Il programma del centrosinistra: servizi sociali e parità di genere, crisi economica e disagio sociale.

Silvia Pusceddu_Incontro con Pigliari_SestuFrancesco Pigliaru all’incontro tenutosi a Sestu, sollecitato dall’intervento di Silvia Pusceddu, ha affermato che un efficace sistema di servizi sociali è la condizione necessaria perché si realizzi una vera parità di genere. E parallelamente, esperti di rilevanza internazionale, ci dicono che la crisi economica, la mancanza di lavoro, l’inasprirsi delle disuguaglianze sta provocando un aumento del disagio sociale e psicologico delle persone e una mortalità più alta, a cui si cerca di far fronte con un sistema del Welfare sempre più debole a causa dei tagli alla spesa pubblica. Silvia Pusceddu è l’unica candidata della coalizione del centro sinistra di Sestu (Rosso Mori). A lei, psicologa e psicoterapeuta, abbiamo chiesto qual è al riguardo la situazione in Sardegna e come si prevede di affrontare questo genere di problemi.

Silvia, i dati dicono che siamo la maggioranza della popolazione, più istruite degli uomini, eppure meno della metà delle donne oggi in Sardegna ha un lavoro. Secondo te c’è un nesso con il fatto che la quota destinata dal bilancio regionale ai servizi sociali (infanzia, cura di anziani e disabili) è addirittura inferiore a quella, non invidiabile, delle altre regioni del Meridione?

Nel programma del centro sinistra viene affrontato, fra gli altri, anche il problema di garantire la parità di genere. Partendo appunto dalla constatazione che, nonostante le donne costituiscano la maggioranza e la parte più istruita della popolazione, soltanto poco più di 4 donne su 10 ha oggi un lavoro, si comprende quanto pesantemente incida il problema quotidiano di non riuscire a conciliare il lavoro e i compiti di cura familiare, a causa della carenza di servizi di supporto alla famiglia. Nella nostra isola, solo il 13,5% dei bambini fino a tre anni viene preso in carico dai servizi, contro il 30% in regioni come l’Emilia Romagna e a fronte di un obiettivo Europeo del 33%. E’ necessario, pertanto, ed è parte del nostro programma, incrementare fondi utili per creare servizi a sostegno delle famiglie.

Alle carenze di tipo strutturale si sommano i limiti culturali. La scarsissima rappresentanza femminile nelle istituzioni, in primis nel consiglio regionale è, secondo alcuni, una delle più evidenti e preoccupanti conseguenze di questo fatto. Tu come la vedi?

La scarsa presenza delle donne nelle istituzioni,  conferma una disparità evidente e penso anche io che ai problemi a cui abbiamo accennato prima si vadano a sommare difficoltà di altro tipo. C’è la fatica di acquisire visibilità e di candidarsi se già non si possiede una posizione economica e sociale di vantaggio, ma soprattutto ci sono gli ostacoli  per superare quei pregiudizi culturali, ancora profondamente radicati nei vari strati sociali, che  precludono alle donne la possibilità di occupare posizioni di rilievo nelle istituzioni e nella società in generale.

In che modo si può invertire questa non più accettabile situazione?

Ritengo che l’idea di introdurre la doppia preferenza di genere nella legge elettorale  possa essere, in via temporanea, uno strumento utile. Infatti, non possiamo pensare  di tutelare le donne con metodi che comunque sono calati dall’alto. Cominciando dall’educazione dei nostri giovani, dobbiamo fare in modo che si crei la consapevolezza del valore aggiunto che le donne competenti possono offrire alla collettività. Solo quando si raggiungerà questo traguardo, gli unici  criteri che determineranno l’attribuzione o il diritto a ruoli di vertice saranno la capacità, la competenza e l’onesta delle persone. Inoltre, sento il dovere di sottolineare che il dramma dei femminicidi in Italia è l’esempio più evidente di quanto sia diffusa una cultura maschile del possesso. Ed è pertanto nostro dovere intervenire affinché si investa sulla prevenzione, attraverso l’informazione e la formazione e sull’educazione alla parità dei sessi.

