Elezioni regionali 2014: i risultati di Sestu

Silvia Pusceddu_Incontro con Pigliari_SestuI dati delle regionali 2014 che riguardano Sestu (consultabili nel sito del comune) ci dicono innanzitutto che il partito vincente in assoluto è stato quello dell’astensione. Meno della metà degli elettori ha partecipato al voto (48,87%). Il risultato elettorale conferma invece una tendenza in atto da decenni che vede le forze del centrodestra maggioranza nel paese. La coalizione che sosteneva Ugo Cappellacci ha raggiunto a Sestu il 42,99% dei voti. Un risultato, questo, trainato in gran parte dal successo personale del candidato locale dei Riformatori sardi. Michele Cossa a Sestu ha incassato la metà dei voti utili per la sua rielezione in consiglio regionale (1103 su 2294). Ha tradito invece le aspettative della sua “fortunata” campagna elettorale il candidato Ignazio Perra (lista Unidos, Mauro Pili presidente). A dispetto dei quasi 50.000 contatti ottenuti dal suo video promozionale, a Sestu Cino ha raccolto appena 202 voti (371 nella provincia).

Il presidente uscente da queste elezioni regionali vinte dal centrosinistra, Francesco Pigliaru, nel nostro paese si è fermato al 32,62%. L’unica candidata locale della coalizione del centrosinistra, Silvia Pusceddu, ha ottenuto a Sestu 2/3 dei suoi voti (200 su 304). Nell’ambito della coalizione del centrosinistra il PD è il partito più votato (16,77%), seguono i Rosso Mori (4,91%) e SEL (4,42%). Da notare però che mentre SEL si mantiene prossimo alla media regionale (5,18%) e i Rosso Mori la superano abbondantemente (2,63% il risultato generale), il PD invece con i suoi 1171 voti si colloca sensibilmente al di sotto della media (22,06%). Un dato che in un paese di oltre 20.000 abitanti, guidato da un’amministrazione di centrosinistra, dovrebbe far riflettere i suoi dirigenti. Le esasperate lotte intestine e le accuse indegne che sono state rivolte, nel recente passato, al sindaco e agli altri amministratori PD dalla segretaria cittadina evidentemente non pagano. Forse servono alla carriera politica di qualcuno ma di sicuro non giovano al partito nel suo complesso.

Va infine sottolineato il risultato raggiunto da Gianluca Argiolas con Progress (lista per Michela Murgia presidente), che ha raccolto a Sestu 195 voti (su 403). Il suo risultato insieme a quello di Silvia Pusceddu, seppure insufficiente per approdare in consiglio regionale, rappresenta comunque una buona base di partenza per arricchire di nuove personalità politiche i gruppi dirigenti locali, anche in vista del prossimo rinnovo del consiglio comunale.

S. M.

Il programma del centrosinistra: ambiente ed economia possono coesistere.

Nel programma della coalizione di Centrosinistra guidata da Francesco Pigliaru l’ambiente e la sostenibilità hanno un ruolo importante. Chiediamo al candidato di Sinistra Ecologia e Libertà Ignazio Tolu, assessore all’ambiente della Provincia di Cagliari commissariata di recente, di illustrarne i punti più significativi.

ToluVisti i recenti eventi tragici, gli interventi a tutela del territorio e sull’assetto idrogeologico della Sardegna sembrano improrogabili: quali azioni prioritarie saranno messe in campo a brevissimo nel caso la coalizione di centrosinistra andasse al governo regionale?

Il territorio della Sardegna è stato devastato dall’incuria quando non aggredito dalla speculazione: ci proponiamo l’attuazione immediata del Piano di Assetto Idrogeologico regionale offrendo risorse sufficienti ai Comuni perché possano finalmente realizzare le opere di mitigazione necessarie a prevenire disastri come quello dello scorso novembre che hanno un pesantissimo costo umano oltre che economico. Inoltre puntiamo alla riaffermazione del Piano Paesaggistico approvato nel 2006 che, con alcuni aggiustamenti, potrà diventare strumento di tutela per il territorio ma anche di sviluppo sostenibile per i Comuni della Sardegna.

