LAMPEDUSA – 3 ottobre 2013

"Siamo tutti clandestini" - Orgosolo (NU)

“Siamo tutti clandestini” – Orgosolo (NU)

Non è certo semplice affrontare una tragedia come quella accaduta a Lampedusa, ultimo tragico atto di una lunga serie, senza scadere nella retorica, senza lasciarci trascinare dal sentimento, che pure in questi frangenti ha pieno diritto di esprimersi.
Proviamo orrore e rabbia, soprattutto perché questi fatti accadono da troppo tempo per potersi nascondere dietro il facile alibi del “non sapevamo”. Sappiamo, sappiamo eccome, e lo sappiamo nuovamente in questi difficili anni in cui anche gli italiani hanno ripreso ad emigrare non più per scelta, ma per necessità. Pur non potendo mettere i fenomeni sullo stesso piano, chi di noi non ha uno o più amici lontani perché costretti a cercare altrove quello che l’Italia non riesce più a garantire? Non voglio parlare delle abnormi cifre di vite affondate nel nostro mare, perché non voglio che l’arida statistica faccia dimenticare che dietro ognuno di quei numeri che stiamo mettendo in fila c’era un nome, un volto, una storia, una speranza, un’umanità che ci accomuna a prescindere da qualunque altra considerazione.

L’episodio di Lampedusa mi ha ricordato un murale che ho fotografato qualche anno fa in occasione di una gita con amici ad Orgosolo. Era una giornata fredda d’inverno e minacciava pioggia, il cielo era grigio, e uscendo da una viuzza stretta e un po’ buia, ci siamo ritrovati improvvisamente davanti a questa meraviglia. Nella sua tragica bellezza la considero, oggi, un omaggio di rispetto per gli uomini, le donne e i bambini che ieri notte hanno trovato la morte. Il titolo “Siamo tutti clandestini” rimanda a un sentimento ben preciso del suo autore: la solidarietà che non deve mai venire meno, la capacità di accogliere chi nella disperazione si aggrappa a qualunque mezzo per raggiungere i nostri porti, prima tappa per la ricerca di una vita migliore. Siamo tutti clandestini, ne sono convinta, e lo saremo fino a che non saremo capaci di cambiare le cose.

Il quadro che ha ispirato questo murale è il famosissimo “La zattera della Medusa“, una pittura ad olio del francese Théodore Géricault, esponente della cultura figurativa romantica, che realizzò l’opera tra il 1818 e il 1819. Il fatto di cronaca che lo aveva ispirato risaliva a un episodio avvenuto qualche anno prima: il naufragio di una fregata, la Meduse, che trasportava una delegazione francese verso la colonia senegalese di Saint Louis. E le circostanze, per quello che si sa, sono tragicamente simili al naufragio del barcone di Lampedusa: la Meduse, infatti, trasportava circa 400 persone e naufragò a causa dell’impatto su una secca. Una zattera di fortuna accolse quanti non avevano trovato posto sulle scialuppe e fu da queste ultime trainata, fino a quando qualcuno tagliò la fune e i circa 150 naufraghi sulla zattera furono abbandonati a loro stessi e alla furia del mare. Alla nave che prestò loro soccorso non arrivarono almeno 135 uomini.

Non conosco la data esatta del murale di Orgosolo, che ritengo recente e presumibilmente del toscano Francesco del Casino (o di un suo seguace), insegnante delle scuole medie orgolesi che alla metà degli anni ’70 coi suoi alunni diede vita a una straordinaria stagione creativa. Lo spunto di partenza fu l’anniversario della Liberazione del 1975. Il dipinto francese e il murale orgolese sono figli della stessa sensibilità per la cronaca che vede protagonisti esseri umani: affrontano con linguaggio diverso, ma medesima partecipazione ai fatti, un evento tragico al quale non si sentono estranei, nella misura in cui ogni dramma (come ogni gioia) di un essere umano ci appartiene. E sono al tempo stesso un richiamo alle responsabilità individuali e collettive davanti a ciò che accade quando la storia presenta il conto.

Anna Pistuddi

Primo Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo

I MEETING INTERNAZIONALE DELLE POLITICHE DEL MEDITERRANEO

con

Il responsabile Esteri di Hezbollah, Ammar Al-Mussawi

e lo scrittore Giulietto Chiesa

4-5 ottobre 2013 – Hotel Regina Margherita – Cagliari

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Invito-ITA-250x250Il 4 e 5 ottobre a Cagliari, all’hotel Regina Margherita, si  terrà la prima edizione del “Meeting Internazionale delle Politiche del Mediterraneo”” organizzato dal Centro Italo Arabo Assadakah, che da anni svolge attività di sensibilizzazione e comunicazione tese ad incentivare il dialogo tra i popoli e la cooperazione.

Ospiti d’eccellenza della due giorni di eventi saranno: il Responsabile Esteri di Hezbollah Ammar Al-Mussawi e il Presidente della TV di Stato Al Manar, Abdallah Kassir, l’ex deputato egiziano Mohamad Mneib Jenedey e il deputato tunisino Abdallah Alzawari.

Durante la prima giornata del Meeting, a partire dalle ore 16:00, si terrà la conferenza dal titolo “Politica ed economia nel Mediterraneo. Nuovi orizzonti tra Africa Mediterranea, Eurasia e Occidente”.      

Durante il dibattito verranno affrontati i temi legati alla situazione geopolitica creatasi in Medio Oriente, in seguito al degenerare del conflitto siriano e della rivolta in Egitto. Inoltre, particolare rilevanza verrà accordata alle dinamiche che hanno condotto alla situazione di instabilità interna dei Paesi di quell’area, e alle ripercussioni che questo fenomeno ha provocato nei rapporti tra le vecchie superpotenze, Usa e Russia, e i Paesi emergenti quali Cina, Iran, Brasile e India.

Alla conferenza, moderata dal giornalista del Sole 24 ore, Alberto Negri, parteciperanno il segretario generale di Assadakah Raimondo Schiavone, che introdurrà i lavori, l’on. Salvatore Cicu, l’On. Antonello Cabras, il  senatore Giorgio Tonini, il presidente del Forum Affari Esteri Giacomo Filibeck ed il giornalista Talal Khrais.

La seconda giornata (5 ottobre) del Meeting, a partire dalle ore 09:30, sarà invece dedicata al tema dell’immigrazione: “Emergenza  immigrazione. Verso una nuova cultura dell’accoglienza”.

Il confronto politico tra il Paese che accoglie e il Paese da cui si emigra, per ragioni economiche, sociali e politiche, sarà al centro del dibattito, nel corso del quale di affronteranno le tematiche inerenti il tema dell’accoglienza, dell’integrazione del rispetto e del dialogo tra le diverse culture e si confronteranno esponenti del mondo accademico, della politica e delle istituzioni.

