Insegnare italiano all’estero, tra stereotipi e luoghi comuni

Su Sardinia Post qualche giorno fa è apparsa un’intervista a un insegnante della provincia di Cagliari che insegna italiano all’estero (Francia). Accanto ad alcune considerazioni valide universalmente, come ad esempio l’arricchimento che deriva dal fare esperienze di lavoro in altre nazioni e in altri sistemi organizzativi, la docente intervistata metteva a confronto il sistema scolastico italiano con quello francese e faceva alcune valutazioni su come vengono percepiti gli italiani che vivono in Francia. A tanti sardi della mia generazione (che non necessariamente sono cresciuti leggendo Salgari e Verne, come l’intervistata di Sardegna Post) è toccato emigrare all’estero e molti di noi hanno almeno un compagno di classe che si è allontanato dall’isola alla ricerca di lavoro. I racconti che ci fanno questi nostri amici, però, in molti punti non collimano con la rappresentazione offerta dalla docente cagliaritana trapiantata ad Amiens. Carla Cristofoli, una nostra concittadina che da qualche anno vive e insegna italiano a Parigi, ad esempio, avrebbe al riguardo qualcosa da obiettare…

Carla CristoforiCarla, tu l’hai letto Salgari?

Salgari l’ho letto vent’anni fa. Di lui mi ricordo che scrisse le favolose avventure che noi conosciamo, nel chiuso del suo studio, Salgari non ha mai viaggiato oltre il mar adriatico. Le sue storie sono il frutto della sua eccezionale fantasia. Viaggiare ci permette di allargare la mente, vero e falso allo stesso tempo. Nella mia esperienza d’emigrazione, che mi ha visto costretta a lasciare la Sardegna prima verso il nord est italiano e poi verso la Francia, ho avuto modo di incontrare altri emigrati, alcuni residenti altrove da trent’anni e che non hanno mai cambiato né il loro stile di vita né il loro modo di pensare. Di contro ho amici che pur non avendo mai lasciato Sestu, con il loro viaggio feriale di 15 giorni all’anno tornano ogni volta migliorati dalla loro esperienza. Sono partiti proprio con questo desiderio.

Stai dicendo che in definitiva per aprire la mente vale più leggere che viaggiare?

Questo è il punto. Certo leggere, conoscere la letteratura o il cinema degli altri popoli è un modo utile per capire la loro cultura e la loro storia, spesso vale molto di più di un viaggio a fini turistici. Attenzione però allo stereotipo, un’arma difficile da utilizzare. Da un lato facilita la comunicazione, dall’altro può ritorcersi contro di noi. E’ il segno a doppio significato. La conoscenza che lo straniero ha dell’Italia è spesso costruita sulle immagini di un tempo che non ci appartiene più (Fellini, Mastroianni, Sofia Loren, la Ferrari, la vespa, aggiungiamo pizza spaghetti e mandolino e abbiamo fatto il quadro), non so neanche dire se ci sia veramente mai appartenuta.

L’insegnante intervistata da Sardinia Post sostiene che all’estero si ha un’idea positiva dell’Italia e della Sardegna. Gli italiani sono considerati eleganti e l’Italia per il mondo è ancora il paese della bellezza e della dolce vita. Puoi dire lo  stesso?

Nel mio lavoro mi sento spesso in dovere di ribaltare una certa visione. Quando i miei alunni, che sono tutti adulti, tornano da me dopo un viaggio a Roma e mi raccontano di quanto la città fosse sporca e difficile da gestire per la scarsità dei mezzi di trasporto e altri mille motivi, mi raccontano una disillusione. Lo stereotipo si ribalta e loro non hanno i mezzi per comprendere questo ribaltamento. Allora devo raccontare loro di quanto siano stati disastrosi gli ultimi anni di amministrazione romana, sento il dovere di raccontare un’altra storia. Non credo che questo tolga fascino a quello che di Roma resta, ma certo aiuta a costruire una visione più completa, fornisce gli strumenti per capire la complessità della realtà italiana. Ribalto con loro lo stereotipo. Se non abbiamo il coraggio di farlo è meglio cambiare mestiere o limitarsi alle strutture morfosintattiche della lingua, che già la sintassi ci obbligherebbe a ben altri ragionamenti.