Qual è e quale dovrebbe essere il ruolo della Protezione Civile nell’azione di tutela del territorio?

La Protezione Civile è affidata a diversi organismi che, troppo spesso, lavorano senza coordinamento e così quel patrimonio di professionalità, impegno e disponibilità si disperde e non sviluppa le potenzialità che potrebbe mettere in campo. Inoltre i soggetti coinvolti, specie le associazioni di volontari, non hanno sufficienti dotazioni strumentali, ma soprattutto economiche, per far fronte alle esigenze operative, vanificando dunque l’apporto che potrebbero dare in termini di prevenzione e intervento.

L’edilizia è da sempre un baluardo della Destra. Il settore è fortemente in crisi col conseguente crollo degli occupati. Cosa può fare un governo di centrosinistra per rilanciare questo comparto?

Quando l’edilizia significa speculazione, ogni sostegno economico diventa un’ipoteca sul futuro del nostro territorio. È per questo che noi di Sinistra Ecologia e Libertà proponiamo il ricorso alla riqualificazione degli edifici esistenti in un’ottica di risanamento e di miglioramento delle prestazioni energetiche perché le case dei sardi siano non solo più sane e vivibili, ma abbiano anche un minor impatto sull’ambiente. Questo è possibile solo con un piano di rilancio dell’edilizia di ripristino con meccanismi come quelle della detrazione fiscale che, oltre a incentivare i privati a intervenire nelle loro case, genera un circolo virtuoso di emersione dal nero che non può che essere salutare per la nostra regione. Per quanto riguarda le nuove costruzioni, inoltre, proponiamo un programma di incentivazione della bioedilizia e dell’edilizia a basso impatto. Ciò incentiverà anche le numerose professionalità che in quel campo stentano a vedere affermato il loro potenziale.

Le bonifiche potrebbero essere un tipo di investimento virtuoso per la Sardegna, in cui industrie inquinanti, sfruttamenti minerari e presidi militari hanno lasciato e continuano a lasciare strascichi ambientali pesanti. È possibile concepire economia ed ecologia che vanno di pari passo?

Noi di SEL siamo convinti che si possa. Certo, l’obiettivo è quello di superare il concetto di difesa a tutti i costi dell’esistente e di puntare su investimenti massicci che, mentre sostengono il ripristino di un territorio pulito e vivibile, diano garanzie ai molti lavoratori che in quelle aree si guadagnano lo stipendio. Economia ed ecologia possono sicuramente coesistere: basta una pianificazione di ampio respiro e il rifiuto totale di una politica che svende il territorio in cambio di poche buste paga.

La Sardegna rischia di diventare terra di conquista per le multinazionali energetiche, anche rinnovabili, che potrebbero sfruttarne posizione privilegiata e clima favorevole per investimenti che non avrebbero nessuna ricaduta positiva sulle economie locali. Come intendete lavorare sul piano dell’energia una volta al governo?

In Sardegna si produce più energia di quanta se ne consumi. Non esiste quindi un bisogno urgente di nuove centrali, qualunque ne sia la fonte. Le energie rinnovabili sono fondamentali, ma non devono aggiungersi all’esistente quanto piuttosto sostituire quelle forme inquinanti che risultano più economiche solo perché non se ne considerano i costi ambientali e sulla salute umana. Nel nostro programma, però, non sosteniamo in grandi impianti rinnovabili, puntiamo invece alla micro-generazione, alla rete di produzione diffusa che prevede che l’energia sia prodotta più vicino possibile a dove serve, con ricadute economiche sull’intera comunità e non solo su pochi grandi investitori che, guarda caso, sono sempre riconducibili ai soliti nomi del campo energetico.