Interverranno: Gianni Loy, docente del diritto del Lavoro dell’Università degli Studi di Cagliari, Francesco Lo Sardo, direttore del Centro di Prima accoglienza di Elmas, Romina Mura deputato alla Camera del PD e Michele Piras, Deputato alla Camera di Sel, Vicepresidente di Assadakah Sardegna, Franco Murgia.

Nel pomeriggio della stessa giornata, alle ore 17:00, si terrà una tavola rotonda, dal titolo “Controinformazione. Dalla Libia alla Siria, la guerra dei media”, alla presenza dello scrittore e giornalista Giulietto Chiesa, del segretario di Assadakah Schiavone, autore del libro “Syria. Quello che i media non dicono”, che verrà presentato durante l’evento e degli ospiti libanesi, il Responsabile Esteri di Hezbollah Ammar Al-Mussawi e il Presidente della TV di Stato Al Manar, Abdallah Kassir.

Associazione Assadakah Sardegna

Insegnare italiano all’estero, tra stereotipi e luoghi comuni

Su Sardinia Post qualche giorno fa è apparsa un’intervista a un insegnante della provincia di Cagliari che insegna italiano all’estero (Francia). Accanto ad alcune considerazioni valide universalmente, come ad esempio l’arricchimento che deriva dal fare esperienze di lavoro in altre nazioni e in altri sistemi organizzativi, la docente intervistata metteva a confronto il sistema scolastico italiano con quello francese e faceva alcune valutazioni su come vengono percepiti gli italiani che vivono in Francia. A tanti sardi della mia generazione (che non necessariamente sono cresciuti leggendo Salgari e Verne, come l’intervistata di Sardegna Post) è toccato emigrare all’estero e molti di noi hanno almeno un compagno di classe che si è allontanato dall’isola alla ricerca di lavoro. I racconti che ci fanno questi nostri amici, però, in molti punti non collimano con la rappresentazione offerta dalla docente cagliaritana trapiantata ad Amiens. Carla Cristofoli, una nostra concittadina che da qualche anno vive e insegna italiano a Parigi, ad esempio, avrebbe al riguardo qualcosa da obiettare…

Carla CristoforiCarla, tu l’hai letto Salgari?

Salgari l’ho letto vent’anni fa. Di lui mi ricordo che scrisse le favolose avventure che noi conosciamo, nel chiuso del suo studio, Salgari non ha mai viaggiato oltre il mar adriatico. Le sue storie sono il frutto della sua eccezionale fantasia. Viaggiare ci permette di allargare la mente, vero e falso allo stesso tempo. Nella mia esperienza d’emigrazione, che mi ha visto costretta a lasciare la Sardegna prima verso il nord est italiano e poi verso la Francia, ho avuto modo di incontrare altri emigrati, alcuni residenti altrove da trent’anni e che non hanno mai cambiato né il loro stile di vita né il loro modo di pensare. Di contro ho amici che pur non avendo mai lasciato Sestu, con il loro viaggio feriale di 15 giorni all’anno tornano ogni volta migliorati dalla loro esperienza. Sono partiti proprio con questo desiderio.

Stai dicendo che in definitiva per aprire la mente vale più leggere che viaggiare?

Questo è il punto. Certo leggere, conoscere la letteratura o il cinema degli altri popoli è un modo utile per capire la loro cultura e la loro storia, spesso vale molto di più di un viaggio a fini turistici. Attenzione però allo stereotipo, un’arma difficile da utilizzare. Da un lato facilita la comunicazione, dall’altro può ritorcersi contro di noi. E’ il segno a doppio significato. La conoscenza che lo straniero ha dell’Italia è spesso costruita sulle immagini di un tempo che non ci appartiene più (Fellini, Mastroianni, Sofia Loren, la Ferrari, la vespa, aggiungiamo pizza spaghetti e mandolino e abbiamo fatto il quadro), non so neanche dire se ci sia veramente mai appartenuta.

L’insegnante intervistata da Sardinia Post sostiene che all’estero si ha un’idea positiva dell’Italia e della Sardegna. Gli italiani sono considerati eleganti e l’Italia per il mondo è ancora il paese della bellezza e della dolce vita. Puoi dire lo  stesso?

Nel mio lavoro mi sento spesso in dovere di ribaltare una certa visione. Quando i miei alunni, che sono tutti adulti, tornano da me dopo un viaggio a Roma e mi raccontano di quanto la città fosse sporca e difficile da gestire per la scarsità dei mezzi di trasporto e altri mille motivi, mi raccontano una disillusione. Lo stereotipo si ribalta e loro non hanno i mezzi per comprendere questo ribaltamento. Allora devo raccontare loro di quanto siano stati disastrosi gli ultimi anni di amministrazione romana, sento il dovere di raccontare un’altra storia. Non credo che questo tolga fascino a quello che di Roma resta, ma certo aiuta a costruire una visione più completa, fornisce gli strumenti per capire la complessità della realtà italiana. Ribalto con loro lo stereotipo. Se non abbiamo il coraggio di farlo è meglio cambiare mestiere o limitarsi alle strutture morfosintattiche della lingua, che già la sintassi ci obbligherebbe a ben altri ragionamenti.

Quindi in definitiva su tutto si afferma la conoscenza diretta della realtà…

Ciò che voglio dire è che dovremmo smetterla di raccontarci, noi italiani per primi, la favola felliniana della ‘dolce vita’ e cominciare anche a parlare delle storie di vita di Ozpetek, di Paolo Sorrentino, o per dirla al femminile di registe come la Comencini o la Archibugi, artisti che raccontano un’altra storia, quella di un’Italia più vera. Se smettessimo di cantare ‘o sole mio’ o ‘volare e cantare’ forse potremmo cominciare a parlare di Franco Battiato, che è canto morale e spirituale o di Vinicio Capossela o di altri artisti ancora troppo sconosciuti…

A chi stai pensando?

Penso ad esempio a Piero Sidoti, che canta il calvario di tutta una generazione di precari, il Giorgio Gaber della nostra generazione, ma solo pochi ancora lo sanno. E’ arrivato il momento di prendere coscienza della nostra realtà sociale, umana e artistica. Abbiamo tanto da dare e da mostrare, abbiamo risorse attuali che neanche conosciamo e invece è proprio da qui che dovremmo ripartire.

Usi anche la musica per comunicare l’altra Italia ai tuoi studenti?

Si, l’ultima lezione li faccio cantare. Il tema è ovviamente l’addio e dunque ‘Arrivederci amore ciao’ di Paolo Conte. Parlo di Caterina Caselli una delle poche donne del Beat italiano, si parla del boom economico e dei contrasti generazionali degli anni ’60, ma poi propongo la versione di Battiato perché la preferisco. E per chiudere in assoluta bellezza ‘O bella ciao’, ma parto dalle proteste delle Mondine all’inizio del secolo e poi qualche parola sulla Resistenza italiana e di come il canto è stato ripreso dai partigiani. Mi piace la versione dei Modena City Ramblers. Dall’anno scorso non dimentico di sottolineare che Francois Hollande ha scelto il canto popolare dei partigiani dell’Emilia-Romagna per concludere un suo discorso in occasione delle elezioni presidenziali 2012, tra gli applausi della folla.

