabilità di rimanere povero, chi nasce in una famiglia agiata gode di opportunità maggiori e migliori. Compito della buona politica è ridurre le disuguaglianze e cambiare il destino delle persone attraverso servizi per l’infanzia e istruzione per tutti. L’istruzione è l’investimento più importante che un Paese può fare, perché serve a formare cittadini e cittadine consapevoli e a rendere la democrazia possibile ed essenziale. Bisogna riedificare la scuola pubblica e riassegnarle il ruolo centrale che le spetta.

Senza istruzione non si qualifica il lavoro. Cosa si deve fare in questo settore tanto importante quanto bistrattato dai governi regionale e nazionale?

Da fare c’è tanto e non credo basti una legislatura per ricostruire sulle macerie lasciateci dai governi Berlusconi che hanno tagliato miliardi di euro nel settore dell’Istruzione pubblica, lasciando inalterati e in certi casi incrementando quelli per l’istruzione privata. Alcuni dati sono emblematici: la diminuzione degli iscritti all’Università, l’abbandono scolastico nelle fasce dell’obbligo. Le quote di diplomati e laureati in Italia sono al di sotto della media UE, figuriamoci di quelle di paesi come la Germania e la Francia che sono le nazioni con le quali dobbiamo concorrere. Ecco la prima cosa da fare sarà ripristinare le risorse per rendere il lavoro italiano competitivo con i nostri diretti concorrenti perché ogni euro investito in istruzione frutta socialmente molto di più del denaro investito nella speculazione finanziaria.

Il ruolo delle donne tra lavoro e scuola?

Ho accettato di candidarmi perché le donne non possono più stare a guardare. In Italia le donne non hanno ancora cominciato ad occuparsi dell’interesse pubblico: i risultati si vedono. Questo è il momento di fare la nostra parte, di assumerci responsabilità dirette e ritirare la delega in bianco a uomini che non possono rappresentare da soli un Paese in cui le donne sono più della metà della popolazione.

Perché dopo tanti anni di impegno nel mondo della ricerca e dell’Università, che hanno segnato la sua vita professionale, ha deciso di scendere nell’agone politico?

Gramsci diceva che bisogna essere di parte, io so da che parte stare. Ho accettato di candidarmi perché mi è stato proposto da Sinistra Ecologia Libertà, il movimento più vicino alla mia visione del mondo, ai miei valori, agli ideali che sento necessari. Sono sempre stata una persona di sinistra, culturalmente prima ancora che politicamente, e resto convinta che essere di sinistra abbia un significato ben preciso.

Quale?

Essere di sinistra nel terzo millennio ha prima di tutto un significato etico: essere onesti per dare a tutti le stesse possibilità, le stesse opportunità per concorrere al bene comune. Non si tratta di proporre semplici slogan liberali ma attivare politiche sociali che diano, attraverso un uso democratico delle risorse, dignità al lavoro svolto da tutte le persone, senza distinzione di genere, di censo e di ruoli. Insomma si tratta di applicare fino in fondo il primo articolo della nostra Costituzione repubblicana.

Pier Giorgio Serra

Incontro con i candidati del centrosinistra: Lello di Gioia (PSI)

In vista delle elezioni politiche del 24-25 febbraio Sestu Reloaded pubblicherà una serie di interviste ai candidati del centrosinistra che, stando alle previsioni, faranno parte del prossimo Parlamento. La prima intervista che vi proponiamo è stata fatta a Lello Di Gioia, candidato del Partito Socialista Italiano nelle liste del PD. L’ha curata Sandra Mereu grazie alla collaborazione e ai suggerimenti di Maria Fedela Meloni, segretaria della sezione locale del PSI.

lello-di-gioiaDopo lo schierarsi massiccio dei socialisti europei al vostro fianco, dopo la solidarietà espressa a Bersani da Schulz e Holland alla convention “Renassance for Europe” e di contro dopo il plateale sostegno del Ppe a Monti, non crede sia il momento di superare ogni riserva nella adesione al Partito Socialista Europeo da parte di tutto il PD?

Certamente si, anche perché il nostro patto d’intesa con il PD, sulla base del quale abbiamo presentato le nostre candidature, ha proprio lo scopo di iniziare un percorso che dovrà culminare, si spera in tempi brevi, nella piena partecipazione del PD alla grande famiglia del socialismo europeo. Da parte nostra saremo molto attivi nel sollecitare quest’esito, anche perché riteniamo che i grandi problemi economici, ambientali, di politica estera si risolvono solo con l’Europa. In Europa sono presenti due grandi schieramenti politici, quello dei popolari cattolico-democratici che raccoglie le forze conservatrici e sul fronte opposto quella dei socialisti europei, laici e progressisti. La giusta collocazione del PD non può che essere questa. D’altra parte Bersani è in continuo contatto con i rappresentanti di questo schieramento, dà e riceve sostegno. Per questo ci auguriamo che conduca quanto prima il PD al suo interno.

La scelta del PSI di candidare in Sardegna un pugliese lascia intendere che i problemi della nostra isola vengono inquadrati all’interno della più generale “questione meridionale”. E’ così?