L’energia è una questione delicata che travalica il semplice tema ambientale per riverberarsi su tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica. Sarà finalmente possibile un piano energetico regionale che tenga conto delle esigenze delle aziende ma anche delle famiglie, dell’economia ma anche della tutela ambientale?

La Sardegna ha bisogno di un Piano Energetico Regionale e ne ha bisogno proprio perché produce molta più energia di quanta ne serva ma i sardi non ne hanno alcun vantaggio economico, anzi, pagano le loro bollette più care che altrove. Pensare una politica energetica a medio e lungo termine è necessario per non lasciare spazio a interessi esterni che non vedono alcun vantaggio nel privilegiare la riduzione di consumi e la conseguente razionalizzazione del mercato energetico.

Stefania Manunza

Il programma del centrosinistra: servizi sociali e parità di genere, crisi economica e disagio sociale.

Silvia Pusceddu_Incontro con Pigliari_SestuFrancesco Pigliaru all’incontro tenutosi a Sestu, sollecitato dall’intervento di Silvia Pusceddu, ha affermato che un efficace sistema di servizi sociali è la condizione necessaria perché si realizzi una vera parità di genere. E parallelamente, esperti di rilevanza internazionale, ci dicono che la crisi economica, la mancanza di lavoro, l’inasprirsi delle disuguaglianze sta provocando un aumento del disagio sociale e psicologico delle persone e una mortalità più alta, a cui si cerca di far fronte con un sistema del Welfare sempre più debole a causa dei tagli alla spesa pubblica. Silvia Pusceddu è l’unica candidata della coalizione del centro sinistra di Sestu (Rosso Mori). A lei, psicologa e psicoterapeuta, abbiamo chiesto qual è al riguardo la situazione in Sardegna e come si prevede di affrontare questo genere di problemi.

Silvia, i dati dicono che siamo la maggioranza della popolazione, più istruite degli uomini, eppure meno della metà delle donne oggi in Sardegna ha un lavoro. Secondo te c’è un nesso con il fatto che la quota destinata dal bilancio regionale ai servizi sociali (infanzia, cura di anziani e disabili) è addirittura inferiore a quella, non invidiabile, delle altre regioni del Meridione?

Nel programma del centro sinistra viene affrontato, fra gli altri, anche il problema di garantire la parità di genere. Partendo appunto dalla constatazione che, nonostante le donne costituiscano la maggioranza e la parte più istruita della popolazione, soltanto poco più di 4 donne su 10 ha oggi un lavoro, si comprende quanto pesantemente incida il problema quotidiano di non riuscire a conciliare il lavoro e i compiti di cura familiare, a causa della carenza di servizi di supporto alla famiglia. Nella nostra isola, solo il 13,5% dei bambini fino a tre anni viene preso in carico dai servizi, contro il 30% in regioni come l’Emilia Romagna e a fronte di un obiettivo Europeo del 33%. E’ necessario, pertanto, ed è parte del nostro programma, incrementare fondi utili per creare servizi a sostegno delle famiglie.

Alle carenze di tipo strutturale si sommano i limiti culturali. La scarsissima rappresentanza femminile nelle istituzioni, in primis nel consiglio regionale è, secondo alcuni, una delle più evidenti e preoccupanti conseguenze di questo fatto. Tu come la vedi?

La scarsa presenza delle donne nelle istituzioni,  conferma una disparità evidente e penso anche io che ai problemi a cui abbiamo accennato prima si vadano a sommare difficoltà di altro tipo. C’è la fatica di acquisire visibilità e di candidarsi se già non si possiede una posizione economica e sociale di vantaggio, ma soprattutto ci sono gli ostacoli  per superare quei pregiudizi culturali, ancora profondamente radicati nei vari strati sociali, che  precludono alle donne la possibilità di occupare posizioni di rilievo nelle istituzioni e nella società in generale.

In che modo si può invertire questa non più accettabile situazione?