A proposito di precari, fino a che punto si può dire – tornando all’intervista di Sardinia Post – che “un insegnante serio non può permettersi la noia”? Quando la realtà spesso sottaciuta invece è quella di una categoria di insegnanti, non solo precari, che si trova oggi sulla soglia della povertà (si legga Il volto dimenticato della crisi, Repubblica 02/06/2013). Per i quali non solo è diventato impossibile viaggiare ma anche comprarsi libri, andare a teatro o al cinema. Ai quali, insomma, sta mancando il nutrimento culturale e stanno venendo meno gli stimoli necessari a svolgere al meglio una professione intellettuale come è quella dell’insegnante.

Non conosco lavoro in cui nel suo essere routinario ad un certo punto non ci si annoii, mi sembra umano. Un insegnante, serio o meno che sia, non capisco cosa la collega voglia intendere, non solo si annoia, ma anche si dispera. Si dispera perché è infinito il percorso che porta dal precariato alla stabilità, perché forte è il carico di cui è investito dalla scuola dalle famiglia dalla società, si dispera perché è spesso solo, perché il sistema scuola troppo spesso non fornisce tutti gli strumenti necessarii a svolgere al meglio il lavoro, sebbene lo chieda e lo pretenda.

Un ultima domanda. E’ meglio o peggio insegnare italiano all’estero?

Non ho mai insegnato nella scuola pubblica francese, non posso dunque farti un paragone. Io lavoro nel sistema della formazione continua agli adulti, sono una libera professionista, fatturo e vengo pagata per le ore di formazione che svolgo in azienda. Questo è il nuovo dispositivo di lavoro europeo, tutto il mondo è paese, tanto per usare un altro stereotipo. Ti posso dire che mi piace insegnare l’italiano come lingua straniera, è per me un punto di vista nuovo. Mi piace in questo tipo d’insegnamento lo scambio di punti di vista, l’incontro di culture diverse. La considero un’evoluzione nella mia carriera d’insegnante e anche nella mia formazione personale ed umana. Faccio il meglio che posso, ma lo confesso, a volte mi annoio, capita.

Sandra Mereu

Le biblioteche e i ragazzi venuti da lontano

La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontanoMolti avevano sperato che con un nuovo governo finalmente i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia avrebbero ottenuto la cittadinanza. Le forze politiche che sostengono la necessità si modificare la legislazione vigente sono però una minoranza. Non vogliono una riforma i partiti di destra, non la vuole il movimento di Beppe Grillo che ha giudicato lo ius soli (principio sulla base del quale si diventa cittadini del paese dove si nasce) un’idea che serve solo a “distrarre gli italiani dai problemi reali”, frutto dei sentimenti “buonisti” della sinistra.

Queste posizioni denunciano chiaramente come in Italia prevalga e venga incoraggiata una mentalità chiusa, respingente e per certi versi arcaica. Concedere la cittadinanza agli stranieri, ai bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, parlano italiano (e spesso anche i nostri dialetti), conoscono la nostra storia e la nostra cultura, e i cui genitori pagano le tasse nel nostro paese, è prima di tutto una questione di civiltà.

I minori, figli di stranieri in Italia sono circa 750.000, di oltre centonovanta nazionalità diverse, un decimo dell’intera popolazione minorile. I nuovi nati in Italia rappresentano il 12,6 % del totale delle nascite. Accogliere i figli degli immigrati, favorire la loro integrazione e una buona convivenza con gli italiani d’origine significa anche scommettere sul nostro futuro. Soprattutto in Sardegna dove, secondo una recente stima dell’Università di Sassari, entro il 2050, si perderà 1/3 della popolazione attuale.

La vigente legislazione sulla cittadinanza, basata sullo ius sangunis (si diventa automaticamente cittadini solo se si discende da italiani), appare oggi ingiustificata e contraddittoria rispetto al nostro passato di popolo di migranti. Poteva infatti avere un senso fintanto che permetteva agli emigrati italiani di tenere un legame con la propria nazione d’origine, con la terra da cui a malincuore, in tempi non tanto lontani, erano dovuti andare via alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli o semplicemente per sfuggire a un destino di povertà e miseria. Ma non più oggi che da terra di migranti siamo diventati un paese verso cui si emigra. Ogni anno, per le stesse motivazioni che spingevano i migranti italiani del passato a partire, arrivano in Italia romeni, marocchini, senegalesi, albanesi, cinesi.

Conoscere la nostra storia di migranti può aiutare a vedere la realtà sotto una diversa prospettiva e a fare scelte non solo meno egoistiche ma anche più intelligenti. Questa storia la si può raccontare in vari modi e da molte angolature. Cecilia Cognigni in un saggio, pubblicato da Editrice Bibliografica (2012), lo ha fatto dal punto di vista dei libri e delle biblioteche. Attraverso questo libro, intitolato “La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontano”, l’autrice spiega a una giovane diciassettenne nata in Italia da genitori stranieri, quindi non in possesso della cittadinanza italiana, le opportunità che le biblioteche pubbliche offrono ai giovani stranieri e l’importante ruolo che svolgono nel favorire la multiculturalità.

Contemporaneamente, Cecilia Cognigni ci ricorda quanta sofferenza, solitudine e nostalgia patirono i nostri avi che emigravano nelle Americhe e come le biblioteche pubbliche delle nazioni ospitanti svolsero un ruolo molto importante nel farli sentire meno soli, offrendo corsi di lingua, libri e giornali anche nelle lingue madri dei paesi di provenienza. E così facendo favorivano l’integrazione degli italiani e degli altri migranti nella società.

Anche gli stranieri che arrivano oggi in Italia hanno necessità di imparare la nostra lingua, ma allo stesso tempo sentono il bisogno di poter continuare a parlare e leggere nella propria lingua “madre”, la lingua con cui hanno imparato ad esprimere i loro sentimenti e le loro emozioni più profonde. “Poter leggere nella propria lingua i propri autori, i libri classici del paese di provenienza – spiega la Cognigni – aiuta a sentirsi a casa propria”.

Le biblioteche pubbliche sono le istituzioni più adatte a rispondere a questa esigenza. Da sempre infatti sono il luogo della multiculturalità per eccellenza. Per loro stessa funzione – fa notare l’autrice – le biblioteche ambiscono a raccogliere testi e documenti di paesi, culture e lingue diverse. La biblioteca di Alessandria è l’esempio più famoso. Inoltre la biblioteca pubblica – come è scritto nel Manifesto dell’Unesco del 1995 – è aperta a tutti e offre gratuitamente pari opportunità di accesso, senza distinzioni di età, sesso, lingua, religione o condizione sociale. Anche chi non ha sufficienti risorse economiche dunque può “prendere in prestito un libro, leggere un giornale, navigare in Internet da un PC, fare una ricerca, consultare un antico manoscritto, vedere un film, ascoltare musica, partecipare a un incontro, frequentare un corso di lingua italiana, di lingua inglese o di computer”.