In Sardegna la crisi morde più che in altre regioni d’Italia. La disoccupazione è a livelli da record (1 sardo su 3 non lavora) e c’è una diffusa povertà. C’è da credere che tutto questo non sia privo di effetti negativi sul benessere generale delle persone. Cosa puoi dirci al riguardo?

E’ evidente che la crisi economica e le sue conseguenze stiano generando un diffuso senso di disagio nella popolazione. La disoccupazione e l’instabilità lavorativa mettono in discussione le certezze esistenziali delle persone. La perdita del lavoro comporta nella persona la perdita della propria identità. Ognuno di noi, infatti, costruisce la propria rappresentazione di sé in base al ruolo che occupa nella società: il lavoro dà sicurezza, migliora l’autostima e garantisce una stabilità emotiva. La mancanza di prospettive economiche e occupazionali e l’inattività predispongono, quindi, allo sviluppo di varie forme di disagio emotivo o aggravano situazioni di malessere già presenti. Recenti studi hanno mostrato come ad un aumento del tasso di disoccupazione sia correlato un aumento dei casi di depressione. I dati presentati al congresso della Società Italiana di Psichiatria parlano di un aumento del 30% dei disturbi d’ansia e del 15% di disturbi depressivi.

Per non parlare delle nuove forme di dipendenza dal gioco…

Sembra paradossale, ma è proprio così. Le nuove forme di dipendenza colpiscono soprattutto i ceti economicamente più deboli. In una società dove manca una prospettiva di miglioramento del proprio status economico e sociale, le persone affidano le loro speranze alla fortuna. Nella mia esperienza professionale, ho osservato un aumento delle richieste d’aiuto per il trattamento dei disturbi d’ansia e per nuove forme di dipendenza patologica dal gioco d’azzardo ma anche da Internet, soprattutto nei giovani e nelle donne. Ritengo inoltre che non debba essere sottovalutato il malessere sotteso che, per difficoltà culturali, non viene espresso con richieste d’aiuto. Negli ultimi anni, in altre Regioni del centro Italia, organizzazioni sindacali ed enti locali, hanno attivato sportelli psicologici dedicati al sostegno di problemi legati al lavoro e alla crisi economica. Queste esperienze dovrebbero essere da stimolo per le nostre istituzioni.

I Rosso Mori si definiscono “sovranisti”. Ci spieghi brevemente cosa significa?

Diceva Emilio Lussu: “ La storia dei sardi sarà quella che essi sapranno scrivere”. Sovranismo  è innanzitutto assunzione di responsabilità di determinare un modello di sviluppo endogeno in un contesto di pari dignità con gli altri popoli. Europei. Sovranismo non è contro qualcuno o qualcosa, ma a favore di. Rosso Mori è innanzitutto un partito socialmente progressista, di sinistra e nazionalmente sardo, attualizza oggi i postulati politici del sardismo, del socialismo e dell’azionismo. E’ movimento identitario, solidale, ambientalista, antifascista, popolare che pratica la democrazia… come recita  l’art . 1 dello Statuto.

Sandra Mereu

Il programma del centrosinistra: la città metropolitana.

valter-pisceddaLo sviluppo della Sardegna – va ripetendo insistentemente Francesco Pigliaru – passa attraverso la capacità dei territori di cooperare. In quest’ottica la città metropolitana, intesa come capacità di governo e progettazione prima ancora che come istituzione, è uno strumento fondamentale per lo sviluppo di tutta la regione. Una città grande, bene organizzata, capace di concentrare parti e funzioni separate, non solo migliora la qualità della vita di chi vi abita ma soprattuto è l’ambiente che meglio favorisce processi di innovazione e creatività. A questo proposito abbiamo chiesto al candidato Valter Piscedda (PD), combattivo sindaco di Elmas, quali potenzialità intravede per operare un salto di qualità nel processo di integrazione urbana.

Nell’ambito della città metropolitana che ruolo si può attribuire al compendio Elmas-Sestu?

Più che al compendio Elmas-Sestu mi piace pensare ai territori che stanno tra la ss130 e la vecchia 131. E su questo territorio, che comprende quindi anche altri comuni dell’area vasta oltre i nostri, c’è poco da inventare. Negli anni passati infatti come sindaci dei diversi comuni ci siamo ripetutamente riuniti in un organismo che si chiama “forum dei sindaci”, ed abbiamo messo nero su bianco le prospettive di sviluppo futuro in un documento che si chiama “pianificazione strategica intercomunale”, approvato poi da ogni municipalità. Una sorta di prova tecnica di area metropolitana. Nello specifico dei nostri due comuni, abbiamo parlato soprattutto di infrastrutture, trasporti, e sviluppo economico/produttivo. La vecchia 131 è diventata una sorta di parco di imprese, che va necessariamente integrata con il flusso di traffico presente sulla attuale 130. Per questo abbiamo parlato di trasporto, soprattutto urbano, e di collegamento dei diversi comuni con l’aeroporto. E ne abbiamo parlato consapevoli di tutte le contraddizioni attualmente esistenti, tra le quali, a titolo di esempio, cito il fatto che a Sestu, ad appena 4 km da Cagliari, e all’aeroporto – l’aeroporto più importante della Sardegna – non passa una sola linea urbana che colleghi col capoluogo. Eppure spendiamo milioni di euro per la continuità territoriale…

Sembra tramontata l’idea di una espansione a macchia d’olio dei diversi centri dell’area metropolitana. Si può pensare a interventi edilizi che soddisfino la domanda di nuove abitazioni senza il consumo del territorio simile a quello dei decenni appena trascorsi?

Anche questo tema è stato oggetto di analisi del forum dei sindaci. Abbiamo tutti condiviso che l’esigenza di nuove abitazioni non può ricadere solo su Cagliari, ma allo stesso tempo la maggior parte dei comuni viciniori non ritiene di dover ampliare la propria capacità di dimensionamento urbano. Abbiamo quindi condiviso l’idea di agevolare i proprietari di doppie case ad affittarle, e di agevolare le riqualificazioni e le riconversioni edilizie. Già solo una rivisitazione dei regolamenti tributari comunali potrebbe di fatto incentivare l’immissione nel mercato di una gran quantità di immobili, ma non si può chiedere ai comuni di far questo senza una necessaria compensazione economica da parte della regione. C’è una marea di stabili esistenti che potrebbero essere risanati e adibiti a edilizia agevolata, ma anche in questo caso è necessario l’intervento legislativo e finanziario della regione.

Nel mondo il tema del diritto all’alloggio delle classi sociali medio e medio-basse si sta affrontando con l’housing sociale. Considerando la crescente difficoltà delle famiglie e dei giovani in particolare ad avere accesso a un mutuo, ti sembra che questo modello possa essere una risposta soddisfacente e qualificata all’esigenza di alloggi che negli ultimi decenni dalla città si è scaricata sui centri limitrofi?

Sono del parere che vada aumentato il finanziamento della legge regionale 32, quella che concede mutui agevolati alle giovani coppie sarde. Noi abbiamo infatti ancora la mentalità dell’avere una casa propria, e questa mentalità va a mio avviso preservata anche in un ottica di garanzia di stabilità per il futuro dei nostri giovani. Tuttavia sarebbero da rivedere le soglie, in quanto quelle attuali consentono a mala pena di acquistare un bivano, a causa del vertiginoso aumento dei prezzi di mercato delle abitazioni, ed andrebbe rivisto il sistema della garanzie accessorie, giacchè oggi i genitori dei ragazzi che vogliono comprar casa non sono purtroppo più nelle condizioni di fare da garanti. Ma soprattutto andrebbe riscritta una politica regionale del credito, che consenta ai nostri giovani un accesso facile e sicuro all’indebitamento, da vedere come un’opportunità e non come un suicidio annunciato. Nel forum dei sindaci abbiamo parlato anche di housing sociale, ma le esperienze finora messe in campo dalla regione si sono rivelate poco efficaci in quanto non coperte da sufficienti risorse pubbliche e menchemeno concertate con le amministrazioni comunali. La considero una buona iniziativa, ma completamente da rivedere a livello regionale.

Sandra Mereu