Ritengo che l’idea di introdurre la doppia preferenza di genere nella legge elettorale  possa essere, in via temporanea, uno strumento utile. Infatti, non possiamo pensare  di tutelare le donne con metodi che comunque sono calati dall’alto. Cominciando dall’educazione dei nostri giovani, dobbiamo fare in modo che si crei la consapevolezza del valore aggiunto che le donne competenti possono offrire alla collettività. Solo quando si raggiungerà questo traguardo, gli unici  criteri che determineranno l’attribuzione o il diritto a ruoli di vertice saranno la capacità, la competenza e l’onesta delle persone. Inoltre, sento il dovere di sottolineare che il dramma dei femminicidi in Italia è l’esempio più evidente di quanto sia diffusa una cultura maschile del possesso. Ed è pertanto nostro dovere intervenire affinché si investa sulla prevenzione, attraverso l’informazione e la formazione e sull’educazione alla parità dei sessi.

In Sardegna la crisi morde più che in altre regioni d’Italia. La disoccupazione è a livelli da record (1 sardo su 3 non lavora) e c’è una diffusa povertà. C’è da credere che tutto questo non sia privo di effetti negativi sul benessere generale delle persone. Cosa puoi dirci al riguardo?

E’ evidente che la crisi economica e le sue conseguenze stiano generando un diffuso senso di disagio nella popolazione. La disoccupazione e l’instabilità lavorativa mettono in discussione le certezze esistenziali delle persone. La perdita del lavoro comporta nella persona la perdita della propria identità. Ognuno di noi, infatti, costruisce la propria rappresentazione di sé in base al ruolo che occupa nella società: il lavoro dà sicurezza, migliora l’autostima e garantisce una stabilità emotiva. La mancanza di prospettive economiche e occupazionali e l’inattività predispongono, quindi, allo sviluppo di varie forme di disagio emotivo o aggravano situazioni di malessere già presenti. Recenti studi hanno mostrato come ad un aumento del tasso di disoccupazione sia correlato un aumento dei casi di depressione. I dati presentati al congresso della Società Italiana di Psichiatria parlano di un aumento del 30% dei disturbi d’ansia e del 15% di disturbi depressivi.

Per non parlare delle nuove forme di dipendenza dal gioco…

Sembra paradossale, ma è proprio così. Le nuove forme di dipendenza colpiscono soprattutto i ceti economicamente più deboli. In una società dove manca una prospettiva di miglioramento del proprio status economico e sociale, le persone affidano le loro speranze alla fortuna. Nella mia esperienza professionale, ho osservato un aumento delle richieste d’aiuto per il trattamento dei disturbi d’ansia e per nuove forme di dipendenza patologica dal gioco d’azzardo ma anche da Internet, soprattutto nei giovani e nelle donne. Ritengo inoltre che non debba essere sottovalutato il malessere sotteso che, per difficoltà culturali, non viene espresso con richieste d’aiuto. Negli ultimi anni, in altre Regioni del centro Italia, organizzazioni sindacali ed enti locali, hanno attivato sportelli psicologici dedicati al sostegno di problemi legati al lavoro e alla crisi economica. Queste esperienze dovrebbero essere da stimolo per le nostre istituzioni.

I Rosso Mori si definiscono “sovranisti”. Ci spieghi brevemente cosa significa?

Diceva Emilio Lussu: “ La storia dei sardi sarà quella che essi sapranno scrivere”. Sovranismo  è innanzitutto assunzione di responsabilità di determinare un modello di sviluppo endogeno in un contesto di pari dignità con gli altri popoli. Europei. Sovranismo non è contro qualcuno o qualcosa, ma a favore di. Rosso Mori è innanzitutto un partito socialmente progressista, di sinistra e nazionalmente sardo, attualizza oggi i postulati politici del sardismo, del socialismo e dell’azionismo. E’ movimento identitario, solidale, ambientalista, antifascista, popolare che pratica la democrazia… come recita  l’art . 1 dello Statuto.