Così come in America nell’Ottocento, anche in Europa oggi esistono molte biblioteche pubbliche multilingue che accompagnano il processo di integrazione degli immigrati. Per l’Italia l’autrice si sofferma in modo particolare sulla biblioteca comunale “Lazzerini” di Prato, dove risiede la comunità cinese più grande d’Europa. Questa biblioteca “da molti anni mette a disposizione della cittadinanza un ricco catalogo di libri in lingua cinese e oggi costituisce un punto di riferimento in Italia”. Inoltre ha istituito gli scaffali multilingue circolanti, raccolte di libri e altri materiali in più lingue che vengono messi a disposizione di altre biblioteche, ma anche di scuole e associazioni del territorio regionale. A Torino invece, come avveniva a New York, Boston, Cleveland, dove gli immigrati italiani imparavano l’inglese, si tengono corsi di italiano per stranieri, spesso collegati a corsi di cittadinanza.

Ci sono inoltre molti altri modi attraverso i quali le biblioteche aiutano il processo di integrazione degli immigrati. In biblioteca – ci dice l’autrice – si fa controinformazione rispetto ai tanti luoghi comuni che circolano sul conto dei migranti extracomunitari, non molto diversi da quelli che un tempo circolavano sugli italiani che emigravano in America o in Australia.

Ma soprattutto in biblioteca ci sono i libri, che favoriscono la conoscenza reciproca e l’accettazione del pluralismo culturale. Si trovano storie che raccontano di mondi, lingue e culture diverse, ma anche di personaggi che rivelano molti punti in comune tra popoli diversi. Così può capitare di scoprire che il Giufà, lo sciocco delle fiabe arabe, è il “fratello gemello” del nostro Basuccu. E a rendere possibile questa condivisione sono state proprio le migrazioni degli uomini che trasferendo elementi della loro cultura dall’oriente in occidente, e viceversa, hanno contribuito a migliorare, trasformandole, le civiltà. In biblioteca poi – ci segnala Cecilia Cognigni – tutti possono leggere romanzi come quello di Paolo Capriolo Io come te. Una storia dove si impara che “per comprendere fino in fondo cosa significa essere straniero e clandestino” bisogna mettersi nei panni degli altri.

Sandra Mereu

“Sestu plurale” in Sardegna multiculturale

Sonora (Foto di Giovanni Coda)L’Italia è rimasto in Europa uno dei pochissimi paesi dove ancora vigono leggi sulla cittadinanza discriminatorie e restrittive. In Italia è infatti applicato il cosiddetto ius sanguinis, un principio per il quale essere cittadino o cittadina di un paese non dipende dal fatto che in esso si viva, si lavori o si frequenti la scuola, ma dal fatto che nelle proprie vene “scorra il sangue italiano”. Un concetto che rimanda a logiche d’altri tempi, più consone alle usanze primitive delle società arcaiche che a un moderno paese civile. Questa normativa peraltro appare contraddittoria rispetto al nostro recente passato di popolo di migranti e paradossale in relazione alla concessione fatta ai discendenti dei nostri emigrati all’estero del diritto di voto e della cittadinanza, nonostante questi non parlino la nostra lingua, non abbiano studiato in Italia né paghino le tasse nel nostro paese.

Quello dell’integrazione degli stranieri attraverso leggi che facilitino il riconoscimento della cittadinanza non è solo un fatto di civiltà e di buoni sentimenti. Su questo terreno si misurerà la capacità dei nostri politici, di quelli sardi in particolare, di creare opportunità di sviluppo economico per il futuro, mettendo gli immigrati nelle condizioni di insediare o insediarsi in attività economiche utili alla collettività sarda, utilizzando i loro saperi e competenze. Nel 1970 in Italia si contava un cittadino straniero ogni quattrocento residenti; nel 1990 uno ogni cento; oggi è straniero un abitante su 14. Gli immigrati sono quattro milioni e si prevede saranno sei milioni nel 2017 e dodici milioni nel 2050. Di contro, in un recente studio dell’Università di Sassari si sostiene che entro il 2050 la Sardegna perderà 1/3 della sua popolazione.

Lo spopolamento della nostra regione da sempre è stato avvertito come freno dello sviluppo economico. In passato i sovrani piemontesi lo affrontarono con specifiche politiche di colonizzazione. Dalla concessione di terre a coloni tabarchini, provenienti dalle coste del nord Africa, nacque Carloforte e si sviluppò una fiorente attività economica legata alla pesca; ai coloni greci si deve invece l’insediamento di Montresta (vicino a Bosa) e le attività agro-pastorali che si attivarono in quel territorio. Degli “altri” noi sardi, stando alle previsioni demografiche, non possiamo fare a meno neanche oggi e pertanto una politica che si voglia un minimo lungimirante non potrà non tenere conto di questo dato di fatto. Occorre attrezzarsi dunque per creare condizioni atte a incentivare lo stanziamento di nuovi immigrati (sono infatti ancora pochi quelli che decidono di fermarsi stabilmente nella nostra isola) e a favorire un buon livello di convivenza civile tra vecchi e nuovi residenti.

L’integrazione degli stranieri passa innanzitutto attraverso la diffusione di informazione corrette sui vari gruppi etnici residenti e sulla loro cultura. I giornali e i telegiornali spesso non aiutano in questo. Quando ne parlano lo fanno alimentando pregiudizi e luoghi comuni sul loro conto. Ad esempio capita di sentir definire  “nomadi” i rom (più noti come zingari) anche se questi da tempo vivono e lavorano stabilmente nel nostro Paese. Se li si vuole identificare in maniera più precisa, gli stranieri sono genericamente “i romeni”, “gli albanesi”, “i senegalesi”. Raramente sono persone con una storia, con un nome e un cognome. Frequentemente i giornali li definiscono “clandestini”, assimilandoli ai criminali e facendo percepire la loro presenza in Italia come un pericolo: “Investita da un romeno”, “Serie di furti, allarme rom”, sono solo un esempio dei titoli che si leggono sui quotidiani.

Da qui la scelta del circolo tematico “Sestu Plurale” di creare – in occasione dell’inaugurazione, che si terrà sabato 17 novembre – un momento di incontro e di convivialità aperto a tutti i gruppi etnici, linguistici e culturali presenti nel nostro territorio. Osservare i loro oggetti, assaporare il loro cibo, il cous cous e il riso, ascoltare la loro musica e i loro racconti ci permetterà di entrare in contatto diretto con la loro cultura. La conoscenza dell’altro è infatti il vero antidoto contro la paura che nell’immediato crea steccati e alimenta il razzismo. Sentiremo dalla viva voce di Hamze Jammoul quali sentimenti di ansia e preoccupazione attraversano un giovane libanese immigrato che assiste impotente, lontano da casa e dai suoi familiari, alla distruzione del paese dove è nato e cresciuto a causa della guerra, e come solo l’amore e la solidarietà delle persone intorno possono dare la forza per andare avanti. E ascoltando le fiabe palestinesi di Mohammed Ayyoub scopriremo che personaggi e trame di questo genere letterario ci uniscono alla tradizione culturale dei popoli arabi, che il Giufà (lo sciocco) è il “fratello gemello” del nostro Basuccu. E a rendere possibile questa condivisione sono state proprio le migrazioni degli uomini che trasferendo elementi della loro cultura dall’oriente in occidente, e viceversa, hanno contribuito a migliorare, trasformandole, le civiltà.