Quindi in definitiva su tutto si afferma la conoscenza diretta della realtà…

Ciò che voglio dire è che dovremmo smetterla di raccontarci, noi italiani per primi, la favola felliniana della ‘dolce vita’ e cominciare anche a parlare delle storie di vita di Ozpetek, di Paolo Sorrentino, o per dirla al femminile di registe come la Comencini o la Archibugi, artisti che raccontano un’altra storia, quella di un’Italia più vera. Se smettessimo di cantare ‘o sole mio’ o ‘volare e cantare’ forse potremmo cominciare a parlare di Franco Battiato, che è canto morale e spirituale o di Vinicio Capossela o di altri artisti ancora troppo sconosciuti…

A chi stai pensando?

Penso ad esempio a Piero Sidoti, che canta il calvario di tutta una generazione di precari, il Giorgio Gaber della nostra generazione, ma solo pochi ancora lo sanno. E’ arrivato il momento di prendere coscienza della nostra realtà sociale, umana e artistica. Abbiamo tanto da dare e da mostrare, abbiamo risorse attuali che neanche conosciamo e invece è proprio da qui che dovremmo ripartire.

Usi anche la musica per comunicare l’altra Italia ai tuoi studenti?

Si, l’ultima lezione li faccio cantare. Il tema è ovviamente l’addio e dunque ‘Arrivederci amore ciao’ di Paolo Conte. Parlo di Caterina Caselli una delle poche donne del Beat italiano, si parla del boom economico e dei contrasti generazionali degli anni ’60, ma poi propongo la versione di Battiato perché la preferisco. E per chiudere in assoluta bellezza ‘O bella ciao’, ma parto dalle proteste delle Mondine all’inizio del secolo e poi qualche parola sulla Resistenza italiana e di come il canto è stato ripreso dai partigiani. Mi piace la versione dei Modena City Ramblers. Dall’anno scorso non dimentico di sottolineare che Francois Hollande ha scelto il canto popolare dei partigiani dell’Emilia-Romagna per concludere un suo discorso in occasione delle elezioni presidenziali 2012, tra gli applausi della folla.

A proposito di precari, fino a che punto si può dire – tornando all’intervista di Sardinia Post – che “un insegnante serio non può permettersi la noia”? Quando la realtà spesso sottaciuta invece è quella di una categoria di insegnanti, non solo precari, che si trova oggi sulla soglia della povertà (si legga Il volto dimenticato della crisi, Repubblica 02/06/2013). Per i quali non solo è diventato impossibile viaggiare ma anche comprarsi libri, andare a teatro o al cinema. Ai quali, insomma, sta mancando il nutrimento culturale e stanno venendo meno gli stimoli necessari a svolgere al meglio una professione intellettuale come è quella dell’insegnante.

Non conosco lavoro in cui nel suo essere routinario ad un certo punto non ci si annoii, mi sembra umano. Un insegnante, serio o meno che sia, non capisco cosa la collega voglia intendere, non solo si annoia, ma anche si dispera. Si dispera perché è infinito il percorso che porta dal precariato alla stabilità, perché forte è il carico di cui è investito dalla scuola dalle famiglia dalla società, si dispera perché è spesso solo, perché il sistema scuola troppo spesso non fornisce tutti gli strumenti necessarii a svolgere al meglio il lavoro, sebbene lo chieda e lo pretenda.

Un ultima domanda. E’ meglio o peggio insegnare italiano all’estero?