Sandra Mereu

Il programma del centrosinistra: la città metropolitana.

valter-pisceddaLo sviluppo della Sardegna – va ripetendo insistentemente Francesco Pigliaru – passa attraverso la capacità dei territori di cooperare. In quest’ottica la città metropolitana, intesa come capacità di governo e progettazione prima ancora che come istituzione, è uno strumento fondamentale per lo sviluppo di tutta la regione. Una città grande, bene organizzata, capace di concentrare parti e funzioni separate, non solo migliora la qualità della vita di chi vi abita ma soprattuto è l’ambiente che meglio favorisce processi di innovazione e creatività. A questo proposito abbiamo chiesto al candidato Valter Piscedda (PD), combattivo sindaco di Elmas, quali potenzialità intravede per operare un salto di qualità nel processo di integrazione urbana.

Nell’ambito della città metropolitana che ruolo si può attribuire al compendio Elmas-Sestu?

Più che al compendio Elmas-Sestu mi piace pensare ai territori che stanno tra la ss130 e la vecchia 131. E su questo territorio, che comprende quindi anche altri comuni dell’area vasta oltre i nostri, c’è poco da inventare. Negli anni passati infatti come sindaci dei diversi comuni ci siamo ripetutamente riuniti in un organismo che si chiama “forum dei sindaci”, ed abbiamo messo nero su bianco le prospettive di sviluppo futuro in un documento che si chiama “pianificazione strategica intercomunale”, approvato poi da ogni municipalità. Una sorta di prova tecnica di area metropolitana. Nello specifico dei nostri due comuni, abbiamo parlato soprattutto di infrastrutture, trasporti, e sviluppo economico/produttivo. La vecchia 131 è diventata una sorta di parco di imprese, che va necessariamente integrata con il flusso di traffico presente sulla attuale 130. Per questo abbiamo parlato di trasporto, soprattutto urbano, e di collegamento dei diversi comuni con l’aeroporto. E ne abbiamo parlato consapevoli di tutte le contraddizioni attualmente esistenti, tra le quali, a titolo di esempio, cito il fatto che a Sestu, ad appena 4 km da Cagliari, e all’aeroporto – l’aeroporto più importante della Sardegna – non passa una sola linea urbana che colleghi col capoluogo. Eppure spendiamo milioni di euro per la continuità territoriale…

Sembra tramontata l’idea di una espansione a macchia d’olio dei diversi centri dell’area metropolitana. Si può pensare a interventi edilizi che soddisfino la domanda di nuove abitazioni senza il consumo del territorio simile a quello dei decenni appena trascorsi?

Anche questo tema è stato oggetto di analisi del forum dei sindaci. Abbiamo tutti condiviso che l’esigenza di nuove abitazioni non può ricadere solo su Cagliari, ma allo stesso tempo la maggior parte dei comuni viciniori non ritiene di dover ampliare la propria capacità di dimensionamento urbano. Abbiamo quindi condiviso l’idea di agevolare i proprietari di doppie case ad affittarle, e di agevolare le riqualificazioni e le riconversioni edilizie. Già solo una rivisitazione dei regolamenti tributari comunali potrebbe di fatto incentivare l’immissione nel mercato di una gran quantità di immobili, ma non si può chiedere ai comuni di far questo senza una necessaria compensazione economica da parte della regione. C’è una marea di stabili esistenti che potrebbero essere risanati e adibiti a edilizia agevolata, ma anche in questo caso è necessario l’intervento legislativo e finanziario della regione.

Nel mondo il tema del diritto all’alloggio delle classi sociali medio e medio-basse si sta affrontando con l’housing sociale. Considerando la crescente difficoltà delle famiglie e dei giovani in particolare ad avere accesso a un mutuo, ti sembra che questo modello possa essere una risposta soddisfacente e qualificata all’esigenza di alloggi che negli ultimi decenni dalla città si è scaricata sui centri limitrofi?