Sandra Mereu

Moni Ovadia, i Rom e la nostra memoria corta

Il 12 agosto scorso ho avuto l’occasione di collaborare alla realizzazione dello spettacolo “SENZA CONFINI. EBREI E ZINGARI” curato da Moni Ovadia nell’ambito di Ittiritmi, il festival di World Music che da ventidue anni si svolge a Ittiri, quest’anno dedicato al tema dei migranti. In questo suggestivo contesto lo scrittore e drammaturgo, impegnato nella diffusione della cultura ebraica delle sue origini, ha presentato un percorso musicale dedicato a ebrei e rom (a cui appartengono anche i sinti, più noti come “zingari”). Musiche strepitose e struggenti, eseguite da musicisti di un virtuosismo e un talento straordinari e accompagnate dal commento di Moni Ovadia, hanno mostrato al pubblico presente l’anima di due popoli che per millenni hanno condiviso il comune destino dell’esilio. Due popoli, i rom e gli ebrei, con una ben riconoscibile identità, un marcato sentimento di appartenenza, una lingua e forti tradizioni culturali e musicali, ma senza una patria con dei confini e un esercito a difenderli. Almeno sino alla tragedia della seconda guerra mondiale, che li ha visti internati insieme nei lager nazisti per essere sterminati. Poi – ha proseguito Ovadia – gran parte della popolazione mondiale degli ebrei ha scelto di vivere in uno Stato-Nazione, all’interno di confini chiusi e ben difesi. Invece rom e sinti hanno continuato ad essere come prima della seconda guerra mondiale, cioè senza patria, “calunniati, disprezzati, non conosciuti” e per questo emarginati e oggetto di tanti e infondati pregiudizi. Impossibile, ascoltando quelle parole, non ripensare a quando da piccolo vivevo nel terrore “degli zingari” perché, ci dicevano gli adulti, “rubano i bambini”, da arrivare un giorno persino a imbracciare il vecchio fucile da caccia di mio nonno per farli allontanare dall’ingresso di casa. Impossibile, dopo aver ascoltato la loro musica, non vergognarsi di quelle gesta eroiche.

La musica dei rom è una musica che sprizza vitalità, “capacità di mordere la vita”, “di esistere a dispetto di tutto e tutti”, “senza convenzioni e senza neanche bisogno di un tetto dove vivere”. La musica è l’arte e il linguaggio dove i sinti si sono espressi al meglio – ha sottolineato Moni Ovadia –, una musica universale che esprime come poche altre “l’intima profondità dell’animo umano”, capace per questo di influenzare le composizioni di grandi musicisti romantici e tardo romantici, come Liszt e Brahms. Conoscere la loro musica, la loro cultura, apprezzarne la profonda umanità è un modo per superare la diffidenza nei loro confronti, quella diffidenza che ci impedisce di ospitarli all’interno dei nostri quartieri e di farli vivere in case dignitose o ci spinge a nasconderne l’origine quando si affermano nella società per le loro capacità, ad esempio per i loro meriti sportivi. I giornalisti – ha rimarcato Ovadia – preferiscono definire il rom Ibrahimovic “il campione svedese” e addirittura tacciono sul fatto che Pirlo è un sinto. Ma c’è anche un’altra cosa che può aiutarci ad essere più tolleranti e ad accettare la diversità di chi non appartiene alla nostra gente – ha detto Ovadia a conclusione del concerto – ed è ricordare che noi italiani (e noi sardi in particolare, ndr) siamo stati un popolo di migranti, ospiti mal tollerati in terra straniera, emarginati e vittime di pregiudizi razziali. E ha letto le seguenti parole:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. … Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Sono parole che oggi non ci stupiremmo di leggere in grandi giornali o sentire pronunciare da certi politici di razza, in riferimento appunto agli zingari. Provengono invece da un documento ufficiale, la “Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti”, scritta esattamente un secolo fa, nell’Ottobre del 1912.

Pierpaolo Meloni

Chi vive a Sestu è sestese, chi nasce in Italia è italiano!

Nel consiglio comunale di ieri, 31 luglio 2012, su proposta del gruppo consiliare del PD è stato approvato un ordine del giorno di indirizzo a sostegno del riconoscimento della cittadinanza italiana ai bambini e ragazzi di origine straniera nati o cresciuti in Italia. Una battaglia che il Partito Democratico sta portando avanti nelle sedi parlamentari e nella società accanto ad organizzazioni impegnate per i diritti civili, a forze sindacali ed enti locali di diverso orientamento culturale e politico. Come ha dimostrato anche una recente indagine ISTAT, “I migranti visti dai cittadini”, le forze politiche che in Italia si oppongono al riconoscimento di questo diritto ormai combattono un’inutile battaglia di retroguardia in una società che si sta evolvendo e sembra aver accettato l’idea della multiculturalità. Secondo i dati istat, infatti, il 72,1% degli italiani è favorevole all’introduzione dello ius soli per permettere il conferimento alla nascita della cittadinanza ai figli degli immigrati che nascono nel nostro Paese.

L’amministrazione comunale di Sestu dunque, accogliendo la sollecitazione del consiglio comunale, si è impegnata a chiedere al parlamento una legge che superi la normativa vigente, basata sull’obsoleto ius sanguinis, per la quale la cittadinanza è un diritto che si ottiene automaticamente per discendenza da genitori italiani ed estenda questo diritto anche ai figli di genitori stranieri regolarmente residenti in Italia e ai ragazzi adolescenti che abbiano compiuto nel nostro Paese almeno un ciclo scolastico. Permettere a tanti bambini e ragazzi che per cultura si sentono italiani, conoscono la nostra storia, spesso parlano i nostri dialetti (ma che magari non possono partecipare a una gita scolastica all’estero insieme ai loro compagni a causa della loro condizione di stranieri) di venire pienamente integrati nella società è prima di ogni altra cosa un fatto di civiltà. Nondimeno, per un Paese come il nostro, con un bassissimo tasso di natalità, avviato pertanto verso l’irreversibile invecchiamento della popolazione originaria, concedere il diritto di cittadinanza agli stranieri di seconda generazione è allo stesso tempo un’opportunità per la crescita economica della nazione. Non solo perché gli immigrati sono necessari per fare il lavoro che gli italiani non vogliono fare (come ormai ammette il 63% degli italiani), ma anche perché è dimostrato che nelle Università gli iscritti di origine straniera sono in costante aumento. Questi cervelli italiani irrorati di sangue straniero, sono spesso animati da grande spirito di riconoscenza verso la nazione che li ha ospitati e desiderosi pertanto di restituire ciò che hanno avuto, ma per effetto delle farraginose leggi sulla cittadinanza non di rado finiscono per andare a lavorare all’estero dove le multinazionali fanno a gara per accaparrarseli.