Intanto ci tengo a dire che la mia candidatura in Sardegna non deve essere considerata come un tentativo di usurpare l’autonomia sarda, che conosco e rispetto, ma piuttosto come volontà di unire le forze, le intelligenze e le esperienze per dare quelle risposte che finora non sono state date né alla Sardegna né al Meridione. In Sardegna esiste il problema della deindustrializzazione e il problema della salvaguardia e della bonifica dell’ambiente, che la accomunano a tutto il Sud d’Italia. Nelle agende del centro destra non si parla mai di Mezzogiorno, mentre le politiche del centrosinistra assumono proprio i problemi del Mezzogiorno come questione prioritaria da affrontare.

Una delle maggiori opportunità del Sud consiste nel rapporto con la sponda nordafricana del Mediterraneo. Per dare forza a questa prospettiva potrà essere utile una iniziativa comune in sede europea con la nuova Francia di Holland?

Il Mediterraneo, al di là dei conflitti in atto, è senza dubbio una grande opportunità. I grandi flussi di merce che si producono in Oriente passano attraverso il Mediterraneo ma i grandi porti industriali che le stoccano e le smistano per poi ridistribuirle nel continente europeo si trovino nel nord Europa, a Rotterdam ad esempio. Se pensiamo che la portualità rappresenta il 10% del PIL europeo si capisce quale straordinaria occasione di crescita e sviluppo potrebbe derivare per il Mezzogiorno e per la Sardegna se si intervenisse per potenziare e utilizzare a pieno regime le infrastrutture dei porti industriali del Mediterraneo. Quello di Cagliari – tra i più importanti del sud d’Italia insieme a Gioia Tauro e Taranto – attualmente solo in piccola parte utilizzato, potrebbe svolgere un ruolo di grande significato nel rilancio dell’economia della Sardegna.  Il rapporto con i socialisti europei (e con quelli francesi in particolare) può dare risultati estremamente positivi per l’isola e il Meridione, dato il grande interesse che questi hanno a portare avanti politiche di sviluppo lungo l’asse del mediterraneo, alternative a quelle orientate verso il continente europeo privilegiate dalla Germania.

Rispetto al Meridione d’Italia la Sardegna ha uno svantaggio in più: la sua insularità. Quali interventi immagina per ridurre gli effetti negativi che questa condizione ha sullo sviluppo dell’isola?

La continuità territoriale è per la Sardegna una questione di fondamentale importanza che oggi si impone come urgenza assoluta. Occorre affrontarla a partire da una seria politica infrastrutturale che crei un sistema intermodale basato su porti e aeroporti attrezzati, integrato con un più moderno sistema di trasporti interno. E’ impensabile che in Cina si costruisca una ferrovia di 8000 km ad alta velocità e ancora in Sardegna per arrivare da un capo all’altro dell’isola si impieghino in treno non meno di 4 ore. Un sistema di trasporti interconnesso avrebbe immediate ricadute sullo sviluppo economico dell’isola, favorirebbe l’arrivo e la permanenza dei turisti e quindi lo sviluppo di un settore che per le bellezze naturali dell’isola rappresenta una delle sue vocazioni naturali.

Monti si è espresso con cautela (diciamo così) sui temi dei diritti civili. Come spiega che da sempre i liberali italiani siano così radicali sulle questioni economiche e così poco “liberali” sui temi dei diritti?

In realtà Monti non è un liberale neanche dal punto di vista economico. Da tempo non è neanche più un economista ma un politico puro che si è servito della politica per ricoprire incarichi importanti a livello nazionale e internazionale. Ha adottato politiche economiche marcatamente recessive che non creano sviluppo e che solo in parte si possono assimilare a quelle portate avanti dai politici liberali. Non essendolo un vero liberale nel campo economico non lo è neanche in quello dei diritti. Difficile immaginarlo capace di compiere una scelta coraggiosa come quella che ha portato il primo ministro David Cameron, per giunta conservatore, a far approvare la legge sui matrimoni gay.

A prescindere da Monti, l’Italia è rimasto l’unico paese occidentale che non dà risposte in questo senso. Cosa lo impedisce?

L’ostacolo principale è la forte presenza della Chiesa che soprattutto su certi temi impedisce che ci sia una svolta in linea con i tempi. In un mondo che cambia rapidamente, in una società che è diventata multietnica e quindi multi religiosa occorre dare risposte adeguate. Non si può, ad esempio, continuare a negare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati e cresciuti nel nostro Paese. Ma per affrontare le questioni legate al tema dei diritti occorre uno Stato più laico, che purtroppo oggi ancora non c’è. E per il quale noi socialisti, nel solco di una lunga tradizione di laicità, ci battiamo e continueremo a batterci.

Sandra Mereu

Assemblea pubblica con i candidati del PD: “parliamo di diritti”

L’appuntamento elettorale organizzato dal Circolo tematico PD “Sestu plurale” dedicato al tema dei Diritti, già previsto per la settimana scorsa e rimandato in segno di lutto, si svolgerà giovedì 7 febbraio 2013 alle ore 18:30. Interverranno i candidati alla Camera Romina Mura e Thomas Castangia. Al coordinamento Aldo Pili, sindaco di Sestu. L’incontro avrà luogo in via Gramsci 7, I piano, Sestu.

Nella mattinata, a partire dalle 11, è prevista una “Passeggiata Democratica” al mercato di Sestu organizzata dai Giovani Democratici.

(Guarda la locandina L’ITALIA GIUSTA)

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Circolo tematico PD “Sestu Plurale”