Sono del parere che vada aumentato il finanziamento della legge regionale 32, quella che concede mutui agevolati alle giovani coppie sarde. Noi abbiamo infatti ancora la mentalità dell’avere una casa propria, e questa mentalità va a mio avviso preservata anche in un ottica di garanzia di stabilità per il futuro dei nostri giovani. Tuttavia sarebbero da rivedere le soglie, in quanto quelle attuali consentono a mala pena di acquistare un bivano, a causa del vertiginoso aumento dei prezzi di mercato delle abitazioni, ed andrebbe rivisto il sistema della garanzie accessorie, giacchè oggi i genitori dei ragazzi che vogliono comprar casa non sono purtroppo più nelle condizioni di fare da garanti. Ma soprattutto andrebbe riscritta una politica regionale del credito, che consenta ai nostri giovani un accesso facile e sicuro all’indebitamento, da vedere come un’opportunità e non come un suicidio annunciato. Nel forum dei sindaci abbiamo parlato anche di housing sociale, ma le esperienze finora messe in campo dalla regione si sono rivelate poco efficaci in quanto non coperte da sufficienti risorse pubbliche e menchemeno concertate con le amministrazioni comunali. La considero una buona iniziativa, ma completamente da rivedere a livello regionale.

Sandra Mereu

Il programma del centrosinistra: quale ruolo per la Cultura?

Francesca DesogusUno dei punti di forza del programma del centro-sinistra e del candidato presidente Francesco Pigliaru è dato dalla centralità che esso attribuisce all’Istruzione e alla Cultura. A questo proposito abbiamo chiesto alla candidata Francesca Desogus (PD), archivista paleografa, segretaria dell’ANAI Sardegna, di spiegarci in che modo i beni culturali, archivi, musei e biblioteche, possono contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna.

In Sardegna non meno che nel resto d’Italia la cultura ha subito negli ultimi anni tagli consistenti.  Non pensi che la prima cosa da fare, se si vuole davvero rilanciare la cultura, sarebbe innanzitutto quello di rimpinguare gli ormai esangui capitoli del bilancio regionale destinati a questo fine?

Sicuramente! Non si può pensare di tagliare i fondi relativi alla tutela del nostro patrimonio e di realizzare  in questo modo un risparmio. Si rischia di causare seri danni e di tagliare, o quanto meno ridimensionare, anche servizi di grande utilità sociale, di perdere quel poco che si è salvato del nostro patrimonio, o comunque di limitarne la fruizione. Il danno può essere anche economico, se si pensa che in futuro si dovrà intervenire con maggiori investimenti per recuperare quello che stiamo perdendo.

Chiarito che è necessario investire in questo settore, perché allora non si interviene con la dovuta attenzione?

Il problema principale è dato dalla forma mentis comune, per cui in periodi di crisi economica si devono decurtare i fondi destinati alla cultura.

Gli investimenti in cultura non solo sono scarsi ma sono anche discontinui…

L’assenza di continuità nello stanziamento dei fondi è un’altro dei problemi. Rende difficile una corretta programmazione del lavoro, e comporta un cattivo impiego delle risorse umane; gli operatori culturali operano spesso, anche svolgendo un servizio primario, con proroghe di mese in mese, situazione che chiaramente non garantisce una piena efficienza. Si parla di personale qualificato, che ha investito in formazione e scelto di spendere la sua professionalità in Sardegna e non altrove.

In che modo, secondo te, la cultura e i beni culturali in particolare possono diventare un motore di sviluppo per la Sardegna?