Proseguendo nella direzione tracciata dall’ordine del giorno sullo ius soli, votato ieri dal consiglio comunale, l’amministrazione di Sestu sembra anche intenzionata a compiere nel prossimo futuro un atto dalla forte valenza simbolica: il riconoscimento della cittadinanza onoraria a bambini figli di genitori stranieri residenti nel nostro comune. Un atto che per quanto simbolico può servire ad orientare i comportamenti dei cittadini in una fase in cui, come rivela il rapporto istat, l’approccio degli italiani con il fenomeno migratorio mostra non pochi aspetti contraddittori che invitano chi ha responsabilità a moltiplicare gli sforzi sul piano dell’integrazione e della mediazione culturale. Accanto alla positiva apertura rappresentata dall’accettazione degli stranieri da parte degli italiani, permangono ancora diffidenze e pregiudizi. Così se la maggioranza degli italiani non pensa più che l’immigrato ci “ruba” il lavoro, inquieta ancora l’idea che possa far parte del nostro vicinato o della nostra famiglia. Le recenti vicende di discriminazione nei confronti dei Rom che hanno interessato alcuni comuni vicini al nostro ne sono la concreta rappresentazione.

Sandra Mereu

La notte del buon consiglio

C’era il fuoco acceso. Pietro sentì il crepitio delle fiamme nel camino prima ancora di vederle. Eppure Teresa sarebbe dovuta essere a letto già da qualche ora. O era stato lui stesso ad accendere il fuoco con la forza del pensiero, tanto l’aveva desiderato ed evocato rientrando a casa a piedi, col freddo che gli era penetrato fin dentro le ossa?

Forse per il sollievo, forse per la stanchezza, forse per il sangue che aveva preso a circolare nuovamente nelle sue vene, in un impeto di euforia provò a testare ulteriormente le sue capacità di psicocinesi, utilizzando la forza del pensiero per accendere la luce. La lampadina però rimase ostinatamente spenta, al contrario delle guance di Pietro che si accesero di immediata vergogna non appena lo colse la consapevolezza di aver abdicato, anche se solo per un momento, alla sua solita razionalità. Stava dunque più realisticamente per allungare la mano verso l’interruttore, quando un movimento attirò la sua attenzione sul divano. Teresa, si alzò e rimase un istante ferma per riacquistare l’equilibrio, l’aspetto assonnato e arruffato contrastava con quello fiero e minaccioso del non meglio definito supereroe stampato sul plaid che la avvolgeva. Riuscì a rivolgergli comunque una muta domanda con lo sguardo, alla quale Pietro rispose con un leggero cenno affermativo. Lei accennò mezzo sorriso.

-“Non farci l’abitudine – disse indicando il fuoco – domani mi racconti com’è andata ho sonno, notte”.

-“Notte e grazie”, rispose Pietro sfiorando con le labbra i capelli della moglie.

Rimasto solo si lasciò cadere sul divano allungando i piedi verso il camino ringraziando ancora mentalmente Teresa per aver tenuto acceso il fuoco. Non che in caso contrario sarebbe morto di freddo. La loro casa era infatti dotata di un modernissimo sistema di riscaldamento, che lui come il resto della famiglia e di tutte le persone che frequentavano la loro casa trovava di solito assolutamente sufficiente. Di solito, ma non sempre. Non in giornate come quella in cui il suo bisogno di calore non si sarebbe placato con un semplice aumento di temperatura. No, aveva bisogno di quel calore che pervade tutti i sensi. Aveva bisogno di vederlo, di sentirne il rumore e il profumo. Aveva bisogno di sentirsene avvolto. Aveva bisogno del fuoco acceso nel cammino, insomma. E Teresa questo l’aveva capito. Ma d’altra parte la sua capacità di capirlo così profondamente era uno dei motivi per i quali l’aveva sposata. Un altro era il tempismo del suo sonno. Sembrava infatti che un sonno irrefrenabile cogliesse Teresa tutte le volte che lui rientrava troppo tardi e troppo stanco per chiacchierare o semplicemente quando voleva starsene in silenzio a leggere o guardare qualcosa in televisione. A volte poi il suo sonno interveniva a salvarlo da un destino atroce, come le volte in cui la moglie decideva che “bisognava” guardare insieme il festival di Sanremo o uno di quei varietà che vivono di rendita riproponendo in tutte le salse i migliori successi degli anni ’70-’80 e non perchè apprezzasse in alcun modo quella fiera di banalità canore e non o avesse qualche rigurgito di patriottismo, ma solo perchè quei programmi le ricordavano la sua infanzia. Nei primi tempi aveva provato ad opporsi, ma poi aveva imparato e cedeva magnanimo o addirittura si spingeva fino al punto di ricordarglielo lui, certo che sua moglie si sarebbe comunque addormentata prima dell’esibizione del primo cantante in gara, risparmiandogli quella pena e lasciandolo assoluto padrone del telecomando.

Quella sera era appunto una di quelle in cui aveva bisogno di stare un po’ per conto suo. Era stato un consiglio comunale lunghissimo ed estenuante e non si poteva dire che ne fosse uscito indenne. Ma da li a pochi giorni 120 disperati in fuga dalla guerra avrebbero avuto nel loro piccolo centro ospitalità degna di esseri umani. E all’altezza di un paese che aveva sempre fatto dell’accoglienza e dell’apertura a “l’altro” una propria bandiera. E questa per ora era la cosa più importante.

S. O.

Una promettente primavera…negli occhi!