Non ho mai insegnato nella scuola pubblica francese, non posso dunque farti un paragone. Io lavoro nel sistema della formazione continua agli adulti, sono una libera professionista, fatturo e vengo pagata per le ore di formazione che svolgo in azienda. Questo è il nuovo dispositivo di lavoro europeo, tutto il mondo è paese, tanto per usare un altro stereotipo. Ti posso dire che mi piace insegnare l’italiano come lingua straniera, è per me un punto di vista nuovo. Mi piace in questo tipo d’insegnamento lo scambio di punti di vista, l’incontro di culture diverse. La considero un’evoluzione nella mia carriera d’insegnante e anche nella mia formazione personale ed umana. Faccio il meglio che posso, ma lo confesso, a volte mi annoio, capita.

Sandra Mereu

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Le biblioteche e i ragazzi venuti da lontano

La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontanoMolti avevano sperato che con un nuovo governo finalmente i figli di stranieri nati e cresciuti in Italia avrebbero ottenuto la cittadinanza. Le forze politiche che sostengono la necessità si modificare la legislazione vigente sono però una minoranza. Non vogliono una riforma i partiti di destra, non la vuole il movimento di Beppe Grillo che ha giudicato lo ius soli (principio sulla base del quale si diventa cittadini del paese dove si nasce) un’idea che serve solo a “distrarre gli italiani dai problemi reali”, frutto dei sentimenti “buonisti” della sinistra.

Queste posizioni denunciano chiaramente come in Italia prevalga e venga incoraggiata una mentalità chiusa, respingente e per certi versi arcaica. Concedere la cittadinanza agli stranieri, ai bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, parlano italiano (e spesso anche i nostri dialetti), conoscono la nostra storia e la nostra cultura, e i cui genitori pagano le tasse nel nostro paese, è prima di tutto una questione di civiltà.

I minori, figli di stranieri in Italia sono circa 750.000, di oltre centonovanta nazionalità diverse, un decimo dell’intera popolazione minorile. I nuovi nati in Italia rappresentano il 12,6 % del totale delle nascite. Accogliere i figli degli immigrati, favorire la loro integrazione e una buona convivenza con gli italiani d’origine significa anche scommettere sul nostro futuro. Soprattutto in Sardegna dove, secondo una recente stima dell’Università di Sassari, entro il 2050, si perderà 1/3 della popolazione attuale.

La vigente legislazione sulla cittadinanza, basata sullo ius sangunis (si diventa automaticamente cittadini solo se si discende da italiani), appare oggi ingiustificata e contraddittoria rispetto al nostro passato di popolo di migranti. Poteva infatti avere un senso fintanto che permetteva agli emigrati italiani di tenere un legame con la propria nazione d’origine, con la terra da cui a malincuore, in tempi non tanto lontani, erano dovuti andare via alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli o semplicemente per sfuggire a un destino di povertà e miseria. Ma non più oggi che da terra di migranti siamo diventati un paese verso cui si emigra. Ogni anno, per le stesse motivazioni che spingevano i migranti italiani del passato a partire, arrivano in Italia romeni, marocchini, senegalesi, albanesi, cinesi.

Conoscere la nostra storia di migranti può aiutare a vedere la realtà sotto una diversa prospettiva e a fare scelte non solo meno egoistiche ma anche più intelligenti. Questa storia la si può raccontare in vari modi e da molte angolature. Cecilia Cognigni in un saggio, pubblicato da Editrice Bibliografica (2012), lo ha fatto dal punto di vista dei libri e delle biblioteche. Attraverso questo libro, intitolato “La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontano”, l’autrice spiega a una giovane diciassettenne nata in Italia da genitori stranieri, quindi non in possesso della cittadinanza italiana, le opportunità che le biblioteche pubbliche offrono ai giovani stranieri e l’importante ruolo che svolgono nel favorire la multiculturalità.

Contemporaneamente, Cecilia Cognigni ci ricorda quanta sofferenza, solitudine e nostalgia patirono i nostri avi che emigravano nelle Americhe e come le biblioteche pubbliche delle nazioni ospitanti svolsero un ruolo molto importante nel farli sentire meno soli, offrendo corsi di lingua, libri e giornali anche nelle lingue madri dei paesi di provenienza. E così facendo favorivano l’integrazione degli italiani e degli altri migranti nella società.

Anche gli stranieri che arrivano oggi in Italia hanno necessità di imparare la nostra lingua, ma allo stesso tempo sentono il bisogno di poter continuare a parlare e leggere nella propria lingua “madre”, la lingua con cui hanno imparato ad esprimere i loro sentimenti e le loro emozioni più profonde. “Poter leggere nella propria lingua i propri autori, i libri classici del paese di provenienza – spiega la Cognigni – aiuta a sentirsi a casa propria”.

Le biblioteche pubbliche sono le istituzioni più adatte a rispondere a questa esigenza. Da sempre infatti sono il luogo della multiculturalità per eccellenza. Per loro stessa funzione – fa notare l’autrice – le biblioteche ambiscono a raccogliere testi e documenti di paesi, culture e lingue diverse. La biblioteca di Alessandria è l’esempio più famoso. Inoltre la biblioteca pubblica – come è scritto nel Manifesto dell’Unesco del 1995 – è aperta a tutti e offre gratuitamente pari opportunità di accesso, senza distinzioni di età, sesso, lingua, religione o condizione sociale. Anche chi non ha sufficienti risorse economiche dunque può “prendere in prestito un libro, leggere un giornale, navigare in Internet da un PC, fare una ricerca, consultare un antico manoscritto, vedere un film, ascoltare musica, partecipare a un incontro, frequentare un corso di lingua italiana, di lingua inglese o di computer”.

Così come in America nell’Ottocento, anche in Europa oggi esistono molte biblioteche pubbliche multilingue che accompagnano il processo di integrazione degli immigrati. Per l’Italia l’autrice si sofferma in modo particolare sulla biblioteca comunale “Lazzerini” di Prato, dove risiede la comunità cinese più grande d’Europa. Questa biblioteca “da molti anni mette a disposizione della cittadinanza un ricco catalogo di libri in lingua cinese e oggi costituisce un punto di riferimento in Italia”. Inoltre ha istituito gli scaffali multilingue circolanti, raccolte di libri e altri materiali in più lingue che vengono messi a disposizione di altre biblioteche, ma anche di scuole e associazioni del territorio regionale. A Torino invece, come avveniva a New York, Boston, Cleveland, dove gli immigrati italiani imparavano l’inglese, si tengono corsi di italiano per stranieri, spesso collegati a corsi di cittadinanza.

Ci sono inoltre molti altri modi attraverso i quali le biblioteche aiutano il processo di integrazione degli immigrati. In biblioteca – ci dice l’autrice – si fa controinformazione rispetto ai tanti luoghi comuni che circolano sul conto dei migranti extracomunitari, non molto diversi da quelli che un tempo circolavano sugli italiani che emigravano in America o in Australia.

Ma soprattutto in biblioteca ci sono i libri, che favoriscono la conoscenza reciproca e l’accettazione del pluralismo culturale. Si trovano storie che raccontano di mondi, lingue e culture diverse, ma anche di personaggi che rivelano molti punti in comune tra popoli diversi. Così può capitare di scoprire che il Giufà, lo sciocco delle fiabe arabe, è il “fratello gemello” del nostro Basuccu. E a rendere possibile questa condivisione sono state proprio le migrazioni degli uomini che trasferendo elementi della loro cultura dall’oriente in occidente, e viceversa, hanno contribuito a migliorare, trasformandole, le civiltà. In biblioteca poi – ci segnala Cecilia Cognigni – tutti possono leggere romanzi come quello di Paolo Capriolo Io come te. Una storia dove si impara che “per comprendere fino in fondo cosa significa essere straniero e clandestino” bisogna mettersi nei panni degli altri.

Sandra Mereu