Nel nostro programma è presente un forte richiamo all’istruzione e alla formazione. Non si può prescindere dal pensare alla cultura come supporto all’istruzione e come vettore di formazione continua. Purtroppo spesso chi si occupa della Cosa pubblica vede nella gestione della cultura solo un peso, non avendo sempre competenze per capire che si tratta invece di un comparto che, pur non essendo redditizio nell’immediato, può essere una grande risorsa che può e deve contribuire alla crescita culturale ed economica della Sardegna. Infatti nelle sfide che ci pone il mondo globalizzato è necessario che i cittadini siano istruiti e altamente qualificati. Poi è anche vero che un bene culturale può essere una risorsa economica. Pensiamo ad un museo o un sito archeologico, che se ben gestito può garantire anche nell’immediato entrate economiche (biglietti, book shop, etc.). Ma il vero risultato dell’investimento in cultura è quello secondario.

Cosa intendi esattamente per investimento secondario?

L’investimento secondario è quello che non si apprezza nell’immediato ma nel lungo periodo. E’ secondario solo in termini temporali, essendo in realtà il più importante fattore di crescita culturale. Pensiamo all’utilità sociale che esercitano le biblioteche dei piccoli comuni, spesso unica occasione per i ragazzi e gli anziani di restare in contatto con una cultura “alta”, che non sia quella banale della TV o dei media più diffusi, capace di sottrarli alla facile manipolazione che può arrivare attraverso questi vettori. Ma pensiamo anche all’utilità degli archivi. Una corretta gestione degli archivi degli enti pubblici porta ad uno snellimento dei tempi della burocrazia e ad una razionalizzazione degli spazi, e quindi ad un minor costo in affitti di locali destinati a deposito.

In Sardegna si registra un alto numero di comuni con almeno un museo e al contempo un’offerta museale episodica e insufficiente. Come si può ovviare a questa apparente contraddizione?

Dobbiamo stare attenti all’investimento mirato, puntando alla creazione di un sistema; è inutile continuare a finanziare le singole iniziative senza una programmazione complessiva e investimenti significativi e protratti nel tempo. Andrebbe ripresa e rivista la Legge Regionale n. 14 del 2006, curando l’applicazione di quanto previsto, e se necessario potenziando le attività esercitate dall’Osservatorio regionale per  i musei. Deve essere creato un percorso che porti ad affermare anche in Sardegna modelli gestionali unitari e coordinati, per garantire stabilità al sistema e potenziare gli attuali presidi culturali. Si deve al contempo garantire la presenza di personale altamente qualificato e attuare una programmazione dell’offerta culturale complessiva.

Spesso la ragione d’essere dei beni culturali, e quindi il loro finanziamento, viene strettamente agganciata allo sviluppo del turismo. A questo proposito si sente spesso parlare di beni culturali come “petrolio della nazione”. Non ti sembra che una simile concezione economicistica della cultura possa finire per penalizzare proprio beni culturali, come gli archivi storici, che per loro natura sono poco visibili, privi di valori estetici, di non immediata fruibilità e quindi poco adatti ad attrarre turisti e visitatori occasionali?

Sono d’accordo! Ben vengano gli investimenti che servono a garantire la salvaguardia e la valorizzazione dei beni culturali a fini turistici, ma non si può pensare che l’investimento in cultura che non offre un ricavo immediato sia inutile o, peggio, uno spreco di risorse pubbliche. Ragionando in questo modo, si dovrebbe allora fare lo stesso discorso sugli investimenti nell’istruzione, nella sanità e nel sociale che non portano un utile economico! Ammesso che il discorso “del petrolio della nazione” possa essere applicabile a quei beni culturali che possono apparire come immediatamente redditizi (pensiamo ad esempio alle opportunità per il turismo che potrebbero derivare dalla valorizzazione ottimale del museo archeologico di Cagliari), non si deve tuttavia commettere l’errore di limitare gli investimenti solo a questi. Si comprometterebbero beni culturali meno visibili e conosciuti che hanno comunque un altissimo valore, come appunto gli archivi storici.

A questo punto non posso non chiedertelo. Perché vale la pena investire sugli archivi storici?