“Stasera sono stanca”,  mi dicevo tornando a casa dal lavoro in un tiepido giorno dell’aprile scorso. E poi mi sono accorta che lo ero spesso, la sera, la mattina, il pomeriggio… e guidavo col sole basso alla mia sinistra, meraviglia di luce, anticipo di una primavera promettente anche se faticosa, perché iniziava subito con uno sbalzo di temperature verso l’alto, al quale ho faticato ad adattarmi. In sostanza strisciavo, mi trascinavo sonnolenta da una cosa all’altra. Detta così sembra piuttosto deprimente, ma in realtà questa lentezza mi ha regalato nuovi occhi… e la parola chiave di quella sera è OCCHI. Dopo la spesa andavo alla macchina e ho incontrato A.,  dolce e giovane ragazza dell’est che non vedevo da mesi. E in realtà da un po’ mi chiedevo cosa le fosse successo. Il suo bel sorriso ha spesso regalato luce, momenti piccoli ma significativi di buonumore: non solo a me, ma anche a tanti altri; si capisce da come le persone le sorridono e non mancano mai di salutarla. “A., in qualche modo, è un dono”, mi sono spesso detta. Quella sera era insolitamente triste e la mia lentezza ritrovata mi ha permesso di fermarmi e parlare con lei un po’ più a lungo del solito. La bellezza dell’incontro è però dovuta soprattutto agli occhi del piccolo R. A. me ne parlava sempre e quel pomeriggio l’ho finalmente conosciuto: un bambino con gli occhi neri come la notte, vispi e profondi, pieni della curiosità, della furbizia e della dolcezza dei suoi pochissimi anni, e la sua timidezza iniziale non ci ha impedito di fare amicizia. Testolina dai capelli scurissimi su una pelle scura, lineamenti inconfondibili e belli, R., lasciato il panino che stava mangiando e il giochino con cui si trastullava (mentre A. parlava e dissimulava la sua tristezza con tutti), R. mi ha sorriso con un sopracciglio ammiccante e timido al tempo stesso. E quando l’ho salutato si è avvicinato risoluto e mi ha dato un bacio sulla guancia.
“Finché esistono bambini – ho pensato – finchè esiste questa ingenua e furba bellezza, di uno sguardo profondo e limpido – ho pensato – forse ancora abbiamo un futuro: io, A., R., la loro famiglia, noi tutti”.

A. P.

http://www.youtube.com/watch?v=YqlGwCgFbtk

(Fabrizio de André – Khorakhané – concerto ’98 06 )

“Cose dell’altro mondo”, regia di Francesco Patierno

Qualche giorno fa ho visto questo film che,  a dire il vero, mi ha sorpreso…

Una storia il cui spunto iniziale, originale nel suo essere surreale, trascina i personaggi in un vortice di conseguenze inevitabili. La sparizione improvvisa, in “una notte buia e tempestosa” (il buon Snoopy mi perdonerà la citazione) di tutti gli extracomunitari, ma proprio tutti!, getta la popolazione in una confusione pratica totale…vecchietti e malati improvvisamente orbi di badante sono controllati a vista da soldati e/o esponenti delle forze dell’ordine; anziani genitori spariscono dalle case e in loro ricerca figli confusi e forse un po’ egoisti, al traumatico risveglio si precipitano in strada per cercarli, magari in mutande e calzini…
Quello che però pare un tentativo di risolvere concreti problemi di vita quotidiana, accompagna lo spettatore in una riflessione molto più profonda, nella stessa misura in cui sono gli stessi personaggi a percepire l’abisso in cui li hanno precipitati le idee xenofobe di un fenomenale Abatantuono, perfetto nel suo ruolo gretto e materialista di imprenditore senza scrupoli, disposto quasi a fare a patti con Dio pur di poter tornare alla situazione primigenia di manovalanza a basso costo in fabbrica…

Ma credo che, lungi dall’essere una questione “settentrionale”, il tema proposto interroghi profondamente la nostra capacità di accoglienza dell’altro, del “diverso”,  la cui cultura a noi spesso può apparire incomprensibile. Dicevo, questo aspetto così accentuato dall’esasperazione seguita alla crisi economica che attanaglia l’occidente, è capace di incunearsi tra le nostre certezze, o tra i pensieri che ritenevamo indiscutibili.

In un certo senso i personaggi del film, chi più, chi meno, e lo stesso Libero Golfetto-Abatantuono arrivano a comprendere anche a un livello meno materiale la vera tragedia dell’accaduto, e io non potevo far a meno di sentire una sorta di “disagio” nel pensare che le mie sensazioni nel vedere il film stridevano abbastanza con la classifica del film che troviamo un po’ ovunque, dove viene definito “commedia”. Certo, qualche risata è inevitabile e spontanea e nasce dal ridicolo dei personaggi abituati ad esser sicuri di sè che improvvisamente si trovano a balbettare la propria vita con una coscienza che li interroga, a diventare la caricatura di se stessi….

Il limite di questa umanità smarrita risiede di sicuro nell’incapacità di riconoscere queste persone, spesso venute da lontano, appunto come esseri umani in tutto identici a noi quanto a sentimenti e necessità, con le quali condividere il destino comune.
Ed è al contempo sorprendente e consolatorio vedere come la vera saggezza non venga dai filosofi o dai politici ma, in un riuscito effetto di “spiazzamento”, dal personaggio apparentemente più fragile e sperduto (e come dimenticare l’analogo caso del poetico Shlomo in “Train de vie”, 1998, di Radu Mihăileanu?) interpretato dalla splendida (in questo ruolo) Laura Efrikian, madre di Ariele Verderame-Valerio Mastandrea capace, con una asciutta sequenza di brevi battute, di smascherare le paure del figlio e,  insieme, le nostre insicurezze.

Anna Pistuddi

“Terraferma”, regia di Emanuele Crialese

“Cerco un centro di gravità permanente…” cantava Franco Battiato qualche anno fa. L’uomo, dalla notte dei tempi, ricerca un punto fermo da cui orientarsi dapprima nell’universo, di cui è un pulviscolo, e poi su questa terra i cui due terzi sono occupati dal mare. Tutti cercano la propria terraferma nell’ultimo film di Crialese. Ma tutti devono fare i conti col mare, elemento mobile, che attira e inquieta: gli immigrati nei loro insicuri barconi navigano verso migliori condizioni di vita, fuggendo da povertà, guerre e carestie; Filippo, giovane isolano che la madre vorrebbe mandare in continente a studiare, allargare gli orizzonti e fuggire dal duro ed eterno lavoro della pesca, che le ha portato via il marito e potrebbe portarle via il figlio; lo zio Nino, rampante prototipo dell’imprenditore turistico, che vorrebbe fare soldi rinunciando alla propria lingua e cultura; nonno Ernesto, che si fida del mare galantuomo, le cui leggi ancestrali, tramandate da generazioni, non contemplano respingimenti, impronte digitali, reati di clandestinità. E quando c’è un uomo in mare, la legge del mare, senza guardare al colore della pelle o alla provenienza geografica, prevede l’aiuto, perché siamo tutti nella stessa barca.

La forza delle immagini è straordinaria: il film è girato nell’isola di Linosa laddove il nero delle spiagge vulcaniche si affianca al blu cobalto del mare: così anche i colori evocano l’eterno dualismo di vita e morte, di tragedia e speranza. La forza dei gesti è superiore ad ogni parola: il tendere la mano, del nonno e del nipote, alla donna etiope incinta, che nuota disperatamente per salvarsi dal naufragio e  che partorirà in segreto nella loro povera casa; gli sguardi complici di solidarietà materna delle due donne; i guanti bianchi dei finanzieri e dei carabinieri che stridono con le mani nere degli immigrati esausti nella nera spiaggia dove il destino li ha sbattuti. La legge dello stato, la famigerata Bossi Fini, esasperata dalla Lega, non è la legge del mare, e gli anziani riuniti in cerchio, come da sempre hanno sempre fatto nella decisioni importanti, si mostrano assai più saggi di un Parlamento che ha approvato quella legge: ragionano sulla giustizia, sul perché ributtare a mare gli immigrati e sul perché non prestare loro soccorso quando affondano con i loro barconi. Il film merita di essere visto: lasciamo alla critica la discussione se sia o meno il migliore film di Crialese, allo spettatore però riserva non poche emozioni, e un certo brivido di vergogna nel prendere atto di cosa l’Italia, e noi, siamo diventati.

