“Maggioranza” non è una categoria dello spirito

La seduta del consiglio comunale di ieri, 20 giugno 2012, era stata convocata per discutere 5 punti all’ordine del giorno:

  1. comunicazione prelevamento dal fondo di riserva;
  2. ratifica variazione di bilancio;
  3. mozione sul riavvio delle commissioni consiliari permanenti, presentata da Mura (FLI), Perra (civica di  cdx), Cossa (riformatori);
  4. revisione delle commissioni consiliari permanenti;
  5. esame ed approvazione del conto consuntivo.

L’ultimo in elenco viene ritenuto il più importante dall’amministrazione in quanto – come fa notare l’assessore Anna Crisponi nei suoi commenti su facebook – se il consuntivo non venisse approvato entro il 30 giugno si rischierebbe innanzitutto di non poter estinguere i mutui. Un’operazione che permetterebbe di aumentare le disponibilità nei flussi di cassa e quindi la capacità di investimenti pubblici per la realizzazione di nuove opere. Ossigeno in tempi di drammatica crisi economica e disoccupazione alle stelle come quelli che stiamo vivendo. Ma l’opposizione sembra avere altre priorità. Soprattutto sembrano averle i tre consiglieri dissidenti del PD che in concomitanza col consiglio comunale, in veste di militanti di Area Democratica del PD, hanno organizzato un incontro-dibattito sulla giornata mondiale del rifugiato e chiedono per questo la sospensione della seduta.

Si procede con una certa celerità all’esame e al voto dei primi due punti, ma poi la discussione si arena per ben tre ore sulla ricomposizione delle commissioni. Tralasciando la – spero – strumentale interpretazione del concetto di “commissione permanente” come inamovibilità dei componenti e non invece come organismo che non può essere soppresso a prescindere dai consiglieri da cui è composta, è stato tutto un fiorire di disquisizioni sulla presunta illegittimità o nullità dell’atto, sul filo dell’interpretazione linguistica del testo della proposta di delibera e in barba alle interpretazioni esposte dal segretario generale Basolu alla luce della più recente giurisprudenza.

Le commissioni sono un utile supporto all’attività del consiglio in quanto permettono di analizzare e approfondire i temi prima che arrivino all’assemblea consiliare, alla quale spetta comunque la decisione finale dell’approvazione degli atti. La ricomposizione delle commissioni, come hanno spiegato sotto varie angolazioni, diversi esponenti del centro-sinistra, tra cui Giovanna Podda, Giancarlo Angioni ed Elio Farris, si è resa necessaria dopo lo strappo dei tre consiglieri PD che hanno votato contro il bilancio di previsione, determinando così una diversa proporzione numerica all’interno del consiglio tra maggioranza e opposizione che, a termini di statuto comunale, deve essere riprodotta anche all’interno delle commissioni.

A tarda notte dopo tante e ripetute discussioni, “tutta l’opposizione, consiglieri PD dissidenti compresi, abbandona l’aula facendo mancare il numero legale. Salta il voto sulle commissioni e si rimanda anche il punto più importante, il conto consuntivo, spostato a martedì prossimo” (cit. Anna Crisponi). Allora, esauriti tutti i possibili argomenti, fondati o infondati, contro o a favore, 11 consiglieri su 10 designeranno, sulla base dei nomi proposti, i componenti delle “commissioni permanenti”. Risulterà a quel punto evidente quanto inutili e capziosi siano gli argomenti, al limite del metafisico, con cui i tre dissidenti del PD, da quel dì in cui votarono contro il bilancio e tentarono di far cadere la giunta, si affannano a dimostrare di essere ancora parte della maggioranza. Perché “maggioranza” non è una categoria dello spirito ma un banale dato di natura contabile che si concretizza nel 50% più 1 dei votanti.

Sandra Mereu

La sede ritrovata

Pur trattandosi di una faccenda di interesse privato che tutt’al più riguarda una parte dei cittadini che in passato hanno militato nello storico PCI e nei partiti suoi diretti eredi (non dunque il PD che è giuridicamente un partito nuovo nato “senza debiti e senza patrimonio”), da un po’ di tempo a questa parte sulle sorti della sede di via Gramsci si stanno ripetutamente accendendo i riflettori dei media. Neanche fosse un affare di Stato, negli ultimi dieci giorni sono comparsi ben tre articoli in proposito sull’Unione Sarda. Stante l’abbondante circolazione di notizie, ormai non sfugge a nessuno che le parti in causa sono rappresentate da un lato dal ristretto gruppo dei componenti la segreteria del PD (sono infatti parecchi i dirigenti e gli iscritti del PD che pur non avendo mai fatto parte dei DS non hanno condiviso né il merito né il metodo della rivendicazione immobiliare della segreteria), dall’altro dai componenti dell’ultimo direttivo DS. Nel confronto tra le parti, particolarmente aggressiva è stata la battaglia portata avanti dalla segreteria del PD. Elio Farris in una chiacchierata di cui abbiamo riferito in questo blog, ci ha raccontato come in seguito alla concessione gratuita e assolutamente non dovuta del locale del primo piano da parte dell’ultimo direttivo DS all’attuale segretaria del PD, i veri proprietari dell’immobile sono stati dapprima totalmente esclusi dall’utilizzo di quei locali, poi estromessi attraverso la sostituzione non autorizzata della serratura, e successivamente accusati di volerla scassinare e con questa motivazione (rivelatasi infondata) sono state anche allarmate le forze dell’ordine e prontamente informati i giornalisti.

A supportare teoricamente questa serie di decise azioni concrete, alcune curiose argomentazioni, tra le quali quella con cui si pretendeva di far prevalere le statistiche nazionali relative alla nascita del PD su quelle locali, o quelle che indicavano come modello da seguire anche a Sestu i casi di alcune sedi ex Ds passate nella piena disponibilità del PD, senza però spiegarne le ragioni sottese. E infine l’argomento prìncipe (ma forse sarebbe meglio chiamarlo dogma rivelato dall’alto) secondo cui nessuno “meglio del PD può rappresentare la continuità nel rispetto di tutti”. Questi e altri argomenti sostenuti dalla segreteria locale del PD, non devono essere apparsi molto solidi, soprattutto non devono aver trovato granché riscontro nel Diritto perché, alla fine, la Fondazione Berlinguer di Cagliari, organismo autonomo e indipendente dai partiti, legale proprietaria dell’immobile, ha deciso di affidare la sede di via Gramsci a un’associazione locale di recente formazione, costituita da persone che hanno fatto parte dell’ultimo direttivo DS. Il tutto è avvenuto nel solco di una procedura utilizzata per tutte le sezioni territoriali del PCI-PDS-DS donate alla fondazione. Tutto è stato fatto nel rispetto della legalità. I nomi dei responsabili sono noti (sono stati infatti tempestivamente pubblicati domenica scorsa, 22 aprile, sull’Unione Sarda) e non c’è motivo per credere che gli altri componenti dell’associazione vogliano nascondere di farne parte. Queste persone infatti, contrariamente ad altre che pretendono di indicarle al pubblico ludibrio, sono consapevoli di non rappresentare la verità assoluta, sufficientemente mature per sapere che non basta credere di essere nel giusto per esserlo davvero e, infine, sono democratiche quanto basta per ritenere che tanti possono fare meglio di uno. Per tutti questi motivi non dubitiamo che si impegneranno a garantire un utilizzo pluralistico e non esclusivo della sede a favore di tutte le associazioni e formazioni politiche che a vario titolo si riconoscono nella tradizione della sinistra sestese. PD compreso, compatibilmente con le esigenze degli altri soggetti interessati.

Sandra Mereu