Gli archivi custodiscono la memoria della collettività e quindi rappresentano un irrinunciabile bene identitario. Spesso sono messi a rischio dalla miopia di amministratori che, non vedendo in essi un immediato ritorno economico o di immagine, non investono sulla loro gestione, se non addirittura sulla loro salvaguardia. Noi vogliamo vivere in una Sardegna migliore, e una Sardegna migliore ha bisogno di confrontarsi con la sua identità, il suo passato, le sue tradizioni. Non abbiamo il patrimonio architettonico e artistico di altre regioni d’Italia, ma ci  permettiamo di non investire nella tutela e nella valorizzazione di ciò che invece abbiamo. E’ ora di invertire questa tendenza. E noi vogliamo farlo.

Sandra Mereu

Ma di cosa si sta discutendo?

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In questo breve ma intenso periodo pre-elettorale, nel campo del centro sinistra abbiamo assistito ad accese discussioni su questioni di varia natura. Dapprima sulle primarie del PD per il candidato presidente, poi sulla successiva cancellazione del loro esito. Subito dopo abbiamo osservato interessanti disquisizioni sulla composizione delle liste, a partire da alcune scelte che sono apparse incoerenti. Così se prima per motivi di opportunità politica era sconveniente che la vincitrice delle primarie, indagata per peculato nell’inchiesta per i fondi ai gruppi, venisse candidata, quegli stessi motivi sono stati poi accantonati quando si è trattato di inserire nelle liste candidati con le stesse caratteristiche.

Per la composizione delle liste, riportano i giornali, è stato fatto valere il codice etico del PD che prevede la candidabilità in assenza di condanna. Un avviso di garanzia infatti non equivale a una sentenza e vale fino a prova contraria la presunzione di innocenza. La capacità di molti candidati indagati di attrarre preferenze ha evidentemente suggerito l’opportunità di valutare caso per caso, provincia per provincia, mettendo da parte, in vista degli obiettivi da raggiungere, gli astratti principi di coerenza. Questo ci fa però capire che i partiti (PD in testa), nonostante alcune dolorose rinunce, sono tutto sommato convinti che nella scelta della stragrande maggioranza degli elettori certe questioni di principio peseranno poco o nulla.

Opinioni diverse sono inoltre emerse intorno all’opportunità che il Partito sardo d’azione facesse parte della coalizione di centro sinistra. In questo caso chi si opponeva all’ingresso del Psd’az faceva valere sostanzialmente un principio di moralità. I sardisti come è noto hanno fatto parte, fino alla naturale scadenza, della maggioranza del centro destra e come si sa per espiare un peccato non bastano due giorni e nemmeno 4 mesi. Mi domando però quale coerenza ci sia in ragionamenti moralistici di questo tipo quando per eleggere il segretario del PD sono state aperte le porte a tutti, elettori dei partiti di destra compresi. Alla luce di questo fatto i tentativi di giustificare l’esclusione dei sardisti distinguendo tra dirigenti cattivi ed elettori buoni e puri appaiono vacui bizantinismi.

Su questi argomenti dunque si è animatamente discusso sinora. E’ mancato però quello che dovrebbe costituire l’elemento fondamentale di ogni vero e serio dibattito politico: il programma. Anzi, l’impressione è che proprio questa assenza abbia portato ad enfatizzare questioni che probabilmente alla prova dei fatti si riveleranno poco più che marginali. In assenza di un programma definito, di idee forti intorno a cui confrontarsi, il rischio è che ci si ritrovi a scegliere esclusivamente tra personalità. E che dunque simpatia, slogan ad effetto e doti di comunicazione (con tutto ciò che oggi questo significa) prevalgano su serietà, ragionamento e competenza. Speriamo allora che nel breve mese di campagna elettorale che abbiamo davanti si possa finalmente discutere di programmi e contenuti e che questi siano facilmente riconoscibili dagli elettori del centro sinistra come proposte adeguate rispetto alla drammaticità della crisi che attanaglia la Sardegna.

Sandra Mereu