Antonio Sitzia

(da EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas)

“Ai confini dell’impero” di Giuseppe Ciulla (Jaca Book 2011)

Cosa succede ai confini dell’impero Europa, ai margini dell’asse Francoforte – Milano – Parigi? Qual’è la situazione di interi paesi o aree appartenenti alle ex repubbliche socialiste dell’Est Europa, laddove ora sventolano le bandiere dell’Unione Europea? Quali problemi o risvolti economici, politici e sociali sono derivati dalle caotiche e contraddittorie trasformazioni del dopo ’89? Per rispondere a queste domande il giornalista free lance Giuseppe Ciulla, collaboratore RAI e impegnato in diversi quotidiani e riviste, già autore del reportage sul Kosovo “Lupi nella nebbia”, ha intrapreso, nel 2010, un viaggio di 5000 km in compagnia del fotografo Damiano Meo, e con il supporto della Camera del Lavoro di Milano, attraverso Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria. Il libro è il resoconto di un viaggio che si è svolto prevalentemente con i mezzi pubblici, pullman e treni soprattutto, a diretto contatto con storie e situazioni geografiche altrimenti non percepibili in modo così netto e diretto. La partenza è avvenuta nella stazione Lampugnano di Milano da dove, al terminal C2, parte l’autobus per la Polonia, una sorta di astronave di varia umanità: vi viaggiano badanti polacche, rumene e ucraine che tornano temporaneamente nei loro paesi d’origine, ma anche africani del Maghreb e dell’Africa nera; è poi proseguito negli sgangherati treni rumeni e bulgari fino alla foce del grande Danubio. Gli incontri i più diversi, con operai, sindacalisti, prostitute, bambini e bambine negli orfanotrofi, uomini e donne impegnate nel sociale, furbi e famelici imprenditori italiani, francesi e tedeschi, vecchi esponenti della securitade di Ceausescu, riciclati nei nuovi apparati delle forze dell’ordine rumene, danno forza letteraria a quella che doveva essere una seria e documentata inchiesta giornalistica.

È la fotografia di una catastrofe che coinvolge parte di questi paesi e che assume la forma del neocolonialismo, tanto più odioso se mascherato dalle parole d’ordine di “maggiore libertà alle persone e alle imprese, maggiori diritti  e sicurezza sociale”, che l’adesione all’Unione avrebbe dovuto garantire, ma che nella pratica si traduce nell’esatto contrario. Prima tappa a Katowice in Polonia, negli stabilimenti di Tychi e Bielsko Biala: la FIAT produce la Panda e la nuova 500: Wanda, vecchia sindacalista di Solidarnosc,  non accetta la linea Marchionne, ma la sua, come quella di altri sindacalisti impegnati a difendere la dignità del lavoro, è una battaglia difficile: se gli operai polacchi scioperassero come quelli della CGIL di Pomigliano, perderebbero i loro 3.200 sloty, che, tolte le tasse e i contributi pensione, diventano 2.240 sloty, 560 euro al mese. La gran parte degli operai sono convinti che la nuova Panda sarà costruita in Polonia, perché l’economia è dalla loro parte e i loro standard di produzione sono molto più elevati di quelli napoletani, i  quali vengono giudicati degli scansafatiche, con buona pace del vecchio internazionalismo proletario e dell’unità dei lavoratori. Le aziende e le imprese occidentali, singoli investitori, approfittando delle agevolazioni fiscali e di un liberismo sfrenato, o collusi con i governi locali inetti e spesso corrotti, traggono enormi profitti in questa nuova frontiera del business, e i confini tra legalità e illegalità, tra diritti e soprusi, sembrano del tutto aleatori.

Nella Praga “bella di giorno e porca di notte”, dove migliaia di giovani europei carichi di ormoni vengono qui “a deporre le uova come i salmoni”, gli albergatori sono italiani francesi, tedeschi, austriaci, a gestire il turismo sessuale. Diritti per i lavoratori negli hotel, o tutela sanitaria per le prostitute ceche, ucraine, vietnamite, africane che affollano i bordelli di Praga? Meglio non parlarne. Basta la battuta del proprietario, veneto, di una delle più prestigiose catene alberghiere di Praga: “Dighe che el sindacato se lo ganno da ficcar ndove ca non ghe piove”…  Spesso le linee di confine, con la caduta delle vecchie frontiere, sono dei buchi neri della legalità, come i 200 km che separano la Repubblica ceca dalla Germania: qui, nella terra di nessuno di Cheb, i bambini rom esercitano la prostituzione minorile, vigilati dai loro genitori. Tedeschi annoiati e repressi, ma pieni di euro, arrivano in pullman, in cerca di emozioni, che a volte si traducono in pestaggi e furti, perché i bambini fanno anche da esca per gli adulti pronti al saccheggio. Timisoara, Romania: “l’ottava provincia veneta, da vent’anni l’America dei paron”. Nel 2008 nella provincia di Timisoara c’erano 2400 imprese italiane, 60.000 in tutta la Romania, con 600.000 dipendenti, ora, dopo la crisi del 2009, si sono spostati nella vicina Moldavia; a Timisoara il nuovo eldorado sono i terreni agricoli: dopo la caduta del regime quel minimo di protezione per i piccoli contadini  è saltato, e la gran parte di loro ha venduto la terra per pochi  spiccioli  agli  speculatori  occidentali.  Intanto nei  mega supermercati vendono prodotti non locali e il 75 % del fabbisogno agricolo romeno viene importato.

Le storie sono tante: che fine faranno i bambini dell’orfanotrofio di Popesti (Iasi, Romania), abbandonati dal regime di Ceausescu, quando l’aborto era illegale e venivano lasciati negli istituti dell’orrore, ma anche dalle “nuove” democrazie e dall’Unione Europea che fa finta di non sapere? E chi conosce il calvario dei bengalesi e delle operaie cinesi, venute a lavorare a Bacau, reclutate da imprenditori italiani del tessile, e tenuti in condizione di servitù, che nel 2009 sono scappati dai loro capannoni superaffollati e che ora vagano  per l’Europa senza documenti e senza identità? Questo e altro ancora in questo libro, che racconta come i metodi del peggior capitalismo occidentale si sono amalgamati al cinismo e alla peggior burocrazia dei vecchi regimi, e come l’esercizio del diritto e della legalità, da parte di sindacalisti, operatori sociali, giornalisti, spesso avviene a rischio della propria vita.

Antonio Sitzia  

(da EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas)